GERARDO PANNO - LE RECENSIONI MUSICALI

 

ARCHIVIO

 

 

WILCO   Sky Blue Sky

 

Anche se involontariamente, questo nuovo album dei Wilco è più diretto e naturale, più classico e meno sperimentale dei precedenti, “A Ghost Is Born” e “Yankee Hotel Foxtrot”. Questi due dischi hanno costruito e rafforzato la figura della band in ambito “alternativo”, facendo dei Wilco un must. Ma la band di Jeff Tweedy ha le sue radici storiche piantate sul terreno del country-rock, anche se ha saputo svariare in ambiti diversi. “Sky Blue Sky” è un disco che si ricollega in parte a quelle radici ma soprattutto afferma un importante aspetto di libertà musicale, pescando tanto nelle atmosfere elettriche, talvolta retrò anni ‘70, che in quelle acustiche. È stato registrato con i musicisti tutti insieme, all’antica, contando sulla presa diretta, l’armonia e lo scambio di idee immediato. Le canzoni riallacciano quindi la band al suo passato e al filone del nuovo mainstream americano che ha dato cose bellissime da anni in qua. Lo stesso Tweedy, come narratore nei testi, ha recuperato equilibrio, umore, positività, da uomo che cammina insieme a una famiglia. “Sky Blue Sky” può essere visto semplicemente come un bell’album di canzoni da gustare anche singolarmente, canzoni che il gruppo ha in parte già collaudato nei concerti.

La produzione, eccellente, è degli stessi Wilco, che hanno puntato decisamente sulla semplicità, senza post-produzioni, diavolerie varie e sovraincisioni. Con Tweedy (voce e chitarra) hanno lavorato John Stirratt (basso), Glenn Kotche (batteria), Mikael Jorgensen (tastiere) e i due nuovi arrivi Nels Cline, chitarrista incredibile, e il multistrumentista Pat Sansone. Le costruzioni melodiche sono discrete, appena accennate ma appassionanti. In certi punti sorge addirittura il ricordo del Neil Young più ispirato. La voce sottile e adolescenziale di Tweedy riafferma il suo fascino volando spesso su classiche atmosfere e ricordi anni ’70. Ariosità, libertà, spontaneità, semplice bellezza, sospensione senza tempo, progressione rock fantasiosa, sono gli ingredienti principali dell’album. Ai vertici tre bellissime canzoni: “Either Way”, quasi lennoniana, quieta e aperta, “Impossible Germany”, grande rock con tessiture chitarristiche Doc, e “Hate It Here”, che ha un deciso piglio anni ’70, echi blues e chitarra super. Sul versante della ballata da ricordare anche “Sky Blue Sky”, “Please Be Patient With Me” e gli echi folk del bel singolo “What Light”. Interessanti e stimolanti le alternanze di atmosfere, i cambi di passo di “You Are My Face” e “Shake It Off”. Elettricità e libera costruzione musicale, quasi prog, in “Side With The Seeds”. “Walken” è un bel rocketto, energico. Tensione dolorosa nella conclusiva “On And On And On”. “Sky Bue Sky” rappresenta il compimento della maturità: è un disco che non appare impegnativo e ambizioso come certe operine rock di oggi, ma che riafferma la validità del talento consolidato.

Per incidere “Sky Blue Sky”, Jeff Tweedy ha preso spunto dalle registrazioni del suo progetto Loose Fur (2005) avvenute nel loft di Chicago che fa da base alla band. Così ne è venuta fuori una session “casalinga”, raccolta, spontanea. Insomma, alla vecchia maniera. Il tutto potrebbe suonare un tantino snob, ma i risultati danno ragione ai Wilco. La costruzione sonora è semplice ed efficace, non è troppo asciutta, gli strumenti vengono restituiti benissimo. Se ascoltate questa musica assecondando le fantasie pre-estive, l’effetto è assicurato. Tanto con la dolcezza e il raccoglimento che con l’energia, queste atmosfere sonore possono contagiarvi, aprire gli occhi a una nuova strada di vita e di sogni.

 

ANGELIQUE KIDJO   Djin djin

 

Artista appassionata e versatile, Angelique Kidjo è da molti anni un caso unico di cantante di origine africana che sa spaziare a suo piacimento sulla scena musicale occidentale. Con questo album, come si dice, è tornata a casa nel Benin, alle sue radici musicali, coinvolgendo diversi ospiti di grande rilievo. Le percussioni e i ritmi della sua cultura sono il punto di partenza, cui si aggiunge la musica di una super-band con grandi musicisti di varia estrazione. Angelique canta nelle lingue del Benin, della Nigeria e del Togo, esplorando luci e ombre della condizione umana, rileggendo anche Sade (“Pearls”) e Rolling Stones, e invitando Carmen Consoli (che restituisce l’ospitata nel suo ultimo disco) in “Emma (Italian Version)”. Premesse incoraggianti, tuttavia non sempre l’album coglie il centro.

“Djin djin” risente, nella prima parte con le canzoni affidate anche agli ospiti, di un incedere a corrente alternata. La costruzione, curata da Tony Visconti, è pensata per una platea internazionale, con un colpo al cerchio e uno alla botte. Meglio la seconda parte, quella senza ospiti, più credibile. “Salala” con Peter Gabriel è il singolo, canzone direi classica nella sua apertura etnica, ma non per questo esente dal già sentito. “Senamou” con Amadou e Mariam è l’episodio migliore della prima parte, una solare invettiva contro l’avidità degli uomini. Con “Papa”, bella e spedita, il disco sembra decollare. Nella seconda parte non ci sono picchi enormi, ma c’è coerenza. Da segnalare la dolce “Emma” e anche l’iniziale “Ae Ae” (senza ospiti). La versione afro di “Gimme Shelter” (con Joss Stone) è un po’ spiazzante. Title-track con Alicia Keys e Branford Marsalis, “Sedjedo” con Ziggy Marley.

 

TORI AMOS   American Doll Posse

 

Da molti anni siamo segretamente innamorati di Tori Amos. Del suo modo squisitamente e modernamente femminile di raccontare la vita, le passioni e le tensioni individuali, che diventano patrimonio collettivo grazie al talento della narratrice. La Amos è ancora tra i pochi che, in questo mondo musicale di plastica, crede nel concetto di “album” come opera coerente, come le tante piccole e grandi opere musicali compiute che hanno accompagnato la sua e la nostra giovinezza di ascoltatori. “American Doll Posse” la vede, seguendo la traccia ironica del titolo, impersonare cinque personaggi femminili diversi: Tori e le altre, le sue sorelle, il cui profilo individuale richiama le dee della mitologia greca. Isabel-Artemide, Clyde-Persefone, Pip-Atena, Santa-Afrodite, più Tori tra Demetra e Dioniso.

Lo stratagemma narrativo mette in luce aspetti senza tempo di una femminilità oggi repressa e velata dai luoghi comuni. Riafferma anche “politicamente”, con toni più rock, un’istanza schierata contro la destra cristiana fondamentalista del solito Bush (che viene preso di petto nell’iniziale “Yo George”). “American Doll Posse” è un lavoro vario di colori e toni, con un buon livello medio delle composizioni. Esemplari l’energica “Teenage Hustling”, l’incalzante “Body And Soul” da un lato, e la classicità stilistica della Amos che tutti conoscono in “Girl Disappearing”, dall’altro. Lo spessore elettrico condisce le storie. Bene anche la frizzante “Big Wheel”, l’aria pop-rock di “Bouncing Off Clouds”, “Secret Spell”, la beatlesiana “Mr. Bad Man”, le ballate “Father’s Son” e “Roosterspur Bridge”, la fantasia musicale di “Almost Rosey”. Alla fine, si chiude drammatizzando con “Dark Side Of The Sun”.

 

THE JOHN BUTLER TRIO   Grand National

 

La musica di John Butler torna come la primavera, ad alleggerire in una jam dell’anima i piccoli grandi intoppi quotidiani. L’artista di origine australiana è ormai un accreditato interprete di quel filone pop-rock che ha figure di riferimento (artisticamente più spesse) in Ben Harper, Dave Matthews o Jack Johnson. Musica di questi tempi e di questi anni, nel caso di Butler spesso spinta e liberata nel ricamo chitarristico da fenomeno, ma anche giocosa, ariosa, aperta. Nuova musica pop, da assaporare come una brezza tiepida in faccia, mentre il sole comincia a scaldarti piano la pelle. Con John Butler, che canta e suona chitarre, banjo, armonica, ukulele, ci sono Shannon Birchall (basso etc.) e Michael Barker (batteria etc.): è un festival degli strumenti e della jam session associata alla canzone.

E qui stanno i piani paralleli di fruizione di questo album. Da un lato, se siete dei chitarristi, vi potete sbizzarrire gustando assoli e svisate, il groove che Butler sa imporre con le sonorità acustiche e il tiro dei suoi compari: si ascolti per esempio, la veloce sarabanda di “Funky Tonight”, un vortice di note. Dall’altro tutti noialtri possiamo sognare le spiagge del Pacifico facendoci cullare o sferzare dalla jam continua, dai ritornelli e dalle melodie del trio, tra amore e coscienza ambientalista, assaporando tutto in superficie. Da consumato musicista di strada e performer, Butler infatti sa come riscaldare i cuori. Come compositore potrebbe puntare di più sull’asciuttezza, conservando anche gli assoli. “Grand National” è comunque un’opera godibile: da notare la splendida “Used To Get High” e poi “Better Than”, “Daniella”, “Groovin’ Slowly”, “Fire In The Sky”, “Nowhere Man”.

 

MACY GRAY   Big

 

La voce di Macy Gray è un marchio della soul music del 2000. Una delle poche artiste nel campo della moderna black music che ha sempre avuto, con la sua musica, con il suo stile inconfondibile, un legame diretto con le grandi voci del passato. Con le atmosfere più passionali, calde, con cui sono cresciuti tanti suoi coetanei. Oggi Macy, cambiando casa discografica, cambia anche la “confezione” delle sue canzoni. La ragazza maldestra e arruffata, sempre immersa in situazioni sentimentali al limite, viene ritratta in copertina come una diva pop-soul contemporanea, persino dimagrita, pronta a snocciolare un nuovo repertorio scintillante e (convenzionalmente) al passo con gli odierni tempi black. La produzione dice tutto: Ron Fair e il prezzemolo Will.I.Am, due specialisti del pop-soul odierno.

Ma sarebbe fare un’ingiustizia a Macy liquidare con questo schema il suo passaggio di scuderia. In effetti il sound è cambiato un po’, ma la personalità dell’artista rimane, anche se in diversi passi appare annacquata. “Big” è uno di quei dischi di qualità media che tengono in piedi l’entertainment black di classe, prodotto con professionalità. L’arte di Macy però, almeno nel nostro ricordo, rimane tra le pieghe e i groove di un album come “The Id”. Qui ci divertiamo ascoltando “Finally Made Me Happy”, bellissimo singolo con echi del soul orchestrale storico, esplosione sonora e cori di Natalie Cole, oppure con “Ghetto Love”, pezzo sontuoso, dal tiro funky giusto, che si apre con una citazione di James Brown. L’album vale di più nella prima parte, poi sembra cedere. Da notare anche “Shoo Be Doo”, insinuante, “What I Gotta Do”, che si fa canticchiare con piacere, “Everybody” o “Glad You’re Here”.

