GERARDO PANNO - LE RECENSIONI MUSICALI
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WILCO Sky Blue Sky
Anche se involontariamente, questo nuovo album dei
Wilco è più diretto e naturale, più classico e meno sperimentale dei
precedenti, “A Ghost Is Born” e “Yankee Hotel Foxtrot”.
Questi due dischi hanno costruito e rafforzato la figura della band in ambito
“alternativo”, facendo dei Wilco un must. Ma la band di Jeff Tweedy ha le sue
radici storiche piantate sul terreno del country-rock, anche se ha saputo svariare in ambiti diversi. “Sky Blue Sky” è un
disco che si ricollega in parte a quelle radici ma
soprattutto afferma un importante aspetto di libertà musicale, pescando tanto
nelle atmosfere elettriche, talvolta retrò anni ‘70, che in quelle acustiche. È
stato registrato con i musicisti tutti insieme, all’antica, contando sulla
presa diretta, l’armonia e lo scambio di idee
immediato. Le canzoni riallacciano quindi la band al suo passato e al filone
del nuovo mainstream americano che ha dato cose bellissime da anni in qua. Lo
stesso Tweedy, come narratore nei testi, ha recuperato equilibrio, umore,
positività, da uomo che cammina insieme a una famiglia. “Sky Blue Sky” può
essere visto semplicemente come un bell’album di canzoni da gustare anche
singolarmente, canzoni che il gruppo ha in parte già
collaudato nei concerti.
La produzione, eccellente, è
degli stessi Wilco, che hanno puntato decisamente
sulla semplicità, senza post-produzioni, diavolerie varie e sovraincisioni. Con
Tweedy (voce e chitarra) hanno lavorato John Stirratt (basso), Glenn Kotche
(batteria), Mikael Jorgensen (tastiere) e i due nuovi arrivi Nels Cline,
chitarrista incredibile, e il multistrumentista Pat Sansone. Le costruzioni
melodiche sono discrete, appena accennate ma appassionanti. In certi punti
sorge addirittura il ricordo del Neil Young più
ispirato. La voce sottile e adolescenziale di Tweedy riafferma il suo fascino
volando spesso su classiche atmosfere e ricordi anni ’70. Ariosità, libertà,
spontaneità, semplice bellezza, sospensione senza tempo, progressione
rock fantasiosa, sono gli ingredienti principali dell’album. Ai vertici
tre bellissime canzoni: “Either Way”, quasi lennoniana, quieta e aperta,
“Impossible Germany”, grande rock con tessiture chitarristiche Doc, e “Hate It
Here”, che ha un deciso piglio anni ’70, echi blues e chitarra super. Sul versante della ballata da ricordare anche “Sky Blue Sky”,
“Please Be Patient With Me” e gli echi folk del bel singolo “What Light”.
Interessanti e stimolanti le alternanze di atmosfere,
i cambi di passo di “You Are My Face” e “Shake It Off”. Elettricità
e libera costruzione musicale, quasi prog, in “Side With The Seeds”.
“Walken” è un bel rocketto, energico. Tensione dolorosa nella
conclusiva “On And On And On”. “Sky Bue Sky” rappresenta il compimento
della maturità: è un disco che non appare impegnativo e ambizioso come certe operine rock di oggi, ma che riafferma la validità del
talento consolidato.
Per incidere “Sky Blue Sky”,
Jeff Tweedy ha preso spunto dalle registrazioni del suo progetto Loose Fur
(2005) avvenute nel loft di Chicago che fa da base alla band. Così ne è venuta
fuori una session “casalinga”, raccolta, spontanea. Insomma, alla vecchia
maniera. Il tutto potrebbe suonare un tantino snob, ma i risultati danno
ragione ai Wilco. La costruzione sonora è semplice ed efficace, non è troppo
asciutta, gli strumenti vengono restituiti benissimo.
Se ascoltate questa musica assecondando le fantasie pre-estive, l’effetto è
assicurato. Tanto con la dolcezza e il raccoglimento che con l’energia, queste
atmosfere sonore possono contagiarvi, aprire gli occhi a una nuova strada di
vita e di sogni.
ANGELIQUE KIDJO Djin djin
Artista appassionata e
versatile, Angelique Kidjo è da molti anni un caso unico di cantante di origine
africana che sa spaziare a suo piacimento sulla scena musicale occidentale. Con
questo album, come si dice, è tornata a casa nel
Benin, alle sue radici musicali, coinvolgendo diversi ospiti di grande rilievo.
Le percussioni e i ritmi della sua cultura sono il punto di partenza, cui si
aggiunge la musica di una super-band con grandi musicisti di varia estrazione.
Angelique canta nelle lingue del Benin, della Nigeria e del
Togo, esplorando luci e ombre della condizione umana, rileggendo anche
Sade (“Pearls”) e Rolling Stones, e invitando Carmen Consoli (che restituisce
l’ospitata nel suo ultimo disco) in “Emma (Italian Version)”. Premesse
incoraggianti, tuttavia non sempre l’album coglie il centro.
“Djin djin” risente, nella
prima parte con le canzoni affidate anche agli ospiti, di un incedere a
corrente alternata. La costruzione, curata da Tony Visconti, è pensata per una
platea internazionale, con un colpo al cerchio e uno alla botte. Meglio la
seconda parte, quella senza ospiti, più credibile. “Salala” con Peter Gabriel è
il singolo, canzone direi classica nella sua apertura
etnica, ma non per questo esente dal già sentito. “Senamou” con Amadou e Mariam
è l’episodio migliore della prima parte, una solare
invettiva contro l’avidità degli uomini. Con “Papa”, bella e spedita, il disco
sembra decollare. Nella seconda parte non ci sono picchi enormi, ma c’è
coerenza. Da segnalare la dolce “Emma” e anche l’iniziale “Ae
Ae” (senza ospiti). La versione afro di “Gimme Shelter” (con Joss Stone)
è un po’ spiazzante. Title-track con Alicia Keys e Branford
Marsalis, “Sedjedo” con Ziggy Marley.
TORI AMOS American Doll Posse
Da molti anni siamo
segretamente innamorati di Tori Amos. Del suo modo squisitamente e modernamente
femminile di raccontare la vita, le passioni e le tensioni individuali, che
diventano patrimonio collettivo grazie al talento della narratrice.
Lo stratagemma narrativo
mette in luce aspetti senza tempo di una femminilità oggi repressa e velata dai
luoghi comuni. Riafferma anche “politicamente”, con toni più rock, un’istanza schierata contro la destra cristiana fondamentalista
del solito Bush (che viene preso di petto nell’iniziale “Yo George”). “American
Doll Posse” è un lavoro vario di colori e toni, con un buon livello medio delle
composizioni. Esemplari l’energica “Teenage Hustling”, l’incalzante “Body And Soul” da un lato, e la classicità stilistica della
Amos che tutti conoscono in “Girl Disappearing”, dall’altro. Lo spessore
elettrico condisce le storie. Bene anche la frizzante “Big
Wheel”, l’aria pop-rock di “Bouncing Off Clouds”, “Secret Spell”, la
beatlesiana “Mr. Bad Man”, le ballate “Father’s Son” e “Roosterspur
Bridge”, la fantasia musicale di “Almost Rosey”. Alla fine, si chiude
drammatizzando con “Dark Side Of The Sun”.
THE JOHN BUTLER TRIO Grand
National
La musica di John Butler
torna come la primavera, ad alleggerire in una jam dell’anima i piccoli grandi
intoppi quotidiani. L’artista di origine australiana è ormai un accreditato
interprete di quel filone pop-rock che ha figure di riferimento (artisticamente
più spesse) in Ben Harper, Dave Matthews o Jack
Johnson. Musica di questi tempi e di questi anni, nel caso di
Butler spesso spinta e liberata nel ricamo chitarristico da fenomeno, ma anche
giocosa, ariosa, aperta. Nuova musica pop, da assaporare come una brezza
tiepida in faccia, mentre il sole comincia a scaldarti piano la pelle. Con John
Butler, che canta e suona chitarre, banjo, armonica, ukulele, ci sono Shannon Birchall (basso etc.) e Michael Barker (batteria
etc.): è un festival degli strumenti e della jam session associata alla
canzone.
E qui stanno i piani
paralleli di fruizione di questo album. Da un lato, se
siete dei chitarristi, vi potete sbizzarrire gustando assoli e svisate, il
groove che Butler sa imporre con le sonorità acustiche e il tiro dei suoi
compari: si ascolti per esempio, la veloce sarabanda di “Funky Tonight”, un
vortice di note. Dall’altro tutti noialtri possiamo sognare le spiagge del
Pacifico facendoci cullare o sferzare dalla jam continua, dai ritornelli e
dalle melodie del trio, tra amore e coscienza ambientalista, assaporando tutto
in superficie. Da consumato musicista di strada e performer, Butler infatti sa come riscaldare i cuori. Come compositore
potrebbe puntare di più sull’asciuttezza, conservando anche gli assoli. “Grand
National” è comunque un’opera godibile: da notare la splendida “Used To Get
High” e poi “Better Than”, “Daniella”, “Groovin’ Slowly”, “Fire In The Sky”,
“Nowhere Man”.
MACY GRAY Big
La voce di Macy Gray è un
marchio della soul music del 2000. Una delle poche
artiste nel campo della moderna black music che ha sempre avuto, con la sua
musica, con il suo stile inconfondibile, un legame diretto con le grandi voci
del passato. Con le atmosfere più passionali, calde, con cui sono cresciuti
tanti suoi coetanei. Oggi Macy, cambiando casa discografica, cambia
anche la “confezione” delle sue canzoni. La ragazza maldestra e arruffata,
sempre immersa in situazioni sentimentali al limite, viene
ritratta in copertina come una diva pop-soul contemporanea, persino dimagrita,
pronta a snocciolare un nuovo repertorio scintillante e (convenzionalmente) al
passo con gli odierni tempi black. La produzione dice tutto: Ron Fair e il
prezzemolo Will.I.Am, due specialisti del pop-soul
odierno.
Ma sarebbe fare un’ingiustizia a Macy liquidare con
questo schema il suo passaggio di scuderia. In effetti
il sound è cambiato un po’, ma la personalità dell’artista rimane, anche se in
diversi passi appare annacquata. “Big” è uno di quei dischi di qualità media
che tengono in piedi l’entertainment black di classe, prodotto con
professionalità. L’arte di Macy però, almeno nel nostro ricordo, rimane tra le
pieghe e i groove di un album come “The Id”. Qui ci divertiamo ascoltando
“Finally Made Me Happy”, bellissimo singolo con echi
del soul orchestrale storico, esplosione sonora e cori di Natalie Cole, oppure
con “Ghetto Love”, pezzo sontuoso, dal tiro funky giusto, che si apre con una
citazione di James Brown. L’album vale di più nella prima parte, poi sembra
cedere. Da notare anche “Shoo Be Doo”, insinuante, “What I Gotta Do”, che si fa
canticchiare con piacere, “Everybody” o “Glad You’re
Here”.
TIMBALAND Timbaland Presents
Shock Value
Timothy Mosley, in arte
Timbaland, è uno dei moderni Re Mida della musica hip-hop, R&B e pop. Innanzitutto
produttore, ma anche musicista, ha messo le mani nei dischi di maggiore
successo dell’ultimo anno, e non solo. Il Timbaland-touch, complice il
sodalizio storico con Missy Elliott, è diventato un riferimento di stile per
moltissimi artisti e appassionati della black music odierna. La popolarità del
personaggio lo ha portato, in tempi recenti, ad
annunciare collaborazioni ulteriori a destra e a manca, persino per il futuro
album dei Coldplay. Ma quando uno come Mosley si mette
in testa di fare un disco “vario” come questo, presentato come un’escursione a
tutto campo nel “pop” di oggi, dal beat all’elettricità, che cosa succede?
Succede che, non essendo Beck o Frank Zappa, Tim diventa un cuoco pasticcione.
Il problema è la saturazione
prodotta da un certo groove hip-hop: ne abbiamo quasi abbastanza di beat che
sembrano tutti uguali, di schemi ritmici e vocali stereotipati del pop
americano derivato dalla black music. Timbaland, appunto, è uno dei
responsabili “storici” di questa saturazione. Il suo disco, che inizia con una
gragnuola di pezzi hip-hop style, va bene per gli aficionados ma non è
imprevedibile e fantasioso come si spererebbe. Salvo solo “Oh Timbaland”,
“Bounce” (con Dr.Dre e Missy Elliott), “Kill Yourself”
(Sebastian e Attitude), il pop di “Fantasy” (Money),
il bonus “Hello”. Dal tredicesimo brano attaccano le ospitate “rock”: The Hives
nella frenetica “Throw It On Me”, She Wants Revenge nel curioso dark-electropop
“Time”, le improponibili “One And Only” (Fallout Boy), “Apologize” (One
Republic) e persino Elton John al piano nella corale ed evitabile “2 Man Show”.
AA.VV. A Tribute To Joni Mitchell
In tempi musicali di nera
crisi di valori, è diventato ormai sistematico il ricorso all’omaggio, al
tributo, alla rilettura dei piccoli-grandi repertori del passato. Una autentica alluvione che interessa tutti i settori della
musica popolare, dal rock al soul, alla musica d’autore. Si parla di album di
cover incisi da artisti o gruppi, oppure di “cast stellari” che di volta in
volta si concentrano su determinati soggetti. Questo
omaggio a Joni Mitchell, l’unica veterana della sua generazione in durissima
polemica con la discografia attuale (tanto da annunciare il ritiro definitivo,
poi smentito), è stato inciso da un gruppo composito e affezionato di artisti.
I nomi sono, davvero, stellari: Prince, James Taylor, Elvis Costello, Bjork,
Annie Lennox, Sufjan Stevens, Caetano Veloso o Brad Mehldau.
In questo caso c’è il
“problema” degli originali fissati nella memoria di molti, che hanno un
carattere inconfondibile per il sommo talento musicale, autorale e vocale della
Mitchell. Ci si può accostare in due modi: facendo
della canzone una cosa propria, come Bjork in “Boho Dance”, personale, punteggiata
di suoni discreti e trasformata, oppure mettendosi “vicino” al mondo della
Mitchell, per affinità elettive e artistiche. È il caso delle due cover
migliori: “Edith And The Kingpin” di Elvis Costello, orchestrale con tanti
fiati, colorita e moderna (nel senso del ‘900 colto), oppure “For The Roses” di
Cassandra Wilson, ariosa ed essenziale. Bene “Help Me” (k.d. lang), “A Case Of U” (Prince), “Ladies Of The Canyon” (Sarah
McLachlan), “River” (James Taylor). I
capolavori “Blue” e “The Hissing Of Summer Lawns” sono privilegiati nelle
canzoni scelte. Non entusiasmano Sufjan Stevens e Caetano Veloso.
Il debutto di Simone
Cristicchi, “Fabbicante di canzoni”, ci aveva fatto conoscere un nuovo autore
inventivo, originale, fantasioso e anche corrosivo. Oggi, con “Dall’altra parte
del cancello”, si approfondisce ulteriormente il risvolto
teatrale-narrativo della musica di Cristicchi, all’insegna di quel nuovo (e
stranamente fuori tempo) concetto di teatro-canzone che lui stesso aveva già
delineato dagli esordi. Come i “matti” da lui asciuttamente raccontati, Simone
appare alieno, fuori contesto rispetto alla nostra Italia di oggi. Sceglie
pervicacemente di andare a visitare i destini degli ultimi che vivono “come un
pianoforte con un tasto rotto”, e ci vince addirittura Sanremo. Anzi, aggiunge
al CD un DVD documentario con un impressionante viaggio nelle ex strutture
manicomiali.
Tutto l’album si regge su
“Ti regalerò una rosa”, moderna canzone recitata (rap?), maiuscola per impatto
emozionale (pari a “Cattiva” di Bersani e poche altre recenti). Un brano a cui si ricollega tutto il resto, vario di colori,
atmosfere e argomenti. Complessivamente questo disco sorprende meno
dell’esordio, ma per urgenza, passione descrittiva, sincerità, regge il confronto
con gran parte della produzione italiana attuale. Ossessiva elettrica cover de
“L’italiano” di Toto Cutugno, che è un “italiano nero”, in apertura. “Laureata precaria” continua, con meno effetto, la geniale
descrizione della studentessa universitaria. Strombazzante e teatrale
“L’Italia di Piero”. Risvolti dolci in “Monet” e
“Legato a te”. Quadretto retrò “Il nostro tango”. Beat
elettronico alla Battiato “Nostra signora dei Navigli”. Bellissimo
suggello “La risposta” (dall’altra parte del cancello). Struggente epilogo
“Lettera da Volterra”.
Bisogna viverci, sotto quei
cieli grigi, in quegli scenari urbani. Bisogna sballare, oppure alzare il
gomito al pub quando si ha appena l’età per farlo. Bisogna crescere in un mondo
che appiattisce tutto in un click, così vicino e lontano dalle baldorie di
alcol e anfetamina dei padri che andavano in giro con i pantaloni a zampa
d’elefante. Bisogna circondarsi di tutto questo e di tanta musica, immergersi
nella musica con irruenza adolescenziale, e avere talento, per scrivere le
canzoni che scrive Jamie T. Già paragonato a Dylan e
Burroughs, con le solite esagerazioni d’oltremanica, il ventunenne Jamie Treays
di Wimbledon è il nuovo fenomeno della musica rock d’autore inglese. Portavoce
dell’ultima generazione appena uscita dall’adolescenza, con uno stile aspro,
lo-fi, scarno e sgangherato partorito nella sua
cameretta.
Per Jamie T hanno trovato riferimenti
nel combat-folk urbano (e ormai storico) di Billy Bragg e nell’hip-hop bianco
di The Streets. Io estremizzerei scegliendo l’effetto che mi fanno
i primi Cure ed Eminem, ma la sostanza resta la stessa. Di sicuro Jamie T è
figlio di questi tempi. “Panic Prevention” suona molto vicino a un provino,
anche se è realizzato secondo criteri professionali, e il suo fascino e la sua
freschezza derivano da questo approccio. Jamie non è
un nuovo Dylan, ma è un ottimo cronista della sua epoca. Abile narratore rock ‘n’ roll moderno che utilizza rap, reggae, slogan e
caciara, con creatività. Sfondo hip-hop, apertura in “Calm Down Dearest”,
trascinante groove underground in “Operation”, pop di tendenza “Sheila”,
cavalcata elettrizzante “Ike & Tina”, reggae-rock scintillante “If You Got
The Money”, voce e basso acustico in “Back In The
Game”.
PERTURBAZIONE Pianissimo fortissimo
La musica rock italiana di
questi ultimi anni è vissuta di fasi alterne, eccellenti vertici ed esperimenti
poco riusciti, piccoli “movimenti” e percorsi solitari. Tutti
insieme sparpagliati alla meta, i protagonisti di questa scena si
dibattono in un mercato asfittico, che subisce rovesci continui. Chi conta
sull’integrità pagata a caro prezzo per anni continua
a vivere, ma non diventa un nababbo. Prendiamo il caso
dei Perturbazione, formazione piemontese che fa dell’esplorazione della canzone
la propria ragione di essere. In un altro paese magari i Perturbazione, con le
loro cose più felici, avrebbero avuto maggiore risalto. Invece, fa notizia che
questo quinto album sia il primo per una major (e tutti sperano bene…). Il
gusto musicale del gruppo rimane intatto, il garbo autorale è affinato: chi ama
i Perturbazione non rimarrà deluso.
“Pianissimo fortissimo”, dal
punto di vista compositivo, delle canzoni e degli arrangiamenti (archi ben
dosati, fiati), è un buon album. La difficile via del nuovo indie-pop italiano viene percorsa ancora con talento. Rimane il limite della
vocalità di Tommaso Cerasuolo, che ci fa rimanere sempre nel contesto
ristretto di questa esperienza. Insomma, i Perturbazione appaiono ancora
confinati negli angusti confini della loro cameretta. Speriamo di sbagliarci.
Anche perché qui ci sono due canzoni che potenzialmente potrebbero restare a
lungo: “Nel mio scrigno” (Manuel Agnelli ai cori), sontuoso e teso, bellissimo
indie-rock all’italiana, e l’ottima “Qualcuno si dimentica”, con dosata
elettricità e melodia. Da apprezzare anche una ballatina come “Leggere parole”,
l’arrangiamento di “Battiti per minuto”, il crescendo di “Brautigan (Giorni che
finiscono)”.
Johnny Dorelli e Gianni
Ferrio sono due gentiluomini dello spettacolo italiano. Innamorati del jazz sofisticato, la musica delle grandi orchestre, i motivi di
Porter o Bacharach (Ferrio anche del tango di Piazzolla), hanno segnato pagine
splendide della musica leggera italiana “classica”, quella che ha attraversato
gli anni ’50, ’60 e ’70, in stretto rapporto con le esperienze dei grandi
americani. Dorelli e Ferrio, soprattutto, sono stati leoni inimitabili dello
spettacolo televisivo RAI. Ora il crooner e il direttore d’orchestra tornano
sul luogo del delitto già frequentato con il primo “Swingin’” (2004), che per
Dorelli ha rappresentato un “comeback” gustoso e accolto con grande successo.
La parte seconda mette in risalto la canzone che Dorelli ha portato all’ultimo
Sanremo, “Meglio così”, contorniandola di standard più o meno
datati.
Un album come questo
(offerto a prezzo speciale) è una ulteriore bella occasione
per immergersi in un mondo artistico, quello del famigerato “american
songbook”, dello swing, scoprendo che due italiani come Dorelli e Ferrio,
insieme alla strepitosa orchestra Roma Sinfonietta, sanno interpretarlo e
renderlo con talento, classe e entusiasmo. Qui non si deve parlare di
generazioni di potenziali ascoltatori, bensì di gusto e curiosità per la
musica. Divertendosi e sognando con il tocco vocale di Dorelli (ancora validissimo) si possono imparare tante cose. “Meglio
così” è una canzone d’altri tempi (a Sanremo sembrava davvero fuori posto),
giocata su sfumature eleganti. Ci sono anche il frizzante
classico di Dorelli “Arriva la bomba” (1966) e “In cerca di te” (1936) accanto
ad una scelta dai superclassici di Berlin, Kern, Gershwin, Porter, Carmichael.
Stiamo vivendo un periodo,
nella storia della musica popolare, in cui alcuni grandi si rivolgono al
passato. Lo ha fatto Springsteen omaggiando il
vegliardo della canzone di protesta Pete Seeger e Mavis Staples, ora, batte un
colpo dalla parte del soul e della black music, dedicando un intero lavoro alla
storia, le lotte, l’orgoglio degli afroamericani.
Come storica componente degli Staples Singers, Mavis ha già raccontato la
coscienza collettiva dei neri e del movimento dei diritti civili. Poi anche
come solista ha continuato ad essere un punto di
riferimento e sa bene, da molti anni, che l’espressione “soul-folk” non è
un’etichetta vuota. Tutta questa storia artistica torna in questo disco: Mavis
diventa specchio vocale ed espressivo di un canto collettivo che viene da
lontano. Ascoltatela incalzante, incredibile, nella
fortissima “99 And A Half”, nel crescendo corale di “On My Way”, nella
maestosa “Jesus Is On The Main Line” o quando narra la sua storia personale in
“My Own Eyes” (scritta insieme a Cooder): riscoprirete una grande artista.
Tutto il contesto sonoro è caldissimo, passionale,
diretto. Sono della partita Ladysmith Black Mambazo, gli storici Freedom Singers, Mike Elizondo, Jim Keltner.
JOE COCKER Hymn
For My Soul
Finalmente Joe Cocker è
tornato a fare cose ruspanti, frizzanti, credibili e con un’anima, lontano
dalle tante produzioni patinate che purtroppo hanno limitato il suo spessore
artistico da anni e anni a questa parte. Lo ha fatto in questo godibilissimo album, concepito insieme
ad un produttore di vaglia come Ethan Johns, con ben presente sullo sfondo i
risvolti blues e gospel dell’espressione musicale. Ad
un interprete come Cocker, voce talmente caratteristica da essere diventata un
luogo comune della storia del pop, in fondo si chiede solo intrattenimento di
classe. Ed è quello che ascoltiamo in questo disco, infarcito di accompagnatori
(musicisti e coristi) dal grande pedigree ma soprattutto caratterizzato da
quella naturalezza e freschezza che appartengono ai lavori riusciti. Il resto è
fatto da una oculata scelta del repertorio (perlopiù
storico).
Il suono è brillante e
ottimamente costruito, moderno e classico. Non c’è neanche una virgola fuori
posto dal punto di vista musicale. La voce di Cocker non cambia mai e colora
tutte le canzoni con personalità e carattere. L’album dura meno di 40 minuti, come ai vecchi tempi. Gli estimatori del leone di
Sheffield troveranno ottimi motivi per tornare nei negozi di dischi. Si apre
con una frizzante “You Haven’t Done Nothin’” (Stevie
Wonder). “One Word (Peace)” (Subdudes) è lieve e
dolce, ben arrangiata. Bellissima atmosfera, carica
spirituale per “Long As I Can See The Light” (John
Fogerty), bella e coinvolgente “Beware Of Darkness” (George Harrison). Cocker è come un topo nel
formaggio con il blues & soul scoppiettante di “Rivers Invitation” (Percy
Mayfield). Si impegna in una sentita, partecipata
versione di “Ring Them Bells” (Bob Dylan).
JESSE MALIN Glitter In The
Gutter
Torna Jesse Malin, il
dropout di New York amato da chi ama gli eterni perdenti del rock, i
cantastorie fuori dal coro e dall’andazzo imperante. Con due album come “The
Fine Art Of Self Destruction” e “The Heat”, Malin si è costruito la credibilità stradaiola. Con “Glitter In The Gutter”, prova a
far splendere le sue storie per un pubblico potenzialmente più largo del solito
underground. Ospitando il capoccione Bruce Springsteen, e poi
l’amico Ryan Adams, Josh Homme e Jakob Dylan. Il rocker ha lasciato le
stradacce della Grande Mela per lavorare a Los Angeles. La sua voce
inconfondibile viaggia su melodie elettriche che hanno del classico o sfuriate
al confine del punk (di cui è stato adepto). Malin è uno di quegli artisti che
sanno infondere nuova linfa nel rock contemporaneo, conservando la tensione e
la bellezza delle storie sciorinate in pochi minuti. Come Adams, è a suo modo
un neoclassico.
Il precedente “The Heat” era
forse più emozionante. Questo album ha più varietà. Emblematico uno dei brani più belli, “Broken Radio” con
Springsteen e Adams, una ballatona elettrica che potrebbe spalancare le porte
del mainstream. Talvolta Malin tocca territori familiari, che so, al pop
Counting Crows, ma non è peccato. Anche perché sa sfoderare pezzi sferraglianti
come “Prisoners Of Paradise” (con Chris Shifflet dei Foo Fighters). In
generale, “Glitter In The Gutter” è un’opera equilibrata, ispirata e riuscita
di moderno rock ‘n’ roll, ad alti livelli. E speriamo
che porti fortuna a Malin, facendone un nuovo, piccolo Boss: se lo merita. Ascoltare per
credere “Don’t Let The Take You Down”, “Black Haired
Girl” (con Dylan), “Lucinda”, “Bastards Of Young” (cover dei Replacements), “Aftermath”.
JULIE FEENEY 13 Songs
Si continua a parlare delle
nuove cantautrici. Tra gli esempi recenti di rivelazione al femminile c’è la
bravissima Regina Spektor, che ha saputo ritagliarsi uno spazio anche sulle
onde radiofoniche. Julie Feeney, irlandese di Galway, assomiglia un po’ alla
Spektor, ma anche di striscio a Kate Bush, però con una voce e una personalità del tutto originali. Innanzitutto perché questo è un disco
breve e intenso, autenticamente autoprodotto, registrato a casa dall’autrice
che canta, compone e suona nove strumenti diversi. E poi perché, in Irlanda, ha
rappresentato nell’anno passato un autentico fenomeno. Uscito praticamente a spese di Julie, “13 Songs” ha vinto il più
prestigioso premio musicale irlandese (Choice Award) facendo della Feeney “the
next big thing”. E guadagnandole una grande distribuzione.
Il mondo di questa artista non ha di certo un appeal “popolare”. È
importante infatti notare che Julie Feeney ha una
formazione classica, e si sente. In certi casi, la sua musica tocca atmosfere
colte “contemporanee”, senza però appesantirsi. Indicativo il fatto che sia già
stata paragonata a Laurie Anderson. Ma anche qui,
L’anno scorso, Bryan Ferry
si è fatto rivedere con i Roxy Music in concerto, e si è parlato molto della
rinascita di questa formazione storica dell’art rock
raffinato e seducente. Il nuovo album dei Roxy, dopo un quarto di secolo, è già
stato annunciato, ma viene preceduto da questa bella e
singolare opera solista di Ferry. Un omaggio sentito, stiloso
e molto godibile a Bob Dylan e alle sue canzoni. L’artista aveva già
interpretato, con una cover memorabile (erano altri tempi) “'A Hard Rain's
A-Gonna Fall” nel 1973, e comunque Ferry, a parte il lavoro come autore, è
sempre stato un eccellente e personale interprete. Anni fa si è esercitato con
gli standard degli anni ’30 e adesso rilegge il Menestrello come un attore
farebbe con Shakespeare: cioè le storie di Dylan si riflettono nello stile di
Ferry.
Con “Dylanesque” si dimostra
come il repertorio di Bob Dylan sia “musicalmente” vivo. È curioso che Ferry
riporti Dylan alla “chiarezza”, alla pulizia espressiva, quando lo stesso
Dylan, in concerto, si applica sistematicamente a biascicare parole e note dei
suoi classici. L’album è stato inciso in un brevissimo periodo, e la freschezza
si sente. Ferry ha registrato una ventina di cover, scegliendone 11. Non ha rinunciato a proporre canzoni-mito come “The
Times They Are A-Changing”, “Knockin’ On Heaven’s Door”, “All Along The
Watchtower”, proprio perchè ha saputo specchiarle
nelle sfumature della sua personalità. Non ci sono stravolgimenti, piuttosto
coinvolgenti e inventive riletture. Si dirà: con certi classici è facile andare
sul sicuro. Però, se si è Bryan Ferry è meglio. Con “Simple Twist
Of Fate”, “To Make You Feel My Love” (intensissima),
“Positively
GRINDERMAN Grinderman
Per non rischiare di
sembrare uomini di mezza età che cercano di sfuggire alla decadenza recitando
sempre la stessa parte scellerata, quattro noti signori hanno inventato qualche
altro motivo di interesse per sé stessi, qualche
percorso alternativo della propria attività. Una considerazione del genere, con
un po’ di ironia, vale per il nucleo della storica
band Nick Cave And The Bad Seeds, impegnato in questo progetto alternativo come
Grinderman. Nick Cave (voce, chitarra elettrica, organo e piano), Warren Ellis
(bouzouki elettrico, Fendocaster, violino, viola, chitarra acustica, cori),
Martyn Casey (basso, chitarra acustica, cori) e Jim Sclavunos (batteria,
percussioni, cori) hanno registrato l’anno scorso a
Londra le canzoni di questo album. Ultimamente, i quattro lavoravano come
nucleo motore per tutto l’ensemble dei Bad Seeds, dedicandosi anche a progetti
per il cinema e per il teatro. Con queste scarse coordinate di riferimento si
può già capire molto di “Grinderman”, un album che non mi sembra un’opera di riferimento per il rock
contemporaneo, piuttosto un esempio di come un rivolo del grande fiume possa
assumere una fisionomia peculiare. Non è musica totalmente autoreferenziale
alla storia di Cave e soci, perlomeno non ancora un universo richiuso in sé stesso. Piuttosto, sul versante positivo, sembra che Cave
porti a sviluppi maggiori il lato teatrale della sua espressività elettrica.
La
musica dei Grinderman è comunque vitale, interessante, non è tediosa, non
lascia indifferenti. Ripensando a cinema e teatro, il carattere “da commento
sonoro” è uno degli elementi positivi più immediatamente percepibili, unito ad un carattere visionario spintissimo (che talvolta
richiama certi Doors). Ma soprattutto, sullo sfondo
resta la cronaca delle maledizioni e delle gioie, narrata spoken word, ritmata,
cantata, urlata. Anche se, per comodità, includeremmo Cave e soci nel mondo del
“rock”, i riferimenti concettuali continuano ad essere
basati sui pilastri, blues e jazz, della cultura afroamericana, e in questo
disco tutto ciò si sente di più. “Grinderman” è un’opera agile, diretta, in alcuni passi notevole e coinvolgente. Resta il solito
limite, l’atteggiamento maudit-a-ogni-costo che
traspare in qualche occasione (ma in fondo, si tratta sempre di show-business).
L’album può essere ascoltato come un tutt’uno coerente, facendo tracimare di
passo in passo visioni e note. Ma in ogni caso si
stagliano brani come “Electric Alice” (riferita ad Alice Coltrane), blues
lamentoso e teatrale, “Depth Charge Ethel”, canzone veloce e schizzata,
dedicata a una prostituta tossicomane, “Go Tell The Women”, narrativo,
essenziale, blues molto suggestivo, “(I Don’t Need You
To) Set Me Free”, onda rock-blues quasi classica, il pezzo più “facile” del
disco, in crescendo, che riecheggia persino gli Stones di “Sympathy For The
Devil”, e la conclusiva “Love Bomb”, urticante e acida cavalcata, che suona
sospesa nel tempo.
Con
le tecniche di registrazione di oggi è difficile trovare un disco che suoni
“male”. Piuttosto, il giudizio sulla qualità sonora attiene al “sound”
complessivo che si riesce a creare, all’immagine sonora che dovrebbe
corrispondere al contenuto artistico. “Grinderman” è un disco ben fatto dal
punto di vista sonoro, con tutti gli elementi (voce in primis) che si modellano
e si bilanciano per creare l’espressione. Non è neanche troppo cupo. Se si alza
il volume, l’impatto è eccellente e sembra di avere Nick Cave e le sue
ossessioni dentro il cervello. Uno standard artistico che è diventato quasi una
maniera viene restituito in modo brillante.
PINO DANIELE Il mio nome è Pino
Daniele e vivo qui
Per una volta iniziamo a
parlare della “parte tecnica”, ovvero dell’esecuzione
e della ripresa della musica, a proposito di questo nuovo album di Pino
Daniele. Ebbene, l’esecuzione delle musiche alla chitarra, è sempre e comunque
stellare: può ancora una volta fare da modello per tanti aspiranti strumentisti
che studiano le partiture di Pino cercando di imitarlo. Il sound complessivo
del disco è muy caliente, corposo, rotondo, fascinoso,
insomma perfetto. Detto questo, saremmo già a buon punto per esprimere un
giudizio di valore su questo nuovo passo della carriera di uno tra i più grandi
compositori di musica popolare italiana del Novecento. Il livello delle
composizioni è qui più che discreto, anche se c’è una certa debolezza (costante
degli ultimi anni) in alcuni testi. Gli ospiti, cominciando da Tony Esposito,
arricchiscono l’insieme.
L’album si apre con il
singolo “Back Home”, in cui Pino impazza con un ricamo chitarristico “da
fenomeno”, un po’ alla Santana, che fa da contrappunto alla voce. Molto meglio “Vento di passione”, ballata stupenda a due voci con
Giorgia, vero esempio di grande musica latina. Anche l’altra canzone con
Giorgia, “Il giorno e la notte”, vale molto, è caldissima, sensuale e
avvolgente. Ci esaltiamo anche con “Mardi Gras”, elegante souplesse brasileira
con Alfredo Paixao e il Peter Erskine Trio, che
partecipa e aggiunge valore alla spiritosa “Blues del peccatore”. Pino torna ad
accennare il napoletano con “Ischia sole nascente” (singolare pezzo
etno-trance, ottimo per un remix) e “Passo napoletano” (jazzy-funk napoletano
ritmato, aperto e suggestivo): e in questi ultimi due
brani è libero di sciogliere la musica, l’elemento più riuscito di questo
album.
AA.VV. We All Love Ennio Morricone
Come non dichiararsi
d’accordo con il titolo di questo album tributo? Tutti
noi amiamo Morricone, in particolare quelli di noi nati negli anni Cinquanta,
che sono cresciuti con le sue melodie parallelamente ai nostri coetanei inglesi
che crescevano con le canzoni dei Beatles. Come i Beatles e pochi altri, Ennio
Morricone ha saputo rivelare mondi musicali nuovi, suggestivi
e inventivi, e da un punto di partenza difficilissimo, quello di autore di
colonne sonore. I temi di Morricone, come i tanghi di Piazzolla, sono tra i
pochi elementi che distinguono la musica popolare del Novecento fuori dal rock
angloamericano o dal blues e jazz afroamericano. Questo
album è il frutto di un lavoro di anni, coordinato e prodotto da Luigi Caiola.
Si parte dall’assunto (verissimo) che Morricone è il compositore più amato dai
rocker, per allargare il discorso ad altre sensibilità.
Lo stesso Morricone
partecipa con alcuni brani, e sono eccellenti esecuzioni, e con passaggi di
transizione tra le diverse tracce, creando un insieme il più possibile
omogeneo. L’album è uscito soprattutto per festeggiare il tanto sospirato Oscar
alla carriera ricevuto dal Maestro, ma non è completamente riuscito, il livello
è alterno. Tenendo in blocco i contributi morriconiani, si può tranquillamente
fare a meno delle mielose e stentoree versioni di Celine Dion e Andrea Bocelli,
scartando anche i Metallica che suonano “The Ecstasy Of Gold”
come i Litfiba. Quincy Jones e Herbie Hancock sono in gran forma jazz con “The Good, The
Bad & The Ugly”. Springsteen così così, bene Yo-Yo Ma, dolce, frizzante, il “Conmigo”
lounge di Daniela Mercury e Eumir Deodato, carino “Je
changerais d’avis” (“Se telefonando”) di Vanessa And The O’s.
STOOGES The
Weirdness
Eccolo, il grande ritorno
degli Stooges di Iggy Pop, ovvero l’Oltraggio fatto
rock ‘n’ roll, secondo l’iconografia comune. Solo che oggi, in America, ho l’impressione che il massimo della destabilizzazione
venga dalle smutandate Britney-Paris, che secondo i media rischiano di traviare
in massa le tredicenni. Gli Stooges, sono roba da baby-boomers che si
ricordavano le prime canne e i primi acidi, le fughe contro tutto
e contro tutti. Appunto, c’era una volta. Uno come Iggy che oggi declama “My
idea of fun/is killing everyone” non impressiona più di tanto, nella terra dei vari Marilyn Manson. “The Weirdness” (la stranezza, il
mistero) è quindi un affare di puro rock ‘n’ roll, una
“revue” elettrica che mostra un certo aspetto dello show-business made in USA.
Comunque, per chi vi si accosta liberamente, un disco
gagliardo.
Iggy aveva già chiamato Ron
Asheton (chitarra) e Scott Asheton (batteria) nel suo album del 2003 “Skull
Ring”, e i risultati erano stati eccellenti. Nei nuovi Stooges, ai tre si è
aggiunto un super bassista, Mike Watt, (più il sassofonista originale Steve
Mackay) e via così. Produzione del santone underground Steve Albini, per un
disco di carta vetrata vintage, di randellate, svisate, pestate e vocalizzi
stentorei, insomma garage rock ‘n’ roll secondo il
canone proprio degli Stooges. Registrazione in presa diretta comme il faut.
L’album inizia con quattro pezzi in apnea, da notare “ATM” e “Idea Of Fun”,
prima di approdare alla title-track, più composita,
“posata” e colorita nel canto. In “Free And Freaky”, ottima,
c’è Brendan Benson dei Raconteurs. Bene “Greedy Awful People”, “The End Of Christianity”, “Passing Cloud”. Ora i fan non vedono l’ora di scatenarsi ai concerti.
RY COODER My Name Is Buddy
Ecco un disco che passerà
sicuramente inosservato nel mare magno della cultura pop odierna. Mentre
miliardi di persone sono occupati a rimbambirsi di video, sono gli artisti come
Ry Cooder che si concentrano sugli aspetti simbolici
della storia di tutti, che la raccontano non banalmente, che scelgono strade
tortuose rivolgendosi a una tradizione sempre meno frequentata. “My Name Is
Buddy” è un disco a tema, una favola come quelle di una volta, la storia del gatto
rosso Buddy che racconta il mondo visto dalla sua prospettiva. È anche il
secondo capitolo di una trilogia iniziata con “Chavez Ravine”, epopea musicale
sulla comunità messicana di Los Angeles. Buddy vive nell’America degli inizi
del ‘900, racconta e commenta soprattutto le vicende degli umili, a ritmo di
folk genuino.
Per niente facili, uomini
sempre poco allineati, Cooder e gli amici che hanno contribuito: Van Dyke
Parks, il figlio Joachim Cooder, Paddy Moloney, Pete e Mike Seeger, Roland
White, Flaco Jiménez, Jon Hassell e tanti altri. L’opera ha uno spessore non
comune, nonostante la veste spesso giocosa e i toni musicali coloriti o da
fiera che animano le musiche. Ma il segreto è questo,
affidarsi al viaggio di un gattone che ci fa riscoprire la storia di un paese,
e quanti contrasti, quante lotte, quanto razzismo e quante sconfitte dei poveri
questa storia abbia raccontato. Il vegliardo Pete Seeger fa capolino e si crea
un ponte con l’album omaggio di Springsteen, solo che qui Cooder firma tutto materiale
originale. Spaziando mirabilmente, insieme ai suoi musicisti,
tra arie campagnole, soul-gospel, jazz e ballata. “My Name Is Buddy” ha
la miracolosa levità di una novella per bambini e la rilevanza di un’opera
letteraria.
Mika Penniman,
segno dei tempi, era già famoso prima di pubblicare “fisicamente” il suo primo singolo best seller “Grace Kelly”. Prodigi delle comunità online, che ultimamente lanciano nuovi
protagonisti del pop e del rock a getto continuo. Paragonato a Freddie Mercury,
Elton John, George Michael, Scissor Sisters e quant’altri, Mika è arrivato
quindi all’uscita di questo suo primo album sulla scorta di una reputazione da
“fenomeno” guadagnata in pochissimo tempo. Ma in
effetti, trattandosi solo di pop music, bisogna considerare il valore del
repertorio, il talento che mette in luce. E quelli affiorano. Questo album è davvero come un cartone animato,
coloratissimo, brillante, giocoso. Leggero, molto leggero:
un frullatore pop di questi tempi in cui tutta la storia si appiattisce in un
click.