 

TIMBALAND   Timbaland Presents Shock Value

 

Timothy Mosley, in arte Timbaland, è uno dei moderni Re Mida della musica hip-hop, R&B e pop. Innanzitutto produttore, ma anche musicista, ha messo le mani nei dischi di maggiore successo dell’ultimo anno, e non solo. Il Timbaland-touch, complice il sodalizio storico con Missy Elliott, è diventato un riferimento di stile per moltissimi artisti e appassionati della black music odierna. La popolarità del personaggio lo ha portato, in tempi recenti, ad annunciare collaborazioni ulteriori a destra e a manca, persino per il futuro album dei Coldplay. Ma quando uno come Mosley si mette in testa di fare un disco “vario” come questo, presentato come un’escursione a tutto campo nel “pop” di oggi, dal beat all’elettricità, che cosa succede? Succede che, non essendo Beck o Frank Zappa, Tim diventa un cuoco pasticcione.

Il problema è la saturazione prodotta da un certo groove hip-hop: ne abbiamo quasi abbastanza di beat che sembrano tutti uguali, di schemi ritmici e vocali stereotipati del pop americano derivato dalla black music. Timbaland, appunto, è uno dei responsabili “storici” di questa saturazione. Il suo disco, che inizia con una gragnuola di pezzi hip-hop style, va bene per gli aficionados ma non è imprevedibile e fantasioso come si spererebbe. Salvo solo “Oh Timbaland”, “Bounce” (con Dr.Dre e Missy Elliott), “Kill Yourself” (Sebastian e Attitude), il pop di “Fantasy” (Money), il bonus “Hello”. Dal tredicesimo brano attaccano le ospitate “rock”: The Hives nella frenetica “Throw It On Me”, She Wants Revenge nel curioso dark-electropop “Time”, le improponibili “One And Only” (Fallout Boy), “Apologize” (One Republic) e persino Elton John al piano nella corale ed evitabile “2 Man Show”.

 

AA.VV.   A Tribute To Joni Mitchell

 

In tempi musicali di nera crisi di valori, è diventato ormai sistematico il ricorso all’omaggio, al tributo, alla rilettura dei piccoli-grandi repertori del passato. Una autentica alluvione che interessa tutti i settori della musica popolare, dal rock al soul, alla musica d’autore. Si parla di album di cover incisi da artisti o gruppi, oppure di “cast stellari” che di volta in volta si concentrano su determinati soggetti. Questo omaggio a Joni Mitchell, l’unica veterana della sua generazione in durissima polemica con la discografia attuale (tanto da annunciare il ritiro definitivo, poi smentito), è stato inciso da un gruppo composito e affezionato di artisti. I nomi sono, davvero, stellari: Prince, James Taylor, Elvis Costello, Bjork, Annie Lennox, Sufjan Stevens, Caetano Veloso o Brad Mehldau.

In questo caso c’è il “problema” degli originali fissati nella memoria di molti, che hanno un carattere inconfondibile per il sommo talento musicale, autorale e vocale della Mitchell. Ci si può accostare in due modi: facendo della canzone una cosa propria, come Bjork in “Boho Dance”, personale, punteggiata di suoni discreti e trasformata, oppure mettendosi “vicino” al mondo della Mitchell, per affinità elettive e artistiche. È il caso delle due cover migliori: “Edith And The Kingpin” di Elvis Costello, orchestrale con tanti fiati, colorita e moderna (nel senso del ‘900 colto), oppure “For The Roses” di Cassandra Wilson, ariosa ed essenziale. Bene “Help Me” (k.d. lang), “A Case Of U” (Prince), “Ladies Of The Canyon” (Sarah McLachlan), “River” (James Taylor). I capolavori “Blue” e “The Hissing Of Summer Lawns” sono privilegiati nelle canzoni scelte. Non entusiasmano Sufjan Stevens e Caetano Veloso.

 

SIMONE CRISTICCHI   Dall’altra parte del cancello

 

Il debutto di Simone Cristicchi, “Fabbicante di canzoni”, ci aveva fatto conoscere un nuovo autore inventivo, originale, fantasioso e anche corrosivo. Oggi, con “Dall’altra parte del cancello”, si approfondisce ulteriormente il risvolto teatrale-narrativo della musica di Cristicchi, all’insegna di quel nuovo (e stranamente fuori tempo) concetto di teatro-canzone che lui stesso aveva già delineato dagli esordi. Come i “matti” da lui asciuttamente raccontati, Simone appare alieno, fuori contesto rispetto alla nostra Italia di oggi. Sceglie pervicacemente di andare a visitare i destini degli ultimi che vivono “come un pianoforte con un tasto rotto”, e ci vince addirittura Sanremo. Anzi, aggiunge al CD un DVD documentario con un impressionante viaggio nelle ex strutture manicomiali.

Tutto l’album si regge su “Ti regalerò una rosa”, moderna canzone recitata (rap?), maiuscola per impatto emozionale (pari a “Cattiva” di Bersani e poche altre recenti). Un brano a cui si ricollega tutto il resto, vario di colori, atmosfere e argomenti. Complessivamente questo disco sorprende meno dell’esordio, ma per urgenza, passione descrittiva, sincerità, regge il confronto con gran parte della produzione italiana attuale. Ossessiva elettrica cover de “L’italiano” di Toto Cutugno, che è un “italiano nero”, in apertura. “Laureata precaria” continua, con meno effetto, la geniale descrizione della studentessa universitaria. Strombazzante e teatrale “L’Italia di Piero”. Risvolti dolci in “Monet” e “Legato a te”. Quadretto retrò “Il nostro tango”. Beat elettronico alla Battiato “Nostra signora dei Navigli”. Bellissimo suggello “La risposta” (dall’altra parte del cancello). Struggente epilogo “Lettera da Volterra”.

 

JAMIE T   Panic Prevention

 

Bisogna viverci, sotto quei cieli grigi, in quegli scenari urbani. Bisogna sballare, oppure alzare il gomito al pub quando si ha appena l’età per farlo. Bisogna crescere in un mondo che appiattisce tutto in un click, così vicino e lontano dalle baldorie di alcol e anfetamina dei padri che andavano in giro con i pantaloni a zampa d’elefante. Bisogna circondarsi di tutto questo e di tanta musica, immergersi nella musica con irruenza adolescenziale, e avere talento, per scrivere le canzoni che scrive Jamie T. Già paragonato a Dylan e Burroughs, con le solite esagerazioni d’oltremanica, il ventunenne Jamie Treays di Wimbledon è il nuovo fenomeno della musica rock d’autore inglese. Portavoce dell’ultima generazione appena uscita dall’adolescenza, con uno stile aspro, lo-fi, scarno e sgangherato partorito nella sua cameretta.

Per Jamie T hanno trovato riferimenti nel combat-folk urbano (e ormai storico) di Billy Bragg e nell’hip-hop bianco di The Streets. Io estremizzerei scegliendo l’effetto che mi fanno i primi Cure ed Eminem, ma la sostanza resta la stessa. Di sicuro Jamie T è figlio di questi tempi. “Panic Prevention” suona molto vicino a un provino, anche se è realizzato secondo criteri professionali, e il suo fascino e la sua freschezza derivano da questo approccio. Jamie non è un nuovo Dylan, ma è un ottimo cronista della sua epoca. Abile narratore rockn’ roll moderno che utilizza rap, reggae, slogan e caciara, con creatività. Sfondo hip-hop, apertura in “Calm Down Dearest”, trascinante groove underground in “Operation”, pop di tendenza “Sheila”, cavalcata elettrizzante “Ike & Tina”, reggae-rock scintillante “If You Got The Money”, voce e basso acustico in “Back In The Game”.

 

PERTURBAZIONE   Pianissimo fortissimo

 

La musica rock italiana di questi ultimi anni è vissuta di fasi alterne, eccellenti vertici ed esperimenti poco riusciti, piccoli “movimenti” e percorsi solitari. Tutti insieme sparpagliati alla meta, i protagonisti di questa scena si dibattono in un mercato asfittico, che subisce rovesci continui. Chi conta sull’integrità pagata a caro prezzo per anni continua a vivere, ma non diventa un nababbo. Prendiamo il caso dei Perturbazione, formazione piemontese che fa dell’esplorazione della canzone la propria ragione di essere. In un altro paese magari i Perturbazione, con le loro cose più felici, avrebbero avuto maggiore risalto. Invece, fa notizia che questo quinto album sia il primo per una major (e tutti sperano bene…). Il gusto musicale del gruppo rimane intatto, il garbo autorale è affinato: chi ama i Perturbazione non rimarrà deluso.

“Pianissimo fortissimo”, dal punto di vista compositivo, delle canzoni e degli arrangiamenti (archi ben dosati, fiati), è un buon album. La difficile via del nuovo indie-pop italiano viene percorsa ancora con talento. Rimane il limite della vocalità di Tommaso Cerasuolo, che ci fa rimanere sempre nel contesto ristretto di questa esperienza. Insomma, i Perturbazione appaiono ancora confinati negli angusti confini della loro cameretta. Speriamo di sbagliarci. Anche perché qui ci sono due canzoni che potenzialmente potrebbero restare a lungo: “Nel mio scrigno” (Manuel Agnelli ai cori), sontuoso e teso, bellissimo indie-rock all’italiana, e l’ottima “Qualcuno si dimentica”, con dosata elettricità e melodia. Da apprezzare anche una ballatina come “Leggere parole”, l’arrangiamento di “Battiti per minuto”, il crescendo di “Brautigan (Giorni che finiscono)”.

 

JOHNNY DORELLI   Swingin’ parte seconda

 

Johnny Dorelli e Gianni Ferrio sono due gentiluomini dello spettacolo italiano. Innamorati del jazz sofisticato, la musica delle grandi orchestre, i motivi di Porter o Bacharach (Ferrio anche del tango di Piazzolla), hanno segnato pagine splendide della musica leggera italiana “classica”, quella che ha attraversato gli anni ’50, ’60 e ’70, in stretto rapporto con le esperienze dei grandi americani. Dorelli e Ferrio, soprattutto, sono stati leoni inimitabili dello spettacolo televisivo RAI. Ora il crooner e il direttore d’orchestra tornano sul luogo del delitto già frequentato con il primo “Swingin’” (2004), che per Dorelli ha rappresentato un “comeback” gustoso e accolto con grande successo. La parte seconda mette in risalto la canzone che Dorelli ha portato all’ultimo Sanremo, “Meglio così”, contorniandola di standard più o meno datati.

Un album come questo (offerto a prezzo speciale) è una ulteriore bella occasione per immergersi in un mondo artistico, quello del famigerato “american songbook”, dello swing, scoprendo che due italiani come Dorelli e Ferrio, insieme alla strepitosa orchestra Roma Sinfonietta, sanno interpretarlo e renderlo con talento, classe e entusiasmo. Qui non si deve parlare di generazioni di potenziali ascoltatori, bensì di gusto e curiosità per la musica. Divertendosi e sognando con il tocco vocale di Dorelli (ancora validissimo) si possono imparare tante cose. “Meglio così” è una canzone d’altri tempi (a Sanremo sembrava davvero fuori posto), giocata su sfumature eleganti. Ci sono anche il frizzante classico di Dorelli “Arriva la bomba” (1966) e “In cerca di te” (1936) accanto ad una scelta dai superclassici di Berlin, Kern, Gershwin, Porter, Carmichael.