“Life In Cartoon Motion” è un lavoro che ha l’aria e
la fama del disco autoprodotto, e invece (le favole non esistono) è
confezionato a regola d’arte con collaboratori ben svegli. La freschezza del
personaggio uscito dal nulla è tutelata, il suo mondo scoppiettante è descritto
secondo i canoni pop che possono conquistare il mondo. “Grace Kelly” è una canzoncina-gioiello
che richiama mezza storia della musica inglese, pur non avendone l’aria, con
Mika che sa già strizzare (vocalmente) l’occhio a divi di ieri e di oggi
viaggiando sul falsetto. In alcuni casi suona come un Robbie Williams più
spensierato. Bella melodia e gancio in “My Interpretation”, amore gay nel pop accattivante di “Billy Brown”, groove efficace in
“Big Girl (You Are Beautiful)”, prova vocale nella ballatona “Over My
Shoulder”, citazione ruffiana dei Cutting Crew (!) in “Relax (Take It Easy)”,
falsetto para-disco in “Love Today”.
Alla soglia dei 50 anni, Belinda
Carlisle, reduce della wave-rock d’antan con le Go-Go’s e poi personaggio da
classifica negli anni ’80-90, fa come molte sue colleghe arrivate a una certa
età. Sceglie una strada diversa, si potrebbe dire “più matura”. In questo caso,
l’artista ha fatto una svolta decisa incidendo un album di canzoni francesi
degli anni ’40, ’50 e ’60, cantando nella lingua di Molière e facendosi
accompagnare da Brian Eno, Fiachna O'Braonain (Hothouse Flowers), Sharon
Shannon, Julian Wilson (Grand Drive) e Natacha Atlas. Ma
anche con queste premesse, una simile operazione sembrava rischiosa: cantare
credibilmente in francese non sembra cosa da poco. Charlotte Gainsbourg e Carla
Bruni cantano in inglese, Belinda in francese, curioso no? Invece, il complesso
del disco regge.
La produzione di John Reynolds crea un insieme coerente, il sound è moderno e
rispettoso del contesto. La voce della protagonista
cerca le sfumature espressive necessarie alla resa di canzoni diventate icone
della musica leggera internazionale. Il livello medio è soddisfacente, ma non
mancano gli episodi meno riusciti. C’è varietà di atmosfere, anche se alla fine
si tratta dell’ennesimo album di cover uscito in questi anni. Su tutto la
scattante, da film di Tarantino, “Contact” di Gainsbourg, non dimenticando
“Bonnie at Clyde” dello stesso autore (duetto con
O'Braonain), dall’atmosfera giusta e noir; la superclassica, divertente e
colorita “Sous le ciel de Paris”; la dolce “Des ronds dans l’eau”, con un vago
beat in sottofondo; la corposa e “rock” “Pourtant tu m’aimes”; la zingaresca e
brillante “Jezebel”. Non entusiasmano “La vie en
rose”, disco vecchio stile un po’ alla Cher, e “Ne me quitte pas”.
YOKO ONO – AA.VV. Yes, I’m A Witch
Innanzitutto il titolo. Non
poteva essercene uno migliore per un disco che ha al centro la megera più
discussa della storia del rock. La vedova Lennon per tutti, l’artista
concettuale e art-rocker per un pubblico notevolmente più ristretto, ha
incontrato, se così si può dire, i rocker delle nuove
generazioni. Ognuno di loro ha potuto scegliere dal catalogo di Yoko una
pozione sonora da rielaborare e quasi tutti, per i rispettivi brani, hanno
scelto di conservare solo la voce o poco più. Così è nato qualcosa che sta a metà tra l’album tributo e la quasi integrale riscrittura
delle canzoni. Ovviamente ognuno degli artisti coinvolti ci ha messo il suo
stile e il suo marchio e il risultato è curioso.
Perché alla lunga il repertorio di Yoko ha acquistato prestigio, persino in
campo dance, e perché il tutto suona molto fresco.
La voce inconfondibile della
protagonista suona sempre perfetta e le sue melodie, anche se riprocessate,
confermano un’attualità di fondo che tanti non
ricordavano. Yoko come anticipatrice della lunga “wave” di frontiera iniziata
oltre un quarto di secolo ci sta tutta. Così la strega ci ha messo ancora nel
sacco, stimolando un’opera creativa da sentire, anche per recuperare la
curiosità sulle versioni originali dei brani e la loro storia. Il cast di freak
musicali che hanno fatto corona, è infine ben bilanciato. Piuttosto che il
pazzesco free rock di “Cambridge 1969/2007” (Wayne
Coyne), mi piace segnalare la nuvola di bellezza di “Toy Boat”, la rarefatta
“Revelations” (Cat Power), l’originale e intensa “Walking On Thin Ice”
(Spiritualized), il groove di “Sisters O Sisters” (Le Tigre) e “Everyman… Everywoman” (Blow
Up), il birignao funk-beat di “Kiss Kiss Kiss” (Peaches).
JOHN MELLENCAMP Freedom’s Road
Arrivato ormai al suo
ventunesimo album, John Mellencamp si staglia come una di quelle personalità di
riferimento per la storia del rock americano. Veterano e
incazzato, facile capire con quale eminente personalità politica (un tale
George W.). “Freedom’s Road” è un album che si
presenta già a cominciare dal titolo, come una sorta di manifesto dell’America
liberal viscerale e attenta alle radici. Il George di cui sopra viene descritto come un “pagliaccio da rodeo” nell’ultima,
ottima traccia nascosta “Rodeo Clown”, in cui gli Stati Uniti di oggi appaiono
come una “nazione arrogante”. Il vecchio John si sente come un pesce fuori
dall’acqua commerciale imperante, uno che deve cedere la sua canzone “Our
Country” (primo squillante singolo) alla pubblicità pur di farla sentire al
grande pubblico, in regime di playlist bloccate.
Mellencamp è uno di quegli
americani che guardano con semplicità, fiducia e rispetto al prossimo, e nota
come tutto questo non sia troppo di moda a livello internazionale. Ma sa anche
giocare sul sempreverde feeling del rock ‘n’ roll, su
una voce che aggiunge sempre nuove sfumature, su uno stile e un incedere
musicale divenuti proverbiali. È strepitoso, secondo
me, in due fortissimi pezzi rock tesi e viscerali come “My Aeroplane” e “Heaven
Is A Lonely Place”, oppure snocciola passione e scintille, canto disteso alla
Boss, ritornello super in “The Americans”. Echi western, bei cori, un duetto
con Joan Baez (“Jim Crow”) dal risvolto drammatico,
aperture rock classiche e accattivanti, toni folk, fanno il resto per
raccontare un artista così completo e ancora così vitale. “Freedom’s
Road” è un’ottima prova di maturità, racconto elettrico di valori, storie ed
emozioni.
BLOC PARTY A Weekend In The City
Hanno esordito con quel che
serviva, i Bloc Party. Lo stile, retrò e attuale, l’immagine fresca e
sfacciata, le canzoni che funzionano. Non è un caso che questo secondo album
sia stato annunciato come una delle novità più attese oltremanica, un ulteriore check up alla nuova onda di rockers che ha animato
questi anni. Dopo il brillante “Silent Alarm”, lodi, riconoscimenti, vendite
(che non guasta), concerti a valanga ovunque, Kele Okereke e company hanno
ricominciato a metter giù idee e canzoni. Raccontando la “loro” Londra,
emozioni e cadute che si svolgono nell’arco di un fine
settimana, leggere pazzie e cronaca poco allegra. Questo
album è una tirata di undici canzoni che si ascoltano d’un fiato, come un
viaggio in auto a tutta velocità sotto i lampioni accesi. Il risvolto
è spesso notturno, elettrico, incalzante.
I Bloc Party consolidano una
loro cifra stilistica, talvolta offrono composizioni eccellenti, ma manca loro
quel pizzico di genialità, quella marcia in più che fa diventare grandissimi.
Sono una buona band e la loro musica è interessante e rappresentativa di un
certo rock di oggi, ma non arrivano ancora in cima alla vetta. “A Weekend In
The City” inizia con alcune canzoni che rischiano di far spegnere il lettore,
giocate sul nervosismo elettrico ma anche sulla monotonia. Il singolo “The
Prayer” è originale ma il bello viene dopo, con gioielli come “Uniform”, “On”,
“Kreuzberg” e “I Still Remember”, il pezzo migliore
dell’album con una costruzione perfetta. Quando danno un senso
alle doti vocali di Okereke, bilanciano ritmo, melodie e rock, trovano ganci
non banali, i Bloc Party vanno bene. Quando, in “SRXT”, si ispirano
troppo a “By This River” di Brian Eno, il voto scende.
NORAH JONES Not Too Late
Si allarga il denominatore
comune del tono “politico” di certe canzoni, nel repertorio dei cantautori
americani. Persino Norah Jones, finora usignolo del country-folk, non fa
eccezione a questa regola. Il suo terzo album “Not Too Late” inizia con la
ballata “Wish I Could”, che racconta di un ex innamorato partito per la guerra
e poi, in “My Dear Country”, canzone asciutta, interessante, che si presenta
quasi come una serenata, si parla di una rielezione (Bush) avvenuta poco dopo
Halloween, di certo più inquietante del solito “dolcetto o scherzetto”. Sono
questi i brani che fanno notizia legandosi alla cronaca, ma ovviamente c’è
anche il resto di un disco che vede
L’album prodotto dal
compagno di Norah e bassista, Lee Alexander (che firma in condominio
diverse canzoni), a dire il vero non dice molto di nuovo sulla cifra di
questa artista, scivolando in qualche passo nel “carino”, nella già acquisita
maniera jonesiana. Quando le cose vanno bene, affiora il riaggancio ai classici
del rock americana, sempre in buon stile Norah. Atmosfere calda, sovente essenziali. Da notare “The Sun
Doesn't Like You”, una bella e compiuta canzone, il singolo “Thinking About
You” (risale a 7 anni fa) efficace, il canone
jonesiano con country sullo sfondo di “Wake Me Up”, la corposa, gradevole “Be
My Somebody”, “Rosie’s Lullaby”, aperta e matura con un bel refrain, e la
conclusiva, sommessa title-track, con una nota di speranza e cambiamento.
AA.VV. Dreamgirls – Music from
the motion picture
Produrre un film come
“Dreamgirls”, che porta sul grande schermo il bellissimo e storico musical
ispirato alla storia delle Supremes di Diana Ross, in America è considerata un’operazione in grande stile di cultura
popolare. Bisogna rievocare un mondo ai confini tra la black music e il pop,
una sensibilità che fa parte del DNA della stragrande maggioranza dei musicisti
e dello spettacolo statunitensi. Il cast dei
protagonisti è essenziale, così come la confezione dell’album colonna sonora,
un lavoro corale allo stato dell’arte che assuma dignità da Golden Globe e
Oscar. Oltre alle canzoni originali ne sono state aggiunte apposta per il film
di nuove, in sintonia con l’atmosfera generale. Diciamo subito che la
produzione non delude le attese, e “Dreamgirls” è un signor
disco di entertainmente di classe.
Ottimi il talento e la resa
delle tre interpreti principali, attrici e soprattutto cantanti: Beyoncé
Knowles, in cerca di consacrazione, Jennifer Hudson (strepitosa)
e Anika Noni Rose. Ma non scordiamo il vulcanico Eddie
Murphy, tanto bravo con la faccia che davanti al microfono, e l’eccellente
Jamie Foxx. Il sound è ben bilanciato, attuale, lucido ma non leccato. Le
canzoni si dipanano in una galleria di colori, ritmo, emozioni, pezzi di bravura.
Chissà se “Dreamgirls” potrà rilanciare, presso le nuove generazioni,
l’interesse per certi storici dischi Motown… E un consiglio agli “Amici” di
casa nostra: ascoltate questi talenti e sgobbate tanto, anche solo per
avvicinarvi a loro. “Dreamgirls” è un album-musical
omogeneo nel contesto, ovviamente. Ma segnalo comunque “Patience”, “And I Am
Telling You I’m Not Going”, “I Am Changing”, “Listen”, “Hard To Say Goodbye” e
“Dreamgirls (Finale)”.
Carla Bruni è come un cyborg
della bellezza internazionale, una di quelle figure irreali che improvvisamente
possono materializzarsi nella vita di un giornalista. Così scopri che
quell’essere sorride, scherza e ha un bel senso della vita e dell’arte (come potrebbe
essere altrimenti, visto il suo curriculum?). Credevamo comunque che,
nonostante tutto, il suo primo album “Quelqu’un m’a
dit” sarebbe rimasto un episodio isolato. Invece Carla è tornata con un altro
disco, completamente diverso. Undici canzoni di cui lei ha curato la parte
musicale insieme a quel gran rocker francese che è Louis Bertignac, utilizzando
testi/poesie di autori anglosassoni come Wlliam Butles Yeats, Emily Dickinson,
Dorothy Parker o Wystan Hugh Auden. Una bella idea, magari anche furba come
potrebbe obiettare qualcuno.
L’ex supercreatura da
passerella allarga ancora il suo pubblico cantando in inglese? È anche così ma
non solo. Onestamente, non si può catalogare “No Promises” tra gli eventi, ma
tra le produzioni di gusto e talento sì. Le sonorità semplici ed efficaci su
cui la protagonista si esprime sono benissimo composte
e confezionate, si viaggia su una romantica sensibilità folk-elettrica di
stampo anglosassone, con belle melodie. Il problema è che Carla Bruni non è una
vera cantante e queste canzoni ameremmo ascoltarle da
una vera voce rock-blues-folk. Ma non si può avere
tutto dalla vita. Quindi facciamo risuonare davanti al caminetto, per le nostre
serate chic, l’aria quasi country di “Before The World Was Made” (Yeats), la suggestiva “Promises Like Pie Crust” (Christina Rossetti),
il rock gentile di “If You Were Coming In The Fall” (Dickinson), la leggera
tensione di “At Last The Secret Is Out” (Auden).
A 33 anni, Damon Gough (alias Badly Drawn Boy) passa
felicemente dallo status di rivelazione, osservato speciale del nuovo
songwriting inglese, a certezza: personaggio dallo stile ormai definito che può
cominciare ad allargare gli orizzonti della sua popolarità proprio nel momento
in cui, con questo terzo album “One Plus One Is One”, la sua poetica diventa
più raccolta, intima, semplice, la sua musica si adagia dolce e pigra in un
clima di ottimismo e fiducia. Per Gough, l’età della matura giovinezza è anche
quella della completezza delle sensazioni come uomo e padre: passaggio da un
sentimento problematico alla voglia di vedere il lato
bello delle cose. Il suo esordio “The Hour Of Bewilderbeast” è
ancora un fresco, splendente ricordo. Ma questo album,
ostinatamente fuori da schemi e grancasse, può raggiungere ancora più in
profondità. Gough è uno che ha bisogno di un ambiente raccolto per produrre il
meglio. Semplicità, rilassatezza, voglia di guardare
all’essenziale della vita. Voglia di starsene in provincia, a Stockport,
abbozzando insieme all’amico Andy Votel quadri con
pochi colori musicali, in quella penombra del passaggio, da una sensazione
all’altra, da una stagione all’altra, che produce le riflessioni più vere sulla
nostra esistenza. Rock da camera, cantautorato di impostazione
perlopiù acustica, sospeso nel tempo di uno stile “inglese” che rimanda ai toni
di Nick Drake come a certe escursioni più dolci dei Pink Floyd d’antan. La
forza di questa musica è la sua essenzialità. Fascino privato che ognuno cerca
tra le pieghe del suo cuore, entrando in sintonia con gli outsider come Gough,
assolutamente antimoderni, lontanissimi da ogni tendenza, classicamente attenti
all’emozione primaria che tanti menestrelli hanno cantato.
Sarebbe
interessante paragonare Badly Drawn Boy al Max Gazzè
di oggi, nel modo semplice e diretto di fare musica (ancorchè il sound sia ben
distante). “One Plus One Is One” è il classico disco da tenere sul comodino,
pronto per ogni sollievo urgente, per ogni gentile richiesta di calore
musicale: teneramente, dolcemente, appassionatamente lo-fi. La voce del
protagonista è accompagnata da strumenti contati, talvolta da un coro di
ragazzini, applausi sparsi. Flauto e pianoforte caratterizzano certi passaggi.
Non tutto riesce al meglio, ma sono anche le imperfezioni, le bizzarrie non
immediatamente comprensibili, a dare fascino a queste canzoni. Ed è bello
immergersi in questo piccolo viaggio, farsi conquistare a poco a poco. Ognuno
troverà i suoi episodi preferiti. Da ricordare senz’altro la
delicatezza di “This Is That New Song”, bellissima e struggente canzone d’amore
senza tempo. Il mirabile stile musicale coffe-table, quasi jazzy, di
“Another Devil Dies”. La dolcissima “Four Leaf Clover”, ballata leggermente
mossa che è una bellissima dichiarazione di ottimismo e fiducia nel futuro, con
finale di piano e chitarra. La title-track è ariosa e
melodica. Sognante e retrò “Easy Love”. Corale e
bizzarra “Year Of The Rat”. Sghembo e suggestivo
strumentale “Stockport”. Dolce, fascinosa, strutturata
e corale “Holy Grail”. Disinvolta e rock “Summertime In Wintertime”, lezioncina
sulla pazienza e l’aspettativa.
Questo
album suona, nel complesso, come un disco di una volta, di quelli con un capo e
una coda. Non per fare scintille su tutta la gamma sonora, piuttosto per
riportare un clima generale di passione, sonorità perlopiù acustiche riportate nella loro essenza. Siamo anche noi in studio con
Damon e Andy.
Molto moda, molto fashion, fare un album come questo. C’è un
concentrato di Vip del mondo della musica-spettacolo
di tendenza. Cominciando naturalmente dalla figlia d’arte Charlotte Gainsbourg,
attrice che vediamo di questi tempi al cinema in “Nuovomondo” di Emanuele
Crialese. Complice un incontro (casuale?) con Nicolas Godin ad
un concerto dei Radiohead a Parigi (così narra l’aneddotica) a Charlotte è
tornata la voglia di cantare. E così è nato “5:55”, produzione del mago Nigel
Godrich, con un bel gruppetto di artisti a firmare e suonare per la
protagonista: i due Air Godin e Jean-Benoit Dunckel, Jarvis Cocker, Neil Hannon
(Divine Comedy) e, ciliegina sulla torta, il padre di
Beck, David Campbell, a curare gli arrangiamenti d’archi. Se vi pare poco. Le
emozioni e le impressioni suscitate da questa musica, costruita con pennellate
descrittive, suoni di piano, la voce sottile della protagonista, sono volatili
e delicate.
Charlotte Gainsbourg
cantante è merce per salotti hi-tech scolpiti nel design, aperitivi, after
hours rilassanti, birignao letterari e cinematografici.
Ma non bisogna essere troppo cattivi, in effetti
l’album si fa sentire con piacere e acquista senso e validità con gli ascolti. Una sola canzone tutta in francese (la fascinosa, ben arrangiata “Tel
que tu es”) il resto in inglese. Talvolta si intuisce
uno spin-off dei lavori degli Air, ma a conti fatti il disco ha un suo
carattere. L’atmosfera è di classe e il sound è eccellente. Si
inizia il sogno con la title-track e si continua con “Beauty Mark”, ci
si incanta con “Jamais”, la canzone più completa del disco. “Morning Song” ha
un tono passionale, “The Songs That We Sing” incede piena. Impressione wave in
“The Operation”.
HOOVERPHONIC No More Sweet Music
La nuova musica pop europea
deve qualcosa al terzetto belga degli Hooverphonic. Nel 1997 il loro esordio “A
New Stereophonic Sound Spectacular” si innestò in un
filone trip-hop elettronico che rappresentava la new thing del momento. I
singoli “2 Wicky” e “Mad About You” (bisogna averceli, se no si passa
inosservati) trainarono in pochi anni la carriera di Geike Arnaert, Alex
Callier e Raymond Geerts. Oggi gli Hooverphonic sono arrivati al quinto album
in studio con una formula singolare. Si tratta di un disco doppio che presenta
gli stessi undici brani in due vesti sonore diverse, “dolce” e “non più dolce”. Ovvero con una lettura più pop e
orchestrale, ariosa da una parte e un piglio più elettronico-remix dall’altra.
Al loro meglio, gli Hooverphonic conservano la capacità artistico-artigianale
di dipingere atmosfere creando soluzioni quasi cinematografiche.
È anche grazie alla storia di questi tre artisti che
il cosiddetto europop ha pututo affrancarsi dai dazi puntualmente pagati alla
scena britannica. Attualmente non c’è più quello
spunto “di moda” che ha portato la band a issarsi sulla cresta dell’onda.
Comunque un certo fascino, l’aria chic ma non fastidiosa di questa musica, possono essere spesi per tutte le stagioni e i sentimenti
dell’ascolto. Melodie, ritmica, tessiture, arrangiamenti, il carattere della
voce di Geike e, perché no, anche quel certo birignao da spot pubblicitario o
film di 007 fanno il resto. Da ricordare “Ginger”,
ariosa e bellissima, la canzone migliore, “You Love Me
To Death”, “We All Float”, la title-track, praticamente una cover di “Lujon” di
Henri Mancini, “Dirty Lenses”. I remix del secondo disco aggiungono, in alcuni
casi, non scontate variazioni.
THE ZUTONS Tired Of Hanging Around
Il calderone rock di
Liverpool ha sfornato, tra le tante novità degli ultimi anni, anche la musica
degli Zutons. La band di David McCabe ha esordito due anni fa con “Who Killed…
The Zutons” e da allora ha fatto concerti su concerti guadagnandosi uno
spicchio di attenzione nell’affollatissimo
panorama rock ‘n’ roll inglese. In “Tired Of Hanging Around” McCabe e i suoi
raccontano con spirito caratteristico i casi della vita, con pezzi belli
elettrici e compatti. La produzione è di una volpe come Stephen Street. La
musica dei Zutons è fresca e coinvolgente, da party
rock: ben costruita e variata, corposa, con l’apporto del sax della bella Abi
Harding, ad esempio, che arricchisce la tavolozza sonora. Si direbbe
anche poco “inglese”, aperta e ruffiana quel tanto da poter acchiappare a
dovere anche i fan oltreoceano.
I cinque rockers guidati da
McCabe, che canta, scrive e suona chitarra e piano, in
un certo senso fanno musica senza tempo, basata soprattutto sulla riuscita
delle composizioni e dell’arrangiamento complessivo. C’è
buon spazio per la fantasia, le variazioni, il gioco, qualche reminiscenza
sixties e un vago sentore di teatralità. Il livello medio delle canzoni è buono
e c’è da scegliere. I musicisti sono affiatati e hanno un buon tiro. Si parte
con la title-track, frenetica dall’ottimo refrain. “It’s
The Little Things We Do” è giocosa e brillante. “Valerie”, il brano più bello, ha un ritornello
super. Rutilante ma niente di più il singolo “Why Don’t You Give Me Your Love?”. Rock-pop frizzante con echi
Springsteen in “Oh Stacey (Look What You’ve Done”. Stomp veloce ed elettrico “Hello Conscience”. Molti
brani sembrano fatti apposta per guadagnare in bellezza nei concerti.
BEBE
Pafuera Telarañas
Siamo in piena estate e si
tende a riascoltare con un sentimento diverso la musica caliente.
L’artista spagnola Bebe, rivelazione (a suon di dischi venduti) nel suo paese e
nuovo fenomeno della musica latina, viene pubblicata
anche in Italia. Ai Latin Grammys dell’anno scorso, Bebe ha avuto cinque
candidature vincendo il premio di artista rivelazione (ed è stata battuta da
Laura Pausini per l’importante premio all’album femminile). Quest’anno, grazie
al singolo “Malo”, un tormentone sui generis con un testo molto forte sulla
violenza alle donne, la cantante ha occupato le nostre frequenze radiofoniche.
Lo stile di Bebe è stato definito “flamenco femminista” ma è la solita
etichetta di comodo, anche se suggestiva. Le sue
canzoni sono energiche e passionali, legate a una cultura popolare a noi
contigua.
“Pafuera Telarañas” è il
primo album di Bebe, classe 1978. Prodotto da Carlos Jean,
unisce suoni di origine acustica, elettrica ed elettronica. Sonorità brillante
al servizio della bella voce della protagonista. Siamo
decisamente in campo pop, con venature e coloriture varie, canzoni che possono
crescere dal vivo. Dopo diversi ascolti si entra gradevolmente nel mondo di
Bebe, apprezzando il suo carattere di autrice e interprete, senz’altro lontana
da una Shakira ad esempio (una certa rusticità, spontaneità di
fondo è anzi piacevole). “Malo” ha un gancio infallibile e carattere, ma
anche un clichè latin che la limita. Episodi più sommessi e intimi (“Siempre me
quedarà”, “Revolviò”, “Cuidandote”) si alternano ad atmosfere più frizzanti,
tra arie pop-rock, reggae-ska o etno (“Con mis manos”, “Ska de la tierra”, “Siete horas”). Bebe è spagnola ma è cittadina del mondo. Il
mondo pop di oggi.
PIERO PELÙ In faccia
Di fronte al bivio,
continuare oppure stare un po’ in disparte e tornare tra qualche tempo con un
disco-evento, Piero Pelù ha scelto la prima soluzione. La sua storia di solista
prosegue con una nuova casa discografica e con questo
album, che però rappresenta in qualche modo una svolta, una “terza vita”. È un
disco asciutto di componenti sonore: la voce ancora
strepitosa dell’ex Litfiba, ma meno caricata da gigione, e pochi strumenti. Poi
c’è la dichiarazione d’intenti sui tre motivi conduttori dell’album,
appartenenza, comunicazione e lentezza. Ma può essere
una chiave di lettura marginale, solo dopo aver capito di che pasta siano fatte
queste canzoni. Alla fine, come sempre, conta la musica e quella di “In faccia”
ci risveglia mediamente il ricordo di un Pelù pimpante, credibile, non
caricaturale.
Piero deve ancora imboccare
una nuova, matura e profonda strada da solista, liberandosi definitivamente da
qualsiasi limitazione e giocando con la musica e l’elettricità come la sua voce
e la sua personalità storica meritano. Questo album lo
prendiamo come un primo, buon passo in questa direzione. Finalmente la voglia
di asciugare, lui al microfono e il trio che lo accompagna, sembra chiarire
alcune idee, insieme ad un buon livello dei brani (che
però cede nella parte finale). L’ombra del Pelù dei Litfiba si fa meno
ingombrante e anzi riaffiora positivamente ogni tanto. “Tribù” è un singolo di
carattere che alla fine funziona. Rock classico da strada nel deserto “Velo”
(il velo islamico che diventa anche il nostro), misura
e presenza in “Lentezza” (sull’equilibrio di ognuno), buona e suggestiva “Fiorirà”,
rock disteso e veloce “Segni in faccia”, ruvida e ben giocata “Sorella notte”.
RED HOT CHILI
PEPPERS Stadium Arcadium
I Red Hot Chili Peppers
stanno ripercorrendo i passaggi quasi obbligati di molte band “storiche”, di quelle
che hanno un quarto di secolo o più di storia all’attivo. Alla fase esplosiva
della rivelazione di stile e talento seguono, come in un
libro scritto tante volte, scelleratezze e rinascite, e poi un
consolidamento della maniera sulla vetta di una montagna di miliardi. Il
penultimo album del quartetto californiano, “By The Way”, ne aveva rivelato una versatilità e una capacità musicale e autorale
fuori dal comune. Era un disco magari definito “moscio” dai fan della prima
ora, ma pieno di cose interessanti e canzoni da ricordare. Questo “Stadium
Arcadium”, un ricco doppio, è come un’illustrazione, meglio un affresco, del
rock dei peperoncini oggi: con tutto il bene e il male che se ne può dire.
Da anni i Red Hot Chili
Peppers sono una corazzata di dischi, video, concerti, simbologia rock, fatturati di rilievo, atteggiamento “giusto” da additare e
musicalità elettrica, opinioni controcorrente. La voce di Anthony Kiedis e il
groove nero-bianco della band sono familiari, hanno riconquistato l’ultima
generazione. Il nuovo album, prodotto da Rick Rubin, è il classico “discone”
strombazzato dalla stampa specializzata e non. Però non c’è molto di nuovo. L’alluvione di canzoni
(suonatissime: che chitarra!) è di buon livello, variegato. Ma
spesso manca quel senso di avventura che abbiamo provato anche con il disco
precedente. “Stadium Arcadium” è quindi una bella compilation, darà benzina ai
concerti che restano un must e arricchirà di molto i conti in banca del gruppo
(con esordi al numero
D.RAD
Il Lato D
Accogliamo questo triplo
tributo a D.RaD-Stefano Facchielli, l’uomo dub-elettronico degli Almamegretta
scomparso in un incidente stradale due anni fa, con un po’ di malinconia. Come
se ci accorgessimo solo ora che l’addio al musicista, che ha collaborato con
moltissimi altri colleghi, abbia segnato la fine di un ciclo. Una storia
iniziata nella prima metà degli anni ’90, parallelamente a quella degli Almamegretta
e ad altri protagonisti della nuova scena musicale italiana, che comprendeva
anche DJ, programmatori, musicisti che hanno lavorato con l’elettronica e che,
come D.RaD, hanno messo al servizio di altri (esempio, Ligabue) la loro
esperienza. I continui cambiamenti nelle cose che ascoltiamo, ma anche la crisi
di questo mondo musicale italiano, adesso ci lasciano spiazzati. Così
ascoltiamo “Il Lato D” come un tributo, ma soprattutto il documento di
un’epoca.
“Il Lato D” è un cofanetto
triplo, con il primo disco che contiene “Modulamanopola”, una composizione di
musica elettronica firmata da Facchielli con Taketo Gohara che descrive il
ciclo della vita. Secondo e terzo disco raccolgono l’omaggio vero e proprio: in
tutto 26 brani originali, concepiti da molti amici dell’artista, che hanno
completato le sue idee. Naturalmente gli Almamegretta e Raiz, ma anche Eraldo
Bernocchi, Bill Laswell, Bluvertigo, Casino Royale, Claudio Coccoluto, Ligabue,
Marco Messina, Mauro Pagani, Marco Parente, Adrian Sherwood. Si viaggia tra
hip-hop, elettronica, spoken word, rock contaminato, e tutto si specchia nei
riferimenti tipici della nostra cultura musicale moderna. L’insieme mostra un
grande dinamismo. È musica contemporanea, viva, pulsante: da qui, in effetti,
può ricominciare un altro ciclo.
DENNIS BOVELL All Over The World
La grande avventura del
reggae fuori dai confini della Giamaica ha avuto in Dennis Bovell uno degli
interpreti più amati e di talento. L’artista è un veterano del dub, delle
produzioni di punta anche nel campo della new wave storica delle
contaminazioni, del sound e della capacità di bandleader. Ha fondato la band
Matumbi negli anni ’70 e ha accompagnato per tanti anni Linton Kwesi Johnson
con la sua Dub Band. Bovell, nato nelle Barbados, è tutt’ora un’eminenza del
brit-reggae, musicista di classe che come tanti suoi colleghi di eguale peso si
trova a suo agio sia nella ricerca e nella sperimentazione che nel puro
intrattenimento. “All Over The World” è l’album del suo grande ritorno, per
pubblicare il quale è stato ripristinato il marchio classico Front Line. Un
disco frizzante, brillante. Canzoni reggae confezionate con talento.
Bovell snocciola il suo
nuovo repertorio volando sulle ali del beat, del groove più coinvolgente. I
colori sono tutti accesi e caldi, le atmosfere sono aperte e venate di lovers’
rock. L’artista, che aveva collaborato con i Madness in “Dangermen Sessions”
del 2005, non rinuncia al caratteristico marchio brit-reggae al disco, ma va in
souplesse. Queste sono comunque canzoni fresche, per accompagnare una lunga
estate calda. La voce caratteristica del musicista (che fa anche sentire la sua
chitarra) troneggia su esecuzioni eccellenti, pieghe dub, fiati super. Il sound
è avvolgente e l’album conquista in crescendo. “Bettah” è un opener di
carattere, ma il bello arriva con la sequenza di “Pickin’ Up The Pieces”, la
title-track e “Special”, canzoni speziate e dolci, accattivanti ma non
ruffiane. E poi ci sono “Judy”, “Dancehall” (un treno), la sontuosa “Pow Wow”.
CAMILLE
Le fil
Rivelazione come artista e
con questo album alle Vittorie della musica 2006, i premi francesi, la parigina
Camille si fa conoscere adesso nel nostro paese. È ascoltando dischi come
questo che riusciamo a capire come non ci sia bisogno di cercare nessun confine
nella musica di oggi: basta aprirsi a certe realtà che abbiamo dietro l’angolo,
o riservare un po’ di curiosità a certi artisti di casa che non finiscono nei
titoloni. Camille, come tanti altri anche in Italia, racconta con la sua musica
un atteggiamento di estrema libertà, di fantasia. Con la voce esprime, dipinge,
impressiona. Vocalità e spirito artistico tutto femminile, originalità e
modernità fanno di “Le fil” (secondo album dell’artista) un esempio unico: il
filo conduttore del titolo è la nota continua di accompagnamento (bordone
ripreso nell’ultima chilometrica traccia) alle evoluzioni della protagonista.
Questo paletto stilistico è
da prendere come riferimento generico per esaltare il resto: musica essenziale,
minimale si direbbe, che si apre all’esperimento. Su tutto la personalità di
Camille, un carisma viscerale che conquista. A condizione, però, di immergersi
senza remore in questo mare. Altrimenti si rischia un po’ di stanchezza. I
brani sono talvolta dei frammenti. Gli strumenti utilizzati sono spesso quelli
convenzionali, corde e fiati. Storie di identità, sentimenti, introspezione. Su
tutto due tracce che sono anche “canzoni”, “Ta douleur” e “Au port”: tensione,
ritmo, ricordi di Kate Bush. Nervosa e scat-tante “Janine III”, atmosfera intensa
in “Pâle septembre”, da notare anche “Baby Carni Bird”, quasi soul, e il flash
“Janine II”. Se si esclude la lunghissima nota finale (38 minuti) il tutto ne
dura 32.
PAUL SIMON Surprise
Questo è un disco che sa
conquistare e avvolgere lentamente, e poi non si stacca più dalla mente e dal
cuore. Il ritorno di Paul Simon: questa notizia già basterebbe a destare grande
curiosità, come minimo. Ritorno a giusta distanza dalle ubriacature nostalgiche
dell’interminabile tour con Art Garfunkel, firmato da uno dei più amati autori
del canzoniere americano moderno. Per giunta, il contributo musicale
determinante è di Brian Eno, con i suoi “paesaggi sonori” (la produzione invece
è tutta di Simon). Qualche critico d’oltreoceano ha ricordato giustamente come
Simon abbia sempre voluto offrire a sé stesso e al suo pubblico impostazioni e
colori musicali diversi ad ogni album. È così anche con “Surprise”, opera
fedele al titolo perché rinnova la meraviglia per un grande talento.
Paul Simon dimostra di
essere un artista vivo, curioso, aperto, in ottima vena descrittiva, uomo del
suo tempo (che tempi, purtroppo nell’America di Bush!), perfettamente e
felicemente affiatato con un altro maestro delle curiosità ed esplorazioni come
Eno. I musicisti che suonano nell’album sono stellari (Frisell, Gadd, Hancock,
Laboriel…) inseriti magistralmente nel progetto. I testi di queste storie
personali sono riportati nel libretto come lettere. Non è un caso, Simon scrive
a sé stesso e alla sua America, canta un’età faticosa, l’indignazione della
ragione, l’amore, dal punto di vista della persona. Le parti musicali sono
freschissime, stimolanti, con ritmo, groove etnico, atmosfere e soluzioni
originali, insomma moderne. Simon resta un maestro perché sa guardare avanti.
Si inizia con “Everything About It Is A Love Song”, “Outrageous”, “Sure Don’t
Feel Like Love”, “That’s Me”. E poi c’è il resto.
SAMUELE BERSANI L’aldiquà
Samuele Bersani fa seguire
questo lavoro a uno degli album italiani più belli del nuovo secolo, quel
“Caramella Smog” che gli è valso un doppio Premio Tenco. “L’aldiquà” è stato
preceduto a buona distanza da una instant-song che abbiamo sentito tante volte
senza stancarci: “Lo scrutatore non votante”, quadro esemplare di una maschera
umana trasversale, che è italiana ma anche universale, quasi un carattere
letterario di questi tempi, giocato su un brillante incedere pop. Con queste
premesse, aspettavamo un’altra “botta” con l’album intero, ma non è così. Il
nuovo Bersani è un disco apparentemente non immediato, più importante nei testi
che nelle costruzioni complessive delle canzoni. Non impressiona come il
precedente e non è a quel livello, ma comunque resta una interessante prova
d’autore.
Bersani canta l’aldiquà come
l’ultimo Capossela ha fatto con le passioni di sotto: valle di vita, incertezze
dell’epoca, contrasti intimi e pubblici, lacrime per la perdita di eroi civili,
voglia di intelligenza delle cose. Le canzoni sono firmate spesso da Bersani
con Roberto Guarino (la musica di “Maciste”, ambivalente di brillantezza e
atmosfera, è di Pacifico). Sonorità più tonde, chitarre che sbucano, melodie
non convenzionali popolano questo percorso. “Lascia stare” è quasi una lettera,
sommessa apertura dal familiare tono bersaniano. Il testo di “Occhiali rotti”,
dedicata al giornalista Enzo Baldoni ucciso in Iraq, è bellissimo in contrasto
con la musica apparentemente spensierata. Idea singolare “La soggettiva del
pollo arrosto”. “Sicuro precariato”, nel bene e nel male, è il simbolo
dell’album: testo-storia interessante che però deve decantare col tempo per
restare davvero nella memoria.
GNARLS BARKLEY St. Elsewhere
Con il duo Gnarls Barkley
continua l’avventura dei protagonisti della musica
nera che rielaborano i connotati del pop. Dietro la misteriosa identità di G.B.
(una persona vera? un personaggio da cartoon come va di moda adesso? uno
scherzo?) si celano Danger Mouse (Brian Burton), DJ, autore del super mash-up
“Grey Album” e produttore degli ultimi Gorillaz, e Cee-Lo Green (Thomas
Calloway), solista, autore, produttore e componente dei Goodie Mob. In meno di
38 minuti, “St. Elsewhere” frulla una quantità di riferimenti. Partendo dalla
black music funky, soul e hip-hop, passando dall’elettronica, stratificando
feeling e samples in libertà e approdando, come già hanno fatto i prodigiosi
N.E.R.D. ad una nuova frontiera del pop che trova qualche consonanza di
atteggiamento anche con certe cose di Gorillaz o Tricky.
Non è un caso che gli
americani Gnarls Barkley abbiano subito sfondato in Gran Bretagna, dove queste
fantasie al potere sono tradizionalmente benvenute. Il singolo “Crazy”,
purissimo electro soul, è stato subito un successo di download. Questa è musica
dell’era digitale infatti, ma concepita con talento viscerale. Per noi
italiani, è curioso notare le citazioni di Gianfranco Reverberi (“Crazy”) o
Armando Trovajoli (“The Boogie Monster”). Pezzi essenziali e brevi, sketch
colorati, testi noir, da scaricare sul player e mescolare con la storia. Voce
superlativa di Cee-Lo e grandi allestimenti di Danger Mouse. L’insalata avvince
con ascolti ripetuti. Spiccano i risvolti soul-gospel della title-track e “The
Last Time”, la veloce, ottima “Gone Daddy Gone”, il pop spaziale di “Smiley
Faces”, il groove di “Just A Thought” e “Storm Coming”, il sontuoso soul di
“Who Cares?” e “Online”.
L’edizione del trentennale
di uno dei dischi-mito del rock, oltre al CD dell’album originale (senza
aggiunte) rimasterizzato in digitale, presenta due eccellenti DVD. Soprattutto
il primo, è una perla rara. Si tratta della registrazione audio-video,
riassemblata e ricostruita, del concerto che il Boss e
La disco music è nata come underground, lontana anni luce dal perbenismo e piuttosto vicina ai bassifondi dell’anima e della vita spericolata. Fu espressione musicale pienamente alternativa, perché prodotto di uno dei primi meticciati innovativi della storia del pop. Un milione di febbri del sabato sera dopo, un miliardo di sballi, martelloni, remix, compilation, inviti due per uno, notti in bianco al rave dopo, Madonna, che sul dancefloor ci è nata, torna a confessarcisi. Ma oggi “dance” è una parola di comodo per dire mille cose, dai Daft Punk alla commerciale più bieca. Questo album, con le tracce mixate o fuse tra loro, suoni scolpiti al dettaglio e atmosfera omogenea quasi da “concept”, è il prodotto di una uniformità stilistica che è scelta di espressione. Se non vi piace l’idea, passate ad altro. Madonna la businesswoman viene da un album intenso di percezione “rock” come “American Life”, che non ha venduto bene. Allora cambia pagina e torna alla pista da ballo, con atmosfere moderne ma non d’avanguardia (per quello ci sono i Goldfrapp, o altri). Con la cura di uno specialista come Stuart Price e altre collaborazioni di grido. È una compilation di sonorità e groove, mediamente piazzata sull’attuale con giuste citazioni del passato disco-dance. È il pane di Madonna, in fin dei conti, la sua lettura di sentimenti, contrasti ed emozioni che possono attraversare i corpi in movimento. Il materiale è discreto, talvolta si avvita e non decolla. Segnalo “Hung Up”, singolo con campione degli Abba che te lo fai piacere bombardato come sei, “Get Together”, ipnotica, “Forbidden Love”, intima, elettronica, notturna, “How High”, molto elegante, e “Like It Or Not”, dance della donna fatale.
ROBBIE WILLIAMS Intensive
Care
Parlando di Robbie Williams,
tutti notano come sia doveroso premettere che si tratta del personaggio
(commercialmente) più importante del pop inglese di oggi, e come la sua figura
di reuccio della musica (soprattutto nei guadagni) finisca per mettere spesso
in secondo piano le sue canzoni. Eppure di cose efficaci, quando non proprio
belle, Williams ne ha fatte in passato. La sua fama non è proprio usurpata,
anche se non ci troviamo di fronte a un Paul McCartney o un David Bowie. Il
fatto è che Robbie è figlio e interprete ideale di un tempo, di un costume. Nel
suo caso, come in quello di Madonna e di poche altre icone, l’immagine e la
faccia tosta si fondono con la musica, la fagocitano e la nutrono insieme.
Questo è l’ottavo album di Williams, il primo senza il coautore d’oro Guy
Chambers, sostituito da Stephen Duffy. È una svolta d’approccio, ma la verve
del protagonista resta. C’è più elettricità nel Robbie odierno, un’aria
frizzante nella sua musica. Il suo universo resta autoreferenziale ed
egocentrico, ma piace proprio perché è così, e quindi… Williams rimane un
cantante discreto, corretto e nulla più, e soprattutto scaltro nel fiutare
l’aria. Qui si è posizionato su un’onda pop-rock che talvolta richiama gli anni
’80, senza esagerare. Sono canzonette, e alcune si fanno ascoltare con piacere.
Per la sostanza, prego, rivolgersi altrove. Il singolo “Tripping” è carino e
ruffiano comme il faut, con sentori di Sting sullo sfondo. “Make Me Pure” è una
buona canzone (Oasis un po’ addolciti). Pop-rock convincente in “Plese Don’t
Die”, come nei sentori anni ’80 di “Sin Sin Sin”. Ottima, veloce e “smithsiana”
“Your Gay Friend”. Rock ‘n’ roll fotocopia ma divertente “A Place To Crash”.
Ms. DYNAMITE Judgement
Days
Niomi McLean-Daley,
conosciuta da tutti in Gran Bretagna come Ms. Dynamite, ha “spaccato”, come si
dice, tre anni fa con l’esordio “A Little Deeper”, diventando la numero 1 della
nuova black music inglese, quella emersa dall’underground. Poi Niomi ha avuto
un figlio, Shavaar, ha fatto per un po’ la mamma e ora ritorna dopo un bel
periodo di assenza con questo secondo album. L’artista, nel frattempo, è
rimasta una opinion leader dei giovani neri e non solo, espressione di una
infinita periferia europea del benessere che tra le sue consuetudini (e si è
visto in Francia) trova spesso la violenza e il rifiuto. Ms. Dynamite ha
continuato a cantare e rappare contro il machismo e la violenza, e contro la
guerra, ricordando la storia dello sfruttamento del Terzo Mondo sul palco del
Live 8. “Judgement Days” non aggiunge rivelazioni al suo talento. Lo
stile vocale della cantante e rapper è indubbiamente rilevante. In questo album
si ascoltano spesso groove azzeccati, talvolta ai confini del pop-soul-R&B
di oggi, ma forse qualcuno non si aspettava questo da Ms. Dynamite. “Judgement
Days” diventa così un album di transizione per un’artista nata arrabbiata
(ancora oggi mostra il carattere e le sue scelte nei testi) e diventata star
della nuova black music in generale. Comunque meglio di Craig David e di altri
puledri spompati presto. Il brano migliore dell’album resta il singolo
“Judgement Day”, con un tiro stellare, produzione paragonabile a Mary J. Blige.
“Father” è un pezzo crudo, drammatico, “Put Your Gun Away” è diretto e
tagliente. “Pain” è oscura, verace, con sample efficace e svolgimento soul
attuale. Interessante “Fall In Love Again”, ripresa di un brano del grande
giamaicano Ken Boothe.
KATE BUSH
Aerial
Non si può dire che non ci
emozioni, riascoltare la voce di Kate Bush. Tornata addirittura con un doppio
che è una sorta di diario musicale. Fuori moda, fuori tendenza, fuori tutto.
Dentro un universo privato di affetti famigliari che nessuno, tranne chi è
genitore, può lontanamente comprendere. E forse neanche i padri ci riescono,
perché questo album è l’affare di una madre e del suo bambino che sta vivendo
la bellissima età magica. Una sublime casalinga e donna di famiglia, che può
mettersi a sognare passioni guardando la centrifuga della lavatrice, o
rischiare il peggior birignao rivolgendosi sbaciucchiante al figlio. Si diventa
così, quando si è genitori a quarant’anni. Ma si guarda anche il cielo in una
notte d’estate, ringraziando di averlo conosciuto. Kate Bush sembra spesso
sull’orlo di un precipizio di misura, ma va presa in blocco. “Aerial” è
musicalmente fatto di pieni e vuoti, varietà di allestimento sonoro, ambiziosi
obiettivi non sempre raggiunti. Talvolta un po’ “antico” ma comunque
interessante: la protagonista azzarda uscite da romantica donna inglese o
riesce ipnoticamente a sedurre. L’atteso rientro dopo 12 anni viene diviso in
un primo disco di canzoni e in un secondo concept (derivato dal primo) su un
giorno che passa, secondo il filo conduttore dello stupore infantile per la
natura e la bellezza. Per capire ci si deve immergere senza pudori, oppure
passare la mano. Detto anche che il cast musicale è eccellente, si segnalano
l’Elvis sulla montagna di “King Of The Mountain”, la singolare ode ai numeri “∏”,
la bellissima, inquieta “How To Be Invisible”, “A Coral Room”, profondamente
emozionante, l’originale “Sunset” e le conclusive, ottime “Nocturn” e “Aerial”.
La carriera recente degli
Aerosmith ha visto la pubblicazione di un live (“A Little South Of Sanity”) nel
1998, l’album di studio “Just Push Play” (2001), il disco blues “Honkin’ On
Bobo” (2004), un DVD dal vivo sempre l’anno scorso e adesso ancora un live,
questo, registrato al Joint (Hard Rock Hotel) di Las Vegas l’11 gennaio 2002
durante il tour di “Just Push Play”. Evidentemente quella performance ha
convinto in particolare la band, per deciderne la pubblicazione. Si tratta di
un set concentrato, basato perlopiù su una scaletta di classici degli anni ’70,
concepito per una situazione “alla Las Vegas” ma anche, onestamente, efficace e
divertente da riascoltare su disco. Gli Aerosmith in effetti fanno bene a
svelare spesso il loro lato live, il migliore da anni in qua: da veterani non
hanno perso la passione, il tocco, quella beata sguaiatezza che ci vuole nel
rock ‘n’ roll. Se amate il rock classico, se amate gli Aerosmith storici,
se vi diverte il paragone con altri veterani ancora più rinsecchiti di loro, i
Rolling Stones, questo può essere un album utile. Preso per conto suo, comunque
è un bel sentire elettrico, divertente e rutilante. Per qualche intenditore,
nella scaletta c’è un buon equilibrio tra successi e brani non eseguiti di
frequente. Non siamo tra le cose essenziali, ma c’è comunque un perché. E
alcuni episodi mostrano come il mestiere nel senso migliore del termine resti
un must per il difficile lavoro dell’entertainer. Da ascoltare le lunghe “Draw
The Line” e “Rattlesnake Shake”, la prima semplicemente spettacolare, la
seconda ammaliante, oppure la spumeggiante “Big Ten Inch Record” o la calda
“Seasons Of Wither”. Tutto OK con “No More No More” e “Walk This Way”.
Speriamo che Carlos Santana
non prenda alla lettera il titolo di questo suo ultimo album, e magari voglia
solo giocarci un po’. Se Santana, onusto della sua storia di latin-rocker,
fosse da ricordare solo per quello che si sente qui, sarebbe davvero troppo
poco. Il fatto è che Santana, oggi, è solo e soltanto quello di “All That I
Am”. La tecnica dell’insalata, dei dischi pieni di ospiti, ne ha fatto un
mediatore di atmosfere musicali, condite di sapori ispanici, per un pubblico
globale, transnazionale. In questo la sua invenzione del rock latino è stata
sublimata in un nuovo approccio pop di grande e facile impatto. L’ultimo
Santana, non quello in palla di “Supernatural”, ma quello di “Shaman” e “All
That I Am”, è una compilation vivente, e neanche delle migliori. Per andare su
un livello medio-mediocre di pop moderno. Ma se volete del pop latino con le
palle, meglio ascoltare Shakira. Siamo di fronte a un album molto
“commerciale”, in senso buono e cattivo. Produzione di Santana con Clive Davis,
spruzzata di ospiti, suoni belli per carità, ma poche cose notevoli o anche
semplicemente sfiziose. Santana e la sua band aprono con “Hermes”, latinissima,
molto pompata, divertente e old fashion. “I’m Feeling You” con Michelle Branch
è carina ma lontana dalla famosa “The Game Of Love”. “My Man”, con Mary J.Blige
e Big Boi degli OutKast, è il pezzo migliore, con ottimo tiro black-latino. Discreto e mainstream il singolo “Just Feel Better”
con Steven Tyler. “I Am Somebody” (will.i.am) ha un tono carnascialesco. Buona
e bluesy “Twisted” (Anthony Hamilton). Accettabile “Da Tu Amor”. Talvolta si
cade nella balera, con poco pepe creativo. All’ennesimo trillo di chitarra,
sopraggiunge lo sbadiglio.
L’autunno si addice ai
Singolare che in un periodo
di crisi e buio, un album come questo suoni come una scommessa e un’offerta a
tutto campo: le canzoni del CD più le immagini contenute nel DVD associato, con
le rielaborazioni dei cortometraggi del Milano Film Festival (curate da
Francesco Frongia) diventate dei bellissimi “videoclip possibili”. Un modo per
arricchire un piatto già saporito e per sottolineare le tante sfumature
espressive che animano la storia dei
Abbiamo già detto della
misura artistica e musicale che si sente nel disco, derivata comunque dalla
bontà della materia prima. Parlando più in particolare del sound, si nota
subito la bellezza e chiarezza, nel rapporto tra vocalità e parti strumentali.
Dosaggio delle fonti sonore che deriva da una ricerca che i
Ci sarà anche una ragione
perchè, a un quarto di secolo da quella nuova onda rock-punk-pop-electro, ormai
consegnata agli annali e agli scaffali, certe formazioni che hanno
caratterizzato quel periodo continuino a proporsi e suscitare grande curiosità.
I tre Depeche Mode, Andy Fletcher, Dave Gahan, Martin Gore, sono tra questi
immarcescibili reduci. Continuano a lavorare nel loro personalissimo universo
espressivo, diventato da un pezzo icona della musica pop, e con questo “Playing
The Angel” ci consegnano una riflessione oscura, che si avvita nella maniera
del loro stile elettronico-melodico, marcia lungo gallerie buie dell’anima e
del cuore, scandendo i passi con beat e colpi d’effetto. Dolore, sofferenza,
peccato, travaglio sentimentale, oscurità, sono già dai titoli i temi di questa
storia. Siccome siamo pur sempre nello show-business, i DM fanno bene a
insistere sui loro classici punti di forza tematici: la loro musica è teatro
dell’altra metà della vita, quella delle inconfessabili
perversioni/sottomissioni/passioni, ben prima delle sfilate S&M di
provincia e dei servizi dei rotocalchi. Anche questo è il rock ‘n’ roll,
bellezza. Solo che tutto è diventato autoreferenziale al 100%. O “ci stai
dentro” e allora apprezzi e distingui, oppure entri in sintonia solo
sporadicamente: ricordando che può essere un gioco da grandi. Tra le cose
notevoli di questo album, le commistioni di “John The Revelator”, fra
tradizione e flash industriale, la fascinosa oscura “Nothing’s Impossible”, la
costruzione bella e suggestiva, da Bowie alieno, di “Damaged People”, le
classiche lacerazioni passionali di “Lilian”. Il primo singolo “Precious” è un
pezzo DM carino, non c’entra niente col resto.
L’ultimo grande album di
Stevie Wonder è “Hotter Than July”, anno 1980. Da allora, quello che anche il
sottoscritto considera un Genio assoluto della musica popolare di sempre, ha
offerto mezze prove, dischi mai completamente riusciti se non passi falsi. “A
Time To Love” ha richiesto tempo e ripensamenti per essere ultimato: anche
un’ultima ristesura voluta dalla casa discografica che temeva per la mancanza
di “impatto commerciale”. Ma a Wonder, che impatto vuoi chiedere, oggi? La sua
figura-guida è continuamente citata da tutti i protagonisti del soul e della
black music da vent’anni a questa parte, che si inchinano alla sua storia.
Wonder è in un Olimpo distante, le classifiche non lo potrebbero riguardare. Da
lui semmai ci si attende entertainment di classe, passionalità, canzoni
riuscite, groove, un pizzico di feeling e qualche zampata vecchio stile. E qui
l’impatto c’è. Da notare che “A Time To Love” si presenta davvero come un
“ritorno” da celebrare: la lista di ospiti va da Prince a Paul McCartney, passando
per India.Arie, En Vogue, Kirk Franklin etc. L’album è molto lungo, contiene 15
canzoni e spazia in lungo e in largo nello stile-Wonder più classico, centrando
spesso il bersaglio con ballate, serenate soul, brani frizzanti e funky. C’è il
Wonder romantico e vagamente zuccheroso, quello in palla del groove, quello che
tira fuori la melodia infallibile e, anche, quello del luogo comune che
appesantisce un disco che potrebbe durare di meno ed essere super. Ma va bene lo
stesso, ascoltare “Tell Your Heart I Love You”, “My Love Is On Fire”,
“Positivity”, “From The Bottom Of My Heart”, “So What The Fuss”, “Sweetest
Somebody I Know”, “Please Don’t Hurt My Baby”, “Moon Blue”.
Cosa c’è di meglio di un
disco con i “friends” per celebrare una ricorrenza speciale? Quella che è
diventata una prassi nel mondo discografico dei grandi nomi e dei grandi
numeri, ha toccato anche il monumento del blues B.B. King, che ha festeggiato
il suo ottantesimo compleanno (16 settembre scorso) con questo album di duetti
e collaborazioni. King è stato il più fortunato bluesman storico, quello che di
riffe o di raffe è più familiare al pubblico più distratto o meno accanito:
proprio grazie ai tanti friends illustri che ha frequentato da molti anni in qua.
Il sorriso, l’energia, il tocco di questo gigante della musica afroamericana si
sono diramati in mille rivoli, rendendo popolare e internazionale un aspetto
singolare della cultura statunitense. Nel caso di questo “
La
bella Sheryl Crow quest’anno ha occupato soprattutto le pagine delle cronache
rosa, per la sua storia d’amore con Lance Armstrong culminata nell’annuncio
delle nozze. E così, dopo essere stata ritratta più volte sul ciglio della
strada al Tour de France, è tornata a farsi sentire come musicista e cantante.
“Wildflower”, diciamolo subito, è nettamente migliore del precedente, deludente
“C’mon, C’mon”. Un album
pop-rock di buon livello qualitativo, che costeggia la sensibilità “americana”
della tradizione, anche se non ne intercetta, come si può intuire, la
profondità e la rilevanza. Ad ogni tempo le sue personalità, insomma: una volta
c’era Joni Mitchell, oggi abbiamo Sheryl Crow. La produzione è della
protagonista insieme ai soliti Jeff Trott (anche coautore) e John Shanks: e
stavolta la ciambella è riuscita. Lo ha ammesso la stessa Crow:
per lei è stato importante liberarsi dalla preoccupazione-costrizione imposta
dalle regole delle canzoni fatte apposta per la radio, all’inseguimento di un
successo omologato e di corto respiro. E, dal punto di vista dei temi dei
brani, Sheryl parla d’amore ma guarda anche leggermente più in profondità,
tenendo sullo sfondo quei massimi sistemi e quelle inquietudini che fanno parte
della vita di tutti. “Wildflower” si fa ascoltare eccome, nota lieta di un
mainstream pop-rock di livello decoroso. Con la bella atmosfera, vagamente
psichedelica, di “Chances Are”, il rock frizzante, tra Pretenders e Fleetwood
Mac, di “Live It Up”, il bel singolo “Good Is Good”, l’apertura classica di “I
Know Why”, l’intimità acustica e suggestiva della title-track, il bluesy-rock
accattivante di “Lifetimes”, il crescendo di “I Don’t Wanna Know”. DVD con
diversi extra.
Ric Ocasek manca con un
album solista dai tempi di “Troublizing” (1997). Ma lo storico leader dei Cars,
nonché produttore super, eminenza del rock americano post-wave ormai storico,
non risente del tempo passato. Come tutti gli artisti classici gli basta
rispolverare uno stile che è diventato icona, fissato in un passato glorioso ma
comunque ancora fresco e credibile. “Nexterday” ci parla di uno ieri-oggi-e-domani
del rock come ritorno all’essenzialità della canzone e della sua esecuzione.
Nel precedente album c’erano diversi coprotagonisti di rilievo, qui fa quasi
tutto Ocasek, dagli strumenti alla cura. E in questo, ci riallacciamo quasi
magicamente a quell’estetica della sostanza e della semplicità che fu propagata
dalla new wave dei Cars e di tanti altri, in USA ed Europa. Essenzialità che se
sorretta dal talento, come nel caso presente di Ocasek, produce ottimi
risultati. “Nexterday” (40 minuti, il giusto) è una sfilata di belle
canzoni rock moderne. Una prova di stile da parte di un autore molto originale,
che ha anche una voce inconfondibile. Nel consueto tira e molla delle influenze
anni ’80, che oggi si porta molto per ricordare da dove viene la musica di
tante band attuali, l’artista di culto Ric Ocasek potrebbe occupare un posto
centrale. Con il suo passato ma soprattutto con questo presente: alchimia
azzeccata e stilosa di elementi elettrici, melodici, giocosi, il miglior
pop-rock ‘n’ roll del ventesimo secolo trasportato nel 2005. Dal diesel di
“Crackpot” alla costruzione perfetta di “Bottom Dollar”, la semplice e sontuosa
“Silver”, la solare e frizzante “Come On”, l’apertura killer di “I’m Thinking”,
la harrisoniana “Please Don’t Let Me Down”, la spedita “It Gets Crazy”.
Mai deviare dalla via
consueta: se si è un gruppo rock che ha fatto la propria fortuna con i
chitarroni e i ritornelli a squarciagola, ad esempio, non provare a fare ciò
che i Bon Jovi ci hanno offerto prima di questo album, ovvero una bruttura di
disco di “riletture” mosce e malriuscite. “Have A Nice Day” è il nono album di
materiale originale della band del New Jersey, e in questo senso riprende il
discorso da “Bounce” uscito nel 2002, cioè un disco “medio” di rockone
elettrico, ruspante e popolare. Jon Bon Jovi e i suoi possono tranquillamente
viaggiare su uno standard espressivo e di genere che loro stessi (è vero) hanno
contribuito a costruire da una ventina d’anni in qua. “Have A Nice Day” presenta
elementi molto semplici, riff più melodie, costruzioni convenzionali ed
elementari delle canzoni che comunque hanno il loro effetto. Il sound,
ovviamente, invade i più remoti anfratti dei padiglioni auricolari. Allora si
tratta solo di capire quante canzoni che “funzionano” contenga l’album, se la
media sia stuzzicante o perlomeno accettabile per l’appassionato. “Have A Nice
Day” non aggiunge molto, ma neanche toglie, alla reputazione della band. Con
l’ascolto, certe canzoni guadagnano e c’è varietà sufficiente di toni. Frizzante e ben
costruita “Who Says You Can’t Go Home”. Riflessiva,
ben fatta, all’insegna di un generico anelito di libertà “Bells Of Freedom”.
Classico inno il singolo “Have A Nice Day”. Assortimenti elettrici, tipiche
ruffianerie, toni giusti in “Last Cigarette”, “I Want To Be Loved”, “Welcome To
Wherever You Are”, “Wildflower”, “Novocaine”. Si nota, in musica e testi, la
voglia di allargare un po’ gli orizzonti. Edizione arricchita da un DVD con
brani live.
Ivan Segreto, artista
siciliano di Sciacca trapiantato a Milano, è arrivato al secondo album con
questo “Fidate correnti”. L’anno scorso il jazzista-cantautore, non ancora
trentenne ma con tanta passione, gavetta e voglia di farsi sentire dalla sua,
aveva stupito con l’esordio “Porta Vagnu”, guidato da una splendida
title-track, sognante e personalissima, cantata in siciliano. Segreto, padrone
del pianoforte ma anche di uno stile già personale, tra background
afroamericano (non “swing”, per carità…) e canzone d’autore, aveva
impressionato per quel suo modo “antico” di porsi, intonando le sue storie con
voce “soul”, personale, offrendo quadretti di vita colorati di tonalità
pastello. Per questo secondo capitolo, prodotto con la specialista Marti Jane
Robertson, Ivan ha scommesso su un nuovo indirizzo, sperimentando di più con la
forma canzone, dilatandola, liberandola cantando. La corrente
calda del groove, la vita e i suoi valori elementari che affiorano nei testi,
talvolta naif ed elementari, che sembrano riflessioni, appunti scritti su un
foglietto, animano le nuove canzoni di Ivan Segreto: nell’intento di concepire
la musica come incontro, condivisione profonda, guardando noi stessi e nel
cuore di chi ci ama per riuscire a stare meglio nel mondo. Condivisione che è
anche grande affiatamento musicale con i due artisti che accompagnano Segreto
in trio, Daniele Camarda (basso) e Pino Li Trenta (batteria). Essenzialità,
flusso coinvolgente, da ascoltare con passione immediata o da centellinare col
palato fino dell’intenditore. Da “Vola lontano”, bel singolo, grande melodia,
al piccolo capolavoro della title-track, raro esempio di ariosità della nuova
musica d’autore, e ben oltre.
Tre anni fa, con “Fuori come
va?”, Luciano Ligabue aveva lavorato sul sicuro, contando su uno standard
elettrico e stilistico che poteva sopperire eventuali defaillances della
composizione. Comunque su un livello discreto compessivo, con qualche canzone
che sarebbe finita tra i pezzi forti dei concerti (in elettrico ed acustico).
Ma in effetti il punto della resa dei conti era solo rimandato. Resa dei conti
in senso buono ovviamente, ma agli artisti-simbolo come il rocker di Correggio
si chiede sempre qualcosa di speciale. In questo caso una sorta di svolta, dopo
un tour incredibile e un album dal vivo memorabile come “Giro d’Italia”.
Ebbene, con “Nome e cognome” questa svolta c’è, non epocale ma sensibile,
vitale, significativa, una ripartenza nel solco di una storia formidabile.
Senza stravolgimenti ma con un pugno di nuove canzoni che conquistano.
Luciano confeziona il primo album della maturità, raccontando sentimenti che
sono visti da una prospettiva corposa: quella di chi, senza tante seghe, può
dire qualcosa di sensato perché ha vissuto di più. Per la prima volta, nelle
sue canzoni vediamo davvero compiuta questa prospettiva, la vediamo coerente
con tutto lo svolgimento dell’album. La fortuna di Ligabue, poi, è pescare una
canzone come “Il giorno dei giorni” nel sacco del suo talento: spettacolare,
bellissima, una delle migliori del suo repertorio. E di poter continuare con
brani come “Le donne lo sanno”, veloce, squillante, emozionante, “Happy Hour”,
frizzante e ironica, la dolce e riflessiva “Lettera a G.”. E poi ancora
“L’amore conta”, “Giorno per giorno”, il suggello di “Sono qui per l’amore”.
Sound perfetto, attuale, equilibrato. Nuova band, nuove storie. Liga è sempre
lì.
Le nuove canzoni di David
Gray si fissano nel canone della migliore musica pop d’autore. Si adattano ad
un sentire comune, accompagnando le nostre impressioni inconfessate: quando ci
sembra di vivere al rallentatore, con una sospensione dei sentimenti che è
figlia di un tempo sbagliato, di amarezza sottile e incertezza. “Life In Slow Motion”,
perfetto esempio di cantautorato anglosassone di serie A, è stato manco a dirlo
premiato subito con il numero
Al primo ascolto, questo
nuovo album di Alex Britti può dare un’impressione tutta centrata su un
generico atteggiamento crepuscolare che si coglie nelle canzoni. Sensazione che
resta valida anche in seguito, ma non esaurisce il carattere di “Festa”:
certamente fa in modo che il titolo suoni come una contraddizione. Britti non
compie il salto di qualità definitivo che ci si aspettava e auspicava dopo il
precedente “
Avevamo lasciato Eric Clapton alle prese con il
mentore del blues, Robert Johnson. Lo ritroviamo con il primo album di inediti
dopo “Reptile” del 2001, la riunione dei Cream alla Royal Albert Hall
all’attivo (“Grazie per aver aspettato tutti questi anni! Probabilmente
suoneremo tutto quello che conosciamo, suoneremo il più possibile”, disse sul
palco) e una terza bambina dalla moglie Melia arrivata a febbraio. Lo scenario
della vita di Clapton è decisamente cambiato per questo “ritorno a casa”,
aspirazione di tutti i buoni padri di famiglia alla fine di una giornata o un
viaggio di lavoro: l’antitesi del viaggio metaforico iniziato con “Journeyman”
nel 1989. Ritorno allo scopo di restare. “Back Home” in effetti è un viaggio
nelle emozioni dell’uomo tornato alla famiglia, con una quantità di riferimenti
all’amore, alla passione che si provano nella stabilità. Potrebbe essere
un disco di gran successo “adult oriented”. È costruito come un meccanismo ad
orologeria del gradimento pop, su binari di enorme talento del protagonista e
degli altri musicisti: un cast che comprende il coautore Simon Climie, Steve
Gadd, Doyle Bramhall, Billy Preston, Steve Winwood, Pino Palladino, John Mayer,
Stephen Marley. È significativo che Clapton descriva “Revolution”, scelto come
singolo dai discografici, come il pezzo secondo lui più debole dell’album. A parte questo, il
disco è tutta una scintilla pop-rock-blues-soul: dalla frizzante, iniziale “So
Tired” alle belle cover “I’M Going Left” (S.Wonder e Syreeta), “Love Don’t Love
Nobody” (Spinners), “Love Comes To Everyone” (G.Harrison), alle bellissime
“Piece Of My Heart”, “One Day”, “Run Home To Me” e “Back Home”. Archetipi di un filone superclassico.
Le odierne “leggi” della fruizione popolare della musica, che passa attraverso le hit radio, programmi TV e giornali, sembrano portare fuori strada gli artisti, farli ragionare con un automatismo della convenzione pop che snatura o come minimo trasforma il loro stile originale. È quanto succede ad esempio a Craig David, giovane e talentuoso artista pop-R&B britannico, decollato con la rinascita della scena dance-garage anni fa e approdato subito a un successo stellare. Con questo terzo album, David non riesce a liberarsi dai luoghi comuni del genere, gioca su una sicurezza e mediocrità pop che lo avvicina ai Backstreet Boys, magari, ma non ne valorizza il talento. Il cantante, anche autore, racconta sentimenti e storie d’amore di una parte della generazione attuale, che passa molto tempo tra TV, negozi di abbigliamento, playstation e discoteche, con voglia di disimpegno e divertimento. Craig David conta su una bella voce sottile, un groove e uno stile che però bisogna maneggiare con cura: parti vocali stratificate, cori e coretti nel refrain, che se scadono nella monotonia sembrano cantati col fiatone. David aveva le carte per star fuori dal mucchio delle popstar di oggi, è bravo, ma per durare deve liberarsi da certe costrizioni modaiole e puntare più alla sostanza delle canzoni. L’album contiene molti “lenti”, non sempre centrati. Da ascoltare “All The Way”, che inizia alla Marvin Gaye (Ooh baby…) e conta su groove e melodia; “Hypnotic”, R&B attuale, con vocalità spinta; “Johnny”, storia di bullismo a scuola ben raccontata; “Just Chillin’”, pezzo più funk che tiene alto il tono; “Take ‘Em Off”, lentone sexy e un po’ maranza; la sommessa, conclusiva “Let Her Go”, una bella canzone.
Chi l’avrebbe mai detto, che
i Franz Ferdinand sarebbero diventati addirittura un fenomeno rock mondiale. O
meglio, il “nuovo” gruppo rock per la stagione 2004-2005, raccogliendo premi
ovunque, vendendo molto bene e facendo concerti a profusione. Come nelle migliori
occasioni (recentemente con i Coldplay),
Per “entrare” al meglio in
un disco di inediti degli Stones, bisogna provare ad ascoltarli cercando di
scordare la montagna di canzoni loro che ci sono entrate nella testa. Mettendo
anche in secondo piano l’invenzione di un genere meticcio, il blues-rock ‘n’
roll (definizione di comodo, mi perdonino gli esperti), che da Jagger-Richards
degli anni ’60 in poi ha scatenato una valanga nella storia della musica
popolare. Bisognerebbe anche, onestamente, scordarsi di aver divorato e amato
l’ultimo album dei White Stripes, che oggi sono, come lo furono gli Stones del
periodo d’oro, i migliori interpreti di quel riferimento diretto alla
tradizione del rock e del blues che in genere non fa invecchiare troppo la
musica. Gli Stones oggi, naturalmente, si rapportano alla loro stessa
tradizione. È un gioco di rimbalzi e di scatole cinesi, nei riff, nei
ritornelli, nei cori, nel groove delle canzoni di “A Bigger Bang”. Si è detto
musica che non invecchia, se guarda alle basi. Nel caso di questo album si
sente molto mestiere, assecondato dalla produzione dei gemelli con Don Was. Più
che suonare datati, i Rolling Stones rimasticano la loro stessa classicità
rimanendo a metà del guado. Con il mestiere si garantiscono un discreto livello
ma non si spostano un filo da quello. Il problema è che c’è poca passione,
tensione umana, nella loro musica. I brani azzeccati non mancano, ma sono
episodi. È così che il rock diventa vecchio? Personalmente apprezzo “This Place
Is Empty” (Richards alla voce), sincera, crepuscolare, intima, e “Laugh, I
Nearly Died”, blues-soul coinvolgente. Standard OK in “Rough
Justice”, “Rain Fall Down”, “Streets Of Love”, “Back Of My Hand”, “Oh No, Not
You Again”, “Driving Too Fast”.
Ringraziamo Paul McCartney,
che ci ha regalato questo gioiello di album. Che si spiega tutto o quasi con il
titolo: la vita prodotto e creazione del caos, e la piccola arte della canzone
che vive di alchimie spontanee dell’intelligenza. I sentimenti cantati da
McCarney sono quelli elementari del quotidiano, eppure così importanti. Si
potrebbe azzardare una lezioni per i ragazzini delle elementari e delle medie
partendo da questi testi. È in questo che Macca è “maestro”, come tutti i
grandi artisti: è uno che sa raccontare le basi della vita, del nostro rapporto
con il mondo, con un respiro sincero, semplice e universale. Nonostante le sue
debolezze e difetti di uomo (come tutti), l’artista riesce magicamente ad
essere ancora quel ragazzo che suona la chitarra nel cortiletto di casa, nel
1962. Il “nostro” ragazzo, lo specchio di tutte le gioventù, le riflessioni e
le scoperte delle nostre vite. Produzione “naturale” di Nigel Godrich,
che per Macca è stato fiero contraltare, stimolandolo, bocciandogli certe
canzoni, facendogliene perfezionare altre, creando un rapporto di competizione
come quello che c’era con John ai tempi dei Beatles (parola di Paul). McCartney
suona quasi tutto, anche strumenti insoliti, canta, compone, crea un sound, si
mette accanto a noi. E snocciola gemme fuori dalle mode, ma dentro la modernità
artistica. “Fine Line” è maiuscola, corposa, spedita. “Riding To Vanity Fair”,
capolavoro di modernità con un arrangiamento super, riflessione sull’amicizia. Splendida “How Kind Of You”, ballata sull’attenzione,
la gentilezza. Ariosa, orchestrale “This Never Happened Before”, melodia
perfetta. E poi ancora “Jenny Wren”, “Too Much Rain”, “Friends To Go”, “English
Tea”.
Sono passati dieci anni
dall’uscita di quel gioiello grezzo che rivelò il talento e il mondo di Alanis
Morissette. La rockeuse canadese con “Jagged Little Pill” riprese il testimone
della musica d’autore rock al femminile che aveva caratterizzato gli anni ’80,
attualizzandola in chiave urgente, appassionata secondo la sensibilità
elettrica tipica degli anni ’90. Con questa rilettura acustica, concepita
insieme al produttore-demiurgo Glen Ballard, Alanis festeggia il decennale di
un’opera sicuramente notevole. Le canzoni sfilano nell’ordine originale, anche la
grafica dei titoli in copertina è la stessa, stessa la posa “doppia” della
cantante sul frontespizio. In dieci anni comunque le cose sono cambiate,
compresi gli accordi commerciali ora possibili per vendere un disco nelle
caffetterie. Se ci sono le canzoni va tutto bene e in effetti le canzoni
restano. La struttura, l’emozione, non temono un (eccellente) cambiamento
dell’arrangiamento. Il nuovo “Jagged Little Pill” (di poco più lungo) suona
piuttosto come un aggiornamento generazionale. Soprattutto per le ragazze e i
ragazzi che hanno vissuto la scossa originaria. E anche uno spartiacque
visibile nella carriera della stessa Morissette, che in questi anni è diventata
simbolo di un sentimento femminile generale anticonformista: con un peso di
autorevolezza da portare, cosa che capita solo ai grandissimi. Allora, ad
esempio, cambiare il testo di “Ironic” in chiave gay quando si incontra l’uomo
dei sogni e poi, suo marito anziché la moglie, mostra una sintonia con il
costume corrente (dichiarato anche nelle note dell’artista). Ma c’è una
freschezza di fondo, una nuova emozione che appare e aggiunge un nuovo valore a
queste canzoni.
Il sogno di una certa New York underground che sbarcava nel pop è arrivato al capolinea. L’ascolto di questo nuovo album solista di Towa Tei, il DJ di origine giapponese che fu anima dei Deee-Lite tra anni ’80 e ’90, suscita in effetti questa convinzione. I Deee-Lite furono la cima pop di un iceberg che apparteneva ai garage, alla house music e alla controcultura della dance nata negli anni ’80: una delle tante mutazioni della New York underground degli artisti, musicisti, pittori, performer, ballerini, cantanti, attori, registi, divorata dalla febbre malata della bellezza, della novità iconoclasta, della trasformazione dei segni culturali che arriva puntualmente, dieci anni dopo, anche sul bancone di Via Del Corso a Roma. Towa Tei, attore tra i tanti di questa scena, ha prodotto cose discrete in passato. Con “Flash”, ritorna con un suo album dopo sei anni. L’ascolto, genericamente piacevole, di questo disco si ferma però alla superficie. L’insalatona mista di stili mostra la corda. Non è più choc e non è più chic: anche questo groove (più mentale che concretamente musicale) sembra consegnato allo scaffale dei ricordi. Il gioco delle ospitate, delle variazioni di gusto tipiche della club culture transnazionale, non spacca. Leggermente funky e melodica l’iniziale “Milky Way”, con Ryuichi Sakamoto (che sembra arruolato per luogo comune) e Yukalicious. “Sometime Samurai” con Kylie Minogue sembra una b-side qualsiasi. Risciacquatura house in “Melody” con Byron Stingily dei Ten City. Elegante “Risk Some Soul” (Luomo). Brazil-electro in “Bianco” (Arto Lindsay). Altrove abbondano giochetti e trovatine con beat e colori. Si chiude con una cover indecifrabile di “My Sharona” (mai scialona).
Jakob Dylan e i suoi
Wallflowers sono arrivati al loro quinto album, per la prima volta prodotti da
Brendan O’Brien (curatore di Pearl Jam e Bruce Springsteen). Basterebbe questa
prima notizia per fare una descrizione sufficiente di questo “Rebel,
Sweetheart”. Cominciando dal giovane Dylan e la sua voce, diventata familiare
al pubblico americano che segue un certo rock mainstream. Continuando con i
Wallflowers che hanno sempre, comunque, seguito un loro indirizzo di
guitar-rock con melodie e densi richiami al passato; con O’Brien e i Pearl Jam
e Bruce, che sono l’Orsa Maggiore di questo rock USA “classico” e moderno al
tempo stesso. E concludendo con l’ascolto di canzoni che sono di un discreto
livello medio, gradito agli appassionati, ma comunque fissano l’impressione di
un supermercato del rock al quale Jakob si serve costantemente. Il fatto
è che i Wallflowers sono un esempio calzante di un modo di fare musica americano:
concerti e dischi, sguardo costante ai modelli, buona perizia musicale. Una
sorta di diesel che va sicuro per la sua strada. Anche se non ci entusiasma,
sentiamo sfilare canzoni ben fatte formalmente, con testi discreti, begli
arrangiamenti e ritornelli, un sound alla O’Brien brillante e corposo (lui ci
suona anche, nei Wallflowers). Tutto bene quindi, ma ad ogni passo o quasi
vediamo i faccioni di Springsteen, Zevon, Petty, Bryan Adams, Mellencamp che ci
balzano davanti. Il diesel procede, ma sembra di stare nella galleria dell’Hard
Rock Café, vediamo Jakob col carrello che pesca una cosa qua e una là. È il suo
stile, è la sua voce, è la sua musica. Qui ancora di più, in una cartolina
“Americana” che si può vedere come un’opera brillante o una borsa della spesa.
MISSY ELLIOTT The Cookbook
Missy Elliott, una delle
regine della musica afroamericana di oggi, torna sulla scena con il suo sesto
album, all’insegna di quello che vorrebbe essere un ricco libro di ricette
funky-soul-rap. Come accade in tutti i dischi di questo genere, si scorre una
bella lista di produttori e ospiti: in questo senso la novità, rimarcata in
modo negativo da qualche critico americano, è la presenza estremamente ridotta
dello storico sodale Timbaland (impegnato solo in due brani). “The Cookbook” è
da segnalare, anche per chi si avvicinasse solo ora a questa artista, come un
disco di transizione: un’insalata di ritmi, groove, idee, anche poco riuscite,
certo meno valida di prove come “Under Costruction” e “Miss E… So Addictive”.
Come molti dischi di black music che si trovano a metà del guado, c’è in
effetti un po’ troppa zavorra. Curiosamente destano maggiore impressione,
anche se non sono stellari, i pezzi in cui Missy si scioglie sul terreno
soul-funky, i lenti con vocalità e melodie “convenzionali” fatti con classe e
mestiere, episodi di stampo “commerciale”. Nella scaletta spicca il singolo
“Lose Control” (Ciara, Fat Man Scoop) che è electro-funk potentissimo con
sample di Cybotron e Hot Streak. Meglio ancora la conclusiva “Bad Man”, con le
stelle dancehall Vybez Cartel e M.I.A., una bomba di groove viscerale di
percussioni e vocalità. Rap-soul come va oggi, con bella misura, “Irresistible
Delicious” con il vecchio leone old-school Slick Rick. Movimentata e frizzante
“We Run This”, che richiama “Apache” della Sugarhill Gang. Sul versante
soul-pop-funky di cui sopra, spicca il giro fantastico di “Meltdown”. Non male neanche
“Teary Eyed” e “Time And Time Again”. Ma
l’hip-hop è un’altra cosa.
Curioso vedere i Madness che
fanno come i nostri Bluebeaters, vale a dire riprendono le cover dello ska e
bluebeat d’epoca, e non solo, assecondando le loro passioni di musicisti.
Questo album, che è valso alla ormai “storica” formazione britannica il ritorno
in studio dopo 6 anni, deriva dai concerti fatti alla fine dell’anno scorso con
lo pseudonimo Dangermen. Il Dublin Castle di Camden, in quelle occasioni,
riportò la band e gli estimatori accorsi agli show all’energia ed elettricità
dei vecchi tempi. Così le sessions hanno visto impegnati tutti e sette i
musicisti originari dei Madness, anche se il chitarrista Chris Foreman si è
presto chiamato fuori. L’aria che si respira in queste canzoni è quella di un
divertito e filologico (anche nelle tecniche di registrazione) ritorno alle
origini: impostazione ska ma stile vintage a tutto campo, fino al R&B o al
R&R. La
storia dei Madness, dallo ska-revival di fine anni ’70, è una pietra miliare
del pop inglese degli ultimi 25 anni (anche i Madness hanno un musical a loro
ispirato, “Our House”). Non stupisce che per questa ripartenza il gruppo abbia
scelto di guardare indietro. Rivitalizzandosi con una scossa di passione e
gusto musicale, e cavalcando con furbizia il repechage di brani classici a metà
tra lo sconosciuto (al grande pubblico) e la potenziale riscoperta. Nel
complesso un’opera valida, non prolissa, in cui ognuno può scegliere i numeri
preferiti. Il sottoscritto gettona di più “I
Chase The Devil Aka Ironshirt” (originariamente di Max Romeo), “You Keep Me
Hanging On” (Diana Ross & The Supremes vs John Holt), “Isrealites” (Desmond
Dekker), “John Jones” (Rudy Mills), “Lola” (Kinks) e “So Much Trouble In The
World” (Bob Marley).
Non perché è diventato di moda, perché si è parlato
spesso di Africa, ultimamente. Non per quell’inquieto senso di colpa degli
occidentali nei confronti del terzo mondo da loro cannibalizzato, che si
risolve in una ennesima affermazione di egocentrismo. Non è così che bisogna
amare questo album. Piuttosto, ricordando le nostre prime emozioni di
ascoltatori. Per chi ne ha sentite tante, rimettendoci con gli occhi aperti di
fronte a uno di quei palcoscenici che ci regalarono bellezza spontanea, “jazz”
e immediata, quando si formava la nostra capacità di discernere la musica. O,
più semplicemente, tornando a giocare bambini, con sassolini fatti di ritmo e
discreta narrazione, con quelle gocce di note che hanno costruito la nostra
prima sensibilità musicale. L’incontro tra Ali Farka Touré, decano della
chitarra del Mali, e il più giovane compatriota Toumani Diabaté, virtuoso della
kora, ha prodotto un disco di spontanea creazione. Qualcosa cui ci si deve
avvicinare con l’animo sgombro, viaggiando in un universo parallelo che è sì,
legato ad una produzione di livello e diffusione mondiale (
“In The Heart Of The Moon” è stato registrato in presa diretta, come un dialogo tra padre e figlio. Da una parte la chitarra di Touré, dall’altra la kora, arpa africana, di Diabaté: connazionali esponenti del Nord e del Sud del Mali, virtuosi, due “musicians’ musicians”, musicisti in grado di appassionare i colleghi strumentisti di tutto il mondo come di suonare con gioia per un bambino. Accanto a loro, discretamente ad assecondare e accompagnare, ospiti come Ry Cooder, Sekou Kanté, Cachaìto Lopez. Farka Touré e Diabaté si sono messi insieme a improvvisare e interpretare: tutto è nato da un primo incontro da cui è scaturita “Kaira” e in seguito si è concretizzato questo, che è il primo album dopo oltre cinque anni con nuove registrazioni di entrambi gli artisti. “Ai Ga Bani” (strepitosa), “Kadi Kadi”, “Gomni” e “Hawa Dolo” sono di Farka Touré. “Monsieur Le Maire de Niafunké” è di Diabaté, tributo ad Ali sindaco di Niafunké. Gli altri sono tradizionali rivisitati (si ascolti la bellezza di “Kala” o “Soumbou Ya Ya”, ad esempio). Ascoltiamo questi temi strumentali che raccontano la storia recente della cultura maliana, fatta di dialogo e conflitto tra istanze e usanze: il suono della “modernità” della chitarra e quello della tradizione della kora rileggono e riportano viva ai giovani la ricca storia musicale del Mali degli anni ’50 e ’60, a cavallo dell’indipendenza. Un paese poverissimo, ma ricco di musicisti, sorrisi, voglia di raccontare la vita. Al centro questi due maestri assoluti, creatori di discrete tessiture, narrazioni ritmico-melodiche, vortici di ipnosi e cammino tranquillo, canti di festa e di riflessione.