 

MAVIS STAPLES   We’ll Never Turn Back

 

Stiamo vivendo un periodo, nella storia della musica popolare, in cui alcuni grandi si rivolgono al passato. Lo ha fatto Springsteen omaggiando il vegliardo della canzone di protesta Pete Seeger e Mavis Staples, ora, batte un colpo dalla parte del soul e della black music, dedicando un intero lavoro alla storia, le lotte, l’orgoglio degli afroamericani. La Staples, ancora oggi voce stellare e piena di sfumature, ricca di dolori e passioni, lavora insieme ad un produttore come Ry Cooder e coprotagonisti super. Cooder ha scritto per lei due canzoni nuove e ha riarrangiato alcuni brani. “We’ll Never Turn Back” è un disco a tema, ispirato alle lotte per i diritti civili e la libertà, e in particolare al libro “Walking With the Wind” del deputato della Georgia John Lewis. Tutto il disco è percorso da un empito di spiritualità impressionante.

Come storica componente degli Staples Singers, Mavis ha già raccontato la coscienza collettiva dei neri e del movimento dei diritti civili. Poi anche come solista ha continuato ad essere un punto di riferimento e sa bene, da molti anni, che l’espressione “soul-folk” non è un’etichetta vuota. Tutta questa storia artistica torna in questo disco: Mavis diventa specchio vocale ed espressivo di un canto collettivo che viene da lontano. Ascoltatela incalzante, incredibile, nella fortissima “99 And A Half”, nel crescendo corale di “On My Way”, nella maestosa “Jesus Is On The Main Line” o quando narra la sua storia personale in “My Own Eyes” (scritta insieme a Cooder): riscoprirete una grande artista. Tutto il contesto sonoro è caldissimo, passionale, diretto. Sono della partita Ladysmith Black Mambazo, gli storici Freedom Singers, Mike Elizondo, Jim Keltner.

 

JOE COCKER   Hymn For My Soul

 

Finalmente Joe Cocker è tornato a fare cose ruspanti, frizzanti, credibili e con un’anima, lontano dalle tante produzioni patinate che purtroppo hanno limitato il suo spessore artistico da anni e anni a questa parte. Lo ha fatto in questo godibilissimo album, concepito insieme ad un produttore di vaglia come Ethan Johns, con ben presente sullo sfondo i risvolti blues e gospel dell’espressione musicale. Ad un interprete come Cocker, voce talmente caratteristica da essere diventata un luogo comune della storia del pop, in fondo si chiede solo intrattenimento di classe. Ed è quello che ascoltiamo in questo disco, infarcito di accompagnatori (musicisti e coristi) dal grande pedigree ma soprattutto caratterizzato da quella naturalezza e freschezza che appartengono ai lavori riusciti. Il resto è fatto da una oculata scelta del repertorio (perlopiù storico).

Il suono è brillante e ottimamente costruito, moderno e classico. Non c’è neanche una virgola fuori posto dal punto di vista musicale. La voce di Cocker non cambia mai e colora tutte le canzoni con personalità e carattere. L’album dura meno di 40 minuti, come ai vecchi tempi. Gli estimatori del leone di Sheffield troveranno ottimi motivi per tornare nei negozi di dischi. Si apre con una frizzante “You Haven’t Done Nothin’” (Stevie Wonder). “One Word (Peace)” (Subdudes) è lieve e dolce, ben arrangiata. Bellissima atmosfera, carica spirituale per “Long As I Can See The Light” (John Fogerty), bella e coinvolgente “Beware Of Darkness” (George Harrison). Cocker è come un topo nel formaggio con il blues & soul scoppiettante di “Rivers Invitation” (Percy Mayfield). Si impegna in una sentita, partecipata versione di “Ring Them Bells” (Bob Dylan).

 

JESSE MALIN   Glitter In The Gutter

 

Torna Jesse Malin, il dropout di New York amato da chi ama gli eterni perdenti del rock, i cantastorie fuori dal coro e dall’andazzo imperante. Con due album come “The Fine Art Of Self Destruction” e “The Heat”, Malin si è costruito la credibilità stradaiola. Con “Glitter In The Gutter”, prova a far splendere le sue storie per un pubblico potenzialmente più largo del solito underground. Ospitando il capoccione Bruce Springsteen, e poi l’amico Ryan Adams, Josh Homme e Jakob Dylan. Il rocker ha lasciato le stradacce della Grande Mela per lavorare a Los Angeles. La sua voce inconfondibile viaggia su melodie elettriche che hanno del classico o sfuriate al confine del punk (di cui è stato adepto). Malin è uno di quegli artisti che sanno infondere nuova linfa nel rock contemporaneo, conservando la tensione e la bellezza delle storie sciorinate in pochi minuti. Come Adams, è a suo modo un neoclassico.

Il precedente “The Heat” era forse più emozionante. Questo album ha più varietà. Emblematico uno dei brani più belli, “Broken Radio” con Springsteen e Adams, una ballatona elettrica che potrebbe spalancare le porte del mainstream. Talvolta Malin tocca territori familiari, che so, al pop Counting Crows, ma non è peccato. Anche perché sa sfoderare pezzi sferraglianti come “Prisoners Of Paradise” (con Chris Shifflet dei Foo Fighters). In generale, “Glitter In The Gutter” è un’opera equilibrata, ispirata e riuscita di moderno rockn’ roll, ad alti livelli. E speriamo che porti fortuna a Malin, facendone un nuovo, piccolo Boss: se lo merita. Ascoltare per credere “Don’t Let The Take You Down”, “Black Haired Girl” (con Dylan), “Lucinda”, “Bastards Of Young” (cover dei Replacements), “Aftermath”.

 

JULIE FEENEY   13 Songs

 

Si continua a parlare delle nuove cantautrici. Tra gli esempi recenti di rivelazione al femminile c’è la bravissima Regina Spektor, che ha saputo ritagliarsi uno spazio anche sulle onde radiofoniche. Julie Feeney, irlandese di Galway, assomiglia un po’ alla Spektor, ma anche di striscio a Kate Bush, però con una voce e una personalità del tutto originali. Innanzitutto perché questo è un disco breve e intenso, autenticamente autoprodotto, registrato a casa dall’autrice che canta, compone e suona nove strumenti diversi. E poi perché, in Irlanda, ha rappresentato nell’anno passato un autentico fenomeno. Uscito praticamente a spese di Julie, “13 Songs” ha vinto il più prestigioso premio musicale irlandese (Choice Award) facendo della Feeney “the next big thing”. E guadagnandole una grande distribuzione.

Il mondo di questa artista non ha di certo un appeal “popolare”. È importante infatti notare che Julie Feeney ha una formazione classica, e si sente. In certi casi, la sua musica tocca atmosfere colte “contemporanee”, senza però appesantirsi. Indicativo il fatto che sia già stata paragonata a Laurie Anderson. Ma anche qui, la Feeney sfugge oltre, soprattutto perché le sue sono vere canzoni, costruite con pennellate essenziali, meravigliose suggestioni vocali, atmosfere affascinanti. Due gioielli come “You Broke The Magic” e “Wastin’” (uno dei brani più belli da me sentiti ultimamente) sono una spalla sopra gran parte della produzione autorale corrente. La 28enne Julie canta di amore, vita, amicizia, seriamente e con umorismo. Sfoggiando sfumature vocali, idee e talento. Da ascoltare “Wind Out Of My Sails”, “Aching”, “Autopilot”, “You Bring Me Down”, “Fictitious Richard”, “Under My Skin”.

 

BRYAN FERRY   Dylanesque

 

L’anno scorso, Bryan Ferry si è fatto rivedere con i Roxy Music in concerto, e si è parlato molto della rinascita di questa formazione storica dell’art rock raffinato e seducente. Il nuovo album dei Roxy, dopo un quarto di secolo, è già stato annunciato, ma viene preceduto da questa bella e singolare opera solista di Ferry. Un omaggio sentito, stiloso e molto godibile a Bob Dylan e alle sue canzoni. L’artista aveva già interpretato, con una cover memorabile (erano altri tempi) “'A Hard Rain's A-Gonna Fall” nel 1973, e comunque Ferry, a parte il lavoro come autore, è sempre stato un eccellente e personale interprete. Anni fa si è esercitato con gli standard degli anni ’30 e adesso rilegge il Menestrello come un attore farebbe con Shakespeare: cioè le storie di Dylan si riflettono nello stile di Ferry.

Con “Dylanesque” si dimostra come il repertorio di Bob Dylan sia “musicalmente” vivo. È curioso che Ferry riporti Dylan alla “chiarezza”, alla pulizia espressiva, quando lo stesso Dylan, in concerto, si applica sistematicamente a biascicare parole e note dei suoi classici. L’album è stato inciso in un brevissimo periodo, e la freschezza si sente. Ferry ha registrato una ventina di cover, scegliendone 11. Non ha rinunciato a proporre canzoni-mito come “The Times They Are A-Changing”, “Knockin’ On Heaven’s Door”, “All Along The Watchtower”, proprio perchè ha saputo specchiarle nelle sfumature della sua personalità. Non ci sono stravolgimenti, piuttosto coinvolgenti e inventive riletture. Si dirà: con certi classici è facile andare sul sicuro. Però, se si è Bryan Ferry è meglio. Con “Simple Twist Of Fate”, “To Make You Feel My Love” (intensissima), “Positively 4th Street”, “If Not For You”.

 

GRINDERMAN   Grinderman

 

Per non rischiare di sembrare uomini di mezza età che cercano di sfuggire alla decadenza recitando sempre la stessa parte scellerata, quattro noti signori hanno inventato qualche altro motivo di interesse per sé stessi, qualche percorso alternativo della propria attività. Una considerazione del genere, con un po’ di ironia, vale per il nucleo della storica band Nick Cave And The Bad Seeds, impegnato in questo progetto alternativo come Grinderman. Nick Cave (voce, chitarra elettrica, organo e piano), Warren Ellis (bouzouki elettrico, Fendocaster, violino, viola, chitarra acustica, cori), Martyn Casey (basso, chitarra acustica, cori) e Jim Sclavunos (batteria, percussioni, cori) hanno registrato l’anno scorso a Londra le canzoni di questo album. Ultimamente, i quattro lavoravano come nucleo motore per tutto l’ensemble dei Bad Seeds, dedicandosi anche a progetti per il cinema e per il teatro. Con queste scarse coordinate di riferimento si può già capire molto di “Grinderman”, un album che non mi sembra un’opera di riferimento per il rock contemporaneo, piuttosto un esempio di come un rivolo del grande fiume possa assumere una fisionomia peculiare. Non è musica totalmente autoreferenziale alla storia di Cave e soci, perlomeno non ancora un universo richiuso in stesso. Piuttosto, sul versante positivo, sembra che Cave porti a sviluppi maggiori il lato teatrale della sua espressività elettrica.

La musica dei Grinderman è comunque vitale, interessante, non è tediosa, non lascia indifferenti. Ripensando a cinema e teatro, il carattere “da commento sonoro” è uno degli elementi positivi più immediatamente percepibili, unito ad un carattere visionario spintissimo (che talvolta richiama certi Doors). Ma soprattutto, sullo sfondo resta la cronaca delle maledizioni e delle gioie, narrata spoken word, ritmata, cantata, urlata. Anche se, per comodità, includeremmo Cave e soci nel mondo del “rock”, i riferimenti concettuali continuano ad essere basati sui pilastri, blues e jazz, della cultura afroamericana, e in questo disco tutto ciò si sente di più. “Grinderman” è un’opera agile, diretta, in alcuni passi notevole e coinvolgente. Resta il solito limite, l’atteggiamento maudit-a-ogni-costo che traspare in qualche occasione (ma in fondo, si tratta sempre di show-business). L’album può essere ascoltato come un tutt’uno coerente, facendo tracimare di passo in passo visioni e note. Ma in ogni caso si stagliano brani come “Electric Alice” (riferita ad Alice Coltrane), blues lamentoso e teatrale, “Depth Charge Ethel”, canzone veloce e schizzata, dedicata a una prostituta tossicomane, “Go Tell The Women”, narrativo, essenziale, blues molto suggestivo, “(I Don’t Need You To) Set Me Free”, onda rock-blues quasi classica, il pezzo più “facile” del disco, in crescendo, che riecheggia persino gli Stones di “Sympathy For The Devil”, e la conclusiva “Love Bomb”, urticante e acida cavalcata, che suona sospesa nel tempo.