Le session prodotte dal boss della World Circuit Nick Gold, si sono tenute sul “tetto di Bamako”, la sala delle conferenze in cima all’Hotel Mandé, che domina il corso del Niger: scenario ideale di questo incontro, ripreso da uno studio mobile in appena tre giorni. Il sound è naturale, diretto, limpido. La definizione è ottimale e si crea un magico ambiente sonoro fatto di elementi essenziali e caldi: entriamo in un mondo di vita e musica.
Come spiegare, oggi, un
artista come Brian Eno? Sicuramente parlando di una figura completa,
rinascimentale, che ha contribuito sostanzialmente a descrivere una faccia del
rock e della musica contemporanea da una trentina d’anni in qua. Anche chi non
sopporta certe produzioni, da musicista o curatore, di Eno, non può rimanere
indifferente di fronte alla sua opera. Tra i tanti Eno che abbiamo conosciuto,
quello autore e interprete di “canzoni” mancava da circa venticinque anni.
“Another Day On Earth” è appunto un album di canzoni, come può farne Brian Eno.
Un disco in cui si bilanciano mirabilmente suoni strumentali e vocali, si
scolpisce l’essenza di un rapporto positivo tra tecnologia e passione. Ecco
quindi che si spiega così la nuova musica di Eno: canzoni che non rinunciano ad
essere ambienti sonori, figure dipinte da un maestro. I quadri della
galleria di “Another Day On Earth” richiamano diversi elementi del passato di
musicista e produttore di Eno. In questo senso non è musica “nuova” bensì
moderna: rimette e riordina sul tavolo, organizza nella forma canzone, alcuni
importanti e originali dettati stilistici frequentati da Eno in tanti anni. Chi
ha amato la musica ambientale, da solista, o certe produzioni di ricerca di
Eno, troverà riferimenti e riagganci in questi brani. Chi vuole capire da dove arriva
tanta musica di oggi può accomodarsi. Suggestivo e classico alla Eno l’incipit
ideale di “This”. Suoni trattati, elettronica, ambienti, bellissime idee in
“Bonebomb”, “And Then So Clear” e “Going Unconscious”. Trattamenti vocali in
“Passing Over” e “Bottom Liners”. Bel singolo, ballata con violini, “How Many
Worlds”. Ritmo, vocalità e melodia in “Just Another Day” e “Under”.
ALBERTO
FORTIS Fiori sullo schermo futuro
Mai dire mai. Mai pensare di essere passati per non tornare più. Mai credere di non poter più sostenere una sfida musicale. Inizia con questo sentimento, spiegato in un’ottima ballata rock segnata da un’armonica, il nuovo album di Alberto Fortis. Un disco, questo “Fiori sullo schermo futuro”, pienamente convincente nel genere e nel solco dello stile storico dell’autore. Costruito con suoni chiari, freschi, cantato apertamente, infarcito di elettricità, melodie, ben arrangiato, ben suonato, classicamente piazzato in quell’orbita geostazionaria del rock che torna ogni tanto attuale e interessante, seguendo i corsi e ricorsi del gusto. Un disco che vale semplicemente perché ha le canzoni, la materia prima che sempre discrimina la qualità. E, se ci sono quelle, non conta poi molto parlare di immagini sonore, percorso “filmico” che può affiorare tra le note dell’album. Conta invece sottolineare che Fortis ha registrato “Fiori sullo schermo futuro” con la sua vecchia famiglia di musicisti, in maniera ruspante e quasi sempre convincente. Un album costruito sull’emozione e sull’istinto, che ha qualche collegamento con i sentimenti che a suo tempo generarono “La grande grotta”. Fortis, tra piano, armonica, chitarra e voce, ha prodotto il disco col bassista Franco Cristaldi. Le canzoni sfilano con grande fluidità. Dall’iniziale singolo “Mai dire mai”, all’esemplare “Dentro nel fiume”, la bella e ben costruita “Avalon”, la coinvolgente, frizzante, da radio “All Right”, la ballata “Innamorata”, condita con un certo birignao, la lunga “Quieres Love”, con citazioni sparse, la riflessiva “Luna park”, l’aperta, sognante “Due parole” e così via. Accluso un DVD con curiosità, immagini, inediti.
Quarto album della
formazione hip-hop americana che ha sbancato con il precedente “Elephunk”:
disco trainato dal singolo “Where Is The Love”, che per mesi, pur essendo
un’ottima canzone black, fece la figura della saponetta sonora. I Black Eyed
Peas occupano quella nicchia del mondo hip-hop e funky che ha i più consistenti
contatti con il pop puro e semplice. Da loro non bisogna aspettarsi hardcore,
ma divertimento e beat, anche se talvolta “consapevole”. La band si dedica
stavolta a sporchi affari (monkey business) ospitando Justin Timberlake (che
era in “Where Is The Love”) James Brown e Sting. La scelta degli spunti
musicali (leggi sample) è ancora una volta molto paracula: si ascolti la fresca
e frizzante “Don’t Lie”, ad esempio, costruita sull’aria di “The Ruler’s Back”
di Slick Rick, oppure la partenza a razzo di “Pump It”, che riprende “Misirlou”
di Dick Dale (chi ricorda Pulp Fiction?). Quasi tutti i brani dell’album
contengono una citazione giusta, su cui i quattro Peas possono sbizzarrirsi a
dovere. Se avete quattordici anni o giù di lì, viaggiate in skateboard con i
pantaloni larghi, le scarpe giuste, vi piace la breakdance, il groove di
“Monkey Business” vale la pena di un giro, sicuramente. Ma la fruizione può
essere larghissima, insinuarsi tra le creme abbronzanti e qualsiasi player MP3.
Per una volta, buttiamoci nel party. Con la frizzante “Don’t Phunk With My
Heart”, la sfacciata “My Humps”, la bella “Like That” (Q-Tip, Talib Kweli,
Cee-Lo, John Legend), la carica di “Feel It”, l’atmosfera di “Gone Going” (Jack
Johnson), il funk di “They Don’t Want Music” (James Brown), il groove di “Disco
Club” o l’incedere di “Union” (Sting) che cita “Engishman in New York”.
JAMIROQUAI Dynamite
Tornano i Jamiroquai, a
quattro anni di distanza dal precedente “A Funk Odyssey”, e non sembra cambiato
molto nell’orizzonte della formazione pop-funk guidata da Jason Kay. Il leader
con cui si identifica il gruppo, nel suo passato recente ha percorso tutti i
luoghi comuni con cui è infarcita la vita delle star: cocaina in abbondanza,
donne, macchine sportive lanciate a tutta birra e patenti ritirate, liti con i
paparazzi. Nello star system musicale, Kay è il contraltare funky del campione
rock Lenny Kravitz: come lui ormai si affida alla maniera di uno stile
personale per sbarcare il lunario (si fa per dire) e confezionare dischi nuovi.
Ma, in quanto a sostanza musicale, si piazza ben sotto Kravitz se dobbiamo
considerare questo “Dynamite”. Un disco che sembra fatto con il manuale
Cencelli del funky-pop: un po’ di questo, un po’ di quello, spolveratina di
impegno, suono pompato, groove etc. Jason Kay ha composto le canzoni
insieme al chitarrista Rob Harris e al tastierista Matt Johnson, con la
produzione di Mike Spencer. Rispetto al precedente album, un passo indietro
semplicemente perché non si va da nessuna parte e ci sono poche canzoni da
ricordare. Il sound comunque è alla moda, e non deluderà gli appassionati di
bocca buona. Il singolo iniziale, “Feels Just Like It Should”, è tirato, un po’
troppo pieno e ossessivo, ma funziona. La title-track, carina, sembra un pezzo
degli Chic. “Seven Days In Sunny June” è una canzone vera e propria, in chiave
pop. Preghiera contro l’odio su base funky-disco “Starchild”, ruffiana e
piaciona “Talullah”, beat convincente in “Black Devil Car”. Kay prova a fare
ancora il pacifista o a pungere Bush, ma il contesto è stridente e stucchevole.
Anche se è una “pop
goddess”, una dea del pop internazionale che risponde a tutti i meccanismi
(anche i più biechi) del business, Shakira rappresenta un deciso cambiamento
nel modo di proporre e consumare musica a livello globale. Con il suo talento,
il suo successo, una presenza scenica invidiabile, la stella colombiana va ben
oltre i cliché sul ron Pampero da trincare tra sudati avventori nei peggiori
bar di Caracas. È grazie a Shakira e a pochi altri che il mondo ispanico sta
diventando protagonista nella musica popolare globale, trascinando attenzione
su tanti artisti anche di nicchia. La decisione di tornare con questo primo
(solo in spagnolo) di due album paralleli, ha subito pagato, con il record di
vendite in USA per un disco ispanico. Shakira ha annunciato “Fijaciòn Oral”
come la sua opera più eclettica. E in effetti c’è molta varietà. Lo stile
vocale di Shakira, così peculiare, unisce toni soffusi a pieni corposi e
talvolta gutturali. È lei che dà l’impronta alle canzoni che canta (e compone)
con questa voce, le trasforma. La produzione di Rick Rubin asseconda un vario
calderone pop, costruisce un bel sound intorno alla protagonista. Scorrendo la
scaletta, si trovano diversi brani interessanti. Dall’apertura di “En Tus
Pupilas”, una bella canzone su toni di ballata, al frizzante duetto “
I White Stripes hanno
abituato il mondo a considerare da una prospettiva diversa la musica elettrica.
Come un prodotto di passione istantanea, fatta con due strumenti, chitarra e
batteria, o poco più, e incisa direttamente senza infingimenti e trucchi.
Naturalezza insolente, rispetto a tutti i meccanismi correnti della produzione
e del consumo. Genuina espressione che ha conquistato una platea mondiale col
successo del capolavoro “Elephant”. Oggi i White Stripes rappresentano il
legame più credibile con la tradizione del rock ‘n’ roll. E proprio per questo
sono moderni. Ascoltando “Get Behind Me Satan”, anche troppo oscuro e rozzo nel
sound (perlomeno dalla copia in vinile) si ripiomba in un mondo fuori dal tempo.
I pochi strumenti in gioco sono combinati con grande perizia per far risultare
un insieme coerente e originale. I White Stripes sono cambiati: si
ascoltano tanto marimba, piano e corde acustiche, brani blues e country-folk,
ballate di puro conio. I White Stripes non sono cambiati: tutto è ricondotto
ancora al loro stile, alla loro incredibile carica, qui arricchita da
invenzioni armoniche. Ci sono agganci ai Led Zeppelin, elettrici e acustici,
Robert Plant, gli Stones, Hendrix… Jack White si conferma come un interprete
geniale delle radici del rock e questo album conquista con ascolti ripetuti e
non sfigura affatto rispetto a “Elephant”. È quasi tutto super. “As Ugly As I
Seem” bellissima e calda, confina col folk-rock. “Take, Take, Take” è una sfuriata
alla Led Zep. “I’m Lonely” una classica ballata country. Elettricità e
atmosfera in “The Nurse”. Ottime ed esemplari anche “My Doorbell”, “Forever For
Her”, “The Denial Twist”, “White Moon”, “Instinct Blues”, “Blue Orchid”.
È il quinto album in studio
del Sud Sound System, la formazione ragga-dancehall salentina che rappresenta
uno degli esempi più belli, più dolci e appassionati della fusione culturale e
stilistica che molta musica ci ha regalato negli ultimi vent’anni. Nandu Popu,
Don Rico e Terron Fabio, popolarissimi nel circuito reggae internazionale,
possono oggi tranquillamente viaggiare su livelli espressivi intensi, taglienti
e di livello mondiale. Dimostrazione della vera “globalità” di musica e temi,
quando si incontrano e brillano insieme stili e linguaggi che sembrerebbero
lontani. Ma si rischia di cadere nel banale, ormai, sottilineando ancora queste
prerogative. “Acqua pe sta terra” comunque è un buon album, con un sound caldo
e armonioso, beat e melodie, fiumi di rime che si intrecciano, groove.
Annunciato come una prova di maturità per il Sud Sound System, non delude
l’attesa. Da notare le ospitate di rilievo, grandi nomi del reggae come
Luciano, Chico, Anthony Johnson e General Levy, che aggiungono spezie ad un
piatto già molto saporito. Gli episodi con gli ospiti spiccano anche perche il
SSS in questi casi fa scintille, aumenta le sue potenzialità: e da questo si
capisce che la formazione può crescere ancora. L’iniziale “Ciao amore”, dolce nel
suono con venature soul, bellissimi fiati, è l’esemplare storia di un emigrante
che simboleggia tutti i migranti. Ottima, stilosa “Now Is The Time” (Luciano).
Decisa e cruda “Giungla”. Arrangiamento super, caledoscopio musicale in “Strade
rosse”, scoppiettante la title-track (Chico), classica e mistica “Jah Jah Is
Calling” (A.Johnson). Fuochi d’artificio alla fine con “Nun te fa futtere”
(G.Levy) e “Reggae Calypso”, con un Don Rico superlativo.
Io che muoio e vivo una vita
normale, che me ne accorgo cercando qualcosa di speciale, io che non esisto ma
che non voglio morire, sono il Re del niente, statemi a sentire: sono le parole
di un Gianluca Grignani che si sintonizza su un intimo disagio collettivo, su
quel non so che che ha preso più o meno tutti ad un certo punto, cercando una
propria credibile identità. Quanti ragazzi, oggi, si sentono re del niente? E
dire che questa è musica pop, canzone. Ma è fatta da uno come Grignani, che è
un vero artista: con un suo stile, popolare, talvolta sgangherato ma capace
spesso di trovare la sintonia che conta in questo campo, quella con il tizio
che sta al bancone del bar o in fila al fast food. “Il Re del niente” è una
raccolta di canzoni pop-rock di grande artigianato, il prodotto medio di
qualità di cui c’è bisogno. Il modo migliore, per Grignani, di iniziare
una nuova fase della carriera, che è anche vita accanto alla moglie Francesca e
alla figlia Ginevra: recuperando i segni migliori del suo stile pop, raccontando
emozioni, con le melodie al punto giusto. Nel suo genere, davvero un
bell’album. Il livello dei brani è alto e i punti fermi sono l’iniziale
“Bambina dallo spazio”, bellissima ballata che sta tra “La mia storia tra le
dita” e “La fabbrica di plastica”; “Il Re del niente” appunto, leggermente
elettrica, costruita semplicemente e classica alla Grignani; la splendida,
conclusiva “Che ne sarà di noi” (dal film omonimo), una delle canzoni più belle
del cantautore milanese. Buono l’equilibrio di sonorità acustiche ed elettriche,
produzione eccellente. Da ricordare anche “Arrivi tu”, “Un giorno azzurro”,
“Sotto la notte viola”, “
Una bella carriera alle
spalle, Smashing Pumpkins, recentemente Zwan, e tanta voglia di iniziarne una
nuova, come solista a tutto tondo. Questo è il Billy Corgan di oggi, musicista
del rock moderno, o alternativo che dir si voglia, che è già diventato storia,
con un’attività pluriennale all’attivo. Corgan è un rappresentante
generazionale del rock americano e un disco come questo suscita subito una
certa curiosità. Ma diciamo subito che se l’artista di Chicago poteva o
potrebbe aspirare ad un percorso alla Lou Reed post Velvet (parlando sempre di
una certa area musicale), il risultato di questo album è contraddittorio.
“TheFutureEmbrace” è un soufflé elettrico composto in buona parte da canzoni
belle e di impostazione decisamente pop (diversi testi “d’amore”) che non
“escono” a dovere invischiate e incastonate come sono nel muro rock che le
ospita. La voce del protagonista è quasi sempre dentro: vengono alla
mente certa dark wave inglese degli anni ’80 e venature industriali e hard
(queste derivate da certa musica degli Zwan) che vanno forte, al momento. I ritmi
oscuri, le spesse stratificazioni, il continuo di chitarra, il diluvio di
effetti che aggiungono anziché asciugare, il rock denso come petrolio, sembrano
un appesantimento. Scelta deliberata e di una certa suggestione: ma l’essenza
di oscure imprevedibilità sentimentali è sviata. Veloce, spaziale, bella “DIA”
(con Jimmy Chamberlin dei Pumpkins). Inquieta, lenta e bowiana, spicca “Now
(And Then)”. Prince incontra i Cure di “Pornography” in “Sorrows (In Blue)”.
Ben costruita, quasi pop “Pretty, Pretty STAR”. Rarefatta, equilibrata,
eccellente “Strayz”. Cover spaziale e intensa, con Robert Smith, “To Love
Somebody” (Bee Gees).
Prima hanno fatto e disfatto
per arrivare a concepire quest’album, poi hanno mandato al diavolo la casa discografica
affermando di avere tante altre canzoni da pubblicare in futuro (con un’altra
azienda). Alla vigilia dell’uscita di “Don’t Believe The Truth”, gli Oasis
hanno rimesso in moto il meccanismo di polemiche, attesa (concerti esauriti),
tensione sul filo che ha caratterizzato tutta la loro epopea rock. A tre anni
da un album egregio come “Heathen Chemistry”, continuano a lavorare in gruppo e
anche questo disco è una raccolta di canzoni firmate da tutti. Le migliori,
però, sono quelle di Noel Gallagher, mentre delude un po’, nel complesso, il
materiale del fratello Liam. Questo album è una parata di atmosfere e
citazioni, un gioco aperto con gli stili e la storia del rock britannico, e con
lo stesso stile Oasis. Non è un lavoro così bello come il precedente.
Continua con una buona varietà, può far contenti i fan e consolida la vena
matura degli Oasis. Dopo aurea accademia e citazionismo spinto, si decolla nel
finale. Il singolo “Lyla” (Noel) non si digerisce, attapirato com’è su “Street
Fighting Man” degli Stones. E così “Guess God Thinks I’m Abel” (Liam), ballata
carina, che però evoca “I Wanna Be Your Man”. Questa percezione falsata è
fastidiosa. Meglio la nervosa ed essenziale “The Meaning Of Soul” (Liam). Ma
gli ultimi quattro gioielli alzano il tono. “Part Of The Queue” (Noel), veloce,
chitarre super, pop-rock al massimo. “Keep The Dream Alive” (
Keren Ann Zeidel, cittadina
del mondo di origine israeliana, ma tanto francese quanto, ultimamente,
“americana”, è uno dei personaggi di punta di una nuova scena musicale
transnazionale che può trovare esempi pregevoli (ma non paragoni stilistici) da
Bjork agli Air agli Yo
Arrivato all’anno di grazia
2005, Lorenzo Jovanotti Cherubini ci suona nella mente come un fratello con
cui, anche se siamo di generazioni diverse, bene o male siamo cresciuti. Uno
che da ragazzo smarronava spesso, poi si è aperto, ha conquistato una sua
personalità musicale, ha fatto cose grandissime e si è avviato all’esagerazione
autoreferenziale, tracimando nel senso opposto. Non foss’altro che per un pugno
di dischi, e per un tour “revue” che resterà mitico nella storia della musica
italiana, si dovrebbe rispettarlo. Funky, rap, canzone, invenzione, ricerca,
sapori esotici, sguardo umanitario globale, pro e contro, bene e meno bene, su
e giù: Lorenzo oggi è tradizionalmente, naturalmente questo. “Buon sangue” è un
album-bignami del suo stile, senza troppe sorprese. Rifugio d’artista, alla
fine di un periodo non poco confuso, baciato subito dall’apertura di credito
del successo. Dovendo riagganciare un’altra generazione di ascoltatori,
Lorenzo si è incamminato per la via mediana che non scontenta i conoscitori e
può avvicinare i neofiti. Usando elettronica, begli arrangiamenti, i colori
classici della sua tavolozza (il sound è eccellente). Raccontandosi più volte
interdetto, relativista ma dopotutto realista, concludendo che tutti siamo
figli dell’umanità: si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione.
Lavorando bene con Michele Canova, Stefano Fontana, Planet Funk. Il singolo
“(Tanto)” non convince e può sviare, prevenire. Buon versante pop in “Mi fido
di te” e “La valigia”. Ritmo giusto in “Coraggio”, “Falla girare”. Ottimo
groove in “Penelope” (con Edoardo Bennato). Misura brasileira, eleganza in “La
voglia di libertà”. Idea crepuscolare alla Tenco “Una storia d’amore”.
Bruce Springsteen non
avrebbe potuto far seguire allo sconvolgente “The Rising” un simile percorso
elettrico. Così, anche per rispettare una regola non scritta che vuole una
volta ogni decennio, da “Nebraska” in poi, un ripiegamento nella descrizione
intimista e folk, ha raccolto un pugno di vecchie e nuove canzoni per questo
“Devils & Dust”. Album marcatamente cantautorale nel senso del folksinger
Made in USA: con Dylan convitato di pietra che troneggia, o un ologramma di
Neil Young sullo sfondo, ma pur sempre un disco di Bruce. Con la sua capacità
di scrivere storie, di indovinare le parole giuste per uno stato d’animo,
l’immagine adatta per una vita buttata. Con la voglia di colori smorti per un
sound perlopiù acustico, alternato a parti più elettriche e corpose. Comunque a
buona distanza da “The Rising”, da tutti i punti di vista. La produzione è
sempre di Brendan O’Brien, il Boss canta e suona con O’Brien al basso, Steve
Jordan alla batteria, Soozie Tyrrell al violino, Chuck Plotkin, Dan Federici,
Patti Scialfa, Nashville String Machine e così via. Dopo lo shock emozionale di
“The Rising” e del tour che ne è seguito, Springsteen ha riconquistato il
centro della scena l’anno scorso, lanciando l’opposizione a Bush, invocando la
fine di un divario economico “che minaccia di distruggere il nostro contratto
sociale e di annullare la promessa di una nazione indivisibile”. Parole
sfortunate, perché Bush è stato rieletto, ma il Boss si era ancora posizionato
accanto alla gente. Poi in “Devils & Dust” ha fatto sfilare quadri umani,
più o meno riusciti, in cui le lotte dell’anima si sostituiscono ai sentori
collettivi. Concettualmente, Bruce torna ad essere un uomo e una chitarra,
come agli inizi quando si nutriva di Dylan. “Devils & Dust” è un album di
transizione, ma fatto da un artista che riserva sempre qualche gemma. La
title-track, scritta all’inizio della guerra in Iraq, è l’unico legame con il
Boss pubblico: ricerca di sopravvivenza in una lotta in cui si suppone Dio
dalla propria parte. Imposta la chiave musicale del disco: suoni raccolti e
certe armonie conferiscono all’insieme una certa tensione drammaturgica. “Reno”
è tema crudo, l’incontro con una prostituta, reso in maniera essenziale ed
esemplare. Come eccellente, commovente, è il racconto di “The Hitter”, storia
di un pugile e della sua vita alla resa dei conti. Bella e convincente “Maria’s
Bed”, che da sapori folk e country decolla in rock. Suggestiva “Silver Palomino”,
storia di gioventù e dolore per la perdita della madre, archetipo americano.
Preghiera di semplice e grande bellezza “Jesus Was An Only Son”. Ferma
narrazione folk “Matamoros Banks”. Annesso un DVD con la parte audio dell’album
(canzoni e testi, opzioni PCM Stereo e Dolby Digital 5.1 Surround) e un live
intimo di una mezz’ora con cinque canzoni e spiegazioni un po’ didascaliche
della musica. La regia è di Danny Clinch, su tonalità crepuscolari, asciutte e
invernali: riprese effetuate nel New Jersey in una casa americana senza tempo,
in una sospensione del sentimento senza tempo. Brendan O’Brien è il
produttore e confezionatore di suoni più classico della “americana” di questi
ultimi anni. In questo caso ha a che fare con colori sfumati, suoni sparsi, come
pure con rutilanti rocker (“All The Way Home”). Complessivamente un buon lavoro
sonoro, ben strutturato ma senza invenzioni o rivelazioni particolari, sulla
strada di un mainstream senza scossoni fatto apposta per un pubblico che vuole
andare sul sicuro.
AA.VV. Le storie di Mogol
Dopo le avventure di Lucio
Battisti e Mogol, arriva un altro triplo CD con le storie di Mogol, le canzoni
firmate dal grande e prolifico paroliere Giulio Rapetti da molti anni in qua.
Cinquanta brani che rivelano buona parte del gusto italiano nella musica
leggera, cominciando da “Al di là” di Luciano Tajoli, vincitrice al Festival di
Sanremo del 1961 (prima delle vittorie di Mogol). Gusto italiano che è cambiato
e si è trasformato soprattutto negli ultimi quindici anni, e naviga oggi nella
tempesta di una rivoluzione del consumo che stravolge anche la promozione del
talento. Le storie, piccole o meno, scritte da Mogol probabilmente consegnano
una certa canzone italiana alla storia. Ma non storicizzano un modo di lavorare
che ha sempre fuso “pezzi della vita” con la musica. Che ha raccontato, quando
c’era da raccontare, sentimenti semplici o squassanti. La raccolta
contiene un libretto con tutti i testi delle canzoni, meno quello de
“L’arcobaleno”, la canzone “suggerita” da Battisti tra sogno e visione. Vengono
riproposti, con le ripuliture digitali, i suoni d’epoca delle canzoni, dagli
anni ’60 in poi. Le storie di Mogol viaggiano a fasi alterne, tra impressioni
fulminanti e comunicazione popolare. Ma non c’è mai l’ombra della banalità: si
rivela una scuola della parola in musica che ha saputo spesso, e
magistralmente, sintonizzarsi su un sentimento collettivo. Esemplari le
traduzioni delle cover “A chi” (Fausto Leali), “Senza Luce” (Wess) e “Che colpa
abbiamo noi” (The Rokes). Si vola tra le voci e la musica di Bongusto, Mina,
Caselli, Tenco, Dorelli, Equipe 84, Patty Pravo, Bennato, Modugno, PFM, Lauzi,
Battisti, Gaetano, Cocciante, Mango, Bella, Morandi, Lavezzi, Celentano.
È divertente e tonificante,
in quest’epoca di cloni, ascoltare un originale al massimo della sua forma,
accompagnato da una band di musicisti in gamba. È il caso di questo ottimo
nuovo album di Robert Plant con gli Strange Sensation, che suona come un ponte
tra passato e presente, ma anche attraverso sapori, culture musicali,
impressioni legate alla grande passione dell’artista per il Marocco, il deserto
e la sensibilità dei Tuareg. “Mighty Rearranger” è una scossa, una boccata
d’aria nuova, un disco suonato come pochi, cantato da un nume tutelare del rock
che conserva verve e perizia, calore e comunicativa. Un disco moderno, senza
etichette scomode, in cui si possono però trovare diversi agganci con l’era Led
Zeppelin, positivi e concreti. Ben piazzato nella storia solista di Plant, con
sapori rock, blues e di musiche del mondo. Da sentire a casa o, possibilmente,
in concerto. “Mighty Rearranger” è il nono album solista di Plant, che
segue un’opera interessante, fatta perlopiù di cover, come “Dreamland” (2002).
Il disco, curiosamente e gustosamente un po’ fricchettone nell’approccio
generale, decolla come un vento caldo che si alza progressivamente.
L’affiatamento tra Plant e la band funziona. L’iniziale “Another Tribe”, aperta
tra etno e rock, è esemplificativa di tutto ciò che segue. Boogie blues veloce “Freedom Fries”, suggestiva e
bella “All The Kings Horses”, rock-etno, vagamente hendrixiana “Dancing In
Heaven”, molto bella, incalzante e sciamanica, con sfondo acustico “Somebody
Knocking”, intensa, notturna e bluesy “Let The Four Winds Blow”, veloce
rock-blues vecchio stile, frizzante, “Mighty Rearranger”. Chiusura con
una bizzarra ghost track etno-dance, diversa dal resto.
Procede quasi in parallelo
al ritorno del suo affine Beck (con uno degli album dell’anno) la pubblicazione
del nuovo album degli Eels di Mark Oliver Everett, altro personaggio chiave
dell’America “alternativa” del songwriting di questi ultimi dieci anni.
“Blinking Lights” è un’opera impegnativa, un doppio “epico” espressamente
dedicato “a Dio e tutte le questioni correlate al soggetto di Dio”, una
“lettera d’amore alla vita” da parte di un artista aggrappato ai suoi “ultimi
brandelli di sanità”. Come premessa, niente male. In effetti il precedente,
ottimo “Shootenanny!” era stato registrato quasi di getto in una pausa al
lavoro di otto anni a “Blinking Lights”, che appare disco profondamente
autobiografico, introspettivo, macerato ma alla ricerca costante della luce e
della salvezza personale. Un’opera legata anche a tristi episodi della vita
personale dell’artista, a fantasmi con cui bisogna sempre fare i conti.
Nella vita è così, gioie ed esperienze di ognuno possono trovare un riferimento
in quelli di una persona problematica e difficile come Everett. Che qui si
distacca dagli esercizi di stile di “Shootenanny!” per tentare il disco della
vita, che sappia mostrare dolori e riscatti simultaneamente, come spesso ha
fatto in precedenza. “Blinking Lights” è un album molto bello. Un lungo
racconto che non stanca, fatto di una gamma di sentimenti descritti in modo
essenziale, da una voce spesso oscura, immersa in quadri a tinte lunari. Tra
rock ‘n’ roll, melodia, ninnananna, folk, ruvida atmosfera, ballate, humour,
idee singolari. Ospiti Tom Waits, John Sebastian, Peter Buck. Nel suo angolo di
un universo senza significato, Mark Oliver Everett ha radunato sparse, luminose
carte di vita.
Singolare che il destino di
una major (è stato detto dai suoi responsabili) dipenda dal successo di dischi
come questo. E lo slittamento d’uscita di “Demon Days” al
È una realtà a pezzi, un
puzzle da ricomporre, semmai ci riuscissimo, il mondo secondo Francesco De
Gregori. “Pezzi” è un album che non lascia indifferenti, che dice qualcosa
finalmente, nel mare dei saprei, vorrei, farei. Per chi rischia per viltà un
gran rifiuto, c’è l’impatto degregoriano al 100% di “Vai in Africa,
Celestino!”: rock brillante, veloce, scossa alle remore e ai pudori di un paese
rancoroso dove nero e bianco sembrano persino uguali. Ma è più avanti, in
questo disco asciutto, dal suono rock e spontaneo, dove spesso incombe il tempo
di guerra e di morte, che l’autore fotografa la realtà e risponde alla “Io non
mi sento italiano” di Gaber che pure aveva una conclusione aperta e
conciliante. De Gregori non concilia: conclude “Tempo reale” dicendo “se
potessi rinascere ancora preferirei non rinascere qua”, in questo paese dove
“se rubi non muore nessuno e dove il crimine paga… di ricchi e di esuberi e
tasse pagate dai poveri”. Siamo di fronte a un’opera rara nella nostra
deprimente musica. Un disco senza riempitivi, prodotto da Guido Guglielminetti
e firmato tutto da De Gregori. “Parole a memoria”, ballata elettrica, struggente,
su ricordo e sentimento, la può cantare solo un artista maturo, ma non
nostalgico. E così pure è per l’amore di “Passato remoto”. Ma l’inferno avanza
nella visione lugubre di “Numeri da scaricare”, un sipario di fiamme e morte si
chiude su “Il panorama di Betlemme”. Non c’è più posto per marce trionfali in
“Gambadilegno a Parigi”. Un chiaro di luna illumina sogni e ideali perduti
nella classica “Le lacrime di Nemo”. Alla fine, ne “Il vestito del violinista”,
il sole spunta dall’altra parte del muro: i falegnami che fabbricano il futuro
siamo noi.
Dopo gli ultimi album di
Cure e Morrissey, usciti l’anno scorso, tocca anche ai New Order battere il
colpo con un nuovo lavoro. E, tra i protagonisti della vecchia guardia
rock-wave britannica, ci riescono davvero meglio di tutti, regolando l’ex
Smiths e battendo nettamente Robert Smith. In una generazione musicale ormai
storica, la band di Bernard Sumner riesce a reinventarsi con un disco di stile
e classe: il modo migliore per citarsi ancora, per lavorare di maniera. Un
album, questo, molto ritmato, con tanti suoni di chitarra, tessiture, armonie,
melodie. I New Order suonano un po’ diversi e forse anche per questo sembrano
più freschi. Con la proverbiale sottile tensione emozionale, la lama della
velocità e della bellezza, propongono la migliore incarnazione della modernità
rock. Concetto di largo respiro e profondità: si è “moderni” se ciò che si
propone si fonda su almeno vent’anni di storia. “Waiting For The Sirens’
Call” è un album dove il livello medio dei brani è molto alto, difficile
scegliere i migliori, dove è spesso presente un impatto “pop” raffinato, dove
la vita fa capolino in un mare di incertezze. Un album molto suonato, con
larghe e bellissime parti strumentali, code sensazionali. La bellissima
title-track è esemplare per ritmo e tiro iniziale, linea melodica e gancio
super. Molto originale l’impulso elettronico-ragga-elettrico di “I Told You
So”, ipnotico, suona curiosamente orientale. Perfetto impianto pop-rock,
incedere veloce, in “Jetstream”, con la voce di Ana Matronic degli Scissor
Sisters, molto buona. Elettrica, selvaggia, retrò e divertente “Working
Overtime”. Apertura sontuosa e vaghi sentori anni ’80 in “Morning Night And
Day”. Buon singolo “Krafty”.
Dopo i recenti live, il
nuovo “ritorno” di Nicola Arigliano a 81 anni, con una canzone per il festival
di Sanremo (dove ha vinto con un plebiscito il Premio della Critica) e un nuovo
album in studio con “grandi successi buoni alla prima”, è indubbiamente una
notizia. Il crooner pugliese, vecchio ragazzo irresistibile accompagnato da un
ottimo trio jazz, sembra emerso da una piega spazio-temporale: per uno scherzo
del destino, il suo tocco musicale sembra farci digerire (come faceva una volta
con la pubblicità) le tante schifezze artistoidi di cui siamo circondati. Anche
la rinascita dello swing, tanto strombazzata ultimamente, appare un falso
problema. Arigliano in effetti appartiene a un’epoca in cui, per cantare,
bisognava saper cantare. Sapersi esprimere, entrare nella musica. Lui lo ha
fatto passando per il jazz, il grande jazz, ma era e resta soprattutto un
interprete della nostra canzone storica. A Sanremo, Arigliano si è fatto
accompagnare dal suo trio e da altri grandi artisti: a ricordare visibilmente
con quale storia di passione una generazione di nostri ormai anziani musicisti
si legò alla cultura afroamericana. “Colpevole”, canzone di maniera ma
gradevole e stilosa, è proposta in due versioni, con orchestra e con il trio
(Ascolese, Vannucchi e Tatti): la seconda versione è più intima ed efficace. In
mezzo c’è un diluvio di groove, sfumature di una voce appannata ma
affascinante, amore, elegante e naturale perizia musicale jazz. Canzoni
classiche, di altri e sue, come “Buonasera signorina”, la bellissima “Così”,
“Nebbia”, “Ain’t She Sweet”, “Jessica”, “Arrivederci”, i quadretti d’epoca
“Maramao perché sei morto”, “Lodovico” e “Bombolo”. Dolce, sorridente, nonno
Nicola.
Può capitare di imbattersi
in una canzone che ti tocca nel profondo. È accaduto con “I bambini fanno ooh…”
di Giuseppe Povia, cantautore lombardo che l’aveva presentata alle selezioni
dei giovani per Sanremo. Ma Povia non ha potuto partecipare, perché quel pezzo
l’aveva già proposto al pubblico del festival di Recanati due anni fa, allora
vinto con un altro gioiello, “Mia sorella”, presente anch’esso in questo
esordio. Povia e la sua canzone sono stati “recuperati” per accompagnare
l’iniziativa umanitaria promossa a Sanremo per il Darfur, e quindi una vasta
platea si è incuriosita, andando oltre la semplice mozione dei sentimenti. Non
era facile scrivere una ballata (post-vaschiana) misurata sui sentimenti dei
piccoli, sulla voglia di “chiedere asilo” ai bambini, per giunta non essendo
ancora padre e in quei periodi “di scazzamento dai 26 ai 30 anni”. Povia c’è
riuscito. Ma un album, seppur breve come questo, è altra cosa: non si può
reggere su un paio di brani. La produzione è di un volpone come Angelo Carrara.
I suoni sono perlopiù elettrici, sufficientemente brillanti. La voce di Povia,
bella, si piazza in una ideale linea di successione a Grignani, con una
spruzzata di Ivan Graziani sui toni acuti e qualche posa tamarra: racconta
storie d’amore che rimbalza tra colpe, sogni, pazzie, difetti e gioie. Così
attuale e così fuori posto, come tanti ragazzi di 20-30 anni. Due soli i
quadretti di umanità e sentimento, non sdolcinato: “Mia sorella” (ballata
vecchio stile) appunto e “I bambini”. Album che procede a sprazzi, variazioni
di influenze: sul versante più fresco troviamo “Chi ha peccato”, la bella “Ecco
cosa c’è”, “Fiori”, “Il sesso e l’amore”. Un incoraggiante passo iniziale.
I salentini Negramaro sono
arrivati al terzo album dopo tanti concerti, musica e orizzonti “british”
sognati e rivisitati. Band rock-pop italiana di oggi, in un mondo di crisi
collettive e commerciali, con la voglia di integrità e sincerità sempre a
rischio di essere incanalata in logiche di scuderia discografica. “Mentre tutto
scorre” (produzione di Corrado Rustici) conserva un legame con l’emozionalità
autentica, la voglia espressiva che deve essere presente nella vita di un
gruppo come questo. Il leader, autore e cantante Giuliano Sangiorgi ha talento,
capacità di inserire uno stile “italiano” in un nuovo filone rock europeo che
viaggia tra “emo”, melodie elettriche, ariosità pop. Certe ruvidezze alla
Afterhours (per tornare da noi) sono uno sfondo lontano. Piuttosto, viene
riattualizzata una scia del rock popolare italiano che parte da lontano
(passando dai Timoria). Con impianto moderno, ganci pop ruffiani ma non
scontati. L’album è vario di atmosfere e suoni, da ambienti sommessi a
pieni elettrici. La voce di Sangiorgi svetta spesso su storie che,
nell’intenzione, puntano alla sostanza dei sentimenti. Un aspetto singolare
dello stile rock italiano di oggi, che vale l’ascolto, nonostante qualche
moderato risvolto derivativo. La title-track è il brano migliore, più vivace,
rock e intenso, presentato nella sezione giovani dell’ultimo Sanremo. Il resto
si mantiene ad un buon livello medio. Singolare la tambureggiante, distesa
cover de “L’immensità” (Don Backy). Suggestive “Solo3min” e “Solo per te”. Bei
brani veloci, con il tiro giusto, “Musa (stanca di essere)” e “Nuvole e
lenzuola”. Curiosa, con un coro di bambini, “I miei robot”. Ballatona
convenzionale ma efficace “Estate”.
Il nuovo album di 50 Cent è
una spiegazione concreta di come ormai ogni disco di un big del rap suoni in
buona parte come un regolamento di conti, figurato per carità (quando non
capitino fatti più concreti…) con le schiere dei rivali. “The Massacre” procede
esemplarmente sul doppio binario dell’autoaffermazione più sfacciata della
propria grandezza (50 Cent È il best seller americano di oggi) a danno di tutto
il cucuzzaro, e del classico compiacimento dell’idolo nero che gioca col
groove, la musica e il ritmo buono per (quasi) tutte le platee. Un album lungo
una Quaresima, dove si trovano in effetti ritmi e rime molto OK. Bene così per
i profani o chi si ferma ad un ascolto generico, perché se si va nel dettaglio…
Il rischio che 50 Cent si ammosciasse, con i miliardi guadagnati, è in parte
sventato, anche se il suo teatrino gangsta ha una luce diversa. Fra le trucide
foto di copertina (sparatorie e sesso) troviamo il beat che smuove, da singolo
ruffiano e maranza come “Candy Shop”, o le truculenze del bullo che si guarda
le spalle in “I’m Supposed To Die Tonight”. Nonostante pesantezze inevitabili,
lo show alla fine vale il prezzo del biglietto, anche perché la “musicalità” di
Five Zero è sempre alta. Sicuramente meglio dell’ultimo Eminem, qui
coproduttore esecutivo insieme a Dr.Dre e 50 e ospite in una frizzante “Gatman
And Robbin’”. Eliminando la zavorra, diversi episodi meritano. “Piggy Bank”,
groove pungente per il rivale Fat Joe, “Outta Control”, molto funk, “A
Baltimore Love Thing”, ipnotica sull’eroina, “Disco Inferno”, da festa black,
“Position Of Power”, orgoglio da boss, “Build You Up” con Jamie Foxx, “So
Amazing”, soulish con Olivia, la bonus track “Hate It Or Love It”.
Dopo il successo
globale di “Play”, Moby ha prodotto due album. Il primo, “
Avevamo lasciato
i Daft Punk con il loro precedente album in studio (“Discovery”, 2001), prima
dell’Euro e della rivoluzione digitale che ha cambiato radicalmente i consumi
musicali. Thomas Bangalter e Guy-Manuel
de Homem-Christo tornano oggi, pionieri elettronici rivelatori di un mondo
prima del passaggio da un millennio all’altro, ripetendo la loro voglia di
sperimentare con suoni e beat. Il tutto, spesso, suona ancora divertente e
fresco, anche se la radicalità di “Human After All” è evidente, con un
approccio che appare meno conciliante e “pop” dei precedenti album.
Curiosamente, i Daft Punk sono costretti oggi a “suonare” come “Post-Daft
Punk”: non avendo l’energia creativa che ci vorrebbe per un ulteriore,
stupefacente, salto in avanti, e non volendo accondiscendere ad una
rassicurante maniera di mestiere. Il duetto francese ha presentato questo
album, registrato con tante chitarre e pochi campionamenti, come un incontro
tra Kaftwertk e Black Sabbath. Sentendoci nei momenti più bui anche un po’ di
Suicide, si ha l’impressione di un progetto destinato perlopiù agli
appassionati di suoni elettronici hardcore, con spolverate ampie di elettricità
vecchia maniera. Si pensi ad esempio a “The Prime Time Of Your Life”, marcetta
pazza che accelera sempre di più, “Brainwasher”, rude e veloce film
dell’orrore, o la sontuosa “Television Rules The Nation”, electro-slogan con
beat irresistibile: la vecchia lezione formale dei Kraftwerk è condita di
pulsioni. Il singolo “Robot Rock” si spiega con il titolo, spumeggiante ma
troppo per le lunghe. Dolce, perfetta sonorizzazione d’amore “Make Love”.
“Technologic” è un rap-beat schizzato, con inquietante vocina. “Emotion” è un
suggello ideale.
Quando ascoltammo per la
prima volta Michael Bublè, non avremmo mai immaginato che questo ragazzo
canadese dalla bella voce e dalla faccia da schiaffi sarebbe diventato un
fenomeno commerciale. Ora siamo alla fase di consolidamento della popolarità,
per colui che (suo malgrado) ha guidato il revival dello swing, o comunque la
riproposta in campo pop di certe atmosfere da grande orchestra che accompagna
una vellutata voce maschile. Il consolidamento, curiosamente, ci fa scoprire
che Bublè non è poi molto distante da un nostro Fiorello, nel momento in cui
“gioca” con la sua tradizione canora, e in concerto si mette anche a fare il
fantasista e l’imitatore. La voce resta sempre un’altra cosa, ovviamente. “It’s
Time” è prodotto da David Foster e Humberto Gatica, si va sul sicuro.
Siamo di fronte ad un altro album di classici, fatta eccezione per la bella
“Home”, firmata da Bublè e altri, che appare fuori contesto, giocata com’è su
intime tonalità cantautorali. Come nell’album di esordio, le scelte non
riguardano solo il grande songbook, ma anche certo rock classico (Beatles, ad
esempio) e soul (Leon Russell, Stevie Wonder). Il repertorio è ben calibrato,
ma alcune sono canzoni che abbiamo sentito in decine di salse. E allora forse
ricordiamo con più piacere certe idee del primo album. Bublè si staglia come
cantante per tutte le occasioni, dalla cenetta alla gita, trovando almeno un
suo perché. “Quando, quando, quando” di Tony Renis, duetto bossa con Nelly
Furtado, è simpatica e fresca nonostante tutto. “Song For You” di Russell vive
della tromba strepitosa di Chris Botti. Bene “How Sweet It Is”, dolce
“You And I” di Wonder. Nei due bonus il
Bublé gigione gioca con i super classici.
Dopo un buon esordio come
“Vehicles And Animals” di due anni fa, il quartetto pop-rock inglese Athlete è
tornato sulla scena con questo secondo album, che ha debuttato direttamente al
numero 1 della classifica britannica conquistando subito il disco di platino. A
significare una grande apertura di credito per una formazione che già aveva
impressionato per gusto originale e tanti riferimenti prestigiosi che si
potevano trovare nelle sue canzoni. L’attuale scena inglese, dominata dal
“genere Coldplay”, che può significare tutto e il suo contrario in effetti, si
concentra spesso su formazioni come gli Athlete, che sanno conciliare le
melodie con una certa inventiva rock. Ognuno poi è cosa a sé, e la band di Joel
Pott possiede un timbro caratteristico, che passa da una certa aria “indie
rock” che non guasta a certe aperture e reminiscenze (anche “americane”) che
ricordano più di uno storico esempio. “Tourist” è un album ambizioso,
comunque. Perché le premesse da cui la band era partita autorizzavano a puntare
in alto. Non c’è una produzione asfissiante, qualche idea interessante si trova
qua e là, ma in genere non viene ripetuto quello stupore che aveva accompagnato
l’ascolto di “Vehicles And Animals”. E talvolta c’è un clima di sentimento
portato fuori misura che condiziona il complesso delle canzoni: il problema è
che sono pochi gli episodi che spiccano davvero. “Wires”, primo singolo, è
sicuramente una bella canzone, un crescendo emozionale su una bimba in terapia
intensiva. Bella apertura e orchestrazione in “Tourist”. Rocketto pop con bella
struttura e coralità “If I Found Out”. Bella ballata, anche se un po’
melodrammatica, “Street Map”. Colori acustici, delicati in “I Love”.
Il ritorno degli
Aeroplanitaliani, cioè Alessio Bertallot, Ricky Rinaldi e Roberto Vernetti, può
essere interpretato in maniera adeguata solo da chi si ricorda l’inizio della
storia, cioè “Zitti zitti” premio della critica al festival di Sanremo 1992:
un’era geologica fa, nel pieno dell’esplosione delle posse e di quella scena
italiana “nuova”, rock e pop, che resta ancor oggi l’ultima cosa nuova uscita
nella musica di casa nostra. Per un quindicenne di oggi, come parlare di Elvis
o Van Morrison. Eppure quella piccola ventata di pop originale, con 30 secondi
di silenzio dentro, aveva colpito. Alessio, Roberto e Ricky sono poi cresciuti
molto, sempre restando dentro la musica e restando amici. Il ritorno degli
Aeroplanitaliani, propiziato da un fan-discografico, non è stata cosa
difficile. Ad annunciarlo un singolo-bomba come “Canzone d’amore”, veloce e
splendente cover elettropop delle Orme. In “Sei felice?” si spazia
attraverso atmosfere diverse, interpretazioni, ospiti messi in primo piano,
come se gli Aeroplanitaliani avessero deciso di prendersi qualche sfizio o
volessero stilare un loro mixtape ideale di cose preferite: tra programmazioni,
sonorità attuali, melodie, ruvidezze chic. Oltre a “Canzone d’amore”, si
rilegge “Vicious” di Lou Reed, “alla breakbeat”, “The Blower’s Daughter” di
Damien Rice, un po’ scolastica, e “Maestro della voce” della PFM (con dedica a
Demetrio Stratos), interessante e ben resa. La title-track è un buon pezzo di
pop moderno. Da segnalare “Immagine”, ariosa, evocativa, con la voce e il piano
di Ivan Segreto, “Io via”, nervosa e tagliente. Nonostante qualche caduta una
prova discreta: speriamo non resti un episodio limitato al gioco di una
stagione.
Il live che documenta il
concerto dell’eccezionale ritorno della PFM con Mauro Pagani, una tantum in
Piazza del Campo a Siena, il 29 agosto 2003, è finalmente uscito dopo mesi di
sussurri dei protagonisti e speranze dei fan. Era stato registrato tutto,
naturalmente, anche in video, tant’è che questo disco è un doppio, un CD e un
DVD (ben più lungo). C’è voluto un po’ di tempo per mettersi a tavolino e
scegliere le canzoni di una lunghissima serata che molti hanno definito
storica. Un evento che in altri tempi avrebbe occupato ben più spazio nelle
cronache. Ma oggi, si sa, la plastica soffoca tutto. Di Cioccio, Djivas,
Mussida, Premoli, Pagani, con Lucio Fabbri e Roberto Gualdi, il quartetto
Solis, l’ospite speciale Piero Pelù (solo nel DVD) a rappresentare la
generazione rock successiva a quella della PFM, si divertirono moltissimo e
hanno fatto divertire ed emozionare il pubblico di Siena. Questo live
non è solo per appassionati. Se ne consiglia l’ascolto, insieme a “Live In USA”
del 1974, ai tanti ragazzi di oggi che non conoscono la storia della PFM. Il confronto
tra passato, che resta nella memoria collettiva, e questo festoso presente non
è per nulla impietoso. Sembra di ascoltare un ottimo spettacolo-reunion di
quelle storiche band anglosassoni: carica, naturalezza, elettricità, voglia di
suonare, partecipazione. In fondo era stato così anche per i quelli del Banco,
con il live-concerto del ritorno, anni fa.
Nell’isola di Bula Bula, che
simboleggia il suo ormai storico buen retiro artistico e personale, Mina ha
concepito questo ennesimo album di canzoni scelte. Non uscito in autunno, ma
solo perchè
AA.VV.
Lightning In A Bottle
Questo doppio dal vivo
documenta una serata unica, svoltasi al Radio City Music Hall di New York il 7
febbraio 2003. Un “Omaggio al Blues” come espressione primaria della cultura
popolare americana, e non solo, del Ventesimo secolo, originatrice di
molteplici indirizzi musicali. Quella serata diede il via a un anno di
festeggiamenti dedicati proprio al Blues. Da essa fu tratto il film “Lightning
In A Bottle”. E Martin Scorsese produsse i documentari che furono il culmine
delle celebrazioni. Ascoltando questo concerto, ci si stupisce ancora una volta
di come negli Stati Uniti si riesca sempre a “costruire” un evento così, che
certo deve avere un profilo spettacolare e popolare, senza mai cedere un grammo
di intensità musicale e qualità artistica. Due ore di musica, con una perfetta
ripresa sonora, tanti artisti di ieri e di oggi, neri e bianchi, insieme,
schierati lungo 27 brani. Gli applausi del pubblico hanno sommerso
soprattutto i veterani impegnati nelle performance, a ricostruire in qualche
modo in una sera il cammino del blues, dall’Africa al Mississippi, alle città
di Memphis e Chicago, fino al resto del mondo. Un pretesto filologico che ha
lasciato subito il campo al puro talento dei tanti artisti sul palco, con un
profilo autenticamente ecumenico che ha unito tutti naturalmente, senza tanti
fronzoli. Svelandosi per quello che è sempre stato, il Blues rimane attuale:
trasposizione e cronaca della vita in musica, fotografia delle altezze e
bassezze umane, perciò forma artistica naturalmente unificante, contro tutti
gli steccati culturali. Onore quindi a musicisti come Odetta, Honeyboy
Edwards, Ruth Brown, Buddy Guy, Gatemouth Brown, Neville Brothers, Solomon Burke,
B.B.King.
Tra le edizioni a prezzo
speciale viene lanciata anche questa raccolta doppia, in condominio, con la
musica di due grandi artisti soul: Billy Paul e Bill Withers. Un CD per uno con
il meglio del meglio, sintetiche note di copertina che riportano i dati
fondamentali dei brani e una confezione semplice del prodotto. L’accostamento
tra Paul e Withers comunque funziona, la scelta del repertorio è
sufficientemente esauriente e una operazione come questa può certamente
interessare gli appassionati e i neofiti del soul storico. Anche perché siamo
assediati da esordienti protagonisti di un revival di questa musica e di questo
stile: riascoltare i classici può aiutare a farsi un’idea su certe cose nuove,
costruendo una giusta prospettiva temporale. In particolare, questo “very best”
dei due si incentra (anche per ragioni di diritti) soprattutto sugli anni
’70. Lo stile raffinato, melodico e romantico di Billy Paul (esordì
giovanissimo negli anni ’50) è stato legato al suono di Philadelphia. I suoi
anni ruggenti sono proprio i ’70. Come interprete, dalla voce velata e
inconfondibile, ha giocato con tante sfumature, immerso in arrangiamenti
sontuosi. Da ricordare “Me And Mrs.Jones”, “Thanks For Saving My Life”, “People
Power”, “Ebony Woman”, “Your Song”, “When Love Is New”. Bill Withers è un autore e cantante da inserire tra i
giganti della black music. Con voce intensa, classica, e uno spettro espressivo
che sapeva toccare le dolcezze di un Billy Paul ma si immergeva anche nel
blues, nel funk o nella canzone d’autore pura e semplice. Cominciando da
“Ain’t No Sunshine”, “Lean On Me”, “Use Me”, “Lovely Day”, “Just The Two Of
Us”, “Who Is He (And What Is He To You)?”, “Steppin’ Right Along”.
Ultimamente il soul-revival
si porta molto. Si pensi al talento bianco e acerbo ma già dirompente di Joss
Stone, già esplosa ma da gestire bene. Dall’America, quella nera del soul più
puro, arriva Ricky Fanté. Vocalist di bella presenza e ottima voce, che ricorda
da una parte quella del mitico Otis Redding e dall’altra Terence Trent D’Arby.
Ricky è un 25nne di Washington D.C. che, come accade talvolta, fa “gridare al
miracolo” certi appassionati di black music storica. Perché qui non siamo nel
campo dello R&B di oggi, qui si rivisitano i groove storici di un certo
soul d’epoca, in chiave che vuole unire un ripescaggio d’atmosfera quasi
filologico ad un feeling attuale e coinvolgente. Tanto che un personaggio come
Isaac Hayes si è impegnato in prima persona per sponsorizzare questo
esordiente. “Rewind” esce solo quest’anno in Italia dopo la pubblicazione
nella scorsa primavera negli Stati Uniti. Precedentemente all’album, era uscito
un EP nel 2003. Fanté ha lavorato a fianco di Jesse Harris (collaboratore di
Norah Jones) e Josh Deutsch. Con loro ha firmato tutte le canzoni del disco. La
biografia del cantante, come quella di tanti suoi colleghi, è piena di passioni
per i grandi del passato. Qualcuno ha detto che Fanté potrebbe sembrare persino
il figlio perduto di Otis Redding, per come punta a ricreare certe atmosfere e
toni vocali. In effetti, sin dall’iniziale “I Let You Go” viene alla mente il
compianto Otis, su aria di ballata con ritmica di piano e sezione fiati a
distesa. “Drive” ci riporta magari ad un ricordo di Sam Cooke, mentre il
singolo “It Ain’t Easy” funziona davvero. Il resto procede su una singolare
falsariga retrò-moderna. Tutto divertente, ma non sconvolgente.
Josh Rouse, promessa
mantenuta del nuovo songwriting americano, fa seguito ad un ottimo album come “
Durante la loro rispettabile
carriera, i Negrita ci hanno abituato ad azzeccate invenzioni elettriche e pop
come a sconfortanti svarioni. Dopo la pubblicazione della raccolta di due anni
fa, bene ha fatto la band di Arezzo a cercarsi nuovi orizzonti con un tour
“esplorativo” in Sudamerica. Un viaggio per guardare fuori e dentro sé stessi
che, come accade spesso in questi casi, ha dato nuova linfa ad un modo di
raccontare e comporre che aveva bisogno di idee e spunti. Le impressioni e le
esperienze raccolte in Brasile o Argentina hanno motivato i Negrita durante il
lavoro a questo album, che si presenta subito come un disco interessante. La
band non ha stravolto totalmente il suo sound, piuttosto ne ha cambiato
l’impatto conservandone la tensione e il calore elettrico. Ci sono poche
martellate rock-blues e tante sfumature nella nuova musica dei Negrita.
Lo sguardo di Pau e soci passa attraverso qualche proclama (poco velleitario),
impressioni sulle culture, storie d’amore, condimenti musicali a sorpresa e una
convincente naturalezza espressiva: un nuovo modo di raccontare, assimilato
credibilmente. Il fil rouge pop-rock che ha animato le cose migliori dei
Negrita affiora qua e là, tra nuove misure ed equilibri, per provare un nuovo
decollo. Il groove di “Rotolando verso Sud” è esemplare di questa nuova
direzione, che in questo caso si condisce di colori e sapori inediti.
Tambureggiante, elettrica “Sale”, con rap ad effetto del brasiliano Gabriel O’
Pensador. Bilanciata tra elettricità e morbidezze la title-track. Etno-rock in
“Il branco”. Il singolo ufficiale “Greta” è un pezzo “di mestiere”, bello
ritmato. Rock gagliardo in “Il mio veleno”. Drigo canta nell’acustica “Tutto
bene”.
Singolare la storia di
Roberto Kunstler. Considerato da molto tempo come una figura fissa della scena
cantautorale romana (ha esordito giovanissimo), ha vissuto un periodo di grande
esposizione in qualità di paroliere di Sergio Cammariere, insieme al quale
negli ultimi anni ha toccato grandi successi. Ma il côté di Kunstler resta
quello del Folkstudio: un uomo, l’armonica e la sua chitarra, il sogno di un
Dylan lontano che viene filtrato dalla contiguità con De Gregori. Epoca fissata
nel tempo, di cui però l’artista sa interpretare qualche aspetto che può
suscitare interesse ancora oggi. “Kunstler” è in qualche modo un atteso
ritorno, e può essere motivo di curiosità per coloro che non hanno conosciuto
il cantante e autore romano, ma sanno di sfuggita solo del paroliere.
Queste canzoni sono sospese tra garbo e capacità descrittiva legati a cose
ascoltate almeno vent’anni fa. Il narratore sa giocare con le parole, sfoglia
emozioni comuni a tanti, con talento immutato svela naturalezza senza inutili
effetti. Il musicista dolcemente culla queste storie di amore e passioni di vita,
ben suonate, perlopiù in acustico, e ben prodotte. Il cantante usa la sua voce
nebbiosa per raccontarle. C’è qualche episodio che suona strano: una cover di
“All Along The Watchtower” (“Torri di guardia”) non dichiarata, una “Mercy
Street” di Peter Gabriel che si velocizza “In Viaggio”, più di un ricordo di
Tenco in “Allora capirai”. Per il resto il livello è buono, con il pop-rock di
“Io so” e “Si può chiamare amore”, i toni di ballata e favola di “Nuovi dei” e
“Gente comune”, il folk-rock di “Resistere” e “Più le cose cambiano”. “Io farei
qualsiasi cosa” è il seguito di “Tutto quello che un uomo”.
Il
mondo musicale britannico sa partire all’attacco delle platee internazionali
anche con coloro che, apparentemente, appartengono alle retrovie. “Pushing The
Senses”, quinto album dei Feeder del gallese Grant Nicholas, potrebbe essere
considerato un disco di secondo piano, qui da noi. In Gran Bretagna invece
rappresenta un atteso nuovo capitolo da inserire nel lungo corso del gran fiume
pop-rock. Perché Nicholas ha già colpito ad alti livelli con il precedente
“Comfort In Sound”, e ora corona una storia musicale che dura da una decina
d’anni e che ha compiutamente trasformato i suoi connotati approdando ad un pop
elettrico di qualità. A chi oggi potrebbe trovare collegamenti con Coldplay,
Keane o Snow Patrol, basterebbe quindi ricordare che Nicholas ha iniziato ben
prima. Forse
il pubblico italiano troverà più di un motivo di interesse in un album che
sembra davvero una parata di singoli, secondo un consumo digitale che si
orienta nella scoperta brano per brano, con successivi download. “Pushing The
Senses” fa tesoro di tutti i migliori esiti del rock degli ultimi vent’anni,
con la produzione di un volpone come Gil Norton. Il sound è ben costruito,
compatto: asseconda e avvolge Nicholas che, come cantante, ha una certa
personalità ma non svetta, preferendo contare sulle sue canzoni. Le parti
melodiche spiccano, sono molto interessanti. L’elettricità, talvolta, può
ricordare certi Oasis. In ogni caso un buon disco attuale. “Feeling A Moment” è
aperta, resta in mente; bellissima, crepuscolare “Bitter Glass”; “Tender” è
classica ed elettrica, con ottimo ritornello; “Frequency”, originale e
melodica; molto elettrica e variata “Pilgrim Soul”; sfumature evocative in
“Dove Grey Sands”.
FRANCOISE HARDY
Tant de belles choses
Fa bene, ogni tanto, andare
a sentire cosa si ascolta oltralpe. Ed è da notare, ultimamente, il lusinghiero
ritorno sulla scena di Francoise Hardy, con questo album che è il primo di
canzoni tutte nuove da otto anni a questa parte. Per i francesi
ANGELA McCLUSKEY
The Things We Do
Si può dire che nel mondo musicale c’è bisogno di figure come Angela McCluskey. La cantante scozzese è una personalità originale, a suo modo fresca anche se non più ragazzina, soprattutto autentica. Un’interprete di moderno pop-rock con un suo stile, assecondato in questo esordio solista da un bravo compagno d’avventura come Nathan Larson. Il mondo musicale, per sopravvivere, deve affidarsi il più possibile ad outsider come Angela. Artisti che magari non faranno grandi numeri ma che, nel loro campo d’azione, riescono a dire qualcosa e non a riciclare la solita, stanca plastica. “The Things We Do” è un classico prodotto medio per il pubblico adulto, che ama una certa profondità nella musica pop, mal sopportando l’acqua fresca. Angela McCluskey ha una voce immediatamente riconoscibile, acuta e velata. Larson (Shudder To Think) le ha confezionato intorno un mondo di passione elettrica, coinvolgente sentimento vocale. Anche se si esprime in ambito pop-rock, Angela McCluskey mostra uno spessore artistico fuori dal comune. L’impatto della sua voce (se si ascolta nuda, come in “Sleep On It”) potrebbe essere quello di un’interprete blues-jazz, in ogni caso funziona benissimo in questo ambiente urban-pop fatto di chitarre, ritmo, begli arrangiamenti, atmosfere notturne, melodia e ritornelli efficaci. Le canzoni sono quasi tutte firmate da Larson (apprezzato autore per film e produttore), talvolta insieme alla McCluskey. Esemplare “A Thousand Drunken Dreams”, bella ballata passionale. Grande interpretazione in “Long Live I”, impeccabile costruzione in “It’s Been Done”, cambio di atmosfera in “Somebody Got Lucky”, “Perfect Girl Eleven” non esce più di testa, vivace e di carattere “Dirty Pearl”.
GWEN STEFANI
Love, Angel, Music. Baby
Ecco Gwen Stefàni (mi
raccomando l’accento) solista. La cantante dei No Doubt, lasciata la band
californiana, esordisce con un atteso disco personale. Il rock venato di ska
del suo gruppo fa posto ad un sound pop moderno, che mescola con disinvoltura
reminiscenze anni ’80, beat imparentati con la black music e quant’altro. Gwen
ha lavorato con tanti produttori e collaboratori di grido, costruendo più un
lavoro “di gruppo” che un’opera solista a tutto tondo. In dischi come questo, la
produzione conta quasi quanto la sostanza musicale, perché è un “vestito”
peculiare che garantisce un groove. Si capisce quindi che il tocco di
personaggi come Linda Perry, Nellee Hooper, Dr.Dre, Neptunes, Dallas Austin,
Jimmy Jam e Terry Lewis, Tony Kanal (anche lui un No Doubt) e Andre 3000 conti
molto. Ma ci sono anche le canzoni, dopotutto: ma il livello medio non è
superiore al discreto. L’insalatona made in Stefàni, piuttosto ambiziosa di
spezie, ha sapori che sembrano annullarsi l’uno con l’altro. Gwen Stefàni
(voce fine, chiara) gioca spesso a far la gattina sexy, per onore di look e
personaggio, ma per raggiungere gli intrighi di una Madonna, o il pepe di una
Kylie Minogue, ce ne vuole. Il suo album appare come un prodotto dei tempi,
della generazione veloce dei videofonini, con porzioni di rock, pop,
elettronica e funk. Bene i due pezzi con Andre 3000 (OutKast): “Cool”, pop-rock
alla anni ’80, e l’originale, composita nel beat “Long Way To Go”. Il singolo
“What You Waiting For?” è un martellone pop insolito ma non super. Buona “Rich
Girl” con la rapper Eve, secca nel groove, ispirata a “If I Were A Rich Man”. Robotica-giapponese “Harajuku Girls”. “Luxurious”,
“Crash” e “Danger Zone” non male.
U2
How To Dismantle An Atomic Bomb
Non se ne può più, della
grancassa che accompagna l’uscita di ogni nuovo album degli U2. La singolare
vocazione messianica della band di Bono, che unisce passione rock a
scaltrissime iniziative promozionali, non offre scampo. Gli U2 hanno occupato
le pagine dei giornali mesi prima della pubblicazione di questo disco, da
quando sparì una copia dell’album in Francia. Da allora è stato un crescendo,
di cui si può tener conto in questo modo: se questo fosse il disco di un gruppo
esordiente, infatti, come lo giudicheremmo? Alla fine, molto bene. Le canzoni
in media sono di gran livello, con picchi di rilievo. Anche se, tornando alle
anticipazioni di cui sopra, non si tratta affatto di un disco di “crudo rock
‘n’ roll”, ma di un buon disco degli U2 e basta, “classico” con elettricità,
melodie e atmosfere ben dosate. Il pezzo più gagliardo e tosto è proprio il
singolo “Vertigo”. In qualche modo però, è vero il ritorno a certe
origini emozionali della band (produzione curata da Steve Lillywhite), con la
chitarra di The Edge in evidenza. Anche e forse perchè gli U2 di oggi non
possono più fare rivoluzioni stilistiche (le ultime, “Achtung Baby” e
“Zooropa”). Basta loro semplicemente affidarsi al loro cuore e al loro stomaco,
alla voce e alle storie di un signor artista chiamato Bono. “Miracle Drug” è
tesa, armoniosa. È un capolavoro “Sometimes You Can’t Make It On Your Own”,
ballata toccante, dedicata al padre di Bono come anche la suggestiva “One Step
Closer”. Grande atmosfera, velocità in “City Of
Eminem o dell’estremo. Prima delle elezioni per la presidenza USA, è esploso il caso del suo rap contro Bush intitolato “Mosh”, un tostissimo ed esemplare attacco frontale presente in questo album dopo essere circolato come anticipazione. Si pensava ad un Marshall Mathers diverso dal solito, quindi, magari più “spesso” nelle argomentazioni, al momento di ascoltare “Encore”. E invece è sempre lui, purtroppo o per fortuna. Il rapper numero 1 che concede il bis, estremizza anche l’autoreferenzialità biografica che è diventata la sua forza. Nel libretto di copertina costruisce un “film” in cui, da artista sul palco, spara all’impazzata sul pubblico facendo morti e feriti. E appunto, costruisce un disco in cui si respira una marcatissima aria di teatralità. Ma la commedia, di questo si tratta, ripete le fisime di Eminem, dall’umorismo greve alle contese con gli altri rapper. La produzione di Dr.Dre come al solito asseconda il protagonista, sempre e comunque in primo piano. La vocalità di Eminem, versatile e sciolta, è l’unica vera attrazione “musicale” di questo album. Qualche idea, come i sample di Martika o delle Heart, condisce sporadicamente il contesto. Per il resto bisogna seguire i suoi discorsi, snocciolare i suoi rap. Conoscendo il soggetto, sembra che abbia innestato il pilota automatico seguendo uno standard (un copione?) collaudato. Il singolo “Just Lose It” è divertente. L’atmosfera musicale di “Yellow Brick Road” è intensa, Eminem si difende dalle accuse di razzismo. E in “Like Toy Soldiers” rivanga una faida nel mondo del rap. Tralasciando pesanti cadute di gusto, ci si fanno due risate con “Ass Like That” e si arriva al rap della sparatoria “One Shot 2 Shot”, con i D-12.
Il Lennon acustico,
prosciugato e persino grezzo, ruvido, lo-fi, è raccontato da questo album. Un
progetto che propone il lavoro del grande musicista con la chitarra. Perché,
come spiegato dalla vedova Yoko Ono alla vigilia della pubblicazione, il
materiale d’archivio con Lennon “voce e pianoforte” era stato registrato male,
col piano a sovrastare la voce, e quindi praticamente inutilizzabile. Lennon
voce e chitarra, quindi, alla maniera di un folksinger moderno, tra amore e
vita, fondatore della meraviglia Beatles e poi ancora tra i giganti come
solista. Ma anche artista consapevole, interprete di una protesta civile che è
ancora attuale, in grado di maneggiare le parole come pietre incandescenti
contro il potere. Come in “John Sinclair”, in cui prendeva la parte del manager
degli MC5 e politico antagonista imprigionato in USA. O come in “The Luck Of
The Irish”, canzone che vale come un agro commento storiografico alle eterne
tribolazioni del popolo irlandese. Storia un po’ lontana (quella degli
anni ’70) e spontaneità musicale sono gli ingredienti principali di queste
canzoni acustiche. Sette di esse sono ufficialmente inedite: “Well Well Well”, “God”, “My
Mummy’s Dead”, “Cold Turkey”, “What You
Got”, “Dear Yoko” e “Real Love”. Non
sono registrazioni allo stato dell’arte, ovviamente, ma il loro fascino di base
non stride e anzi si adatta al contesto. Nel libretto le note sui brani sono
scarse, ma ci sono testi e accordi per cantare e suonare tutte le canzoni:
ricordando la voce e il cervello di “Working Class Hero”, “Look At Me”,
“Watching The Wheels”. Per i cultori non c’è niente di nuovo sul Lennon più
volte amato. Ma anche loro riconosceranno una chiave interpretativa singolare.
Negli Stati Uniti si è
creata una nuova nomenklatura dello spettacolo, dominata dalle stelle della
musica nera. Personaggi esplosivi dal punto di vista artistico e sensuale, come
Beyoncé Knowles, che come solista ha spopolato ovunque imponendo uno stile
fresco, per buona parte originale e coinvolgente, nella linea delle storiche
dive black. Ma Beyoncé è anche la leader del trio Destiny’s Child, che
comprende Kelly Rowland e Michelle Williams. Tutte star della nomenklatura di
cui sopra, ma la visibilità non significa che i dischi riescano per forza, e
questo in effetti è il caso di “Destiny Fullfilled”, un album che non sembra
totalmente compiuto, non possiede una carica generale e vive di episodi. Al
confronto, la sola “Crazy In Love” di Beyoncé giganteggia nel ricordo. Siccome
qui non c’è solo la primadonna, ma anche le “altre due”, il tutto sembra
persino dosato per spartire minuti di vocalizzi tra le tre. Il destino
delle Destiny’s è oggi quello di costruire un intermezzo prima della ripresa
delle rispettive carriere soliste, che sono state lanciate proprio dal loro
passato successo. La stessa Beyoncè ha ammesso che il gruppo potrebbe essere al
capolinea. Questo album ha vissuto una gestazione turbolenta, tra crisi e
scarti di materiale. Senza nulla togliere al grande talento di queste cantanti,
il nuovo repertorio in effetti non splende. Tra torsioni vocali e
armonizzazioni tipiche del trio, super produzione, beat secchi e spruzzate
hip-hop, non escono fuori idee o groove memorabili. Si segnalano due bei
classici R&B come “T-Shirt” e “Is She The Reason” (con sample da Melba
Moore), la melodia di “Girl”, il tiro del singolo “Lose My Breath” e la carica
di “Through With Love”.
Chi sei tu, chi sono io, e perché il mondo di oggi ci vuole separare, vuole deportare i nostri sentimenti mettendoci uno contro l’altro? È questa la parola d’ordine portata dal titolo dell’ultimo album di Rachid Taha, gigante della musica franco-algerina e dell’arab-rock. Taha non è solo un artista maiuscolo, tra i personaggi guida della cultura araba esportata in Francia e in Europa, ma è soprattutto un opinion leader della nuova società multiculturale, che ultimamente ha radicalizzato le sue critiche: contro le dittature e il fanatismo nel mondo islamico, l’ignoranza, le menzogne, contro le imposizioni dell’Occidente. Seguendo il suo pensiero, si inspessisce l’elettricità rock della sua musica, ancora una volta prodotta da Steve Hillage. Un combat rock arabo, più urbano che di impronta world music. Gli elementi musicali girano intorno alla veemenza del protagonista, che troneggia su arie etniche, ritmi e digressioni elettriche. La cifra stilistica dell’album fonde elementi e strumenti tradizionali con una tecnologia alla Hillage (o alla Peter Gabriel), ma sviluppando il tutto secondo un piglio autenticamente rock, nell’attitudine e nell’esito musicale: esemplare il caso della trascinante “Nah’seb”, che concilia un super groove ad una sontuosa parte vocale. Non sempre l’approccio stilistico, senza compromessi, viene sostenuto dalla qualità compositiva, e in qualche caso si ha l’idea di uno spoken word condito di musica. “Lli Fat Mat” è corale e bellissima, con incedere di marcia. Gustosa la cover Clash “Rock El Casbah”. Bene la title-track (con Christian Olivier), il funky in crescendo di “Shuf”, l’ipnotica “Dima” (Brian Eno), la suggestiva “Winta” (Kaha Beri). Due bonus track.
L’azienda Rolling Sones Inc. è tornata a farsi viva
con il tour Live Licks, con il ricchissimo DVD quadruplo “Four Flicks” e
infine, con questo doppio CD dal vivo. L’ennesimo prodotto live di una carriera
che è inutile rievocare o ricelebrare. Una cosa che suona in parte, non
potrebbe essere altrimenti, come uno scaltro posizionamento ai blocchi di
partenza del mercato natalizio e in parte come una nuova offerta di cavalli di
battaglia, documento di un nuovo giro mondiale di record e incassi, miscelata a
rarità e prime documentazioni live. Un colpo al cerchio e uno alla botte, per
non scontentare troppo i fan che hanno proprio tutto, e presentare l’ultima
summa degli Stones dal vivo, unica vera dimensione in cui la band agisce. Vista
dai cultori ed esperti della materia-Stones, l’operazione ha diverse falle e
mancanze. Per chi vuole solo divertirsi o avvicinarsi ad un mondo di storia
elettrica, può essere una discreta partenza. Il sound di “Live Licks” è
di ottima qualità per un disco dal vivo, naturale e coinvolgente. Ci sono
ospitate curiose come quelle di Sheryl Crow e Solomon Burke, oppure uno
standard come “The Nearness Of You” di Hoagy Carmichael nella singolare
interpretazione di Keith Richards. In genere l’atmosfera è frizzante,
credibilmente vivace, documento di un tour da stadi e posti più piccoli. Il
primo disco è “da stadio”, cose famosissime. Nel secondo, migliore, “da club”,
c’è spazio per cose più stimolanti o rare, anche se qualcuno ha già sbugiardato
una “Rocks Off” accorciata (sei righe di testo: tagliate, non eseguite?…). È un bel sentire
“Can’t You Hear Me Knocking”, “Monkey Man”, “Worried About You” (che falsetto),
“Neighbours”, “Rock Me Baby” (di B.B. King).
AA.VV. Alfie Original Soundtrack
La soundtrack del remake di
“Alfie” è finora l’impegno musicale maggiore che Mick Jagger ha profuso per il
cinema. Con lui Dave Stewart, altro volpone del rock britannico. La storia di
un Dongiovanni impenitente, resa famosa dalla prima versione con Michael Caine,
viene attualizzata dal volto di Jude Law. Jagger, alla produzione della
soundtrack insieme a Stewart, ha trovato il modo di firmare un pugno di canzoni
sul tema magari ispirandosi, sebbene lui smentisca, alle sue personali
esperienze di donnaiolo impenitente. Per quanto possa contare la riflessione
sulla vita di uno come Jagger, la sincerità di questo intento, di certo qui c’è
una luce diversa rispetto alla grancassa-Stones dell’ultimo doppio live, in cui
Jagger è altrettanto protagonista. Qui c’è un’aria musicale più sbarazzina,
condotta su un moderno binario rock-pop-soul-blues. “Alfie” è
un’operazione destinata ad un pubblico adulto, che ama Joe Cocker o Tina
Turner. Brani di Jagger e Stewart, bella produzione, elettricità, calore uniti
a “ganci” di effetto in certi casi, melodie convincenti. Standard medio-alto di
entertainment, ma lasciamo perdere il ricordo del capolavoro di Sonny Rollins
datato 1966, inciso per il primo Alfie. Sono da notare “Old Habits Die Hard” e
“Blind Leading The Blind”, offerte entrambe in due versioni. La prima è una
canzone di buon livello che ricorda l’ultimo Jagger solista, la seconda è più
intensa e bella nella versione acustica. Jagger svetta anche in “Let’s Make It
Up”, mentre la giovanissima soul-woman Joss Stone interpreta con ottimo calore
“Alfie” (l’originale di Bacharach) e il soul-rap luccicante “Wicked Time”.
Ottimo, alla Steve Miller, lo strumentale con vocalizzi “Jack The Lad”.
Teniamoci stretti il nostro Paolo Conte, che da molto
tempo concilia lo status di fenomeno da esportazione con la sostanza artistica.
Teniamocelo anche quando sforna un disco come “Elegia”, formalmente impeccabile
ma non sempre al livello del suo meglio di songwriter. Qui ci sono tutte le
suggestioni musicali ben note, dal jazz al Sudamerica. L’ambiente sonoro è
raffinatissimo, affascinanti gli apporti degli strumenti, il gioco di colori
offerto da classici archi e fiati. Il tutto è teatralmente ed espertamente
misurato e la voce del protagonista troneggia. È un Conte post-maturo che
qualche volta, però, ci fa rimpiangere quello “ruspante” e diretto del primo
periodo. Infatti non si può parlare neanche di “condimento” a proposito di
certe stupende parti strumentali che hanno sostanza forte. Ma comunque certi
brani sono “contiani” e basta, non hanno la marcia in più. Questo dal punto di
vista della canzone presa nel complesso, perché i testi sono spesso
esemplari. “Elegia” è un disco di sera, quando la nostalgia è un
sentimento superfluo perché è scappata anche l’ultima luce. Elegia mesta ma per
niente consolatoria (la penombra della vita è un fatto e basta, non c’è da
ricamarci tanto su) che comincia e finisce con due gioielli: “Elegia” ci mostra
l’uomo che dice la sua storia in mezzo a una strada brumosa mentre la musica
del suo piano, e un bel violoncello, gli girano intorno; “La vecchia giacca
nuova” è semplicemente bella, vagamente pazza e spiritosa. In mezzo, il buio de
“La casa cinese”, l’aria jazz old fashioned, teatrale, di “Frisco”, i quadri
esemplari di “Molto lontano” e “La nostalgia del Mocambo”, la pazzia d’amore di
“Bamboolah”, l’esercizio di stile musicale di “India”.
Il sentiero che percorre Sergio Cammariere, è sempre fatto di passione e tocco descrittivo. Questo nuovo album è una eccellente conferma per un artista che non è propriamente un “cantante”, ma scrive musiche fantastiche (“Capocolonna”) e suona il piano con grandissimo gusto. La sua è padronanza estrema degli stili musicali, unita ad una naturalezza nel porgere che è data dall’esperienza di un grande artigiano, prima che al talento spontaneo dell’artista. Per ragioni anagrafiche, inoltre, Cammariere è l’unico musicista venuto alla ribalta negli ultimi anni (nonostante una lunga storia) che sappia creare un filo diretto, compiuto, con l’Italia autorale degli anni ’60, che spaziava da Tenco a Bruno Martino, o che in un modo o nell’altro ha avuto legami con la musica afroamericana. Lo continua a fare, con stile comunque modernissimo, anche in questo album, insieme al paroliere Kunstler, e poi Panella e Bersani. Il limite di questo disco sembra essere un retrogusto di dosaggio consapevole di atmosfere, che toglie qualcosa alla naturalezza. Ma è quasi trovare un pelo nell’uovo. Cammariere è uno che canta per amare e “non essere al mondo indifferente”. La ricchezza di impressioni e atmosfere di “Sul sentiero” è notevole. “Libero nell’aria” ne fa un cantastorie jazz con un grande fascino “pop”, un’orchestrazione esplosiva. “Ferragosto” (testo di Bersani) è un capolavoro di misura. “Niente” proprio bella, vagamente blues, mirabilmente costruita. Elegante “L’assetto dell’airone”, brasileira con Tenco nell’aria “Viali di cristallo”. Tango colorato “Spiagge lontane”, swinghetto vecchio stile italo-americano (da Nicola Arigliano a Sergio Caputo) “Dalla parte del giusto”. Lento di classe “Oggi”.
Una giovane donna che canta
i sentimenti, i fatti della vita, il suo corso, l’amore, la crescita, il
tradimento e la salvezza. Immersa in atmosfere elettriche che tratteggiano un
sound definito intorno alla sua voce strepitosa, guidata da un
produttore-musicista scaltrissimo come Glen Ballard. È questa Elisa.2004,
italiana, cittadina del mondo che si esprime in inglese, che oggi suona come
una delle tante colleghe americane. Ma con un filo di sentimento che è ancora
nostro e che si intravede tra le pieghe di una produzione che, dopo l’Europa,
prova a rivolgersi pienamente all’America. C’è poco da fare, nel mondo del
pop-rock il vestito conta, e forse Ballard ha potuto lavorare in maniera anche
più facile con Elisa, costruendogli ex novo un’immagine sonora. Elisa ha fatto
singole canzoni più belle, dal punto di vista melodico-musicale, ma qui tutto
l’album che si struttura come un insieme. Le canzoni di Elisa, oggi,
possono rivolgersi agli adolescenti che amano l’emo rock degli Evanescence come
a chi sta costruendo la sua vita e la sua giovinezza: l’amore può essere una
cascata di gioia pura, l’amicizia può richiedere chiarezza, il ricordo è un
elemento dinamico per chi sta crescendo in rapporto al mondo. “Together” è un
inno elettrico, incalzante, sul potere e i giovani, unico brano “pubblico” del
disco. Il resto sono canzoni sul cuore, sui rapporti. “Pearl Days” è la più
bella, melodica, cantata splendidamente, si ricorda. Contrappunti d’atmosfere
in “Joy” e “Written In Your Eyes”, composte insieme a Ballard. L’incredibile
voce di Elisa fa crescere un testo semplice e una ballata bella ma furba come
“The Waves”. Pop-rock classico, descrizioni a pastello e archi in “Life Goes
On”.