Con le tecniche di registrazione di oggi è difficile trovare un disco che suoni “male”. Piuttosto, il giudizio sulla qualità sonora attiene al “sound” complessivo che si riesce a creare, all’immagine sonora che dovrebbe corrispondere al contenuto artistico. “Grinderman” è un disco ben fatto dal punto di vista sonoro, con tutti gli elementi (voce in primis) che si modellano e si bilanciano per creare l’espressione. Non è neanche troppo cupo. Se si alza il volume, l’impatto è eccellente e sembra di avere Nick Cave e le sue ossessioni dentro il cervello. Uno standard artistico che è diventato quasi una maniera viene restituito in modo brillante.

 

PINO DANIELE   Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui

 

Per una volta iniziamo a parlare della “parte tecnica”, ovvero dell’esecuzione e della ripresa della musica, a proposito di questo nuovo album di Pino Daniele. Ebbene, l’esecuzione delle musiche alla chitarra, è sempre e comunque stellare: può ancora una volta fare da modello per tanti aspiranti strumentisti che studiano le partiture di Pino cercando di imitarlo. Il sound complessivo del disco è muy caliente, corposo, rotondo, fascinoso, insomma perfetto. Detto questo, saremmo già a buon punto per esprimere un giudizio di valore su questo nuovo passo della carriera di uno tra i più grandi compositori di musica popolare italiana del Novecento. Il livello delle composizioni è qui più che discreto, anche se c’è una certa debolezza (costante degli ultimi anni) in alcuni testi. Gli ospiti, cominciando da Tony Esposito, arricchiscono l’insieme.

L’album si apre con il singolo “Back Home”, in cui Pino impazza con un ricamo chitarristico “da fenomeno”, un po’ alla Santana, che fa da contrappunto alla voce. Molto meglio “Vento di passione”, ballata stupenda a due voci con Giorgia, vero esempio di grande musica latina. Anche l’altra canzone con Giorgia, “Il giorno e la notte”, vale molto, è caldissima, sensuale e avvolgente. Ci esaltiamo anche con “Mardi Gras”, elegante souplesse brasileira con Alfredo Paixao e il Peter Erskine Trio, che partecipa e aggiunge valore alla spiritosa “Blues del peccatore”. Pino torna ad accennare il napoletano con “Ischia sole nascente” (singolare pezzo etno-trance, ottimo per un remix) e “Passo napoletano” (jazzy-funk napoletano ritmato, aperto e suggestivo): e in questi ultimi due brani è libero di sciogliere la musica, l’elemento più riuscito di questo album.

 

AA.VV.   We All Love Ennio Morricone

 

Come non dichiararsi d’accordo con il titolo di questo album tributo? Tutti noi amiamo Morricone, in particolare quelli di noi nati negli anni Cinquanta, che sono cresciuti con le sue melodie parallelamente ai nostri coetanei inglesi che crescevano con le canzoni dei Beatles. Come i Beatles e pochi altri, Ennio Morricone ha saputo rivelare mondi musicali nuovi, suggestivi e inventivi, e da un punto di partenza difficilissimo, quello di autore di colonne sonore. I temi di Morricone, come i tanghi di Piazzolla, sono tra i pochi elementi che distinguono la musica popolare del Novecento fuori dal rock angloamericano o dal blues e jazz afroamericano. Questo album è il frutto di un lavoro di anni, coordinato e prodotto da Luigi Caiola. Si parte dall’assunto (verissimo) che Morricone è il compositore più amato dai rocker, per allargare il discorso ad altre sensibilità.

Lo stesso Morricone partecipa con alcuni brani, e sono eccellenti esecuzioni, e con passaggi di transizione tra le diverse tracce, creando un insieme il più possibile omogeneo. L’album è uscito soprattutto per festeggiare il tanto sospirato Oscar alla carriera ricevuto dal Maestro, ma non è completamente riuscito, il livello è alterno. Tenendo in blocco i contributi morriconiani, si può tranquillamente fare a meno delle mielose e stentoree versioni di Celine Dion e Andrea Bocelli, scartando anche i Metallica che suonano “The Ecstasy Of Gold” come i Litfiba. Quincy Jones e Herbie Hancock sono in gran forma jazz con “The Good, The Bad & The Ugly”. Springsteen così così, bene Yo-Yo Ma, dolce, frizzante, il “Conmigo” lounge di Daniela Mercury e Eumir Deodato, carino “Je changerais d’avis” (“Se telefonando”) di Vanessa And The O’s.

 

STOOGES    The Weirdness

 

Eccolo, il grande ritorno degli Stooges di Iggy Pop, ovvero l’Oltraggio fatto rock ‘n’ roll, secondo l’iconografia comune. Solo che oggi, in America, ho l’impressione che il massimo della destabilizzazione venga dalle smutandate Britney-Paris, che secondo i media rischiano di traviare in massa le tredicenni. Gli Stooges, sono roba da baby-boomers che si ricordavano le prime canne e i primi acidi, le fughe contro tutto e contro tutti. Appunto, c’era una volta. Uno come Iggy che oggi declama “My idea of fun/is killing everyone” non impressiona più di tanto, nella terra dei vari Marilyn Manson. “The Weirdness” (la stranezza, il mistero) è quindi un affare di puro rockn’ roll, una “revue” elettrica che mostra un certo aspetto dello show-business made in USA. Comunque, per chi vi si accosta liberamente, un disco gagliardo.

Iggy aveva già chiamato Ron Asheton (chitarra) e Scott Asheton (batteria) nel suo album del 2003 “Skull Ring”, e i risultati erano stati eccellenti. Nei nuovi Stooges, ai tre si è aggiunto un super bassista, Mike Watt, (più il sassofonista originale Steve Mackay) e via così. Produzione del santone underground Steve Albini, per un disco di carta vetrata vintage, di randellate, svisate, pestate e vocalizzi stentorei, insomma garage rockn’ roll secondo il canone proprio degli Stooges. Registrazione in presa diretta comme il faut. L’album inizia con quattro pezzi in apnea, da notare “ATM” e “Idea Of Fun”, prima di approdare alla title-track, più composita, “posata” e colorita nel canto. In “Free And Freaky”, ottima, c’è Brendan Benson dei Raconteurs. Bene “Greedy Awful People”, “The End Of Christianity”, “Passing Cloud”. Ora i fan non vedono l’ora di scatenarsi ai concerti.

 

RY COODER    My Name Is Buddy

 

Ecco un disco che passerà sicuramente inosservato nel mare magno della cultura pop odierna. Mentre miliardi di persone sono occupati a rimbambirsi di video, sono gli artisti come Ry Cooder che si concentrano sugli aspetti simbolici della storia di tutti, che la raccontano non banalmente, che scelgono strade tortuose rivolgendosi a una tradizione sempre meno frequentata. “My Name Is Buddy” è un disco a tema, una favola come quelle di una volta, la storia del gatto rosso Buddy che racconta il mondo visto dalla sua prospettiva. È anche il secondo capitolo di una trilogia iniziata con “Chavez Ravine”, epopea musicale sulla comunità messicana di Los Angeles. Buddy vive nell’America degli inizi del ‘900, racconta e commenta soprattutto le vicende degli umili, a ritmo di folk genuino.

Per niente facili, uomini sempre poco allineati, Cooder e gli amici che hanno contribuito: Van Dyke Parks, il figlio Joachim Cooder, Paddy Moloney, Pete e Mike Seeger, Roland White, Flaco Jiménez, Jon Hassell e tanti altri. L’opera ha uno spessore non comune, nonostante la veste spesso giocosa e i toni musicali coloriti o da fiera che animano le musiche. Ma il segreto è questo, affidarsi al viaggio di un gattone che ci fa riscoprire la storia di un paese, e quanti contrasti, quante lotte, quanto razzismo e quante sconfitte dei poveri questa storia abbia raccontato. Il vegliardo Pete Seeger fa capolino e si crea un ponte con l’album omaggio di Springsteen, solo che qui Cooder firma tutto materiale originale. Spaziando mirabilmente, insieme ai suoi musicisti, tra arie campagnole, soul-gospel, jazz e ballata. “My Name Is Buddy” ha la miracolosa levità di una novella per bambini e la rilevanza di un’opera letteraria.

 

MIKA   Life In Cartoon Motion

 

Mika Penniman, segno dei tempi, era già famoso prima di pubblicare “fisicamente” il suo primo singolo best seller “Grace Kelly”. Prodigi delle comunità online, che ultimamente lanciano nuovi protagonisti del pop e del rock a getto continuo. Paragonato a Freddie Mercury, Elton John, George Michael, Scissor Sisters e quant’altri, Mika è arrivato quindi all’uscita di questo suo primo album sulla scorta di una reputazione da “fenomeno” guadagnata in pochissimo tempo. Ma in effetti, trattandosi solo di pop music, bisogna considerare il valore del repertorio, il talento che mette in luce. E quelli affiorano. Questo album è davvero come un cartone animato, coloratissimo, brillante, giocoso. Leggero, molto leggero: un frullatore pop di questi tempi in cui tutta la storia si appiattisce in un click.
“Life In Cartoon Motion” è un lavoro che ha l’aria e la fama del disco autoprodotto, e invece (le favole non esistono) è confezionato a regola d’arte con collaboratori ben svegli. La freschezza del personaggio uscito dal nulla è tutelata, il suo mondo scoppiettante è descritto secondo i canoni pop che possono conquistare il mondo. “Grace Kelly” è una canzoncina-gioiello che richiama mezza storia della musica inglese, pur non avendone l’aria, con Mika che sa già strizzare (vocalmente) l’occhio a divi di ieri e di oggi viaggiando sul falsetto. In alcuni casi suona come un Robbie Williams più spensierato. Bella melodia e gancio in “My Interpretation”, amore gay nel pop accattivante di “Billy Brown”, groove efficace in “Big Girl (You Are Beautiful)”, prova vocale nella ballatona “Over My Shoulder”, citazione ruffiana dei Cutting Crew (!) in “Relax (Take It Easy)”, falsetto para-disco in “Love Today”.

 

BELINDA CARLISLE   Voilà

 

Alla soglia dei 50 anni, Belinda Carlisle, reduce della wave-rock d’antan con le Go-Go’s e poi personaggio da classifica negli anni ’80-90, fa come molte sue colleghe arrivate a una certa età. Sceglie una strada diversa, si potrebbe dire “più matura”. In questo caso, l’artista ha fatto una svolta decisa incidendo un album di canzoni francesi degli anni ’40, ’50 e ’60, cantando nella lingua di Molière e facendosi accompagnare da Brian Eno, Fiachna O'Braonain (Hothouse Flowers), Sharon Shannon, Julian Wilson (Grand Drive) e Natacha Atlas. Ma anche con queste premesse, una simile operazione sembrava rischiosa: cantare credibilmente in francese non sembra cosa da poco. Charlotte Gainsbourg e Carla Bruni cantano in inglese, Belinda in francese, curioso no? Invece, il complesso del disco regge.
La produzione di John Reynolds crea un insieme coerente, il sound è moderno e rispettoso del contesto. La voce della protagonista cerca le sfumature espressive necessarie alla resa di canzoni diventate icone della musica leggera internazionale. Il livello medio è soddisfacente, ma non mancano gli episodi meno riusciti. C’è varietà di atmosfere, anche se alla fine si tratta dell’ennesimo album di cover uscito in questi anni. Su tutto la scattante, da film di Tarantino, “Contact” di Gainsbourg, non dimenticando “Bonnie at Clyde” dello stesso autore (duetto con O'Braonain), dall’atmosfera giusta e noir; la superclassica, divertente e colorita “Sous le ciel de Paris”; la dolce “Des ronds dans l’eau”, con un vago beat in sottofondo; la corposa e “rock” “Pourtant tu m’aimes”; la zingaresca e brillante “Jezebel”. Non entusiasmano “La vie en rose”, disco vecchio stile un po’ alla Cher, e “Ne me quitte pas”.