Da diversi anni Nancy
Sinatra, figlia del grande Frank e icona pop degli anni ’60, è tornata sulla
scena facendosi notare dal pubblico del rock. In questo senso la cantante è
stata, come altre figure del passato, una preferita da musicisti cresciuti da
ragazzini ascoltando le sue vecchie canzoni. E del resto Nancy non era
un’artista pop qualsiasi, ai suoi tempi. Incarnava uno spirito di indipendenza
e un carattere che portavano con sé un certo fascino. Premesse ottime per un
repechage come questo, con Nancy che canta un repertorio scritto per lei da
Morrissey, Jarvis Cocker, i Calexico, Steve Van Zandt o Thurston Moore dei
Sonic Youth. “Nancy Sinatra” è un gustoso viaggio nell’atmosfera americana, tra
clichè e modelli di stile elettrico, che può fare da colonna sonora ad una
passeggiata sul Sunset Strip o ad una notte passata in un motel. La voce
della protagonista, che non è mai stata strepitosa, si incontra bene con questo
interessante repertorio. Curiosamente, il tutto non profuma di operazione-revival
tirata a lucido. Piuttosto, si sente un certo divertimento di fondo, una
freschezza che rende piacevole l’insieme, pur tra alti e bassi. Il singolo “Let
Me Kiss You”, firmato da Morrissey, è melodico, agrodolce e convincente. Bene “Burnin’ Down
The Spark” (Calexico) in clima western, e “Ain’t No Easy Way”, classico rock
blues con Jon Spencer. Disincanto e dolcezza nelle canzoni di Jarvis Cocker,
“Don’t Let Him Waste Your Time” e “Baby’s Come Back To Me”. Ottima “Bossman”,
incisa insieme alla band
Lo abbiamo già visto e sentito, quel mormorìo che si trasforma in voce. Voce di dentro e dolore pubblico, fantasmi di guerra che risorgono con il pianto delle madri. È questo il tema di “Deja Vu All Over Again”, canzone che dà il titolo al nuovo album di John Fogerty, il primo dopo sette anni. Una canzone contro la guerra in Iraq, che ha fatto tornare alle cronache il nome dello storico leader dei Creedence Clearwater Revival. Fogerty, per giunta, è stato tra i partecipanti al tour anti-Bush Vote For Change. Ma il dèja vu politico si esaurisce al primo brano del disco, appunto. Dalla seconda canzone “Sugar Sugar (In My Life)” alla conclusiva “In The Garden” si fa avanti un altro ricordo, stavolta piacevole: risentiamo e rivediamo il Fogerty di sempre, il rocker americano al 100%, popolare, versatile, con il dono del beat e della melodia. Non dice nulla di nuovo ma lo dice con classe. Si respira ovunque, in questo album, un’aria di classico rock americano, fermo nel tempo ma non anacronistico. Piuttosto è divertente, simpatico, nello stile del protagonista che ha sempre avuto un tocco speciale attraversando il rock, il blues, il country. Tutto il disco si fonda su suoni essenziali, parti strumentali fantastiche. A Fogerty bastano dieci canzoni e 34 minuti per dare ancora la scossa. Chi ha amato lui e i Creedence, non rimarrà deluso. “Sugar Sugar” è una ballata delicata e dolce da cantare sotto la luna. Funky-reggae-rock da radio in “Radar”. Veloce quadro di vita moderna “Nobody’s Here Anymore” (ospite Mark Knopfler). Tra impeto rock ‘n’ roll e arie da festa di paese bluegrass e folk, svettano la impeccabile, potente “Wicked Old Witch” e la bella, stilosa rock-blues “In The Garden”.
Tutti coloro che continuano
a seguire il percorso musicale di Mark Knopfler non saranno delusi da questo
nuovo album solista. Il musicista di Newcastle prosegue e approfondisce la vena
autorale già emersa nel precedente “The Ragpicker’s Dream” con un’opera che
trova molteplici agganci con la tradizione country-blues-folk, dal punto di
vista musicale, ed è distesa su storie di personaggi emblematici, talvolta
controversi, antieroi o gloriosi simboli, di quel Novecento che ci siamo
lasciati alle spalle. Knopfler entra in punta di piedi nel nostro cuore per
raccontarci queste storie, si mette accanto ai suoi protagonisti, non giudica
ma mostra. Non esagera con la sua chitarra sopraffina, la usa per pennellare
attorno ai suoi versi detti quasi, non cantati, con un’asciuttezza alla Johnny
Cash. Questa però è ancora musica pop-rock di grande rilievo popolare.
Confezionata con la passione di un artigiano. L’album è stato registrato,
quasi come un vezzo, nello storico studio Shangri-La di Malibu, dove sono
passati tanti grandi. L’aria vintage che si respira qua e là nel disco è sì legata
a questo luogo, ma è soprattutto l’effetto dello sguardo di Knopfler, sospeso
in un limbo senza tempo, tra il sole della California degli anni ’60, le brume
di Newcastle e l’America profonda della brutalità unita al sogno. Dopo il
brutto incidente di moto dell’anno scorso, il musicista ha saputo riprendersi
bene accanto ai soliti, ottimi, collaboratori e al produttore Chuck Ainlay.
L’iniziale “5:15 AM”, stupenda, è un quadro di cronaca magistrale. Ottima
“Boom, Like That”. La galleria continua con “Sucker Row”, “Back To Tupelo”, “Song For Sonny
Liston”, “Stand Up Guy”, “Donegan’s Gone”, “Our Shangri-La”.
Ci sono urgenze musicali che
mal si conciliano con i diktat promozionali. I fatti del mondo, come ai tempi
d’oro di un certo rock, provocano voglia di cantare. Keb’ Mo’, talentuoso
musicista blues, non ha aspettato per sfornare un nuovo album, a poca distanza
dal precedente “Keep It Simple”. Un disco di cover, nato in prima intenzione
come raccolta di canzoni di protesta (e si capisce bene quali proteste molti
artisti volessero esprimere, oggi negli Stati Uniti). Ma poi diventato un inno
alla pace e alla libertà. Un instant-album, cotto e mangiato, con caldissime e
appassionate versioni dal repertorio storico del soul e del rock, da Dylan a
Donny Hathaway, da Lennon a Lowe-Costello, Marvin Gaye, Harold
Melvin-Pendergrass e così via. Avevamo bisogno dell’ennesima reinterpretazione
di “For What It’s Worth” o “Imagine”? Ebbene sì. Le letture di Kevin Moore in
alcuni casi sono originali e interessanti, ma sono valide soprattutto perché
incarnano un’inquietudine comune oggi a milioni di persone nel mondo. La
pace, torna a grande richiesta. Titolo fantastico, certo, ma la sostanza è che
ce n’è davvero bisogno. E un musicista come Keb’ Mo’, che sa operare
magistralmente in mezzo al guado tra feeling bianco e nero, era forse uno dei
più adatti ad un piccolo pamphlet così ecumenico e appassionato. Il sound di
base è più morbido del suo solito, adagiato su calde atmosfere in prevalenza
soul, o jazzy, dal sapore old fashioned. Arrangiamenti misurati, perfetti, al
servizio delle canzoni. C’è anche una nuova canzone di Moore, “Talk”, un
messaggio di fratellanza. In genere l’impeto “soul” accoglie e libera,
valorizza senza ombre retoriche, dolcemente, perle musicali che sono nel cuore
di tutti.
Un disco come questo
dimostra bene quanto possa essere ambivalente la lettura dell’opera di un
grandissimo autore musicale. Le canzoni di Cole Porter, sommo musicista
americano del Novecento, sono infatti talmente belle e rilevanti dal punto di
vista artistico-storico (contribuiscono alla fondazione della musica pop
moderna) che si può recuperarne lo spirito festaiolo, volatile, scintillante, sensuale
e gaio, come accade in gran parte di questo album, oppure fornirne delle
versioni appassionate, profonde, sfaccettate, come è capitato in tempi recenti.
Materia prima plasmabile, bellezza pura che si riflette spontaneamente
nell’animo dell’interprete e del pubblico, assumendo tonalità e colori sempre
diversi. “De-Lovely” è il film in cui si racconta la storia di Porter (Kevin
Kline) e della sua vera vita privata, lontano dagli infingimenti. L’album
colonna sonora ci riporta gustosamente al mondo dell’epoca d’oro del teatro
musicale (dagli anni ’20 in poi). Curiosamente, questa colonna sonora si
inserisce nel nuovo filone della riscoperta “swing”, il rimescolìo attuale
dell’eterno calderone del canzoniere americano. Ma ne è in effetti distante:
“De-Lovely” infatti si avvicina al revival di un sentimento musicale più che
alla sua risciacquatura. Revival in senso buono, naif, romantico, nostalgico.
Le voci di personaggi come Robbie Williams, Alanis Morissette, Elvis Costello,
Mick Hucknall (irriconoscibile), Diana Krall, Lemar, Natalie Cole vengono
trasportate in un’altra dimensione, ricreata con divertimento e filologia. La
voce di Kevin Kline sembra uscir fuori da un magico player digitale a tromba
come i grammofoni di una volta. E alla fine emerge il vero Porter con “You’re
The Top”.
FATBOY SLIM Palookaville
Fatboy Slim-Norman Cook è
tornato con un album nuovo: dopo quattro anni, e si sente. Ai caposcuola
infatti si chiede sempre il massimo, dell’inventiva e dell’approccio. E
“Palookaville” suona divertente in alcuni passi, per carità, ma anche un po’
datato, scontato. Nonostante abbia proclamato di essere diventato ancora più
“musicista” suonando davvero insieme a musicisti, e recuperando anche il suo
basso dei tempi degli Housemartins, qui Cook non crea nuovi approdi, non
stimola. Ripete alcune furbe trovate sonore tipiche del suo stile dance, ma non
aggiunge niente ad un mondo musicale che ormai il pubblico ha abbondantemente
assimilato, sulle piste da ballo, spezzettato in jingle o spot, stacchi radiofonici.
Anche se alcuni episodi di questo album sono validi, il contesto generale ne
limita la portata complessiva. “Palookaville” è un disco di transizione,
circondato da mille altri episodi di creatività snocciolati proprio dai tanti
proseliti di Fatboy Slim. La voglia era quella di riavvicinarsi
all’approccio hip-hop, condito di sample e suoni live. C’è il solito tum-tum di
Fatboy, un generico feeling “rock” che va bene e il tipico
condimento-allestimento della casa. I piatti prelibati del menù, però, non sono
tanti. Si segnala “Put It Back Together” con Damon Albarn, incedere pigro e
coralità. Credibile aria rock in “Push And Shove” con Justin Robertson. Boogie frizzante e discretamente originale “Wonderful
Night” (Lateef). Frenetico, brutto e inutile il singolo “Slash Dot Dash”. Cover
quasi fedele, giocosa, “The Joker” di Steve Miller (con Bootsy Collins).
Altalenante, bizzarra, diversa “The Journey”. Il cuoco ha approfittato troppo
delle tre stelle sulla porta del ristorante.
La storia racconta che un
americano di 24 anni, Brian Wilson, inventò un nuovo modo di fare canzoni pop
(persino il termine pop, come viene inteso oggi) ai tempi di “Pet Sounds” dei
Beach Boys. Dall’altra parte dell’Oceano c’erano altri due inventori, Lennon e
McCartney. La rincorsa tra questi geni è scandita da pochi dischi, “Revolver”,
“Pet Sounds” appunto, “Sgt. Pepper’s”… Ma nel 1966 Wilson fu autore, insieme a
Van Dyke Parks, di un album perduto, “Smile”, inno a Dio, alla vita, al sorriso
che si avvaleva di tecniche compositive che oltrepassavano le già incredibili
vette artistiche di “Pet Sounds”. La follia di Wilson fece perdere per strada
quel progetto. Allora iniziò la leggenda di “Smile”, recentemente coronata da
lieto fine con il ritrovamento degli originali: con Parks e nuovi musicisti la
rappresentazione in concerto (a Londra la prima che è già entrata nella storia)
poi l’incisione ex novo dell’album con la tecnica modulare, combinando
all’interno di una stessa canzone brani registrati separatamente. Per
farci sconvolgere da questo vecchio sorriso, apprezzare appieno l’incredibile,
fulminante bellezza di questa musica, le idee, i ceselli, le melodie, le
variazioni in essa contenute, bisognerebbe operare direttamente sul nostro DNA
di ascoltatori. In pratica, dovremmo scordarci di tutto o quasi ciò che abbiamo
amato, dai tardi Beatles e Morricone in poi. Ciò che ci consente, in effetti,
di riconoscere immediatamente la grandezza di questo progetto davvero
visionario, oltre gli schemi e singolarissimo anche per l’attualità. “Smile” è
un album da avere per ricordarci il battito della vita. L’imprevedibile scarto
fuori dall’equilibrio che produce quella cosa chiamata arte.
Il terzetto rock gallese
Manic Street Preachers, complice la pubblicazione di un paio di raccolte, ha
creato una sorta di spartiacque nella propria carriera. L’ultimo disco in
studio, “Know Your Enemy”, usciva tre anni fa. “Lifeblood”, settimo album della
carriera, si distacca sensibilmente da quel recente passato e in genere anche
dal resto. Come aveva anticipato il leader Nicky Wire è l’album “più pop” dei
Manics. Pop in una maniera direi quasi smaccata. Un quindicenne di oggi che
sentisse per la prima volta questa musica potrebbe tranquillamente vederla in
sintonia con le canzoni dei Keane, di cui questi Manics sarebbero semmai i
padri. Un reduce degli anni ’80 avrebbe un sussulto scoprendo la bella voce di
James Dean Bradfield intonare melodie su tessuti sonori alla Ultravox dell’era
Midge Ure. Parte della produzione è stata dello storico specialista Tony
Visconti. Suono brillante. Elettricità che, quando c’è, non è mai ruvida.
Brumose atmosfere, malinconie, melodie spudorate. I Manic Street
Preachers, in passato storicamente sulle barricate, si rintanano nel personale.
Magari pensando anche al conto in banca (del resto già ricco), considerato che
certi fenomeni di oggi potrebbero aver imparato qualcosa dal loro modo di
orchestrare e comporre. Svoltano a manetta incuranti delle chiacchiere.
Costruiscono un disco in cui il revival di certo sound anni ’80 arriva,
volontariamente o no, ad un clamoroso compimento. Il rovescio della medaglia è
un fastidioso retrogusto molle, pomposo,
adatto persino a una boyband qualsiasi. Le canzoni meno compromesse da questa
deriva sono “
R.E.M.
Around The Sun
Il sole se n’è andato l’11 settembre di tre anni fa,
per molti motivi. Insicurezza, inquietudine nel mondo occidentale, autentico
terrore altrove, dal Caucaso al mondo arabo, a Israele-Palestina. Le divisioni
sono più evidenti. Aprire il racconto di un disco con un punto sul momento
storico è doveroso, se quel disco è sbandieratamente, anche ad un primo
ascolto, figlio di questo tempo. Lo hanno dichiarato, i R.E.M. alla vigilia:
“Around The Sun” è stato anche rimaneggiato per risultare espressione più
autentica del disagio personale degli artisti che è disagio di tutti. Intorno
al sole ci si gira ma non lo si vede. Questo album, contrario esatto
dell’ispirato e passionale “Reveal”, è un’opera crepuscolare, malinconica. La
produzione, di standard elevato, si mette al servizio della riflessione,
perlopiù su tempi medi di ballata. Ma il livello generale delle canzoni non è
elevato (meglio l’album precedente) e il risvolto della medaglia è lo
scadimento in un rock consolatorio di maniera politically correct.
“Leaving New York” è una bella ballata malinconica in stile R.E.M. con melodia
efficace. Il clima generale viene spiegato dalla successiva “Electron Blue”,
urbana, intensa e cupa, con ronzii e suoni di piano. “Make It All OK” è un più
classico pop-rock. “Final Straw”, manifesto dell’album, è anche convincente:
come si vive in America oggi, la negazione delle opinioni contro, in un
originale brano di impanto folk nello stile della band, con la voce di Stipe
che svetta sulle sfumature. Chanson elettrica, teatralità in “High Speed Train”.
Bene “The Ascent Of Man”. La title-song
svela una ricerca di verità che rende liberi, si apre in bella atmosfera,
melodia: il sole spunterà di nuovo?
Tra vent’anni, chissà,
ricordando la musica italiana di questi tempi salterà subito alla mente il
piccolo capolavoro dei Tiromancino “La descrizione di un attimo” (2000). Poi il
gruppo è cambiato, è uscito un altro album, ma ora, con “Illusioni parallele”,
Federico Zampaglione e i suoi possono ben vantarsi di aver raggiunto un nuovo
equilibrio. Illusioni, sogni, descrizioni intimiste, che non rinunciano a
guardare il mondo e fotografano un sentimento comune: talvolta è questa la
buona musica pop. Ecco, i Tiromancino sono i migliori artefici di un nuovo pop
fondato sul suggestivo allestimento sonoro, la cura della melodia, la
riscoperta (come in questo caso) di suoni elettronici old fashion, un pizzico
di psichedelia. Con loro non ci struggiamo l’animo, mossi da passioni assolute:
piuttosto fissiamo un orizzonte possibile, guidati da una confezione non comune
della canzone. Il limite di questa musica è una vaga impressione di esercizio
di stile che affiora qua e là, che può portare ad un senso generale del
“carino” (che non è mai bello). “Illusioni parallele” è comunque un buon disco
di moderne canzoni italiane. Il primo singolo “Amore impossibile” non è molto
più che gradevole, sincopata alla “Englishman In New York”. Molto meglio
“L’autostrada”, bellissima, melodica canzone aperta e classica nello stile del
gruppo. Oppure “Imparare dal vento”, una ballata pop ariosa con cambi di
intensità orchestrale. Ottimo l’apporto di Manuel Agnelli degli Afterhours in
“Esplode”, oscura, inquieta, beat elettronico con bellissimi ed efficaci toni
rock. Eccellente cover di “Felicità” di Lucio Dalla, con suoni sottratti,
asciugati per far “uscire” la canzone, la voce si dissolve in una bella coda.
Per tanti inglesi Paul Weller è un personaggio molto
familiare. Espressione vivente di un modo di fare musica autenticamente
british, con un occhio all’elettricità storica (dagli Who ai suoi Jam) ma
soprattutto alle tante sfaccettature del soul, con rock o senza. Carriera bella
e lunga, storie raccontate e da raccontare, canzoni sue e di altri cantate. Per
aprire un nuovo corso di questa storia, Weller ha scelto di fare, finalmente,
un disco tutto di cover. “Studio
I fan di Bjork sono corsi ad acquistare questo album,
annunciato e pubblicato in poco tempo. Gli altri, quelli che conoscono solo di
striscio la poetica di questa artista islandese cittadina del mondo, vanno
avvertiti: “Medulla”, midollo in inglese, è un disco atipico, diverso da tutta
la produzione anche più originale del nuovo “pop” sperimentale internazionale.
Questo album, basato soprattutto sul suono e sull’utilizzo dell’espressione
musicale primaria, quella vocale (il midollo appunto della comunicazione)
potrebbe infatti essere colonna sonora di un balletto, un lavoro teatrale, un
film, oppure semplicemente musica contemporanea, compiutamente colta ma non
classica, ribollente di elaborazioni e spinte vitali. Semplicemente voce e
concretezza elettronica, effetti, coralità: richiamo profondissimo, spontaneo
quanto l’urlo di un bambino, alla nostra essenza umana. In questo senso approdo
estremo della pur ricca parabola artistica di Bjork. “Medulla” quindi è
un album di svolta, anche usare il termine “musica di frontiera” suona strano.
È un’opera attualissima anzi, che si distanzia dalla modernità intesa nel
Novecento per cercare un nuovo approdo lontano dall’equilibrio delle
convenzioni, anche quelle sperimentali. Parlarne in ambito “pop” è singolare,
ma forse alla fine consonante ai nostri tempi. Bjork è infatti la reginetta del
nostro villaggio culturale globale che mangia ed erutta violenza, incroci
stilistici, alto e basso, espressione ancestrale e fantasia digitale: una rosa
a forma di donna, pietre e corde vocali dentro un cyberspazio. Tanti
collaboratori (R.Wyatt, Rahzel, Tagaq, M.Patton, Matmos, Dokaka) intorno ad una
stella coraggiosa che viaggia libera nella natura.
Attenzione all’aleggiare del termine jazz, la
copertina in stile, l’etichetta Blue Note accanto al profilo blu di Nicola
Conte. Non siamo nel campo del revival jazzy che piace alle classifiche pop, né
nel canonico territorio della musica afroamericana, interpretata da bianchi.
Queste sono appunto altre direzioni, che sono perfettamente inserite nella
biografia di Conte, il leader di questo progetto. La sua storia è legata più
alle rielaborazioni stilistiche della club culture internazionale (da Gilles
Peterson in poi) che alle convenzioni musicali o alle operazioni commerciali.
Parte dalla Bari degli anni ’90, dove un pugno di artisti si trovava in
sintonia con Londra e New York: Nicola Conte, colto intenditore prima che DJ,
produttore e musicista, guardava agli anni ’50 e ’60 dei rare grooves americani
e ai grandi italiani (Morricone, Umiliani, Piccioni). Da allora la sua storia
singolare si è legata, col tempo, ad una nuova generazione di musicisti.
Dopo l’esordio solista del 2000, “Jet Sounds”, Conte arriva oggi, come capo di
un ensemble di grande talento, a raccontare altri sogni. Le riscoperte jazzy
tra bossa, colonne sonore e psichedelia lasciano il posto ad un nuovo, elegante
stile, sospeso tra canzone (in inglese), preciso e caldo ambiente strumentale e
libera espressione artistica. Questo è anche “jazz”, ebbene sì, perché le
orchestrazioni dei brani, l’enorme talento dei musicisti, ci conducono a questa
tradizione. È fatto in Italia con il gusto di un artista, Conte, che allestisce
fantasie melodiche, scioglie assoli, groove, atmosfere e voci femminili, primo
tra pari in una grande band. Basta ascoltare “Nefertiti”, “A Time For Spring”,
“Kind Of Sunshine”, “The Dharma Bums”.
La voce “nera” della
giovanissima bionda inglese Joss Stone si è rivelata quasi per caso l’anno
scorso, con l’esordio “The Soul Sessions”: sotto l’ala protettiva della
veterana Betty Wright e di altri, la ragazza del Devon rileggeva in maniera
esplosiva classici black (oltre ai White Stripes) conquistando anche il
successo commerciale. Ora Joss Stone torna, ma con un disco quasi interamente
firmato da lei, insieme alla Wright e soci. Non più il passato ma il presente,
un repertorio nuovo da portare sul palco. La voce resta quella, il sound anche,
ma diciamo che le canzoni non sono tutte buone: ci sono delle ripetizioni,
delle risciacquature, che non tengono il livello. Inoltre, abbiamo qui la
conferma che la voce di Joss suona classica, come se avesse 40 anni di più e
fosse più vicina a Joe Cocker e Tina Turner che non ad Alicia Keys e Beyoncè.
Naturalmente canta benissimo, ma è un pregio o un difetto? La prima parte
dell’album va bene, poi la tensione e il feeling si allentano. La cosa positiva
comunque è che il sound soul-rock un po’ vecchia maniera, che rimane brillante,
è conservato. Intorno alla giovane protagonista hanno lavorato autori e ospiti
importanti: Lamont e Beau Dozier, Mike Mangini, Salaam Remi, Beth Gibbons
(Portishead), Angie Stone, Nile Rodgers, ?uestlove (Roots). Purtroppo il primo
singolo “You Had Me” è brutto, sembra un pezzo di Anastacia e non c’entra
niente col resto. Rock-soul efficace in “Right To Be Wrong”. Mid tempo
assassino nell’ottima “Jet Lag”, calore vecchio stile in “Spoiled”. Freschezza
funky con sample storico (Young-Holt Unlimited) in “Don’t Cha Wanna Ride”.
Ritmo e groove vocale in “Torn And Tattered”, che ci risolleva verso la fine
del disco.
Sono tempi di poca ispirazione e di poche novità
rilevanti. Non è un caso che ci si rivolga al passato, in una salsa o in
un’altra. A parte la dignità degli album di cover, che talvolta riservano belle
sorprese, il periodo di passaggio e rivolgimenti che viviamo nella cultura
popolare è anche sintomo di crisi creativa per molti. Nel caso di k.d. lang,
innanzitutto interprete, raffinata ed elegante voce canadese, siamo di fronte
ad una scelta che è anche un momento di passaggio della sua carriera. Questo è
un album di canzoni di autori canadesi, nomi storici e del presente, progetto
già registrato oltre un anno fa che vede la luce ora (complice un cambio di
etichetta) dopo che l’artista aveva già proposto in concerto un certo numero di
queste reinterpretazioni. È un disco di canzoni “da camera”, registrate con un
trio (quasi sempre senza batteria) e archi (arrangiati da Eumir Deodato). Toni
sommessi, sfumature che danno sul grigio. Il grande Nord canadese
presenta ambivalenze di calore e freddo anche e soprattutto nella musica rock
d’autore. Legami con la natura, i crepuscoli e le distese, che rendono speciale
l’essenza di certe canzoni, ne svelano per reazione una calda valenza
sentimentale. Questa è la principale lettura dell’album. Una prospettiva
singolare, e il tono generale promette un sommesso soccorso al cuore nelle
serate autunnali. Ma non c’è niente di più di questa eleganza formale, che un
talento come quello della lang può facilmente sfoggiare. Nella scaletta sfilano
composizioni di Neil Young, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Bruce Cockburn, ma
anche Jane Siberry e Ron Sexsmith: con “After The Gold Rush”, “Jericho”, “Love
Is Everything” (ottima), “Bird On A Wire”, “Fallen”.
Cambio di direzione per gli irlandesi Thrills, che
nel 2003 crearono un ponte magico tra la loro Irlanda (con i Beatles sullo
sfondo) e
Avevamo lasciato Marianne
Faithfull con “Kissin Time”, album di incontri in cui la chanteuse rock aveva
lavorato a fianco di Beck, Billy Corgan, Jarvis Cocker e i Blur di Damon
Albarn. L’artista frequentava nomi tutto sommato di tendenza del rock odierno,
con buoni risultati. “Before The Poison” è fondato sempre sulle collaborazioni,
ma mette in luce il lato più intimo, viscerale, teatrale, passionale, aspro
della personalità della Faithfull, anziché presentarne un aspetto tendente al
“glam” come faceva il disco precedente. È soprattutto la collaborazione,
strettissima, con PJ Harvey, che mostra questo carattere. Hanno contribuito
ottimamente anche Nick Cave, ancora Damon Albarn e Jon Brion. Il risultato
credo possa permettere a Marianne Faithfull di rinnovare con credibiltà ancora
maggiore la sua storia di culto. L’atmosfera di “Before The Poison” si insinua
e strega con ripetuti ascolti e alla fine è difficile decidersi per un episodio
piuttosto che un altro. Produzione ottima, con suoni essenziali, dosati
tra elettricità, acustica, archi, architetture stilizzate che accompagnano la
personalità e i colori vocali della protagonista. Le canzoni firmate da PJ
Harvey, anche insieme alla Faithfull, fanno la parte del leone. Dall’iniziale,
impressionante, lievemente elettrica “The Mystery Of Love”, all’atmosfera quasi
onirica, intensissima di “No Child Of Mine”, al crescendo di “In The Factory”.
Insieme a Cave, “Desperanto” è incalzante, praticamente spoken word su una
marcia noisy, bellissima e interpretata “There Is A Ghost”, mentre “Crazy Love”
è una ballata nella penombra. Quasi folk, Marianne cantastorie, in “Last Song”
(Albarn). “City Of
Sesto album per i Roots, super band
hip-hop che suona senza sample o quasi. “The Tipping Point”, costruito su
elementi come il ritmo e la voce, offre al quartetto la possibilità di
identificare lo stile attraverso le sfumature. Ma d’altra parte mostra un
limite di discontinuità della tensione, esiti alterni. Insieme al beat, la
parola conduce, colora, costruisce atmosfere, autocoscienza, riflessione,
ricerca del significato della vita urbana. Anche se non sono mancate critiche
alle derive semplicistiche di alcuni rap. Di certo questo non è un disco per
coloro che hanno conosciuto i Roots solo con “The Seed
Singolare e interessante la
parabola dei Pearl Jam, che nella produzione live hanno una monumentale
testimonianza della loro storia e del consolidamento di uno stile rock che ha
fatto epoca. Non fa eccezione questo bellissimo doppio acustico (ma non solo),
registrato davanti a poche migliaia di persone a Seattle nell’ambito di un
benefit. Il fatto che i Pearl Jam abbiano scelto questo disco per “testare” il
loro rapporto d’affari con una nuova major è secondario. Non si tratta di un
documento superfluo, né per i fan né per chi non conosce a fondo la band di
Eddie Vedder. L’album è registrato benissimo e ripropone fedelmente, senza
montaggio, il concerto. Si respira, quasi, l’aria che c’era intorno al palco,
si “vede” il rapporto che Vedder, uno dei vocalist rock più grandi di sempre,
instaura con il suo pubblico. Si entra in un mondo di passioni e storie,
guidati da una voce che diventa sempre più bella e da un ensemble che gira al
suo massimo. Il doppio CD contiene in tutto 24 canzoni. Da notare che anche
quando arriva un po’ di elettricità, in alcuni brani, il feeling semplice e
diretto della performance non cambia. Vedder appare pienamente un cantastorie,
riannoda compiutamente i fili con il grande passato della musica folk e rock
del suo paese. Senza affatto volerlo, scatta il confronto con i giganti, e
tutti i Pearl Jam ci fanno un’ottima figura. Si spazia tra la bellissima “Man
Of The Hour” (dalla soundtrack “Big Fish”) nella sua prima esecuzione
all’inedita e malinconica “Fatal”. Vedder “diventa” Cash in “25 Minutes To Go”,
emoziona in “Crazy Mary”, “Masters Of War” (Dylan). Reinterpretata “I Believe
In Miracles” (Ramones). Gioielli “Off She Goes”, “Dead Man”, “Black”.
È stato uno dei
ritorni più attesi dell’anno, questo nuovo Cure. Ma si dovrebbe dire ormai che
si tratta di un album di Robert Smith: personaggio e artista tra i più
originali degli ultimi 25 anni di rock, capace di imporre uno stile sonoro e
poetico che ha sceneggiato passioni crepuscolari di qualche generazione. Smith
ha presentato questo disco come totalmente rappresentativo dello stile-Cure, e
in effetti è così. La produzione dello specialista di nu metal Ross Robinson
non ha snaturato o appesantito il suono della band, ma ha anzi spinto i
musicisti a suonare in studio tutti insieme, in maniera più spontanea. Le
canzoni di “The Cure” piaceranno al fan medio, e il loro livello è certamente discreto,
anche se non c’è assolutamente nulla di nuovo sotto
THE PRODIGY
Always Outnumbered, Never Outgunned
Liam Howlett, artefice unico
di questo nuovo album dei re della techno-dance Prodigy, si dà arie da
pistolero circondato dai nemici del giusto groove. Ma il beat dei Prodigy non
viene mai sopraffatto nella sfida all’ultimo decibel. Lavoro tutto di studio e
computer, questo album vede un protagonista che gioca con una sigla, un marchio
di fabbrica, che in passato (anni ’90) ha fruttato soldi a palate riuscendo a
sdoganare una dura estetica dance underground sulle onde di classifiche e
radio. Howlett, come 3D degli ultimi Massive Attack, gestisce credibilità e
idee in un mondo che, dal precedente “The Fat Of The Land”, è cambiato molte
volte. Richiamandosi alla radice hip-hop più genuina, che ormai è “classica”
per tutti, dalla Manica ai Beastie Boys. Elettronica e beat dominano, mentre le
voci sono utilizzate come campioni, suono vocale, a condire e colorire la
struttura. Liam Howlett ha proclamato che questo è un album sexy. Quel sexy un
po’ malato che va a braccetto con le ruvidezze sonore, il
rock-electroclash-punk sfilacciato, i grassi, allargati, pompati ritmi rubati
dal funk. Un sexy alla Prodigy, che ripete (con talento, per carità) la
provocazione di una volta trasformandola in soundtrack da sfilata di Cavalli.
Rock ‘n’ roll del 2000, atmosfera maledetta e super beat in “Hot Ride” con
Juliette Lewis, che supera il rischio del grottesco. Bellissimo funk
elettronico, con suonerie di telefono, in “Wake Up Call” (Kool Keith).
Ipnotico, psichedelico, tra musica iraniana e old skool “Medusa’s Path”. Electro hip-hop
originale in “Girls”, trascinante “Get Up Get Off” (Twista), sample di
“Thriller” truccato in “The Way It Is”. Liam
(Gallagher) nella marcia rock-techno “Shoot Down”.
È difficile
farsi piacere un disco di rock, ultimamente. Intendo visceralmente, con la
partecipazione adatta a musica che, al meglio dei suoi esiti, ha espresso la
sintesi delle passioni urbane, l’innovazione del linguaggio, la modernità e il
suo continuo superamento e aggiornamento. Ebbene, questo secondo album dei
newyorchesi Interpol è uno dei pochi, validi, esempi di questo aggiornamento
elettrico. Non rivelatore, impressionante come il debutto “Turn On The Bright
Lights” ma credibile, pulsante, prodotto che rappresenta una validissima
attualità espressiva. Un disco lungo il giusto (41 minuti) come deve essere,
che non ovunque mantiene un livello di idee e invenzioni alto, ma piace proprio
per questa discontinuità, per la possibilità di impadronirsi delle sue storie
con il tempo, gli ascolti, la gradualità. La voce di Paul Banks, il sound
fantastico degli Interpol, sono un nuovo modello del rock. Fuoriescono dalla
penombra, scandiscono secche linee, pennellate elettriche. Costruiscono canzoni
con un singolare valore intrinseco, l’illustrazione asciutta delle emozioni. E
poco importa riascoltare ancora echi di Television o Joy Division. Gli Interpol
sono una cosa seria, seriamente fanno i loro giochetti (antics) da clown,
colorano con impressioni old fashioned le ambivalenze del cuore. I primi brani
sono fortissimi. “Next Exit”, con organo iniziale, sembra un pezzo anni ’60, ma
è corposo, melodico. “Evil” va in crescendo tra basso e chitarra. “Narc”, un
capolavoro, ipnotizza quasi. “Take You On A Cruise” è un’avventura nello spazio
di una canzone. “Not Even Jail” è incalzante, composita, dark. “C’Mere” una
marcetta wave, quasi. “A Time To Be So Small” una ballata alla
Interpol.
A 33 anni, Damon Gough (alias Badly Drawn
Boy) passa felicemente dallo status di rivelazione, osservato speciale del
nuovo songwriting inglese, a certezza: personaggio dallo stile ormai definito
che può cominciare ad allargare gli orizzonti della sua popolarità proprio nel
momento in cui, con questo terzo album “One Plus One Is One”, la sua poetica
diventa più raccolta, intima, semplice, la sua musica si adagia dolce e pigra
in un clima di ottimismo e fiducia. Per Gough, l’età della matura giovinezza è
anche quella della completezza delle sensazioni come uomo e padre: passaggio da
un sentimento problematico alla voglia di vedere il lato bello delle cose. Il
suo esordio “The Hour Of Bewilderbeast” è ancora un fresco, splendente ricordo.
Ma questo album, ostinatamente fuori da schemi e grancasse, può raggiungere
ancora più in profondità. Gough è uno che ha bisogno di un ambiente raccolto
per produrre il meglio. Semplicità, rilassatezza, voglia di guardare
all’essenziale della vita. Voglia di starsene in provincia, a Stockport,
abbozzando insieme all’amico Andy Votel quadri con pochi colori musicali, in
quella penombra del passaggio, da una sensazione all’altra, da una stagione
all’altra, che produce le riflessioni più vere sulla nostra esistenza. Rock da
camera, cantautorato di impostazione perlopiù acustica, sospeso nel tempo di
uno stile “inglese” che rimanda ai toni di Nick Drake come a certe escursioni
più dolci dei Pink Floyd d’antan. La forza di questa musica è la sua
essenzialità. Fascino privato che ognuno cerca tra le pieghe del suo cuore,
entrando in sintonia con gli outsider come Gough, assolutamente antimoderni,
lontanissimi da ogni tendenza, classicamente attenti all’emozione primaria che
tanti menestrelli hanno cantato. Sarebbe interessante paragonare Badly Drawn
Boy al Max Gazzè di oggi, nel modo semplice e diretto di fare musica (ancorchè
il sound sia ben distante). “One Plus One Is One” è il classico disco da tenere
sul comodino, pronto per ogni sollievo urgente, per ogni gentile richiesta di
calore musicale: teneramente, dolcemente, appassionatamente lo-fi. La voce del
protagonista è accompagnata da strumenti contati, talvolta da un coro di
ragazzini, applausi sparsi. Flauto e pianoforte caratterizzano certi passaggi.
Non tutto riesce al meglio, ma sono anche le imperfezioni, le bizzarrie non
immediatamente comprensibili, a dare fascino a queste canzoni. Ed è bello
immergersi in questo piccolo viaggio, farsi conquistare a poco a poco. Ognuno
troverà i suoi episodi preferiti. Da ricordare senz’altro la delicatezza di
“This Is That New Song”, bellissima e struggente canzone d’amore senza tempo.
Il mirabile stile musicale coffe-table, quasi jazzy, di “Another Devil Dies”.
La dolcissima “Four Leaf Clover”, ballata leggermente mossa che è una
bellissima dichiarazione di ottimismo e fiducia nel futuro, con finale di piano
e chitarra. La title-track è ariosa e melodica. Sognante e retrò “Easy Love”.
Corale e bizzarra “Year Of The Rat”. Sghembo e suggestivo strumentale
“Stockport”. Dolce, fascinosa, strutturata e corale “Holy Grail”. Disinvolta e
rock “Summertime In Wintertime”, lezioncina sulla pazienza e l’aspettativa.
Questo album suona, nel complesso, come un disco di una volta, di quelli con un
capo e una coda. Non per fare scintille su tutta la gamma sonora, piuttosto per
riportare un clima generale di passione, sonorità perlopiù acustiche riportate
nella loro essenza. Siamo anche noi in studio con Damon e Andy.
La favola del rock ‘n’ roll ha eletto da
un paio d’anni tra i suoi personaggi favoriti il newyorchese Jesse Malin, ex
punk con la band D Generation diventato cantautore elettrico come solista, e
soprattutto rivelazione con il primo album personale “The Fine Art Of Self
Destruction”, prodotto dal mitico Ryan Adams. Tra i cantori della realtà
urbana, che nell’iconografia tradizionale si muovono vestiti di pelle tra
pozzanghere e taxi gialli sfreccianti, Malin è l’ultimo di una serie iniziata
almeno 40 anni fa. La sua voce, talvolta, ricorda Bruce Springsteen, che del
resto è un suo pubblico estimatore. Le sue storie sono originali e bellissime,
segnate dalla capacità di giocare con le parole e le situazioni in un flash.
“The Heat” è un disco eccellente, per intenditori di rock dal punto di vista
musicale, ma anche e soprattutto rilevante per i testi delle canzoni, da
decifrare, distillare nell’anima e nel cuore. Con tanta passione, elettricità e
melodia dentro. Stavolta autoprodotto, e ottimamente. Da Neil Young al Boss a
Paul Westerberg,
In televisione c’è la morte,
la guardiamo in faccia. Ogni giorno il mondo ci toglie qualcosa, un pezzetto di
ingenuità ai bambini, ci toglie un sorriso, la capacità di indignarci perché
siamo rimasti un po’ puri, dentro. Eppure nel mondo viviamo, e con esso
facciamo i conti. Vorremmo stropicciarci gli occhi di fronte alla semplicità,
al sogno che abbiamo scordato, accantonandolo insieme ad una lontana età di
bellezza. Vorremmo scatenarci cercando la felicità, la vita. Ecco: di getto, le
canzoni pop di Tricarico ti fanno pensare anche queste cose. Ancora una volta
combinano la melodia, l’immediatezza, l’incedere da filastrocca, con sentimenti
profondi, visti da uno sguardo personale, cantati da una voce strana e
spigolosa. “Frescobaldo nel recinto” è il secondo album di Francesco Tricarico,
dopo l’omonimo esordio-capolavoro. Molto suonato, confezionato con Paolo
Germani, Patrick Benifei, Fabio Merigo. Tanto funky (talvolta ricorda il
vecchio Battisti), pop-rock, spruzzate soul. Oggi più che mai, Tricarico lo
puoi ascoltare su due livelli. Quello del coinvolgimento musicale e quello,
viscerale, dell’inatteso groppo alla gola. L’artista si conferma come l’unico,
vero cantore di un’Italia postmoderna senza padri e senza madri e alla
disperata ricerca di essi, di amore e sincerità. Mai conciliante, crudele
persino, racconta uomini e formiche che si ribellano improvvisamente,
costruendo un nuovo, formidabile porto franco della fantasia. Ma di tutto, alla
fine, restano canzoni pop. Di un nuovo pop d’autore senza paragoni. Senza i
super-singoli del primo album, ma con un ottimo incedere medio. Cominciando da
“Cavallino”, canzone che decolla col tempo. E poi, ad ognuno i suoi
sogni/incubi.
BRIAN
WILSON Gettin’ In Over My Head
Nel cinquantennale del rock, album come questo ci
ricordano quanto sia leggera e allo stesso modo pesante l’eredità della
grandezza. E quanto sia lecito giocarci senza darle troppa importanza. La
grandezza è quella di Brian Wilson, insieme a Paul McCartney unico tra i
viventi “inventori” della musica pop che ancora oggi ascoltiamo, genio
tormentato dei Beach Boys sempre nelle cronache. Con questo disco di nuove
canzoni e con la nuova registrazione dell’album perduto “Smile”. “Gettin’ In
Over My Head” arriva a 6 anni dal precedente “Imagination” e continua la
riappropriazione delle armonie e delle melodie che hanno incantato generazioni
di musicisti e ascoltatori. L’artista, con un suono brillante, frastagliato ma
non oppressivo rivisita un’innocenza perduta tante volte che si è perso il
conto, rifà sé stesso in maniera plateale e dolce. Wilson gioca con la sua
storia e il suo marchio musicale con la leggerezza che questo gioco merita. Ma
il paragone con la storia è pesante, perché le sue canzoni di oggi non sono
certo stellari. Si notano le ospitate di Elton John, nella bella, revivalistica
e sottilmente emozionante “How Could We Still Be Dancin’”; di Eric Clapton in
“City Blues”, bluesone solo in parte, con variazioni e scantonate e un clima
non risolto; di McCartney in “A Friend Like You”, pezzo su una vecchia amicizia
che suona sdolcinato, ma è kitsch in dose misurata e divertente. “Soul
Searchin’” è una canzone già esistente con la voce del fratello scomparso Carl,
bella, quasi doo-wop. La title-song è una ballata bellissima, canone in sé. Strepitoso r ‘n’ r
californiano old fashion in “
Erik Schrody, alias Everlast, è uno degli
artisti americani bianchi tradizionalmente più legati all’estetica dell’hip-hop
nero. Se Eminem è il re bianco del rap, Everlast, che nell’hip-hop ci sguazzava
quando era il leader degli House Of Pain, è stato l’originale ideatore di un
sound blues/hip-hop urbano, acclamata novità della seconda metà degli anni ’90.
Anche Everlast ha vissuto qualche vicissitudine contrattuale che lo ha tenuto
lontano dalla scena. Ora “White Trash Beautiful” ripropone la bellissima e
originale voce di Schrody in un contesto spesso più “pop”, con diverse
digressioni country-folk. L’aria generale è quella del tipico cantastorie
americano che procede fuori dal binario della rispettabilità, orgogliosamente
legato alla strada e alle sue storie. Essendo Everlast il proprietario di
questo particolare stile blues-folk-hip-hop, suonano curiose certe aperture,
coloriture melodiche che condiscono l’album di un impatto maggiormente popolare.
Una formula che regge abbastanza, ma non troppo a lungo se le canzoni non sono
tutte di ottimo livello. E questo, in effetti, non si verifica. Il cantante
produce l’album insieme a Dante Ross. Suoni pieni, con bella definizione degli
strumenti. La chitarra e il beat dialogano spesso, la voce si spiega su canto e
rime, tra scratch e sample. “Blinded By The Sun” è una ballatona rock urban
folk con sample e coro. La title-track si apre tra beat e chitarra. Ben cantata
e piena “Angel”, con parte musicale evocativa. Bella, malinconica ma non
rassegnata, con citazione di Hank Williams “This Kind Of Lonely”. Tesa e
pienamente black “Soul Music”. Insolente e corale, ritmata “God Wanna”. Un
pizzico di hard nella melodia rock blues di “Pain”.
In un mondo in cui latitano
le sicurezze, un certo rock è lo specchio fedele dei tempi: senza un centro di
gravità, si avvita sulla classicità togliendole la polvere di dosso, carezza i
sapori dell’immarcescibile country-folk-american rock con la carta vetrata. Si
piega all’estro dei musicisti che lo suonano e cantano. Procede scantonando e
forse ce lo troveremo nella Storia. È il rock dei Wilco, compiutamente
postmoderno, tra Yo
ANGELIQUE KIDJO Oyaya!
La bella stagione porta anche qualche segnalazione sui buoni dischi da portare in vacanza. Come questo album dell’artista africana Angelique Kidjo, da anni figura di rilievo mondiale e cosmopolita. “Oyaya!” (in lingua yoruba significa “gioia”) è la terza parte di una trilogia dedicata alla diaspora della cultura musicale africana. Dopo aver rivisitato la black music americana e le atmosfere brasiliane, Angelique ha viaggiato nei Caraibi, componendo insieme al marito Jean Hebrail canzoni ispirate a stili come calypso, merengue, salsa e ska. Un lavoro concettuale che presuppone una programmazione a tavolino, forse rischiosa per un esito spontaneo e credibile dell’opera, che però è riuscita brillantemente. Questa è musica che può accontentare i palati degli appassionati, ma può anche conquistare gli estemporanei ballerini di tante rotonde sul mare. In fondo, è il traguardo che per definizione ha sempre cercato: quello della festa, della gioiosa celebrazione della vitalità. Dal punto di vista strettamente musicale, dell’esecuzione, degli arrangiamenti e del sound, siamo presso lo stato dell’arte della musica etno-world in genere. L’atmosfera è sempre brillante, Angelique Kidjo ha una presenza vocale strepitosa e i musicisti che l’accompagnano, tutti super, allestiscono una sarabanda di ritmi e colori. Forse sono meno interessanti i toni salsa, genere che ultimamente ha un po’ stufato inflazionando l’ascolto. Il singolo “Congoleo” è un bel calypso cantato in fon. “Oulala”, frenetico merengue, resta nella memoria e nelle gambe. Colorito il duetto con Henry Salvador sulla mazurca “Le Monde Comme un Bebè”. Apoteosi nella kompa haitiana “Dje Dje L’Aye”, con Jacob Desvarieux dei Kassav.
BEASTIE BOYS To The 5 Boroughs
Impegno politico, anti-Bush e
anticonformista, e incazzatura. Questi sono i Beastie Boys di oggi e di ieri.
Paladini del rap bianco prima di Eminem e del nuovo rock crossover negli anni
’80, tornano a cinque anni da un piccolo capolavoro come “Hello Nasty” con
questo album-proclama, rivolto direttamente ai cittadini delle cinque unità
urbane di cui è composta la loro New York City. Un disco in cui l’essenzialità
dei tre musicisti è al massimo (molti pezzi di due-tre minuti), come per
riaffermare la parentela concettuale tra un certo hip-hop e il punk dei bei
tempi. E costruire una nuova, stilosa canzone di protesta, unico folk urbano
possibile nel 2004 delle torri cadute. La sequela dei brani ficcanti, con molta
musica programmata e non suonata, retti solo o quasi dalle rime che rimandano
alla vecchia scuola, alla lunga può avvitarsi su sé stessa. Limite e
caratteristica del disco, che diverte a appassiona (da seguire i testi), ma
stufa quando spinge troppo sull’orgoglio autoreferenziale. “An Open Letter To
NYC” è il capolavoro dell’album: inno corale, emozionante, teso, appassionato e
misurato, l’altra faccia della New York degli special TV, quella che accoglie
tutti, non respinge nessuno, ed è ancora in pista dopo l’11 settembre.
Sarabanda old school nel singolo “Ch-Check It Out”. Si parla di storia, del
gruppo e degli USA, in “Right Right Now Now”. Beat tagliente nel manifesto
anti-Bush (che flette i muscoli da militare) in “It Takes Time To Build”.
Sample storico (da Rapper’s Delight) nella scoppiettante “Triple Trouble”.
Sound ricco e funky in “All Life Styles”. “The Brouhaha” è una prova di bravura
e fantasia. Frenetica e asfissiante stilettata contro la destra “We Got The”.
Quante volte ci siamo buttati giù ascoltando la nostra musica
popolare. E quante volte lo abbiamo fatto anche a sproposito, spinti dal
pessimismo. Ma se ci sono artisti come Raiz si può guardare con fiducia al
presente, sognando persino che musica come questa possa oltrepassare più volte
i confini. Ebbene sì, come e forse più che con gli Almamegretta, di cui è stato
frontman e voce carismatica, Raiz suona autenticamente cosmopolita con questo
suo esordio solista. Il “wop” del titolo è la storpiatura di “guappo”, storico
dispregiativo di americani e inglesi per indicare l’italiano: l’anima migrante
mediterranea, appunto, che Raiz oggi incarna al meglio. Anima e arte popolare
che si riscattano e giganteggiano. Nuovo pop senza confini, all’insegna del
beat etno, della passionalità che unisce elettronica, groove e melodia (con
Polcari, Vernetti, Pagani). Cantato dalla voce antica e velata di Raiz,
strepitosa e di gran fascino. “Wop” si apre con un singolo acchiappa-ascolto
come “Scegli me”, nobile cavalcata pop mediterranea. Ma la sostanza e i vertici
artistici vengono dopo, quasi in crescendo, descrivendo amori che oltrepassano
le frontiere, sofferenza, abbandono, invocazioni contro la guerra, speranza nel
riscatto, rapporto con la natura, voglia di libertà stilistica. In italiano,
napoletano e inglese, Raiz sa essere stiloso e sentimentale, enfatico e
spiritoso, un occhio a Sergio Bruni e uno a Peter Gabriel. L’impianto sonoro è
fantastico e vario, su tutti i toni del meticciato: arabo, mediterraneo,
napoletano, reggae-dub, jazzy, etnobeat e anche rock-soul retrò: “Dare”, “Nun
me vuò cchiù”, “Ancora, ancora, ancora”, “Tu che non ci sei”, “C’era una
volta”, “Ilah shadday”, “W.O.P.”.
Non è vero che i Los Lobos
sono uno dei tanti gruppi di Los Angeles, come recitava il titolo di una loro
famosa raccolta. Senza i Los Lobos e la loro storia più che trentennale,
infatti, mancherebbe un importante tassello alla musica Americana: quella che
parte dal rock per attraversare il blues, il soul, il country, il folk e, nel
caso di questa band, le prominenti tonalità latine che stanno prendendo piede
da due decenni in qua nella musica popolare. “The Ride”, primo album
autoprodotto dal gruppo, è una festa di incontri con altri musicisti e insieme
una prova di gusto, talento e versatilità per i Los Lobos. In qualche modo un
disco anomalo, ma di grande effetto: comunque non la classica operazione
commerciale che mette in primo piano collaborazioni o duetti. Con canzoni
vecchie e nuove, sonorità piene e corpose, un groove naturale, è molto vario
nelle atmosfere. Azzeccato, se pensiamo di ascoltarlo viaggiando. L’escamotage
del “viaggio” musicale (quello, lunghissimo, dei Los Lobos) non è certo
originale, ma funziona perché il risultato è valido, un prodotto medio di
classe che non deluderà gli appassionati. La prima metà dell’album non conosce
cedimenti, poi si va a fasi alterne. Melodica ed elettrica “
Settimo album in quindici
anni di carriera. Popolarità stellare come rocker e come casanova. Stile
musicale che ha procurato collaborazioni di rilievo con i nuovi re del rock ‘n’
soul N.E.R.D. o con il rapper numero uno Jay-Z. Persino un film, parzialmente
autobiografico, in progetto. Lenny Kravitz è uno dei re dell’estate, non solo
per l’appeal commerciale a colpo sicuro della sua musica o i suoi concerti, ma
soprattutto perché incarna una delle personalità pop più riuscite del momento.
Questo “Baptism”, presentato come una sorta di ritorno alle origini dirompenti
di “Let Love Rule”, un nuovo battesimo musicale e, perché no, anche spirituale,
si presta perfettamente alla bisogna. Snocciola i toni del Kravitz-style,
crossover pop-rock bianco e nero, un James Brown da garage, in modo
convincente. Ripete, anche se con dosi e variazioni elettriche diverse, il
risultato del precedente “Lenny”: prodotto alto di gamma per un pubblico
larghissimo. Flash e scosse, tabloid e sudore. “Baptism” riesce meglio nei
brani più movimentati e più “neri”. Kravitz ha ottimamente composto, cantato,
prodotto, arrangiato, e suonato gran parte degli strumenti, con l’aiuto di
pochi altri musicisti (da notare il sax di David Sanborn). Un gattone che gioca
a fare il “pastore del rock ‘n’ roll”,
strizzando l’occhio alla biondina in prima fila. “Lady” ricorda i N.E.R.D. che
citano Kravitz (!), apertura black ed energia old fashion. “California” è un
rock veloce, fresco, corposo. Funk grasso e insinuante, marpione e sexy in
“Sistamamalover”. Black & white paraculo alla R.H.C.P. nel singolo “Where Are We
Runnin’?”. “Storm” è ottimo funk-rock
con Jay-Z. Bella, lenta, elettrica quanto basta “The Other Side”.
Dopo un album di transizione
come “Under Rug Swept”, Alanis Morissette riparte con “So-Called Chaos”, un
disco la cui uscita è stata rimandata più volte ma che finalmente riporta la
rockeuse canadese nei binari delle migliori cose espresse in passato. “Chaos” è
un album più energico e vitale del precedente, complessivamente suona fresco e
convincente. Ci sono canzoni da notare e il sound è bello e brillante. Forse è
davvero il risultato di quel “nuovo senso di tranquillità” che l’autrice ha
raccontato parlando del periodo di gestazione del disco. Produzione che si è
svolta in maniera naturale, senza stress, come ai tempi di “Jagged Little
Pill”, l’album-capolavoro che la rivelò nel 1995. L’elaborazione dei
sentimenti, della propria coscienza di persona e di donna, sembra arrivata ad
un punto di equilibrio. E anche aver affidato ad altri l’onere maggiore della
produzione ha avuto il suo effetto. Si sente un’aria diversa fin dall’apertura
di “Eight Easy Steps”, energica, quasi frenetica, veloce, dal sapore alt-rock,
per una singolare lezione di vita. “Doth I Protest Too Much” è una sorta di
affermazione di fiducia in sé stessi attraverso il contrasto, sostenuta ballata
elettrica con bel ritornello. La title-track è musicalmente interessante,
confina con l’hard tra vuoti e pieni, l’esplosione elettrica accompagna il
ritornello, affermazione di libertà e rispetto. “This Grudge” (questo rancore),
signora canzone cantata benissimo, emozionante, spiega una grande descrizione
di sentimenti. Il primo singolo “Everything” fonda su una eccellente
costruzione pop-rock la ricerca di completezza di Alanis,
personalità-collettore di vittorie, sentimenti e contraddizioni del
post-femminismo.
Ecco il nuovo
successo a scoppio ritardato che viene dall’America (Los Angeles). Dalle ceneri
della band indipendente Kara’s Flowers, nacque anni fa il gruppo pop-funk-rock
Maroon 5. Nel 2002 uscì questo che finora è l’unico album del quintetto di Adam
Levine, un cantante dalla voce bella e caratteristica che dà l’impronta a tutto
il sound della band. Ma il successo è arrivato solo in seguito, grazie a tanti
concerti e successivo passaparola dei fan, ma soprattutto all’esplosione del
singolo “Harder To Breathe”. “Songs About Jane” è stato pubblicato
ufficialmente anche in Italia quest’anno. I
Maroon 5 potrebbero sembrare un gruppo rock, anche se l’effetto complessivo
della loro musica è decisamente boogie-pop. Riciclano infatti l’onda lunga di
quel groove crossover passato dalle parti dei Red Hot Chili Peppers, lo
spolverano con una certa freschezza e originalità e scodellano tutto con
talento e disinvoltura. La produzione di Matt Wallace garantisce le alchimie
che ci vogliono per suonare “giusti”. Levine e i suoi cantano storie d’amore
buone per
SNOW PATROL Final Straw
In fondo basta poco, una
quarantina di minuti di canzoni elettriche, per farci riscoprire con un pizzico
di emozione l’eterna favola di ragazzi che si incontrano e decidono di suonare
insieme in una rock ‘n’ roll band. Qui la variante del copione, ben conosciuta
dal pubblico britannico, ha visto due irlandesi, Gary Lightbody e Mark
McClelland, iniziare in Scozia l’avventura degli Snow Patrol negli anni ’90.
Oggi siamo arrivati ad uno splendido terzo capitolo di questa storia. “Final
Straw” è un album compiutamente pop, che risulta dalla fusione di un moderno
approccio rock tipicamente britannico (ad esempio, Coldplay) con influenze e
sentori che appartengono alla migliore musica alternativa americana degli
ultimi 15 anni. Senza un attimo di cedimento, la melodia è presente anche
quando l’atmosfera si fa più elettrica. E arriva un piccolo miracolo, raro di
questi tempi: i soliti mattoni di base si intrecciano a formare qualcosa di
nuovo, vitale, naturale, coinvolgente. La produzione di Garrett Lee è
impeccabile, arricchisce di colori senza snaturare. L’impressione è che “Final
Straw” segni la maturità degli Snow Patrol insieme ad una loro credibile
apertura che potrebbe conquistare un pubblico vasto, in Europa e persino in
America. Comunque, il piacere di tuffarsi in queste canzoni, con storie di
contrasti e forti emozioni, è grande. Quando si punta sull’elettricità con
“Wow” oppure l’ottimo riff del singolo “Spitting Games”. Ma soprattutto quando
si varia su armonie vocali (“Somewhere A Clock Is Ticking”), melodie quasi
classiche (“How To Be Dead”) strutture complete e aperte (“Run”), crescendo di
intensità (“Ways & Means”), e costruzioni affascinanti e preziose (“Grazed
Knees”).
Nella vita si cresce e
quando le vicende personali influenzano in qualche modo la musica, di solito ci
sono buone novità. È il caso di questo terzo album di Francesco Renga, il
migliore della sua carriera solista, risolto compiutamente in favore di un
moderno stile pop-rock melodico. Genere difficile da frequentare in maniera
accettabile se non si ha una voce super come quella di Francesco, ma anche se
non si hanno le canzoni. Di queste, in “Camere con vista”, per fortuna ce ne
sono di buone. Singolare il fatto che questo album sia il prodotto di forti
emozioni personali nella vita di Renga (nuovo amore, una figlia) e che comunque
conservi i contrasti, le malinconie e le contraddizioni di un uomo. Si sente che
le costruzioni musicali sono tutta un’altra cosa rispetto alle prove
precedenti. Lo stile sonoro è omogeneo, accattivante, all’insegna di una
melodia pop elettrica che quasi sempre riesce a cogliere nel segno. Renga, come
autore di testi, non ha ancora raggiunto il massimo: potrà crescere nella
descrizione dei sentimenti e nella cura dell’espressione. Il resto, composto e
prodotto con l’aiuto di Luca Chiaravalli e Umberto Iervolino, va
brillantemente. Le canzoni sfilano come un diario, visioni che rimandano
continuamente alla sensibilità e alla vita del cantante che si racconta
attraverso di esse, e guadagna anche sul lato del gioco e dell’ironia. Ottimo
il primo singolo “Ci sarai”, una bomba ad orologeria pop. Ariosa bellezza in
“Comete”, storia sbarazzina nella veloce “Come piace a me”, ottima costruzione
in “Non ti passa più”, divertente e frizzante “Meravigliosa (
Il ritorno sulla scena
discografica di Morrissey, con il primo album dopo sette anni, ha movimentato
la scena musicale britannica. A significare che Moz resta ancora l’ultimo
leader prodotto dal rock inglese, un personaggio capace, con gli Smiths negli anni
’80, di caricarsi sulle spalle e rappresentare le inquietudini e le
rivendicazioni emotive e psicologiche di un’intera generazione. Da solista,
onestamente, Morrissey non ha mai eguagliato le vette musicali raggiunte con
Marr e gli altri. Ma in tempi poveri di grandi trascinatori, il suo ritorno è
apparso come una manna. Sono fioccati gli articoli, le interviste e il
musicista è stato chiamato a intervenire un po’ su tutto come opionion leader,
nonché come direttore artistico di turno del prestigioso festival londinese
Meltdown. “You Are The Quarry” è un disco musicalmente ricco di atmosfere,
brillante. E alcune storie valgono, come ai bei tempi, la pena di una lettura
partecipe. Detto questo, non siamo di fronte ad un capolavoro. Non emergono
canzoni epocali, c’è solo un buon livello medio soprattutto nei contenuti
musicali. L’album è condotto spesso su tempi medi, in cui Morrissey è
l’interprete-protagonista che gioca sulle sfumature. La produzione di Jerry
Finn è felice e rende bene l’ambiente sonoro. Morrissey gioca di taglio e
fioretto sull’America in, “America Is Not The World”, una sua classica ballata
rock. Orgogliosa autoaffermazione nella veloce, esplosiva “Irish Blood, English
Heart”. Bella e struggente storia “Come Back To Camden”. Melodia in “I’m
Not Sorry”. Poesia
Tutti vorremmo avere un
maestro di musicologia come Prince, venticinque anni di carriera che non pesano
affatto. Con questo disco e con il tour omonimo che riassume una storia
formidabile, l’artista ha voluto fare il punto, mostrare ai ragazzi e ai
giovani musicisti quanto sia importante fare bene questo mestiere, coniugando
talento e naturalezza. Parlando persino di guerra, schierandosi contro i
potenti. La facilità musicale, l’essenzialità, la varietà di atmosfere e la
disinvoltura di Prince dimostrano la perfetta riuscita di questo intento.
Prince non si autocelebra, non “fa” Prince, ma “è” ancora Prince. Con
capolavori assoluti del funk e del black rock alle spalle, gli basta continuare
a spaziare con colori, melodie e ritmi. Così “Musicology” non è una manierata
operazione nostalgia. È un disco attuale, credibile, da consigliare a chi ama i
N.E.R.D. di oggi perché suona come un ottimo (non voluto) contraltare a “Fly Or
Die”. Da avere per chi conosce il genio di Minneapolis dai primi passi perché
ne mostra ancora una vena vivissima. “Musicology” apre le danze riallacciandosi
al feeling storico di James Brown. Atmosfera orchestrale, fantasia in “A
Million Days”. Funk grasso, giochi vocali, toni molto neri e variazioni
ritmiche in “Life ‘O’ The Party”. “Call My Name” è una torch song princiana
super. Armonie vocali strepitose nel pop-rock “Cinnamon Girl”. Insinuante,
rilassata, quasi jazzy “What Do U Want Me 2 Do?”. Magica souplesse sexy in “On
The Couch”. Funky notturno riflessivo, classico “Dear Mr. Man”. Dolce chiusura
“Reflection”. Prova di bravura del
tuttofare Prince con altri musicisti. Le chiacchiere sul Prince tornato a una
major stanno a zero. La sostanza è “Musicology”.
Forse c’è davvero una
ragione profonda, nel fatto che Vasco Rossi abbia scelto di rivolgere la sua
attenzione “agli ultimi, ai diseredati”, come faceva Fabrizio De Andrè, quando
ha presentato questo album presso una struttura del Gruppo Abele di Don Ciotti.
Valore simbolico, per collocare le nuove canzoni in un contesto preciso, o
mossa mediatica per posizionarsi idealmente nel filone più nobile della canzone
italiana? Quando c’è di mezzo Vasco, però, il calcolo non sembra credibile. Lui
è il solo che può dirti “hai mai dei guai per quello che sei”, suscitando una
cascata di ricordi, dolori e conquiste di vita. Diciamo allora che la verità
sta nel mezzo. Vasco non ha fatto certo un album come “Le nuvole” o “Anime
salve”, per carità. Ma il suo linguaggio spezzato, pieno di sospensioni, può
ancora una volta testimoniare l’unica sintonia possibile con chi ha avuto una
brutta giornata, con chi esclama “sono talmente disperato che spero che il
cielo tramonti”. Non c’è altro da aggiungere: insieme a Vasco cerchiamo di
capire gli altri, guardiamo a chi ha dei problemi perché anche noi, sotto
sotto… “Buoni o cattivi” è un ottimo album di Vasco Rossi, meglio di certi
degli ultimi anni. Corazzata di autori e suonatori, produzione giusta, livello
vaschiano alto, elettricità e atmosfere, nessuna caduta. Emozioni che escono
all’improvviso. La title-track è un inno immediatamente familiare. “Hai mai” è
quasi un manifesto rock per chi non si vuole arrendere. Forte e veloce “Cosa
vuoi da me”, ballata esemplare “E…”, divertente, strepitosa alla Stones “Rock
‘n’ roll show”, bellissimo tema-canzone “Un senso” (dal film “Non ti muovere”),
classica e corposa “Non basta niente”, convincente “Come stai”.
Il tempo che è passato,
facendo scorrere in un oceano le innovazioni e le scosse della generazione rock
guidata da Patti Smith, è stato impietoso. Si era tornati a parlare di questa
grande artista con la raccolta doppia “Land”, due anni fa. Ma il riascolto di
quelle rime e di quei riff incendiari e passionali ora sbiadisce, perché
l’attualità ci porta ad un nuovo disco che definire irrisolto o infelice è un
eufemismo. “Trampin’” è il nono album di una carriera inizialmente esemplare,
negli anni ’70, che in seguito ha vissuto di “ritorni” e fasi alterne. Negli
anni ’90 Patti Smith si è esibita regolarmente in concerto, pubblicando qualche
disco. Ora è tornata, cambiando etichetta, insieme alla sua band di
quest’ultima fase (ci sono Lenny Kaye e Jay Dee Daugherty): improvvisamente
però, complice una vena che evidentemente non c’è più, il paragone con un
passato in cui anche gli svarioni erano gloriosi, il tutto si affloscia
stancamente. Le storie di Patti Smith, impolverate, non sembrano più granchè.
Il brivido di un talento febbrile e visionario non c’è più. Nei momenti
peggiori, “Trampin’” è un “trash” di Patti Smith, nel senso dell’imitazione
malriuscita di un modello. L’iniziale “Jubilee” promette almeno uno standard
smithiano, suono rotondo che quasi ricorda “Gloria”, voce chiara, incedere
marciante e assolo di chitarra. “Mother Rose”, melodia sbiadita che sembra un
pezzo di Madonna, ci piomba però nel tunnel. Si salvano “Stride Of The Mind”,
filante cavalcata, oppure la lunga, classica, arringante “Gandhi”, “My Blakean
Year”, “Trampin’”. Pesante e senza costrutto “Radio Baghdad”, zuccherosa e
insopportabile “Peaceable Kingdom”. Ci stupiamo ancora, di fronte ad brutto
sogno.
DIANA KRALL The Girl In The
Other Room
La vita è cambiata anche per
Diana Krall, elegante pianista e interprete jazz diventata negli anni scorsi
fenomeno popolare mondiale. La bella artista canadese ha incontrato l’uomo
della sua vita, Elvis Costello: musicista che lei stimava moltissimo e che ha
finito per amare in tutti i sensi. Diana ed Elvis (o Declan? suo vero nome) si
sono sposati lo scorso dicembre. Lui prima le aveva dedicato l’album “North”.
Lei, con questo “The Girl In The Other Room”, dopo anni passati come interprete
di lusso, si è finalmente cimentata nella composizione. Naturalmente insieme ad
Elvis. Il risultato è un disco che mostra esplicitamente quali siano le
passioni musicali di Diana Krall. Capiamo molto del suo mondo sia ascoltando e
apprezzando i brani originali composti da lei insieme al marito, che le cover
scelte in questa occasione. Su tutto il sound della protagonista e del piccolo
ensemble di draghi del jazz che la accompagna, prodotto dalla Krall con Tommy
Lipuma: essenziale, sensuale, dosato, caldo e rilassato, colirito e drammatico.
In complesso, una buona prova che mostra crescita e apertura, maturità. Le
canzoni “costelliane” sono quasi inconfondibili: la title-track, bella e
rarefatta, gioca su colori e immagini; malinconica e blues “Abandoned
Masquerade”; quasi uno spiritual “Narrow Daylight”. Diana ed Elvis hanno in
comune l’amore per Joni Mitchell: ecco quindi la splendida cover di “Black
Crow”, interpretata con groove, e la “mitchelliana”, conclusiva “Departure Bay”
firmata in coppia. Bello il blues “Stop This World” (Mose Allison), sensuale e
funky “Temptation” (Tom Waits), misurata e stilosa “Almost Blue” (Costello),
riuscitissima “Love Me Like A Man” (successo di Bonnie Raitt).
Non c’è stanchezza solo nel
rock. Anche nell’hip-hop si può finire in un vicolo cieco. Ad esempio, la
carica “rivoluzionaria” e originale della musica di Muggs, Sen Dog e B Real,
cioè i Cypress Hill di Los Angeles, non è più cosi viva (si fa per dire) da
diverso tempo. Con gli ultimi due album, la band aveva provato ad inspessire il
suo sound flirtando con il nu-metal. Risultato accettabile in “Skull &
Bones”, meno in “Stoned Raiders”. Quelle scelte erano sembrate un escamotage
per tener botta, nel mondo dell’hip-hop che rinnova protagonisti a valanga. Se
certi esponenti della black music sono i più credibili innovatori del pop e
persino del rock, non significa che tutto vada bene. Lo conferma questo ultimo
Cypress Hill, un disco con cui la band ha proclamato un ritorno alle origini
del divertimento, ma che in effetti si stacca raramente da quelli che sono
divenuti luoghi comuni fastidiosi e triti della musica che viene dai ghetti.
L’iniziale “Another Body Drops”, ad esempio, rimastica l’ennesimo teatro amaro
della strada, con tanto di colpi accoppiati al beat. Qui e là la lugubre solfa
viene ripetuta, con sempre minore effetto. I Cypress Hill conoscono il fatto
loro, per carità, ma è il contesto generale che sembra reggere poco. Meglio quando
si spazia e si varia. Latina, gustosa e più movimentata “Latin Thugs” con Tego
Calderon, ragga e convincente “Ganja Bus” con Damian Marley, bene “Busted In
The Hood” che cita i Beastie Boys, enfatica e drammatica “Last Laugh” con
Prodigy e Twin. Sufficiente la title-track. “What’s Your Number?” (con Tim
Armstrong dei Rancid) trasforma “The Guns Of Brixton” dei Clash in una storia
di rimorchio in discoteca. Tema stridente per una buona idea.
KEB’ MO’ Keep It Simple
Ultimamente si
riparla di blues e della figura di Robert Johnson. Un po’ perché Eric Clapton
ha dedicato un album intero allo storico pioniere degli anni ’30, ma anche per
questo ritorno di Keb’ Mo’, alias Kevin Moore, artista di 52 anni che a Johnson
è stato paragonato per la somiglianza fisica (su cui lui stesso gioca) e che ha
persino interpretato Johnson come attore. Ma lo stile di Keb’ Mo’, che esordì
come solista una decina di anni fa con l’ottimo album omonimo, è molto ricco:
aggiunge al blues un’aria country, soul e melodica, dolce e folk. Nelle sue
nuove canzoni troviamo tutto al posto giusto: ritmo compassato e preciso, una
bella voce di narratore con storie di gioie e problemi quotidiani, il senso
dell’umorismo e dell’assurdo dell’esistenza, belle e calde armonie suonate a
meraviglia, groove convincente e melodie che conquistano il cuore. Insieme a
musicisti di gran nome come Greg Phillinganes e Nathan East e ospiti come
Robben Ford e Robert Cray. Con questo album, Moore mostra facilmente quali siano
i vari contorni storici da cui prende spunto la musica di Norah Jones, ben più
venduta: il lungo fiume della tradizione americana che vive e si rinnova. “Keep
It Simple” è un piccolo capolavoro di naturalezza e vita musicale, un disco che
ti può illuminare una sera buia, quando le cose vanno un po’ così e hai il
blues che ti assedia. La storia spiritosa di “France” e il quadretto di “House
In California” suonano come universali evasioni dal quotidiano. Ariosa e
ottimista “Let Your Light Shine”, indolente, ironica e bellissima “Prosperity
Blues”, dolcissimo omaggio a B.B.King in “Riley B.King”. Notevoli anche le atmosfere di “One Friend”, “Walk Back In” e “Proving
You Wrong”.
George Michael oggi vale più
come opinion leader, come artista di esperienza che schiera apertamente in
campo la sua coscienza e la sua vita di gay, o le sue opinioni politiche
pacifiste. Come divo che decide di ritirarsi sul Web dopo questo album,
preferendo devolvere in beneficenza i ricavati delle future pubblicazioni
online. Come persona testimone di un percorso nel music business e nella vita.
Come tutto questo, è meglio del musicista che ha composto, inciso e prodotto le
canzoni di “Patience”, un album irrisolto, talvolta dispersivo, per lunghi tratti
senza nerbo e sostanza, fatto musicalmente parlando senza rischiare, seguendo
una maniera pop-soul-funky alla George Michael. I brani sono lunghi e
curiosamente manifestano un nuovo easy listening anestetizzato nella
costruzione generale. Mentre, altra singolarità, i testi sono spesso costruiti
su storie e drammi scomodi, in cui l’omosessualità viene citata naturalmente,
elemento attraverso cui passa una vita di gioie ma anche di tensioni e
delusioni. Il
grande limite di questo album non è nella estrema autoreferenzialità di tutto
il contesto (certi passi dei testi sono comunque insopportabili), piuttosto
nella mancanza di solidi punti di riferimento musicali, che dà all’ascolto una
fastidiosa sensazione di leggerezza e volatilità. Alla lunga, subentra la noia.
I brani che convincono subito sono, guarda un po’, due pezzi già pubblicati:
“Shoot The Dog”, canzone “politica” costruita come una ritmata e insinuante
invettiva pop citando “Love Action” degli Human League, e “Freek!
Dopo un album capolavoro
come “Ognuno fa quello che gli pare?” e anni di concerti, Max Gazzè torna con
un disco nuovo e ancora una volta diverso. E non è un caso che “Un giorno”,
quinto album del musicista, venga presentato come un lavoro che viene da
lontano, da dieci anni di eccellenti, ispirate e bellissime esperienze
musicali. Gazzè e la sua band per un’opera diretta, spontanea, che suona spesso
“rock” a tutto tondo, in cui si sente la gioia e il divertimento di lavorare
con strumenti e apparecchiature vintage ma anche, soprattutto, il gioco della
libertà naturale di un Talento libero da convenzioni. “Un giorno” è figlio di
questa storia, di Max e del suo gruppo: scrittura, produzione e vita mescolate.
Il risultato è di impatto, eccitante, moderno e semplice. Solo e soltanto
canzoni elettriche, che dal vivo, si può giurarlo, provocheranno scintille. “La
nostra vita nuova”, il primo singolo, è uno dei piccoli capolavori di questa
Italia del 2000: evocativa, equilibrata, giocata su un giro di basso che sembra
classico tanto è bello, e su una melodia aperta che sceneggia un improvviso,
sconvolgente cambiamento del quotidiano (“Questa volta non avrò paura di poter
sbagliare ancora”). “Tutti salvi”, musicalmente originale, vive di continue
variazioni su un testo che capovolge il cinismo corrente della paura.
“Pallida”, in coppia con Daniele Silvestri, è un perfetto divertissement:
creativa e fantasiosa, intrecci vocali e tiro pazzesco, con groove e beat su
fondo ruvido. La ricchezza zampilla anche in “La mente dell’uomo”, la
sarcastica e quasi punk “I forzati dell’immagine”, la rilassata, pigramente
“inglese” “Allenamenti”, la bella “Di sfuggita”, pop-rock classico alla Gazzè.
N.E.R.D.
Fly Or Die
La versatilità è il
paradigma della modernità musicale. Ingrediente scaturito sempre e comunque dal
Genio fin dagli anni ’60, ma che di questi tempi diventa parola d’ordine,
elemento essenziale dell’espressione artistica. Se non si è curiosi, se non si
gioca a tutto campo, se non ci si libera anche dagli ultimi luoghi comuni non
si sta “dentro” il beat, il groove, l’aria nuova che può indirizzare il
prossimo svolgersi della musica popolare. Pharrell Williams e Chad Hugo, che da
soli sono il prodigioso team produttivo-musicale Neptunes, e con il rapper
Sheldon Haley formano i N.E.R.D., con questo formidabile album promettono di
accompagnarci fino all’estate. Nel segno di una nuova, ormai definitiva
apertura del rock storico. Non dell’ultimo esempio di crossover, badate bene,
ma di un primo nuovo mattone che può cambiare ancora i connotati del pop. Con
questo capolavoro, i N.E.R.D. fissano nel presente l’eredità di Prince, Red Hot
Chili Peppers, Lenny Kravitz, fino agli Stones, Hall & Oates o Todd
Rundgren, trasferendo nel campo della musica elettrica tutte le genialità, le
fantasie e le creazioni originali patrimonio della moderna musica nera. Il dado
è tratto: 50 anni dopo i “non bianchi” si riprendono la musica popolare, dal
rap (OutKast) al rock. “Fly Or Die” è un album in progressione con un capo e
una coda, dal sound strepitoso, definito e non ammassato: scosse, ritmo, gusto
retrò, scatti, rap, soul, zuccherini musicali alla Quincy Jones, cori, aperture
orchestrali, rock-funk urbano, idee, arrangiamenti, melodie, variazioni ed
eleganti fantasie: “Fly Or Die”, “Jump”, “She Wants To Move”, “Wonderful
Place”, “Drill Seargent”, “Maybe”, “The Way She Dances”, “Chariot Of Fire”.
Gli australiani Vines,
guidati da un autore non banale come Craig Nicholls, sono il simbolo del nuovo
rock ‘n’ roll che non rischia sul piano della credibilità, questi ragazzi
infatti vengono davvero dalla cantina, ma gioca le sue carte sulla naturalezza
e sull’impatto della musica, sia esso selvaggio che più strutturato. Da loro,
quindi, non bisogna aspettarsi eccessive rivelazioni, solo una scossa assestata
bene e la propagazione di quella classica energia vitale che viene tramandata
dagli anni ’50 in poi. Il secondo album “Winning Days” ha il pregio,
grandissimo, di scorrere con agevolezza e disinvoltura senza stancare. Merito
della durata non eccessiva (38 minuti) e della varietà di atmosfere e colori.
Decisamente però, si sente meno immediatezza e spontaneità, anche da garage,
rispetto al fulminante esordio. Le morbidezze, spesso solari dolcezze,
prevalgono sulle ruvidezze elettriche, tanto da pensare che certe scelte
derivino da una inconsapevole risposta al successo americano. Il sound è buono,
rende bene e non presenta trucchi apparenti. L’album si apre e si chiude con
l’elettricità: “Ride”, singolo nervoso e disinvolto, e la rauca, gagliarda
“Fuck The World”. In mezzo, un po’ di tutto. “Autumn Shade II”, ballata acustica,
melodica e corale. La bellissima, delicata title-track, non scontata con
atmosfere alla Beach Boys. Le mazzate di “Animal Machine”, il pop-rock di
“Rainfall” e “Sun Child”, gli echi psyc e retrò di “TV Pro” e “Amnesia”, l’aria
tra brit e surf di “She’s Got Something To Say”. Forse il limite di questo
disco è che, magari, ti ricorda tante cose senza lasciarti un’impressione
definita. Ma alla fine resta valido, sopra una media che altrove è
scoraggiante.
A 62 anni
suonati, Lou Reed torna a proporre un album dal vivo. Questo “Animal Serenade”
rappresenta un ennesimo aggiornamento della sensibilità scenica di uno dei più
grandi narratori del rock ‘n’ roll. Il doppio è stato registrato nel giugno
2003 al Wiltern Theatre di Los Angeles e documenta lo spettacolo che ha fatto
tappa anche in Italia la scorsa estate. Come ha sottolineato lo stesso Reed, un
punto d’arrivo degli ultimi due anni di lavoro, la lettura, o rilettura, della
sua storia nella piena maturità. Singolare poi il fatto che sia uscito da poco
il disco con la registrazione di uno show francese, al Bataclan nel 1972, con
John Cale e Nico. Reed è tutto questo: presente che si confronta con il passato
e si aggiorna; ma anche stringente, lacerante attualità poetica che appartiene
agli ultimi anni (“Ecstasy”, “The Raven”). Così il suggestivo, intenso e
sconvolgente per alcuni tratti, concerto dell’anno scorso è stato immortalato
su disco. Tutti i toni e le sottolineature musicali sono vivi e presenti: il
dialogo voce-chitarra, le atmosfere create da Mike Rathke e Fernando Saunders,
gli ottimi arrangiamenti che distillano le emozioni nell’aria, ma anche
l’humour e la nonchalance di Reed di fronte al suo pubblico, il suo “dire”,
“recitare” certe storie, gli apporti fondamentali del violoncello di Jane
Scarpantoni e della delicata e melodiosa voce di Anthony. Nella scaletta c’è un
po’ tutto, dai Velvet a oggi. Il primo disco (prima parte) è però più
interessante, giocato sulle sfumature, pieni-vuoti, essenziale rock da camera
(“Vanishing Act”, “The Bed”, “Venus In Furs”). La seconda parte si inspessisce,
aggiunge ritmi, corposità, contrasti. Una scelta per fan e non solo.
Oggi Eric Clapton è un uomo
felice, appagato come può esserlo uno come lui, con una biografia tra le più
tormentate del rock. Una giovane compagna e due figlie piccole, tante cose da
fare, soprattutto con la sua chitarra dal vivo, e la voglia di chiudere con
certi dolori del passato, che gli fa decidere di non proporre più dal vivo
“Tears In Heaven” e “My Father’s Eyes”. Clapton oggi torna ancora al blues,
alla fonte primaria di quel fiume che diventò in seguito oceano: rileggendo le
canzoni di Robert Johnson, l’iniziatore del blues moderno morto a soli 27 anni
nel 1938, avvelenato da un marito geloso, la prima delle figure leggendarie
della moderna musica popolare. Johnson come profeta del blues, che ha
trasferito nella modernità gli eterni conflitti tra le passioni e le dannazioni
dell’uomo. Johnson come iniziatore di gran parte della musica elettrica del
20mo secolo. E Clapton, discepolo tra i più accreditati di questo lontano
maestro, che per la prima volta può confrontarsi completamente con queste
canzoni dedicando loro un’intera opera, dopo averle già frequentate
sporadicamente in passato. “Me And Mr. Johnson” arriva dieci anni dopo “From
The Cradle”, il capolavoro di classici blues di Clapton. Non ripete quei
vertici, ma offre comunque motivi di interesse. Insieme al protagonista la sua
band di stelle. Il sound è pieno ma non leccato. Nelle esecuzioni non c’è
enfasi ma neanche distacco, la chitarra di Clapton racconta e canta anch’essa.
Non si poteva chiedere un disco di riletture “maledette” o radicali. Ma in
questi tempi di ignoranza, la divulgazione può essere affidata anche a un
simile atto di rispetto, che arriva nella piena maturità di un grande artista
bianco.
MINA “The Platinum collection”
Viene applicata anche a Mina
la formula della “Platinum collection” che ha già fruttato ottime vendite con i
Nomadi. Andando sul bellissimo sito Web di Mina Mazzini si perde il conto delle
antologie pubblicate negli anni, e oggi anche i collezionisti hanno raccolto
tutto o quasi. Ma operazioni come questa, 3 Cd a prezzo speciale, remaster
digitale, libretto con note esaurienti e foto, sono soprattutto destinate al
pubblico che “smuove” il mercato e compra i dischi. Non disdegnando i maniaci,
che qui possono trovare tre brani per la prima volta su compact disc: “Caro”
(1868), retro del 45 giri “Vorrei che fosse amore”; “Dai dai domani” (1969),
retro del 45 giri “Non credere”; e “La musica è finita” (1968), che apparve in
un album fuori commercio dell’editoriale Corriere della Sera, con 12 brani
votati dai lettori. La collezione di Mina comprende 53 canzoni, spaziando dalla
fine anni ’60, periodo in cui inizia la carriera “indipendente” dell’artista,
che allora fondò la sua etichetta PDU, all’anno scorso. Per quanto è possibile,
si illustrano davvero (anche con scelte insolite e pregiate) le diverse facce e
sfumature dello stile di Mina, da quella drammatica a quella giocosa,
attraversando periodi che simboleggiano anche le diverse fasi della musica
leggera italiana: ascoltando i dischi di Mina negli anni, infatti, abbiamo
sempre capito dove si trovasse lo stato dell’arte della nostra canzone,
l’eccellenza o le sfumature di grana meno fine del sound italiano. Il primo
disco raccoglie molte “corazzate” storiche, compresi i tre inediti digitali. Il
secondo è dedicato al periodo di mezzo (1976-1989) con diverse curiosità. Il
terzo propone una Mina più discontinua, comunque rilevante.