 

YOKO ONO – AA.VV.   Yes, I’m A Witch

 

Innanzitutto il titolo. Non poteva essercene uno migliore per un disco che ha al centro la megera più discussa della storia del rock. La vedova Lennon per tutti, l’artista concettuale e art-rocker per un pubblico notevolmente più ristretto, ha incontrato, se così si può dire, i rocker delle nuove generazioni. Ognuno di loro ha potuto scegliere dal catalogo di Yoko una pozione sonora da rielaborare e quasi tutti, per i rispettivi brani, hanno scelto di conservare solo la voce o poco più. Così è nato qualcosa che sta a metà tra l’album tributo e la quasi integrale riscrittura delle canzoni. Ovviamente ognuno degli artisti coinvolti ci ha messo il suo stile e il suo marchio e il risultato è curioso. Perché alla lunga il repertorio di Yoko ha acquistato prestigio, persino in campo dance, e perché il tutto suona molto fresco.

La voce inconfondibile della protagonista suona sempre perfetta e le sue melodie, anche se riprocessate, confermano un’attualità di fondo che tanti non ricordavano. Yoko come anticipatrice della lunga “wave” di frontiera iniziata oltre un quarto di secolo ci sta tutta. Così la strega ci ha messo ancora nel sacco, stimolando un’opera creativa da sentire, anche per recuperare la curiosità sulle versioni originali dei brani e la loro storia. Il cast di freak musicali che hanno fatto corona, è infine ben bilanciato. Piuttosto che il pazzesco free rock di “Cambridge 1969/2007” (Wayne Coyne), mi piace segnalare la nuvola di bellezza di “Toy Boat”, la rarefatta “Revelations” (Cat Power), l’originale e intensa “Walking On Thin Ice” (Spiritualized), il groove di “Sisters O Sisters” (Le Tigre) e “Everyman… Everywoman” (Blow Up), il birignao funk-beat di “Kiss Kiss Kiss” (Peaches).

 

JOHN MELLENCAMP   Freedom’s Road

 

Arrivato ormai al suo ventunesimo album, John Mellencamp si staglia come una di quelle personalità di riferimento per la storia del rock americano. Veterano e incazzato, facile capire con quale eminente personalità politica (un tale George W.). “Freedom’s Road” è un album che si presenta già a cominciare dal titolo, come una sorta di manifesto dell’America liberal viscerale e attenta alle radici. Il George di cui sopra viene descritto come un “pagliaccio da rodeo” nell’ultima, ottima traccia nascosta “Rodeo Clown”, in cui gli Stati Uniti di oggi appaiono come una “nazione arrogante”. Il vecchio John si sente come un pesce fuori dall’acqua commerciale imperante, uno che deve cedere la sua canzone “Our Country” (primo squillante singolo) alla pubblicità pur di farla sentire al grande pubblico, in regime di playlist bloccate.

Mellencamp è uno di quegli americani che guardano con semplicità, fiducia e rispetto al prossimo, e nota come tutto questo non sia troppo di moda a livello internazionale. Ma sa anche giocare sul sempreverde feeling del rockn’ roll, su una voce che aggiunge sempre nuove sfumature, su uno stile e un incedere musicale divenuti proverbiali. È strepitoso, secondo me, in due fortissimi pezzi rock tesi e viscerali come “My Aeroplane” e “Heaven Is A Lonely Place”, oppure snocciola passione e scintille, canto disteso alla Boss, ritornello super in “The Americans”. Echi western, bei cori, un duetto con Joan Baez (“Jim Crow”) dal risvolto drammatico, aperture rock classiche e accattivanti, toni folk, fanno il resto per raccontare un artista così completo e ancora così vitale. “Freedom’s Road” è un’ottima prova di maturità, racconto elettrico di valori, storie ed emozioni.

 

BLOC PARTY   A Weekend In The City

 

Hanno esordito con quel che serviva, i Bloc Party. Lo stile, retrò e attuale, l’immagine fresca e sfacciata, le canzoni che funzionano. Non è un caso che questo secondo album sia stato annunciato come una delle novità più attese oltremanica, un ulteriore check up alla nuova onda di rockers che ha animato questi anni. Dopo il brillante “Silent Alarm”, lodi, riconoscimenti, vendite (che non guasta), concerti a valanga ovunque, Kele Okereke e company hanno ricominciato a metter giù idee e canzoni. Raccontando la “loro” Londra, emozioni e cadute che si svolgono nell’arco di un fine settimana, leggere pazzie e cronaca poco allegra. Questo album è una tirata di undici canzoni che si ascoltano d’un fiato, come un viaggio in auto a tutta velocità sotto i lampioni accesi. Il risvolto è spesso notturno, elettrico, incalzante.

I Bloc Party consolidano una loro cifra stilistica, talvolta offrono composizioni eccellenti, ma manca loro quel pizzico di genialità, quella marcia in più che fa diventare grandissimi. Sono una buona band e la loro musica è interessante e rappresentativa di un certo rock di oggi, ma non arrivano ancora in cima alla vetta. “A Weekend In The City” inizia con alcune canzoni che rischiano di far spegnere il lettore, giocate sul nervosismo elettrico ma anche sulla monotonia. Il singolo “The Prayer” è originale ma il bello viene dopo, con gioielli come “Uniform”, “On”, “Kreuzberg” e “I Still Remember”, il pezzo migliore dell’album con una costruzione perfetta. Quando danno un senso alle doti vocali di Okereke, bilanciano ritmo, melodie e rock, trovano ganci non banali, i Bloc Party vanno bene. Quando, in “SRXT”, si ispirano troppo a “By This River” di Brian Eno, il voto scende.

 

 

NORAH JONES   Not Too Late

 

Si allarga il denominatore comune del tono “politico” di certe canzoni, nel repertorio dei cantautori americani. Persino Norah Jones, finora usignolo del country-folk, non fa eccezione a questa regola. Il suo terzo album “Not Too Late” inizia con la ballata “Wish I Could”, che racconta di un ex innamorato partito per la guerra e poi, in “My Dear Country”, canzone asciutta, interessante, che si presenta quasi come una serenata, si parla di una rielezione (Bush) avvenuta poco dopo Halloween, di certo più inquietante del solito “dolcetto o scherzetto”. Sono questi i brani che fanno notizia legandosi alla cronaca, ma ovviamente c’è anche il resto di un disco che vede la Jones firmare in modo massiccio il suo nuovo repertorio. Per chi ama la sua voce, sempre caratteristica, e il suo stile, “Not Too Late” è comunque una novità di rilievo. Con un po’ di amarezza sullo sfondo dei sentimenti descritti, mitigata da un senso di speranza.

L’album prodotto dal compagno di Norah e bassista, Lee Alexander (che firma in condominio diverse canzoni), a dire il vero non dice molto di nuovo sulla cifra di questa artista, scivolando in qualche passo nel “carino”, nella già acquisita maniera jonesiana. Quando le cose vanno bene, affiora il riaggancio ai classici del rock americana, sempre in buon stile Norah. Atmosfere calda, sovente essenziali. Da notare “The Sun Doesn't Like You”, una bella e compiuta canzone, il singolo “Thinking About You” (risale a 7 anni fa) efficace, il canone jonesiano con country sullo sfondo di “Wake Me Up”, la corposa, gradevole “Be My Somebody”, “Rosie’s Lullaby”, aperta e matura con un bel refrain, e la conclusiva, sommessa title-track, con una nota di speranza e cambiamento.

 

AA.VV.   Dreamgirls – Music from the motion picture

 

Produrre un film come “Dreamgirls”, che porta sul grande schermo il bellissimo e storico musical ispirato alla storia delle Supremes di Diana Ross, in America è considerata un’operazione in grande stile di cultura popolare. Bisogna rievocare un mondo ai confini tra la black music e il pop, una sensibilità che fa parte del DNA della stragrande maggioranza dei musicisti e dello spettacolo statunitensi. Il cast dei protagonisti è essenziale, così come la confezione dell’album colonna sonora, un lavoro corale allo stato dell’arte che assuma dignità da Golden Globe e Oscar. Oltre alle canzoni originali ne sono state aggiunte apposta per il film di nuove, in sintonia con l’atmosfera generale. Diciamo subito che la produzione non delude le attese, e “Dreamgirls” è un signor disco di entertainmente di classe.

Ottimi il talento e la resa delle tre interpreti principali, attrici e soprattutto cantanti: Beyoncé Knowles, in cerca di consacrazione, Jennifer Hudson (strepitosa) e Anika Noni Rose. Ma non scordiamo il vulcanico Eddie Murphy, tanto bravo con la faccia che davanti al microfono, e l’eccellente Jamie Foxx. Il sound è ben bilanciato, attuale, lucido ma non leccato. Le canzoni si dipanano in una galleria di colori, ritmo, emozioni, pezzi di bravura. Chissà se “Dreamgirls” potrà rilanciare, presso le nuove generazioni, l’interesse per certi storici dischi Motown… E un consiglio agli “Amici” di casa nostra: ascoltate questi talenti e sgobbate tanto, anche solo per avvicinarvi a loro. “Dreamgirls” è un album-musical omogeneo nel contesto, ovviamente. Ma segnalo comunque “Patience”, “And I Am Telling You I’m Not Going”, “I Am Changing”, “Listen”, “Hard To Say Goodbye” e “Dreamgirls (Finale)”.

 

CARLA BRUNI   No Promises

 

Carla Bruni è come un cyborg della bellezza internazionale, una di quelle figure irreali che improvvisamente possono materializzarsi nella vita di un giornalista. Così scopri che quell’essere sorride, scherza e ha un bel senso della vita e dell’arte (come potrebbe essere altrimenti, visto il suo curriculum?). Credevamo comunque che, nonostante tutto, il suo primo album “Quelqu’un m’a dit” sarebbe rimasto un episodio isolato. Invece Carla è tornata con un altro disco, completamente diverso. Undici canzoni di cui lei ha curato la parte musicale insieme a quel gran rocker francese che è Louis Bertignac, utilizzando testi/poesie di autori anglosassoni come Wlliam Butles Yeats, Emily Dickinson, Dorothy Parker o Wystan Hugh Auden. Una bella idea, magari anche furba come potrebbe obiettare qualcuno.

L’ex supercreatura da passerella allarga ancora il suo pubblico cantando in inglese? È anche così ma non solo. Onestamente, non si può catalogare “No Promises” tra gli eventi, ma tra le produzioni di gusto e talento sì. Le sonorità semplici ed efficaci su cui la protagonista si esprime sono benissimo composte e confezionate, si viaggia su una romantica sensibilità folk-elettrica di stampo anglosassone, con belle melodie. Il problema è che Carla Bruni non è una vera cantante e queste canzoni ameremmo ascoltarle da una vera voce rock-blues-folk. Ma non si può avere tutto dalla vita. Quindi facciamo risuonare davanti al caminetto, per le nostre serate chic, l’aria quasi country di “Before The World Was Made” (Yeats), la suggestiva “Promises Like Pie Crust” (Christina Rossetti), il rock gentile di “If You Were Coming In The Fall” (Dickinson), la leggera tensione di “At Last The Secret Is Out” (Auden).

 

BADLY DRAWN BOY   One Plus One Is One

 

A 33 anni, Damon Gough (alias Badly Drawn Boy) passa felicemente dallo status di rivelazione, osservato speciale del nuovo songwriting inglese, a certezza: personaggio dallo stile ormai definito che può cominciare ad allargare gli orizzonti della sua popolarità proprio nel momento in cui, con questo terzo album “One Plus One Is One”, la sua poetica diventa più raccolta, intima, semplice, la sua musica si adagia dolce e pigra in un clima di ottimismo e fiducia. Per Gough, l’età della matura giovinezza è anche quella della completezza delle sensazioni come uomo e padre: passaggio da un sentimento problematico alla voglia di vedere il lato bello delle cose. Il suo esordio “The Hour Of Bewilderbeast” è ancora un fresco, splendente ricordo. Ma questo album, ostinatamente fuori da schemi e grancasse, può raggiungere ancora più in profondità. Gough è uno che ha bisogno di un ambiente raccolto per produrre il meglio. Semplicità, rilassatezza, voglia di guardare all’essenziale della vita. Voglia di starsene in provincia, a Stockport, abbozzando insieme all’amico Andy Votel quadri con pochi colori musicali, in quella penombra del passaggio, da una sensazione all’altra, da una stagione all’altra, che produce le riflessioni più vere sulla nostra esistenza. Rock da camera, cantautorato di impostazione perlopiù acustica, sospeso nel tempo di uno stile “inglese” che rimanda ai toni di Nick Drake come a certe escursioni più dolci dei Pink Floyd d’antan. La forza di questa musica è la sua essenzialità. Fascino privato che ognuno cerca tra le pieghe del suo cuore, entrando in sintonia con gli outsider come Gough, assolutamente antimoderni, lontanissimi da ogni tendenza, classicamente attenti all’emozione primaria che tanti menestrelli hanno cantato.

Sarebbe interessante paragonare Badly Drawn Boy al Max Gazzè di oggi, nel modo semplice e diretto di fare musica (ancorchè il sound sia ben distante). “One Plus One Is One” è il classico disco da tenere sul comodino, pronto per ogni sollievo urgente, per ogni gentile richiesta di calore musicale: teneramente, dolcemente, appassionatamente lo-fi. La voce del protagonista è accompagnata da strumenti contati, talvolta da un coro di ragazzini, applausi sparsi. Flauto e pianoforte caratterizzano certi passaggi. Non tutto riesce al meglio, ma sono anche le imperfezioni, le bizzarrie non immediatamente comprensibili, a dare fascino a queste canzoni. Ed è bello immergersi in questo piccolo viaggio, farsi conquistare a poco a poco. Ognuno troverà i suoi episodi preferiti. Da ricordare senz’altro la delicatezza di “This Is That New Song”, bellissima e struggente canzone d’amore senza tempo. Il mirabile stile musicale coffe-table, quasi jazzy, di “Another Devil Dies”. La dolcissima “Four Leaf Clover”, ballata leggermente mossa che è una bellissima dichiarazione di ottimismo e fiducia nel futuro, con finale di piano e chitarra. La title-track è ariosa e melodica. Sognante e retrò “Easy Love”. Corale e bizzarra “Year Of The Rat”. Sghembo e suggestivo strumentale “Stockport”. Dolce, fascinosa, strutturata e corale “Holy Grail”. Disinvolta e rock “Summertime In Wintertime”, lezioncina sulla pazienza e l’aspettativa.

Questo album suona, nel complesso, come un disco di una volta, di quelli con un capo e una coda. Non per fare scintille su tutta la gamma sonora, piuttosto per riportare un clima generale di passione, sonorità perlopiù acustiche riportate nella loro essenza. Siamo anche noi in studio con Damon e Andy.

 

CHARLOTTE GAINSBOURG   5:55

 

Molto moda, molto fashion, fare un album come questo. C’è un concentrato di Vip del mondo della musica-spettacolo di tendenza. Cominciando naturalmente dalla figlia d’arte Charlotte Gainsbourg, attrice che vediamo di questi tempi al cinema in “Nuovomondo” di Emanuele Crialese. Complice un incontro (casuale?) con Nicolas Godin ad un concerto dei Radiohead a Parigi (così narra l’aneddotica) a Charlotte è tornata la voglia di cantare. E così è nato “5:55”, produzione del mago Nigel Godrich, con un bel gruppetto di artisti a firmare e suonare per la protagonista: i due Air Godin e Jean-Benoit Dunckel, Jarvis Cocker, Neil Hannon (Divine Comedy) e, ciliegina sulla torta, il padre di Beck, David Campbell, a curare gli arrangiamenti d’archi. Se vi pare poco. Le emozioni e le impressioni suscitate da questa musica, costruita con pennellate descrittive, suoni di piano, la voce sottile della protagonista, sono volatili e delicate.

Charlotte Gainsbourg cantante è merce per salotti hi-tech scolpiti nel design, aperitivi, after hours rilassanti, birignao letterari e cinematografici. Ma non bisogna essere troppo cattivi, in effetti l’album si fa sentire con piacere e acquista senso e validità con gli ascolti. Una sola canzone tutta in francese (la fascinosa, ben arrangiata “Tel que tu es”) il resto in inglese. Talvolta si intuisce uno spin-off dei lavori degli Air, ma a conti fatti il disco ha un suo carattere. L’atmosfera è di classe e il sound è eccellente. Si inizia il sogno con la title-track e si continua con “Beauty Mark”, ci si incanta con “Jamais”, la canzone più completa del disco. “Morning Song” ha un tono passionale, “The Songs That We Sing” incede piena. Impressione wave in “The Operation”.

 

HOOVERPHONIC  No More Sweet Music

 

La nuova musica pop europea deve qualcosa al terzetto belga degli Hooverphonic. Nel 1997 il loro esordio “A New Stereophonic Sound Spectacular” si innestò in un filone trip-hop elettronico che rappresentava la new thing del momento. I singoli “2 Wicky” e “Mad About You” (bisogna averceli, se no si passa inosservati) trainarono in pochi anni la carriera di Geike Arnaert, Alex Callier e Raymond Geerts. Oggi gli Hooverphonic sono arrivati al quinto album in studio con una formula singolare. Si tratta di un disco doppio che presenta gli stessi undici brani in due vesti sonore diverse, “dolce” e “non più dolce”. Ovvero con una lettura più pop e orchestrale, ariosa da una parte e un piglio più elettronico-remix dall’altra. Al loro meglio, gli Hooverphonic conservano la capacità artistico-artigianale di dipingere atmosfere creando soluzioni quasi cinematografiche.

È anche grazie alla storia di questi tre artisti che il cosiddetto europop ha pututo affrancarsi dai dazi puntualmente pagati alla scena britannica. Attualmente non c’è più quello spunto “di moda” che ha portato la band a issarsi sulla cresta dell’onda. Comunque un certo fascino, l’aria chic ma non fastidiosa di questa musica, possono essere spesi per tutte le stagioni e i sentimenti dell’ascolto. Melodie, ritmica, tessiture, arrangiamenti, il carattere della voce di Geike e, perché no, anche quel certo birignao da spot pubblicitario o film di 007 fanno il resto. Da ricordare “Ginger”, ariosa e bellissima, la canzone migliore, “You Love Me To Death”, “We All Float”, la title-track, praticamente una cover di “Lujon” di Henri Mancini, “Dirty Lenses”. I remix del secondo disco aggiungono, in alcuni casi, non scontate variazioni.

 

THE ZUTONS  Tired Of Hanging Around

 

Il calderone rock di Liverpool ha sfornato, tra le tante novità degli ultimi anni, anche la musica degli Zutons. La band di David McCabe ha esordito due anni fa con “Who Killed… The Zutons” e da allora ha fatto concerti su concerti guadagnandosi uno spicchio di attenzione nell’affollatissimo panorama rock ‘n’ roll inglese. In “Tired Of Hanging Around” McCabe e i suoi raccontano con spirito caratteristico i casi della vita, con pezzi belli elettrici e compatti. La produzione è di una volpe come Stephen Street. La musica dei Zutons è fresca e coinvolgente, da party rock: ben costruita e variata, corposa, con l’apporto del sax della bella Abi Harding, ad esempio, che arricchisce la tavolozza sonora. Si direbbe anche poco “inglese”, aperta e ruffiana quel tanto da poter acchiappare a dovere anche i fan oltreoceano.

I cinque rockers guidati da McCabe, che canta, scrive e suona chitarra e piano, in un certo senso fanno musica senza tempo, basata soprattutto sulla riuscita delle composizioni e dell’arrangiamento complessivo. C’è buon spazio per la fantasia, le variazioni, il gioco, qualche reminiscenza sixties e un vago sentore di teatralità. Il livello medio delle canzoni è buono e c’è da scegliere. I musicisti sono affiatati e hanno un buon tiro. Si parte con la title-track, frenetica dall’ottimo refrain. “It’s The Little Things We Do” è giocosa e brillante. “Valerie”, il brano più bello, ha un ritornello super. Rutilante ma niente di più il singolo “Why Don’t You Give Me Your Love?”. Rock-pop frizzante con echi Springsteen in “Oh Stacey (Look What You’ve Done”. Stomp veloce ed elettrico “Hello Conscience”. Molti brani sembrano fatti apposta per guadagnare in bellezza nei concerti.

 

BEBE  Pafuera Telarañas

 

Siamo in piena estate e si tende a riascoltare con un sentimento diverso la musica caliente. L’artista spagnola Bebe, rivelazione (a suon di dischi venduti) nel suo paese e nuovo fenomeno della musica latina, viene pubblicata anche in Italia. Ai Latin Grammys dell’anno scorso, Bebe ha avuto cinque candidature vincendo il premio di artista rivelazione (ed è stata battuta da Laura Pausini per l’importante premio all’album femminile). Quest’anno, grazie al singolo “Malo”, un tormentone sui generis con un testo molto forte sulla violenza alle donne, la cantante ha occupato le nostre frequenze radiofoniche. Lo stile di Bebe è stato definito “flamenco femminista” ma è la solita etichetta di comodo, anche se suggestiva. Le sue canzoni sono energiche e passionali, legate a una cultura popolare a noi contigua.

“Pafuera Telarañas” è il primo album di Bebe, classe 1978. Prodotto da Carlos Jean, unisce suoni di origine acustica, elettrica ed elettronica. Sonorità brillante al servizio della bella voce della protagonista. Siamo decisamente in campo pop, con venature e coloriture varie, canzoni che possono crescere dal vivo. Dopo diversi ascolti si entra gradevolmente nel mondo di Bebe, apprezzando il suo carattere di autrice e interprete, senz’altro lontana da una Shakira ad esempio (una certa rusticità, spontaneità di fondo è anzi piacevole). “Malo” ha un gancio infallibile e carattere, ma anche un clichè latin che la limita. Episodi più sommessi e intimi (“Siempre me quedarà”, “Revolviò”, “Cuidandote”) si alternano ad atmosfere più frizzanti, tra arie pop-rock, reggae-ska o etno (“Con mis manos”, “Ska de la tierra”, “Siete horas”). Bebe è spagnola ma è cittadina del mondo. Il mondo pop di oggi.