Il
successo di Pacifico è un evento raro per la nostra musica d’autore. Stima e
affetto del pubblico che si sono allargati in questi ultimi anni a macchia
d’olio, cioè lentamente ma inesorabilmente, hanno fatto di Gino De Crescenzo
“il” nuovo fenomeno da seguire da vicino. Un artista così profondamente
italiano da saper giocare bene con i sentimenti e le melodie nel solco di una
finissima tradizione, eppure figlio del suo tempo nella costruzione del suono,
nell’allestimento e sceneggiatura dell’emozione (certe cose ricordano un David
Gray). Originale e delicato nell’approccio, Pacifico è personaggio che conta
sull’understatement, sul pudore. Come si dice, è uno che entra in punta di
piedi nel cuore dell’ascoltatore. Questo è il suo pregio e il suo limite (nel
senso che circoscrive il gusto di chi lo apprezza). Se si rivolgesse al
raffinato pubblico francese Pacifico sarebbe già una star, per come gioca con i
mattoni della forma canzone. Ma la sua gentile escalation è comunque notevole
qui in Italia. Le parole cantate da Pacifico si rivelano all’improvviso,
sorprendendoti dietro l’angolo di un sentimento quotidiano. In questo secondo
album, forse troppo morbido, senza l’impatto rivelatorio dell’esordio,
piuttosto scavano un solco lento di narrazione. Per raccontare il blues di
tutte le ore e il suo contrappasso di stupore. Struggente la danza di “Un solo
tempo”, profondo e bellissimo il lento incedere di “Ricomincia ogni giorno”.
Musicalità perfetta in “Solo un sogno”, originale “A poche ore” con Fossati.
Poesia in “Una luce”. Piena e colorita “King Kong” (di cui c’è anche una
versione “teatrale”), giocosa e ariosa “Un solo tempo”. Melodia, intimità e
vita in “Per non rimanere”.
L’ascolto del singolo
“Sunrise” aveva confermato che Norah Jones è “jazz” quanto possono esserlo i
musicisti della Band da lei adorati, o qualunque altro campione della musica
country-folk. Il secondo album “Feels Like Home” mostra il vero volto musicale
di questa giovane artista che ha fatto innamorare il mondo con l’ottimo esordio
“Come Away With Me”. Norah Jones, fulcro e tramite creativo di un perfetto
ensemble di musicisti, diventa qui la nuova voce pop che ha più legami con la
classica canzone d’autore folk-rock, da certe impressioni alla Carole King e
Joni Mitchell, con uno sguardo alla prima Rickie Lee Jones, ad un fascinoso
feeling che può ricordare
FRANZ FERDINAND “Franz
Ferdinand”
La band scozzese Franz
Ferdinand ha colpito subito con i singoli: la frenetica vitalità di “Take Me Out”, marcetta rock con coro infallibile che riporta agli
anni ’70, e la cavalcata elettrica di “Darts Of Pleasure”. L’album di esordio
del gruppo è un disco svelto e frizzante, di quasi 40 minuti. Come i principi
del rock underground derivativo, cioè gli Strokes, i quattro ragazzi di Glasgow
propongono una infernale centrifuga di riferimenti al passato. Guardando a
certo glam rock, ma anche alle atmosfere malate e febbrili di certo rock
neo-funky nato quasi 25 anni fa con la new wave. Il tutto però condito con il
pregio di un brio giocoso e diretto, e un bel gusto per la coralità melodica.
Il rock dei Franz Ferdinand è profondamente pop, sembra proprio costruito per
far festa: nuova incarnazione della party music buona per il pub, i club e i
teatri, con testi che spesso sfilano come filastrocca, cambi di passo, un
fortissimo e tagliente impatto ritmico-elettrico e una semplicità di base,
nella costruzione complessiva delle canzoni, che indubbiamente lasciano il
segno. Preso come insieme, questo debutto non lascia indifferenti. Ma,
onestamente, neanche fa gridare a chissà quali miracoli. Non perché i Franz
Ferdinand non siano originali, lo sono nonostante tutta l’insalata di appigli e
citazioni involontarie che presentano, ma forse l’ingenuità e la spontaneità
della loro musica sono più adatte, per ora, alla dimensione del concerto.
Infatti, il discreto livello medio delle loro canzoni non rivela vertici memorabili.
Da notare il crescendo di “Matinee”, la lunare “Auf Acshe”, il rock ‘n’ roll di
“Cheating On You”, le tessiture di “This Fire”, la matura intensità sonora di “
C’è modo e modo
di “rileggere” il proprio repertorio. C’è chi lo fa, a corto di idee o voglioso
di spremere ancora qualche successo passato, tentando soluzioni che franano
sotto o sopra le righe, e chi invece prova a sperimentare qualcosa di diverso,
misurando emozioni, ambienti sonori e colori. Per giocare, nel senso puro del
termine francese e inglese, che significa anche suonare. Gianna Nannini ha
scelto questa seconda strada, confezionando nuove, affascinanti e bellissime
versioni di sue canzoni di repertorio, scelte non banalmente tra le “perle”.
Lavorando su dosati contrappunti tra voce, pianoforte, archi, cori ed
elettronica, con il tedesco Christian Lohr. Talora proponendo gli arrangiamenti
essenziali già usati in concerto. Scegliendo genialmente una cover come
“Amandoti” (CCCP), tango intrigante tra archi e fisarmonica. O conquistando un
nuovo, credibile significato a ricordi datati (“Latin Lover”, “I maschi”). La
voce è in primo piano, dolce o allusiva, con tutte le sue crude sfumature,
talvolta recuperata dalle incisioni originali, e assume un tono confidenziale
sui generis, tra sospiri, acuti e coloriture. Curiosamente, Gianna sembra
essersi avvicinata a certe atmosfere targate Ferretti-Maroccolo (si senta
“Contaminata”) per il modo di porgere le parole e il canto e avvolgerlo con
atmosfere sospese fra tradizione e modernità sonora. “Notti senza cuore”, molto
bella ed esemplare, guadagna nella nuova versione. Autentico respiro
internazionale in “Profumo”, con arrangiamento
bellissimo, canto perfetto, elementi musicali che danzano e illuminano
l’essenza emozionale della canzone. Notturna, semplice e melodica “Una luce”.
Notevole esplosione corale in “Amore cannibale”.
In Italia capita di poter
lanciare i dischi francesi più notevoli usciti l’anno precedente. Nel 2003 è
accaduto con lo splendido ultimo album degli Zebda, e adesso parliamo con
grande piacere di quella che forse è la formazione hip-hop più forte di
Francia, gli IAM di Marsiglia. Il quarto album di Shurik’n, Akhenaton, Freeman,
Imhotep, Kheops e Kephren, “Revoir un Printemps”, è stato uno dei fenomeni
della scorsa stagione oltralpe. Ritorno sulla scena in grandissimo stile a sei
anni dal capolavoro “L’Ecole du micro d’argent”. In 80 minuti di musica (per i
DJ, stampa in triplo vinile) c’è ben poco da scartare. La produzione, curata
dalla band insieme a Bruno Coulais, svela una cascata di raffinatezze sonore
che rafforzano l’impatto dei brani. Il sound, incredibile, attraversa tutte le
sfaccettature della musica urbana. L’ascolto è entusiasmante e coinvolgente ai
massimi livelli. Dal punto di vista strettamente musicale, gli IAM riescono a
creare un muro del suono perfetto che fonde apporti armonici, melodici al beat
e alle irruenti parti vocali: da notare le belle code strumentali di alcuni
brani. E poi il diluvio di rime, immagini, quadri umani e sociali che coprono
una vasta gamma di emozioni, dall’orgoglio, alla liberazione, la lotta politica
e la “pietas” urbana. Sfilano “Nous”, superlativa in chiave ghetto-soul,
l’incredibile, pirotecnico singolo “Noble Art”, con Method Man e Redman,
risvolti soul e rock con echi anni ’70 in “Bienvenue” (con Beyoncé), il
rap-funky irresistibile di “Pause”, i manifesti “Fruits de la rage” e “21/04”,
la perfetta orchestrazione di “Aussi loin que l’horizon”, la sontuosa “Stratégie
d’un pion”, la tagliente “Lâches”, l’esemplare “Second souffle”.
Moby ha usato il
vecchio pseudonimo Voodoo Child per pubblicare questo album-divertissement
all’insegna della dance technologica, non troppo “avanti” ma neanche troppo
datata (se si può usare questo termine parlando di beat, techno e house).
L’idea gli è venuta scatenandosi in discoteca a Glasgow nel dicembre 2002,
durante l’aftershow party per l’ultimo concerto del tour europeo di “
La voglia di cantare e
suonare, a Daniele Silvestri non è mai mancata. Quindi era lecito aspettarsi da
lui un album dal vivo, in una fase della carriera di questo singolare,
inventivo cantautore rock che ha già archiviato la pubblicazione di
un’antologia e il cambio di etichetta discografica, nonché la definitiva
consacrazione popolare che attraversa tutti i tipi di pubblico, grazie al
mega-hit “Salirò”. Ma in effetti questo “Livre transito”, doppio lunghissimo CD
(74 più 74 minuti), non è il solito disco dal vivo. È stato deliberatamente
concepito come una ripresa naturale dell’ultimo tour, senza sovraincisioni e
correzioni in studio. Un documento quindi, che Silvestri ha presentato
soprattutto come un omaggio alla sua band e al produttore Enzo Miceli, e al
pubblico che lo segue da anni, prima che alle sue canzoni. In questo caso le
canzoni, alcune delle quali comunque proposte con grande inventiva e intensità,
sono il collante di un evento e come tali le ascoltiamo. Il pubblico si sente
molto, canta, l’atmosfera generale è quella della festa, della scioltezza
naturale a anche un po’ sgangherata che anima certi concerti e non altri. Se
vogliamo, una scioltezza positivamente “romana”. Silvestri si sente spesso
mentre parla con il pubblico. E siccome c’è un diluvio di musica e parole si
procede un po’ a fasi alterne: in effetti bisogna essere dei fan fedelissimi di
Silvestri per immergersi senza ritegno in questo mare. La tensione e la
freschezza dell’ascolto talvolta calano, ed è un peccato. Il singolo guida
“Kunta Kinte” (in studio) è ai livelli di “Salirò”, pop-funky sensazionale per
musica e parole pungenti e lievi. Il debito ora è stato saldato, si può aprire
un’altra fase.
Viene ristampata oggi, dopo
14 anni, questa raccolta singola dei Gang Of Four, il gruppo inglese post-punk
che avrebbe smosso molte acque prima dell’esplosione del crossover rock-funk.
Il quartetto di Leeds in Europa, e i Talking Heads negli Stati Uniti per altri
versi, utilizzarono stilemi funky che potevano apparentemente suonare fuori
posto in un ceppo punk-wave. Nel caso della banda dei quattro, nome che era
tutto un programma per chi seguiva le cronache del comunismo cinese, lo stile
secco e tagliente del beat e delle parti di chitarra sorreggeva testi
politicizzati ma non banalmente sloganistici. Anzi, venati di un’agra vena
descrittiva tutta inglese. Nella musica dei Gang Of Four possiamo trovare certe
premesse per il rock che sarebbe stato dei Red Hot Chili Peppers, dei Rage
Against The Machine (per l’impegno) o di qualcosa degli odierni Rapture, per la
febbrile attitudine al ritmo. Ma forse questa musica è romanticamente rimasta
più fuori dal tempo di quanto non sembri o di quanto non dica l’albero
genealogico del rock moderno. Ricorderemo sempre il canto di Jon King e la
chitarra di Andy Gill come l’impeto di un inedito e formidabile
donchisciottismo rock, lotta autenticamente sotterranea, underground, ma
purtroppo perdente, contro un mondo di convenzioni e illusioni, nella cultura,
nella comunicazione e nella musica. I Gang Of Four sarebbero tornati negli anni
’90 con alcuni dischi, ma le cose migliori, dirompenti, sono raccolte in questo
album: selezioni da “Entertainment!” (1979), “Yellow” (1980), “Solid Gold” (1981),
“Songs Of The Free” (1982) e “Hard” (1983) e pezzi live. Buone note di copertina corredate da uno splendido e
appassionato saggio di Greil Marcus.
Sarà anche vero che Courtney
Love è “la donna che tutti amano odiare”, nel rock americano, ma è davvero
difficile venire a patti con una personalità come la sua. Difficile non pensare
al suo ruolo di vedova professionista di Kurt Cobain, che ha perfezionato se
possibile un satanico cliché inaugurato da Yoko Ono-Lennon. Difficile non
pensare che la sua collocazione borderline sia in realtà uno scaltro ping-pong
tra tutte le convenzioni della trasgressione, che stanno prendendo oscenamente
piede nella cultura pop del 2000. Se Courtney può diventare un moderno modello
di ruolo, ci viene da pensare per assurdo che oggi il vero anticonformismo sia
apprezzare Madre Teresa. Queste considerazioni non risultano affatto secondarie
per valutare il primo, vero album solista della rockeuse, dal momento che il
suo personaggio è talmente ingombrante da tracimare e sputtanarsi platealmente
in ogni nota di “America’s Sweetheart” (titolo perfetto, del resto). La
fidanzata-pecora nera d’America non rinnega nulla, e anzi sbandiera la sua storia,
racconta il suo mondo in ogni esplicita traccia dell’album, aggiornando il
tran-tran sesso-droga-rock ‘n’ roll, diventato per moltissimi un noioso
cartellino da timbrare. Ma per lei era l’unica strada, a questo punto, e si
rivela perlopiù credibile, urlando un trans-punk tagliente e corposo, che non
disdegna melodie piazzate strategicamente. L’appeal pop è garantito
dall’apporto di Linda Perry. “Sunset Strip”, una intensa confessione, è il
brano più rappresentativo di questa credibilità. Ottima “Almost Golden”,
sfacciato il singolo “Mono” come “I’ll Do Anything”, fortissima “Hello”,
ballate ad effetto “Hold On To Me”, “Uncool” e “Never Gonna Be The Same”.
Per qualche tempo è sembrato
che questo doppio album dal vivo, la cui uscita è stata rimandata fino a
quest’anno, sembrasse quasi un ripiego per i fan di Fiorella Mannoia che invece
attendevano con impazienza il nuovo progetto “brasiliano” dell’artista romana.
Queste collaborazioni con i grandi della musica tropicale le ascolteremo più in
là, a quanto pare, ma “Concerti” non è affatto una novità trascurabile. È vero
che non è il primo live di Fiorella (dopo “Certe piccole voci”), ma rappresenta
forse il coronamento di una carriera spesa con frutto sul palcoscenico. Non si
poteva non trarre un album da un tour teatrale di così grande successo, seguito
nel 2003 alle esperienze in quartetto con Pino Daniele, Francesco De Gregori e
Ron. E sicuramente c’è più sostanza in questo live che in quello. “Concerti” è
un disco vario, interpretato con voglia e partecipazione dalla protagonista,
affiancata da una band perfetta, nel solco di una canzone italiana “adulta”, di
classe, con riferimenti negli anni ’60 dei recital delle grandi dive. Fiorella
Mannoia usa bene le sue tipiche carte vocali, di coloritura e partecipe
illustrazione più che di stentorea, squillante interpretazione. Si avvale di
una scelta di repertorio felice, una carrellata gustosa e colorata che
costituisce il punto di forza di questo live. A parte gli autori ben frequentati
come sempre, Ivano Fossati, Paolo Conte, Piero Fabrizi, Enrico Ruggeri,
Francesco De Gregori, l’interprete si è messa in gioco con “Clandestino” di
Manu Chao o “Is This Love” di Bob Marley, “Metti in circolo il tuo amore” di
Ligabue, “Quizàs, quizàs quizàs” di Osvaldo Farrés, “Señor” dei Paris Combo o
“Sulo pe’ parlà” e “Senza ‘e te” di Pino Daniele.
Ottima seconda
prova dei talentuosi Zero 7, dopo un debutto esaltante come “Simple Things”. Il
duetto inglese di electronica-soul formato da Sam Hardaker e Henry Binns
conferma le doti che hanno fatto innamorare un corposo pubblico in Europa e
America. “When It Falls” è un disco che riporta ai fasti del nuovo soul jazzy
inglese degli anni ’90, con in più la consapevolezza “electronica” che qui
significa solamente organizzazione musicale e condimento al servizio di un
feeling generale caldissimo e coinvolgente. Insieme al duetto, vocalist
bravissimi come Mozez, Sia Furler, Sophie Barker e l’esordiente danese Tina Dico.
Gli Zero 7 dimostrano che i confini della “bella canzone” non esistono. Ci si
può mettere dentro, discretamente e con gusto, tanta passione e libertà
creativa. E alla fine, tutte queste gemme prese nel loro complesso suonano
imprevedibilmente come classiche, davvero senza tempo. È questo il nuovo pop
del 2000? Sicuramente è una strada stimolante, quella creata da Binns e
Hardaker, che ha persino riferimenti diretti al cantautorato americano anni ‘70
(ad esempio in “Home” o “The Space Between”), in una combinazione misuratissima
di elementi acustici ed elettronici. L’unica controindicazione è una
indigestione provocata dai ripetuti ascolti, che alla fine potrebbe far
risultare il tutto stucchevole. “When In Falls” può essere infatti,
indifferentemente il CD più suonato del salotto o della camera da letto. Il
livello dei brani (un paio sono strumentali), quasi sempre lenti e sensuali, è
altissimo. “Home” è un singolo perfetto. Atmosfera super in “Somersault”, soul
elegante in “Over Our Heads”, dolcissima “In Time”, caldissima “Warm Sound”,
sensuale “Passing By”.
Di sicuro c’è una cosa. Ryan
Adams non lascia assolutamente indifferenti. Nello spazio di pochi mesi ha
pubblicato tre album uno più bello dell’altro, dall’elettrico, divertente e
trascinante “lloR N kcoR” ai due “mini” “Love Is Hell”. Questo secondo capitolo
dell’Adams di oggi più introspettivo e lunare, ma poco piegato alle convenzioni
che si chiedono ad un artista “rock”, snocciola episodi di ottimo livello:
nell’ascolto si va in crescendo di qualità. Questo dimostra che Ryan Adams è un
talento che va lasciato a briglia sciolta. Il doppio progetto “Love Is Hell”
non è quel disco fantasma che è stato bocciato dalla Lost Highway perché
assolutamente fuori e contro ogni schema, l’album oscuro e maledetto che
l’artista aveva definito “il lavoro della mia vita”. Ma è in ogni caso un’opera
notevole, ricca di suggestioni e di molti richiami al cantautorato rock del
passato, sia americano di coté country che inglese vagamente wave. Su tutto c’è
il gusto sopraffino di Adams, rarissimo autore che si aggira tra allucinazioni,
dolori, situazioni paradossali, quadretti umani singolari, amori sempre in
bilico. E li canta con la sua indolente e personalissima voce di ex-countryman
alternativo ora diventato semplicemente il Prince bianco del moderno rock ‘n’
roll. Considerando che “Love Is Hell pt.2” sarebbe poco più di un EP, ci sono
abbastanza gemme da meritargli un ottimo giudizio. Le ballate “Please Do Not
Let Me Go” e “Thank You Louise”, la melodia notturna di “City Rain, City
Streets”, l’atmosfera di “I See Monsters” e “Hotel Chelsea Nights”, la
splendida, quasi classica “English Girls Approximately” (Marianne Faithfull ai
cori), l’oltraggiosa, sontuosa, saturata “Fuck The Universe”.
Sono passati pochi anni
dall’ultimo album completo degli Stereolab, “Sound Dust”, ma ci sembrano molti
di più. Non solo per la morte assurda, in un incidente, della polistrumentista
Mary Hansen, che ha rischiato di far fermare per sempre il gruppo di Laetitia
Sadier e Tim Gane. Ma anche perché siamo arrivati alle estreme conseguenze di
quanto già si intuiva ai tempi del pur valido “Sound Dust”. Per chi ha già
delineato, in anticipo sui tempi, la musica pop più futuribile degli anni ’90 e
ha già mostrato di saper evitare la maniera, sebbene continuando sul suo stile,
c’era un unico riparo sicuro: il rifugio nella canzone, come costruzione
originale, poco scontata, come piccola gemma fuggevole che deve contenere
qualche idea, una melodia convincente, un feeling coinvolgente. “Margerine
Eclipse” è un disco che procede a singhiozzo, in questo senso, proponendo cose
scontate e altre interessanti. Ma non sa e non può eliminare il sospetto che
gli Stereolab abbiano imboccato la parabola discendente, dal punto di vista
creativo: la nemesi peggiore per chi ha saputo incarnare uno dei più freschi,
indipendenti e fantasiosi indirizzi innovativi del pop e del rock degli ultimi
15 anni. E a poco vale, comunque, affermare che lo stile-Stereolab resta unico:
da Maradona e Totti ci si attendono sempre magìe. Spesso queste canzoni
contengono due-tre quadri/ambienti musicali, come se il gruppo volesse
stiracchiare e adattare al suo mondo tutte le convenzioni. Questa
effervescenza, tra suggestioni, ritmi, elettricità, misura, sogno, dolcezza e
funk, mette in luce “Need To Be”, “Cosmic Country Noir”, “Margerine Rock”,
“Margerine Melodie” (Daft Punk “alla Stereolab”), “Bop Scotch” e “Dear Marge”.
COLONNA SONORA ORIGINALE “Iniziali:
BCGLF”
Questa è la colonna sonora
dello spettacolo-incontro fruttuoso di due grandi artisti italiani della nuova
cultura nata negli anni ’80, Giovanni Lindo Ferretti e Giorgio Barberio
Corsetti. “Iniziali: BCGLF” è stato presentato al Romaeuropa Festival e ha
continuato le repliche fino a questo febbraio. L’augurio è quello di poter
immergersi in tutto lo spettacolo diretto da Corsetti su un libero “diario”
umano di Ferretti (attore, tramite di vite) e con tanti altri protagonisti: le
musiche di Gianni Maroccolo, l’azione di un cast multietnico di attori e
ballerini. Ma bastano e avanzano anche la parola e il suono per far sorgere
immediate suggestioni. Epifania di un mondo che guarda senza compromissioni
alle radici: storiche, culturali, biologiche. Ed è nel procedere di parola e
musicalità, che tocca concretezze elettroniche, virate elettriche, muri
ambientali, ritmi tribali e melodie distese, che questo nostro grandissimo
artista riassume, si direbbe, la lunga serie di leggende narrate dai CCCP, ai
CSI fino ai PGR, storie edite e inedite. “La vita è una gran cosa. Mi basta
aprire gli occhi su un mattino di sole. E poi tutto, io lo rifarei”. Ferretti
scandisce cronaca dura, inaspettata e lunare ilarità che sorge dal quotidiano
di un universo umano analogo a quello di Bjork, nel rapporto diretto con la
natura e le emozioni primarie. Ma c’è anche un misticismo laico di fondo che
non può che essere peculiarmente italiano: di quell’Italia antica di pane e
fame, paura e gioia, iraggiungibile riscatto di milioni di figli di un dio
minore. Italia dolorosa che trova un ponte con le pene dell’Africa. L’uomo è
figlio dei neri elementi. La sua natura si scontra con l’oscena finzione
imposta.
A differenza di
“Radio Rebelde”, in questo ultimo album i Modena City Ramblers sembra abbiano
evitato certe scontatezze e semplificazioni sloganistiche che potevano togliere
impatto alla loro musica. La produzione di Max Casacci ha ben compattato un
sound piuttosto frizzante e caldo come filo conduttore, con piccole, buone
idee, anche se ritmi e sapori possono cambiare secondo le canzoni. E
ovviamente, quando si vanno a trovare riferimenti ideali nelle comunità di
Chiapas e Guatemala, si guarda all’America Latina per poi parare al tinello di
casa nostra: si ascolti ad esempio un pezzo gustoso, divertente e trascinante
come “El Presidente”, dal ritmo secco, su un presidente (chissà chi?) che
vorrebbe essere tutto, persino operaio e comunista, per essere amato da tutti.
Ma in genere, le canzoni di questo album sembrano riuscite, costruendo un buon
compendio della musica attuale dei Modena City Ramblers: evoluzione di un
combat-folk originale che ritrova melodie e riuscite orchestrazioni, variazioni
di stile, insieme a testi e storie che raccontano con sufficiente credibilità e
vena l’odissea di tante anime in cerca di riscatto. Sullo sfondo un amore per
la vita, una dolce passione che porta a cercare bellezza nella dignità e nel
rispetto. L’album decolla, in senso letterale, arrivati a “Mira Niño”, corposa
e bella, con apertura sontuosa, cantata in spagnolo. Si prosegue con la
malinconica storia di “Ebano”, la bella melodia di “Stelle sul mare”, la
splendida “Lontano”, rielaborazione di un brano registrato in Sudafrica con i
Landscape Prayers, il folk acustico di “Al Fiòmm”, l’incalzante e intensa cover
di “Il testamento di Tito” di De Andrè, il suggello di “La fola ed la sira”.
JOSS STONE
“The Soul Sessions”
Arriva in Italia, stampato
ufficialmente nel nostro paese, il debutto della sedicenne cantante soul-blues
inglese Joss Stone dello scorso settembre. Un disco già venerato dai due lati
dell’Atlantico e che è essenzialmente, a parte l’esordio di una nuova
incredibile artista, una prova d’amore nei confronti del soul e del blues, in
special modo quelli della scena di Miami. Infatti insieme a Joss hanno lavorato
artisti-mito come Betty Wright (“madrina” e consigliera), Timmy Thomas, Little
Beaver e Benny Latimore, riportando alla luce un feeling storico della musica
afroamericana. “The Soul Sessions”, raccolta di gemme, è un album-vintage, per
come è stato registrato (live in pochi giorni) e per come suona. In questo
senso la voce di un nuovo talento come Joss Stone, che già fa stropicciare gli
occhi (inglese, 16 anni che canta quasi come una veterana!), diventa il vertice
di una piramide di bellezza e passione musicale. Soprattutto la scelta del
repertorio (brani di Aretha Franklin, Timmy Thomas, Isley Bros, John Sebastian,
Carla Thomas, Sugar Billy…) è fantastica, lancia Joss nel firmamento della
musica mondiale e dimostra che un talento come il suo deve essere utilizzato
come si deve (alla faccia delle Britney e Christina). Tutte le corde del soul,
del blues e del gospel sono toccate. La maiuscola session band è essenziale e
calda. L’ottimo singolo “Fell In Love With A Boy” (dei White Stripes!) è inciso
con i Roots, Angie Stone e
Tra
le voci femminili della musica nera, Kelis Rogers è un caso sui generis. Dotata
di talento ma anche di grande avvenenza, la stella nata a Harlem, dopo un
esordio incendiario ha spaziato su atmosfere e feeling diversi. Il suo album
precedente “Wanderland”, sembrava un po’ irrisolto proprio sulla scorta di
questa eccessiva disinvoltura, ma questo ottimo “Tasty” ristabilisce bene le
coordinate entro le quali può muoversi il talento di Kelis, sempre nel campo di
un generico feeling nero, sia esso soul raffinato che funky, R&B o rap.
Stavolta i Neptunes, di cui la cantante è in qualche modo la creatura,
producono solo cinque brani lasciando spazio ad altri demiurghi di classe e
bravura altrettanto valide. Il livello medio dell’album è altissimo, se
paragonato alle schifezze pop che ci circondano: “Tasty” è un eccellente
prodotto di genere, che può conquistare anche i non assatanati di black music.
Gustoso appunto, come la promessa mantenuta del titolo: tra queste canzoni
possono fiorire diversi potenziali successi. Quanto al sound, ricordando che
bisogna seguire le tendenze più attuali si sente la “secchezza” e
l’essenzialità dei groove che sembrano essere il nuovo verbo della musica nera,
come al solito predicato all’avanguardia da Missy Elliott. I Neptunes curano il
singolo “Milkshake”, minimale ma non super, il perfetto pop-funk di
“Flashback”, la scattante, originale “Protect My Heart”, la colorata, alla
Stevie Wonder, “Rolling Through The Hood”. Andre 3000 degli OutKast duetta
nella geniale “Millionaire”, pazzia minimal funk elettronica. Soul elegante e
funky raffinato con Raphael Saadiq in “Glow” e “Attention”. Funk elettronico e
sensuale nel duetto con Nas, “In Public”.
Due anni fa, recensendo il
suo ottimo debutto “Songs In A Minor”, scrivevo che se Alicia Keys avesse
saputo sciogliersi di più, sarebbe stata grandissima. Ebbene, con questo
secondo album, la 23nne artista soul di New York è sulla buona strada per
diventare una superstar storica. “The Diary Of Alicia Keys” inizia in modo
interlocutorio. Tra atmosfere un po’ drammatiche e beat hip-hop, si ha
l’impressione che la protagonista si orienti verso un corposo feeling black
mettendo in secondo piano l’eleganza nu-soul, con un occhio più a Mary J. Blige
che ad Aretha. Ma questa impressione muta prestissimo e alla fine si conferma
la rivelazione un talento eccellente e versatile. Stavolta Alicia spazia
eccome, insieme al cast di ottimi artisti che la circonda. Colpisce a livello
epidermico, sul puro piacere emozionale, e a livello mentale, svelando
molteplici strati di raffinatezze sonore. Eppure resta semplice l’approccio al
dialogo voce-strumento, senza nessuna esagerazione. “Diary” è un disco
completo, con parti vocali e melodiche letteralmente affascinanti. Nel suo
genere, bellissimo. Decolla con una sequenza shock di canzoni: l’hip-hop/soul
insinuante di “If I Was Your Woman/Walk On By”, il singolo-capolavoro che
ricorda gli anni ’70 “You Don’t Know My Name”, la classica, perfetta, cantata
da dea “If I Ain’t Got You”, le armonie e la costruzione senza tempo di “Diary”
(con i Tony! Toni! Toné!) e il fantastico contrappunto funky elettrico della
sensualissima “Dragon Days”. A questo punto potremmo pure fermarci, ma troviamo
anche qualche eco Bacharach nel puro soul di “Wake Up”, l’originalità di “So
Simple”, la magia di “Slow Down” e la chiusura quasi soul-jazz di “Nobody Not
Really”.
Se passate da Memphis, potete visitare la chiesa Full Gospel Tabernacle, dove ad officiare e cantare, insieme ad una piccola band, c’è il reverendo Al Green. Colui che fu la dirompente rivelazione del soul della prima metà dei ’70, imponendo uno stile originale e caldissimo, è un uomo di chiesa (american style) da molti anni. Il suo mito nacque nei Royal Studios di Memphis, insieme al produttore Willie Mitchell, artefice di incisioni che hanno fatto epoca. Tempo fa i due, Al e “Poppa” Willie, sono tornati insieme per provare a ricreare l’alchimia che produsse “Let’s Stay Together” o “I’m Still In Love With You”. Green si è staccato dai sermoni per riapprodare al Soul con l’anziano Mitchell, che ha trovato la forza di giocare ancora il suo talento di demiurgo in questo “I Can’t Stop”. In studio con loro alcuni vecchi compagni di avventure, per costruire atmosfere pulite, gioiose, passionali, meravigliosamente demodé: sospese nel tempo di un amore eternamente raccontato e glorificato. Ma anche, talvolta, con un sottofondo spirituale: pensiamo che Green potrebbe rivolgersi a Dio come alla sua donna e questa ambivalenza rende più tenero l’insieme. Tranne alcune nuances zuccherose e trascurabili, l’insieme alla lunga regge brillantemente. La voce di Green si immerge nel groove, accarezza, punge, colora. Mitchell allestisce un contorno compatto, vintage, di classe. Esemplari le bellissime “Million To One”, greeniana classica, semplice e ingenua, e il blues a tutto tondo “My Problem Is You”. “I Can’t Stop”, aperta e gioiosa, come “I’d Still Choose You”, la ballad “Rainin’ In My Heart”, la delicata “Not Tonight”, l’impetuosa “I’ve Been Thinkin’ Bout You”. Al e Poppa, replicate please.
Pensavamo che le eredi di
Madonna fossero Britney o Christina, e invece Nelly Furtado sembra avere le
carte in regola per creare alchimie pop che si trovano sempre più a lato, o di
sbiego, rispetto alla tendenza che vige mediamente, e per questo sono più
interessanti. Senza scordare lo staff artistico che circonda la cantante e
costruisce insieme a lei la musica: questa sa di insalata al ristorante etnico,
postmoderno viaggio di sapori un tanto al chilo, per chi si compra la rivista
giusta del medio saper vivere culturale. In questo senso si adatta ai tempi,
che si piegano volentieri sulla fresca verve di Nelly, sul suo look da bellissima
giovane madre. Che oggi non si inventa certo niente, come faceva invece una
volta Paul Simon, ma sa incarnare un sentimento emergente di intrattenimento. E
lo fa con l’autoreferenzialità che oggi sembra pervadere il mondo del pop,
mettendo sé stessa al centro di quasi tutte le sue storie. E questo talvolta,
se si guarda anche ai testi, può stufare. Ma tornando all’insieme musicale, il
risultato è positivo grazie a dosaggi e arrangiamenti calibrati e scaltrissimi.
Magari “Folklore” non produrrà i successi radiofonici del debutto “Whoa,
Nelly!”, ma si fa davvero ascoltare con piacere. Ospiti come Kronos Quartet,
nella bella, folky e ritmata “One-Trick Pony”, e Caetano Veloso, nella
fascinosa “Island Of Wonder”, aggiungono spezie alla minestra. La voce di Nelly,
bella e originale, riesce anche ad evocare qualche storico paragone (“Childhood
Dreams”). Funziona il singolo “Powerless”, vagamente tribale. Veloce e nervosa
“Explode”, incalzante “Fresh Off The Boat”, bel motivo “Build You Up”, bluesy e
calda “Picture Perfect”, essenziale “Saturdays”.
LIGABUE “Giro
d’Italia”
Non abbiamo fatto in tempo ad assimilarlo con l’ascolto, che questo nuovo doppio dal vivo di Ligabue saliva al primo posto della classifica. Merito del duro lavoro che ha insediato Luciano tra i best seller da comprare a scatola (quasi) chiusa, facendo di lui un contro-eroe nazionale, in un certo senso successore (ma non erede) di Vasco. Uno da trattare sempre con indulgenza e affetto perché, per sua fortuna, ancora tiene botta in campo creativo. Si pensi ad esempio a questo album, che potrebbe essere un live dei tanti pubblicati a ridosso del Natale. In realtà è la documentazione di uno degli esperimenti più stimolanti e riusciti della storia della musica italiana d’autore eseguita dal vivo. Trasfigurazione e riarrangiamento, in chiave semiacustica e contesto teatrale, del repertorio (scelto, anche inusuale) del primo rocker di casa nostra. Festa di colori, sfumature ed emozioni nell’ultimo tour di Ligabue, svoltosi tra palasport e appunto teatri battendo tutti i record, evento che molti fan ricordano quasi con le lacrime agli occhi. Con la band di Liga, a cesellare note e atmosfere c’erano Mauro Pagani e Stefano Facchielli (D.Rad degli Almamegretta). Quindi, basta solo riscoprire quale sostanza di vita ci sia in canzoni come “Piccola stella senza cielo” o “Sogni di rock ‘n’ roll” in queste versioni, per giustificare un tuffo in questa musica. Il doppio è buono, un solo album col super-meglio sarebbe stato epocale. Da citare la bellissima “Tutte le strade portano a te”, “Il giorno di dolore che uno ha” (ciao Stefano…), “Angelo della nebbia”, “Questa è la mia vita”, “Una vita da mediano” o “Tu che conosci il cielo”. Edizione limitata con un terzo CD, musica e parti recitate.
Forse i
Blink-182 hanno pensato che sarebbe ora di non essere ricordati a oltranza come
“quelli col pisello di fuori” (come nel loro videoclip più famoso). E, arrivati
al quinto album, hanno confezionato un disco che rispetta la loro grinta
pop-punk ma apre più di uno spiraglio a nuovi sviluppi musicali. Parlare di
“maturità” sarebbe forse fuori luogo. È sempre difficile definire come maturo
il pop-punk del trio californiano, che si fonda sull’insolenza, comunque deve
essere poco conciliante, anche se in passato è stato costruito per divertire e
sbeffeggiare. Semmai c’è la voglia di fare qualcosa di diverso, di condire il
sound di basso-chitarra-batteria con soluzioni musicali meno dirette e
semplicistiche. “Blink-
Missy Elliott inizia il
nuovo anno forte di ben cinque candidature ai Grammy Awards, e dell’uscita
recentissima di questo quinto album, giusto a un anno di distanza
dall’acclamato “Under Construction”. La leader riconosciuta della nuova musica
nera americana, sempre in coppia produttiva con Timbaland, ha comunque trovato
il modo di meravigliare ancora chi ama il suo stile. “This Is Not A Test!” non
raggiunge le vette e i livelli musicali dei precedenti album dell’artista, ma
rappresenta quella che potrebbe essere una svolta per buona parte dell’hip-hop.
È infatti un disco scarno, secco, crudo, che per buona parte riduce il suo
impatto al dualismo voce-percussioni (che sono beat di ogni tipo e colore): una
sorta di punk hip-hop, nell’approccio complessivo, come una sberla in faccia. I
brani ridotti all’osso sono l’essenza tribale della musica urbana di oggi.
Missy e Timbaland sembrano dirci che la giungla metropolitana oggi può avere
solo questo suono, semplice come un tam tam di sesso, rabbia e orgoglio di
autoaffermazione. Basterebbero infatti il battito e la parola, scandita e
musicata con il groove metrico, per definire questo micro/macrocosmo. Tutto
questo è la forza e il limite di “This Is Not A Test”, un album che può essere
amato in blocco, oppure faticosamente (ma alla fine godibilmente) assimilato.
Comunque, qualcosa che non lascia affatto indifferenti. Esemplare il singolo
“Pass That Dutch”, insieme a “Pump It Up” (con Nelly), “Keep It Movin”
(Elephant Man), “Don’t Be Cruel” (Monica e Beenie Man). Il soul esce in
“Toyz”, “I’m Not Perfect” e “It’s Real”. “Dats What I’m Talking About”
(R.Kelly) è sporchissima e princiana. “Is This Our Last Time” (Fabulous) un
gioiello.
FRANCESCO DE
GREGORI “Mix”
Un nuovo doppio
album di Francesco De Gregori, con 70 più 74 minuti di musica, 31 canzoni in
tutto. Stando solo a questa informazione, ci sarebbe da gridare al miracolo e
correre al negozio per soddisfare la propria fame di cose nuove. Ma ovviamente
non è così. Il “Mix” è appunto un’insalata di cose già sentite (la stragrande
maggioranza), registrate dal vivo, inediti sparsi, repechage di studio. Una
cosa a metà tra l’antologia e la raccolta di cose live, che però arriva in
ordine cronologico dopo un ennesimo disco dal vivo (“Fuoco amico”) e con
l’ultimo in studio “Amore nel pomeriggio” usciti entrambi nel 2001 (tralasciamo
l’album con Giovanna Marini). De Gregori ha annunciato entro la fine del 2004
un altro album di inediti, ma in effetti un’operazione come “Mix” sembra
soprattutto l’ennesimo sguardo a ritroso della carriera di uno dei grandi del nostro
rock d’autore. “Ti leggo nel pensiero” è la versione della canzone che De
Gregori scrisse per Ron. “A chi” è la cover, abbastanza simpatica e blues,
dello standard che fu di Fausto Leali (e Timi Yuro). “Come il giorno” è la
versione italiana di “I Shall Be Released” di Bob Dylan, come “Non dirle che
non è così” (“If You See Her Say Hello”, era su “Blood On The Tracks”). Nella
parte dal vivo ci sono diverse canzoni storiche, che fa effetto sentire
reinterpretate in chiave degregoriana attuale, ma anche brani del repertorio
più recente. Inoltre, si può riscoprire “La donna cannone” in una versione
originale e leggermente diversa. Penso che un disco simile valga soprattutto
per l’interesse che può suscitare nei più giovani: e allora l’assenza totale di
note dettagliate (le foto, belle, ci sono) sembra quasi un crimine d’incuria.
A 31 anni, Wyclef Jean resta
ancora, tra alti e bassi, un osservato speciale del panorama black. L’ex
Fugees, come produttore, ha lavorato con Tom Jones, per un album non fortunato
e un po’ irrisolto, e ha messo in cantiere insieme ad altri il nuovo disco di
Patti Labelle. Ma soprattutto è tornato sulla scena da protagonista con questo
nuovo album personale, inciso per
L’uomo in nero di Brooklyn,
Jay-Z, si congeda con questo best seller annunciato. Un disco autocelebrativo
all’ennesima potenza, pubblicato insieme all’autobiografia del rapper che da
adesso in poi continuerà sì a fare musica, ma solo come demiurgo della
Roc-A-Fella Records e autore. Almeno fino ad un prossimo, non escludibile,
ricchissimo “grande ritorno”. L’epopea di Jay-Z, alias Shawn Carter, è stata
tra le più luminose dell’hip-hop: al suo concerto del Madison Square Garden per
la presentazione di questo disco d’addio si sono riuniti gli Stati generali del
rap, a rendere omaggio ad uno dei pochissimi artisti che hanno davvero
costruito il mito della nuova musica nera di questi anni. Personaggio in grado
di coniugare rilevanza musicale e popolarità, testimonial privilegiato di una
cultura urbana (alta o bassa non importa) che ha ormai conquistato i giovani, e
non solo, di tutto il mondo. Se tutti si ricordano di Eminem (che tra l’altro
qui rende omaggio producendo un brano) perché è bianco, sono le stelle nere
come Jay-Z che hanno delineato i contorni di un nuovo entertainment. “The Black
Album” è un ottimo disco di genere, sequenza assassina di beat e rime validi
singolarmente, ma anche disco a tema, quello dell’addio di un campione della
musica nera, che appare come il bilancio di una carriera. Citazioni dal rock
duro al soul anni ’70, arricchiscono l’impalcatura sulla quale Carter rappa da
maestro. Sfilata di producer e collaboratori. Si inizia con “December 4th”
(giorno della nascita di Jay-Z) e il decollo è fatto. Orchestrazione perfetta nella
sexy “Change Clothes”, fortissimi “What More Can I Say”, “99 Problems”,
“Threat”, “Moment Of Clarity”, “Allure”, “My 1st Song”.