 

PIERO PELÙ  In faccia

 

Di fronte al bivio, continuare oppure stare un po’ in disparte e tornare tra qualche tempo con un disco-evento, Piero Pelù ha scelto la prima soluzione. La sua storia di solista prosegue con una nuova casa discografica e con questo album, che però rappresenta in qualche modo una svolta, una “terza vita”. È un disco asciutto di componenti sonore: la voce ancora strepitosa dell’ex Litfiba, ma meno caricata da gigione, e pochi strumenti. Poi c’è la dichiarazione d’intenti sui tre motivi conduttori dell’album, appartenenza, comunicazione e lentezza. Ma può essere una chiave di lettura marginale, solo dopo aver capito di che pasta siano fatte queste canzoni. Alla fine, come sempre, conta la musica e quella di “In faccia” ci risveglia mediamente il ricordo di un Pelù pimpante, credibile, non caricaturale.

Piero deve ancora imboccare una nuova, matura e profonda strada da solista, liberandosi definitivamente da qualsiasi limitazione e giocando con la musica e l’elettricità come la sua voce e la sua personalità storica meritano. Questo album lo prendiamo come un primo, buon passo in questa direzione. Finalmente la voglia di asciugare, lui al microfono e il trio che lo accompagna, sembra chiarire alcune idee, insieme ad un buon livello dei brani (che però cede nella parte finale). L’ombra del Pelù dei Litfiba si fa meno ingombrante e anzi riaffiora positivamente ogni tanto. “Tribù” è un singolo di carattere che alla fine funziona. Rock classico da strada nel deserto “Velo” (il velo islamico che diventa anche il nostro), misura e presenza in “Lentezza” (sull’equilibrio di ognuno), buona e suggestiva “Fiorirà”, rock disteso e veloce “Segni in faccia”, ruvida e ben giocata “Sorella notte”.

 

 

RED HOT CHILI PEPPERS   Stadium Arcadium

 

I Red Hot Chili Peppers stanno ripercorrendo i passaggi quasi obbligati di molte band “storiche”, di quelle che hanno un quarto di secolo o più di storia all’attivo. Alla fase esplosiva della rivelazione di stile e talento seguono, come in un libro scritto tante volte, scelleratezze e rinascite, e poi un consolidamento della maniera sulla vetta di una montagna di miliardi. Il penultimo album del quartetto californiano, “By The Way”, ne aveva rivelato una versatilità e una capacità musicale e autorale fuori dal comune. Era un disco magari definito “moscio” dai fan della prima ora, ma pieno di cose interessanti e canzoni da ricordare. Questo “Stadium Arcadium”, un ricco doppio, è come un’illustrazione, meglio un affresco, del rock dei peperoncini oggi: con tutto il bene e il male che se ne può dire.

Da anni i Red Hot Chili Peppers sono una corazzata di dischi, video, concerti, simbologia rock, fatturati di rilievo, atteggiamento “giusto” da additare e musicalità elettrica, opinioni controcorrente. La voce di Anthony Kiedis e il groove nero-bianco della band sono familiari, hanno riconquistato l’ultima generazione. Il nuovo album, prodotto da Rick Rubin, è il classico “discone” strombazzato dalla stampa specializzata e non. Però non c’è molto di nuovo. L’alluvione di canzoni (suonatissime: che chitarra!) è di buon livello, variegato. Ma spesso manca quel senso di avventura che abbiamo provato anche con il disco precedente. “Stadium Arcadium” è quindi una bella compilation, darà benzina ai concerti che restano un must e arricchirà di molto i conti in banca del gruppo (con esordi al numero 1 in mezzo mondo). Il secondo CD (Mars) è nettamente più convincente e interessante del primo (Jupiter).

 

D.RAD   Il Lato D

 

Accogliamo questo triplo tributo a D.RaD-Stefano Facchielli, l’uomo dub-elettronico degli Almamegretta scomparso in un incidente stradale due anni fa, con un po’ di malinconia. Come se ci accorgessimo solo ora che l’addio al musicista, che ha collaborato con moltissimi altri colleghi, abbia segnato la fine di un ciclo. Una storia iniziata nella prima metà degli anni ’90, parallelamente a quella degli Almamegretta e ad altri protagonisti della nuova scena musicale italiana, che comprendeva anche DJ, programmatori, musicisti che hanno lavorato con l’elettronica e che, come D.RaD, hanno messo al servizio di altri (esempio, Ligabue) la loro esperienza. I continui cambiamenti nelle cose che ascoltiamo, ma anche la crisi di questo mondo musicale italiano, adesso ci lasciano spiazzati. Così ascoltiamo “Il Lato D” come un tributo, ma soprattutto il documento di un’epoca.

“Il Lato D” è un cofanetto triplo, con il primo disco che contiene “Modulamanopola”, una composizione di musica elettronica firmata da Facchielli con Taketo Gohara che descrive il ciclo della vita. Secondo e terzo disco raccolgono l’omaggio vero e proprio: in tutto 26 brani originali, concepiti da molti amici dell’artista, che hanno completato le sue idee. Naturalmente gli Almamegretta e Raiz, ma anche Eraldo Bernocchi, Bill Laswell, Bluvertigo, Casino Royale, Claudio Coccoluto, Ligabue, Marco Messina, Mauro Pagani, Marco Parente, Adrian Sherwood. Si viaggia tra hip-hop, elettronica, spoken word, rock contaminato, e tutto si specchia nei riferimenti tipici della nostra cultura musicale moderna. L’insieme mostra un grande dinamismo. È musica contemporanea, viva, pulsante: da qui, in effetti, può ricominciare un altro ciclo.

 

DENNIS BOVELL   All Over The World

 

La grande avventura del reggae fuori dai confini della Giamaica ha avuto in Dennis Bovell uno degli interpreti più amati e di talento. L’artista è un veterano del dub, delle produzioni di punta anche nel campo della new wave storica delle contaminazioni, del sound e della capacità di bandleader. Ha fondato la band Matumbi negli anni ’70 e ha accompagnato per tanti anni Linton Kwesi Johnson con la sua Dub Band. Bovell, nato nelle Barbados, è tutt’ora un’eminenza del brit-reggae, musicista di classe che come tanti suoi colleghi di eguale peso si trova a suo agio sia nella ricerca e nella sperimentazione che nel puro intrattenimento. “All Over The World” è l’album del suo grande ritorno, per pubblicare il quale è stato ripristinato il marchio classico Front Line. Un disco frizzante, brillante. Canzoni reggae confezionate con talento.

Bovell snocciola il suo nuovo repertorio volando sulle ali del beat, del groove più coinvolgente. I colori sono tutti accesi e caldi, le atmosfere sono aperte e venate di lovers’ rock. L’artista, che aveva collaborato con i Madness in “Dangermen Sessions” del 2005, non rinuncia al caratteristico marchio brit-reggae al disco, ma va in souplesse. Queste sono comunque canzoni fresche, per accompagnare una lunga estate calda. La voce caratteristica del musicista (che fa anche sentire la sua chitarra) troneggia su esecuzioni eccellenti, pieghe dub, fiati super. Il sound è avvolgente e l’album conquista in crescendo. “Bettah” è un opener di carattere, ma il bello arriva con la sequenza di “Pickin’ Up The Pieces”, la title-track e “Special”, canzoni speziate e dolci, accattivanti ma non ruffiane. E poi ci sono “Judy”, “Dancehall” (un treno), la sontuosa “Pow Wow”.

 

CAMILLE   Le fil

 

Rivelazione come artista e con questo album alle Vittorie della musica 2006, i premi francesi, la parigina Camille si fa conoscere adesso nel nostro paese. È ascoltando dischi come questo che riusciamo a capire come non ci sia bisogno di cercare nessun confine nella musica di oggi: basta aprirsi a certe realtà che abbiamo dietro l’angolo, o riservare un po’ di curiosità a certi artisti di casa che non finiscono nei titoloni. Camille, come tanti altri anche in Italia, racconta con la sua musica un atteggiamento di estrema libertà, di fantasia. Con la voce esprime, dipinge, impressiona. Vocalità e spirito artistico tutto femminile, originalità e modernità fanno di “Le fil” (secondo album dell’artista) un esempio unico: il filo conduttore del titolo è la nota continua di accompagnamento (bordone ripreso nell’ultima chilometrica traccia) alle evoluzioni della protagonista.

Questo paletto stilistico è da prendere come riferimento generico per esaltare il resto: musica essenziale, minimale si direbbe, che si apre all’esperimento. Su tutto la personalità di Camille, un carisma viscerale che conquista. A condizione, però, di immergersi senza remore in questo mare. Altrimenti si rischia un po’ di stanchezza. I brani sono talvolta dei frammenti. Gli strumenti utilizzati sono spesso quelli convenzionali, corde e fiati. Storie di identità, sentimenti, introspezione. Su tutto due tracce che sono anche “canzoni”, “Ta douleur” e “Au port”: tensione, ritmo, ricordi di Kate Bush. Nervosa e scat-tante “Janine III”, atmosfera intensa in “Pâle septembre”, da notare anche “Baby Carni Bird”, quasi soul, e il flash “Janine II”. Se si esclude la lunghissima nota finale (38 minuti) il tutto ne dura 32.

 

 

PAUL SIMON   Surprise

 

Questo è un disco che sa conquistare e avvolgere lentamente, e poi non si stacca più dalla mente e dal cuore. Il ritorno di Paul Simon: questa notizia già basterebbe a destare grande curiosità, come minimo. Ritorno a giusta distanza dalle ubriacature nostalgiche dell’interminabile tour con Art Garfunkel, firmato da uno dei più amati autori del canzoniere americano moderno. Per giunta, il contributo musicale determinante è di Brian Eno, con i suoi “paesaggi sonori” (la produzione invece è tutta di Simon). Qualche critico d’oltreoceano ha ricordato giustamente come Simon abbia sempre voluto offrire a sé stesso e al suo pubblico impostazioni e colori musicali diversi ad ogni album. È così anche con “Surprise”, opera fedele al titolo perché rinnova la meraviglia per un grande talento.

Paul Simon dimostra di essere un artista vivo, curioso, aperto, in ottima vena descrittiva, uomo del suo tempo (che tempi, purtroppo nell’America di Bush!), perfettamente e felicemente affiatato con un altro maestro delle curiosità ed esplorazioni come Eno. I musicisti che suonano nell’album sono stellari (Frisell, Gadd, Hancock, Laboriel…) inseriti magistralmente nel progetto. I testi di queste storie personali sono riportati nel libretto come lettere. Non è un caso, Simon scrive a sé stesso e alla sua America, canta un’età faticosa, l’indignazione della ragione, l’amore, dal punto di vista della persona. Le parti musicali sono freschissime, stimolanti, con ritmo, groove etnico, atmosfere e soluzioni originali, insomma moderne. Simon resta un maestro perché sa guardare avanti. Si inizia con “Everything About It Is A Love Song”, “Outrageous”, “Sure Don’t Feel Like Love”, “That’s Me”. E poi c’è il resto.

 

 

SAMUELE BERSANI   L’aldiquà

 

Samuele Bersani fa seguire questo lavoro a uno degli album italiani più belli del nuovo secolo, quel “Caramella Smog” che gli è valso un doppio Premio Tenco. “L’aldiquà” è stato preceduto a buona distanza da una instant-song che abbiamo sentito tante volte senza stancarci: “Lo scrutatore non votante”, quadro esemplare di una maschera umana trasversale, che è italiana ma anche universale, quasi un carattere letterario di questi tempi, giocato su un brillante incedere pop. Con queste premesse, aspettavamo un’altra “botta” con l’album intero, ma non è così. Il nuovo Bersani è un disco apparentemente non immediato, più importante nei testi che nelle costruzioni complessive delle canzoni. Non impressiona come il precedente e non è a quel livello, ma comunque resta una interessante prova d’autore.

Bersani canta l’aldiquà come l’ultimo Capossela ha fatto con le passioni di sotto: valle di vita, incertezze dell’epoca, contrasti intimi e pubblici, lacrime per la perdita di eroi civili, voglia di intelligenza delle cose. Le canzoni sono firmate spesso da Bersani con Roberto Guarino (la musica di “Maciste”, ambivalente di brillantezza e atmosfera, è di Pacifico). Sonorità più tonde, chitarre che sbucano, melodie non convenzionali popolano questo percorso. “Lascia stare” è quasi una lettera, sommessa apertura dal familiare tono bersaniano. Il testo di “Occhiali rotti”, dedicata al giornalista Enzo Baldoni ucciso in Iraq, è bellissimo in contrasto con la musica apparentemente spensierata. Idea singolare “La soggettiva del pollo arrosto”. “Sicuro precariato”, nel bene e nel male, è il simbolo dell’album: testo-storia interessante che però deve decantare col tempo per restare davvero nella memoria.

 

 

 

GNARLS BARKLEY  St. Elsewhere

 

Con il duo Gnarls Barkley continua l’avventura dei protagonisti della musica nera che rielaborano i connotati del pop. Dietro la misteriosa identità di G.B. (una persona vera? un personaggio da cartoon come va di moda adesso? uno scherzo?) si celano Danger Mouse (Brian Burton), DJ, autore del super mash-up “Grey Album” e produttore degli ultimi Gorillaz, e Cee-Lo Green (Thomas Calloway), solista, autore, produttore e componente dei Goodie Mob. In meno di 38 minuti, “St. Elsewhere” frulla una quantità di riferimenti. Partendo dalla black music funky, soul e hip-hop, passando dall’elettronica, stratificando feeling e samples in libertà e approdando, come già hanno fatto i prodigiosi N.E.R.D. ad una nuova frontiera del pop che trova qualche consonanza di atteggiamento anche con certe cose di Gorillaz o Tricky.

Non è un caso che gli americani Gnarls Barkley abbiano subito sfondato in Gran Bretagna, dove queste fantasie al potere sono tradizionalmente benvenute. Il singolo “Crazy”, purissimo electro soul, è stato subito un successo di download. Questa è musica dell’era digitale infatti, ma concepita con talento viscerale. Per noi italiani, è curioso notare le citazioni di Gianfranco Reverberi (“Crazy”) o Armando Trovajoli (“The Boogie Monster”). Pezzi essenziali e brevi, sketch colorati, testi noir, da scaricare sul player e mescolare con la storia. Voce superlativa di Cee-Lo e grandi allestimenti di Danger Mouse. L’insalata avvince con ascolti ripetuti. Spiccano i risvolti soul-gospel della title-track e “The Last Time”, la veloce, ottima “Gone Daddy Gone”, il pop spaziale di “Smiley Faces”, il groove di “Just A Thought” e “Storm Coming”, il sontuoso soul di “Who Cares?” e “Online”.

 

BRUCE SPRINGSTEEN   Born To Run 30th Anniversary Edition

L’edizione del trentennale di uno dei dischi-mito del rock, oltre al CD dell’album originale (senza aggiunte) rimasterizzato in digitale, presenta due eccellenti DVD. Soprattutto il primo, è una perla rara. Si tratta della registrazione audio-video, riassemblata e ricostruita, del concerto che il Boss e la E-Street Band tennero allo Hammersmith Odeon di Londra il 18 novembre 1975, il debutto live in Inghilterra che fece esplodere il mito di Springsteen in Europa. Anche se si vede che è un concerto girato 30 anni fa (in particolare è un po’ scuro) il documento è imperdibile e dal punto di vista musicale (traccia rimasterizzata e resa al meglio) è super. Un ventenne di oggi può vedere in Bruce un progenitore di Ben Harper o Eddie Vedder. Al fan quaranta-cinquantenne in alcuni passi viene lo stranguglione, ripensando a come eravamo in quegli anni di pantaloni a zampa d’elefante e camicie con i cugni.  Lo Springsteen di “Born To Run” e la sua band rappresentavano in quel momento l’America del melting pot, delle passioni e contraddizioni urbane, che usciva dal Vietnam chiudendo brutalmente il sogno degli anni ’60, non sapendo se dietro l’angolo ci fosse un altro sogno oppure un incubo. Scaletta killer per oltre due ore di bellissimo concerto. Il documentario di Thom Zimny è un ottimo making di “Born To Run” con documenti d’epoca e interviste, materiale d’archivio per intenditori, e in aggiunta un’altra performance (Ahmanson Theater di Los Angeles) datata 1973. Le note introduttive di Springsteen danno il la ad un formidabile viaggio nel tempo. I DVD hanno menu e sottotitoli in italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese, audio PCM stereo e 5.1 surround. Libretto di 48 pagine con foto inedite.

MADONNA  Confessions On A Dance Floor

La disco music è nata come underground, lontana anni luce dal perbenismo e piuttosto vicina ai bassifondi dell’anima e della vita spericolata. Fu espressione musicale pienamente alternativa, perché prodotto di uno dei primi meticciati innovativi della storia del pop. Un milione di febbri del sabato sera dopo, un miliardo di sballi, martelloni, remix, compilation, inviti due per uno, notti in bianco al rave dopo, Madonna, che sul dancefloor ci è nata, torna a confessarcisi. Ma oggi “dance” è una parola di comodo per dire mille cose, dai Daft Punk alla commerciale più bieca. Questo album, con le tracce mixate o fuse tra loro, suoni scolpiti al dettaglio e atmosfera omogenea quasi da “concept”, è il prodotto di una uniformità stilistica che è scelta di espressione. Se non vi piace l’idea, passate ad altro.  Madonna la businesswoman viene da un album intenso di percezione “rock” come “American Life”, che non ha venduto bene. Allora cambia pagina e torna alla pista da ballo, con atmosfere moderne ma non d’avanguardia (per quello ci sono i Goldfrapp, o altri). Con la cura di uno specialista come Stuart Price e altre collaborazioni di grido. È una compilation di sonorità e groove, mediamente piazzata sull’attuale con giuste citazioni del passato disco-dance. È il pane di Madonna, in fin dei conti, la sua lettura di sentimenti, contrasti ed emozioni che possono attraversare i corpi in movimento. Il materiale è discreto, talvolta si avvita e non decolla. Segnalo “Hung Up”, singolo con campione degli Abba che te lo fai piacere bombardato come sei, “Get Together”, ipnotica, “Forbidden Love”, intima, elettronica, notturna, “How High”, molto elegante, e “Like It Or Not”, dance della donna fatale.

ROBBIE WILLIAMS    Intensive Care

Parlando di Robbie Williams, tutti notano come sia doveroso premettere che si tratta del personaggio (commercialmente) più importante del pop inglese di oggi, e come la sua figura di reuccio della musica (soprattutto nei guadagni) finisca per mettere spesso in secondo piano le sue canzoni. Eppure di cose efficaci, quando non proprio belle, Williams ne ha fatte in passato. La sua fama non è proprio usurpata, anche se non ci troviamo di fronte a un Paul McCartney o un David Bowie. Il fatto è che Robbie è figlio e interprete ideale di un tempo, di un costume. Nel suo caso, come in quello di Madonna e di poche altre icone, l’immagine e la faccia tosta si fondono con la musica, la fagocitano e la nutrono insieme. Questo è l’ottavo album di Williams, il primo senza il coautore d’oro Guy Chambers, sostituito da Stephen Duffy. È una svolta d’approccio, ma la verve del protagonista resta.  C’è più elettricità nel Robbie odierno, un’aria frizzante nella sua musica. Il suo universo resta autoreferenziale ed egocentrico, ma piace proprio perché è così, e quindi… Williams rimane un cantante discreto, corretto e nulla più, e soprattutto scaltro nel fiutare l’aria. Qui si è posizionato su un’onda pop-rock che talvolta richiama gli anni ’80, senza esagerare. Sono canzonette, e alcune si fanno ascoltare con piacere. Per la sostanza, prego, rivolgersi altrove. Il singolo “Tripping” è carino e ruffiano comme il faut, con sentori di Sting sullo sfondo. “Make Me Pure” è una buona canzone (Oasis un po’ addolciti). Pop-rock convincente in “Plese Don’t Die”, come nei sentori anni ’80 di “Sin Sin Sin”. Ottima, veloce e “smithsiana” “Your Gay Friend”. Rock ‘n’ roll fotocopia ma divertente “A Place To Crash”.

 

Ms. DYNAMITE   Judgement Days

Niomi McLean-Daley, conosciuta da tutti in Gran Bretagna come Ms. Dynamite, ha “spaccato”, come si dice, tre anni fa con l’esordio “A Little Deeper”, diventando la numero 1 della nuova black music inglese, quella emersa dall’underground. Poi Niomi ha avuto un figlio, Shavaar, ha fatto per un po’ la mamma e ora ritorna dopo un bel periodo di assenza con questo secondo album. L’artista, nel frattempo, è rimasta una opinion leader dei giovani neri e non solo, espressione di una infinita periferia europea del benessere che tra le sue consuetudini (e si è visto in Francia) trova spesso la violenza e il rifiuto. Ms. Dynamite ha continuato a cantare e rappare contro il machismo e la violenza, e contro la guerra, ricordando la storia dello sfruttamento del Terzo Mondo sul palco del Live 8. “Judgement Days” non aggiunge rivelazioni al suo talento.  Lo stile vocale della cantante e rapper è indubbiamente rilevante. In questo album si ascoltano spesso groove azzeccati, talvolta ai confini del pop-soul-R&B di oggi, ma forse qualcuno non si aspettava questo da Ms. Dynamite. “Judgement Days” diventa così un album di transizione per un’artista nata arrabbiata (ancora oggi mostra il carattere e le sue scelte nei testi) e diventata star della nuova black music in generale. Comunque meglio di Craig David e di altri puledri spompati presto. Il brano migliore dell’album resta il singolo “Judgement Day”, con un tiro stellare, produzione paragonabile a Mary J. Blige. “Father” è un pezzo crudo, drammatico, “Put Your Gun Away” è diretto e tagliente. “Pain” è oscura, verace, con sample efficace e svolgimento soul attuale. Interessante “Fall In Love Again”, ripresa di un brano del grande giamaicano Ken Boothe.

 

KATE BUSH    Aerial

Non si può dire che non ci emozioni, riascoltare la voce di Kate Bush. Tornata addirittura con un doppio che è una sorta di diario musicale. Fuori moda, fuori tendenza, fuori tutto. Dentro un universo privato di affetti famigliari che nessuno, tranne chi è genitore, può lontanamente comprendere. E forse neanche i padri ci riescono, perché questo album è l’affare di una madre e del suo bambino che sta vivendo la bellissima età magica. Una sublime casalinga e donna di famiglia, che può mettersi a sognare passioni guardando la centrifuga della lavatrice, o rischiare il peggior birignao rivolgendosi sbaciucchiante al figlio. Si diventa così, quando si è genitori a quarant’anni. Ma si guarda anche il cielo in una notte d’estate, ringraziando di averlo conosciuto. Kate Bush sembra spesso sull’orlo di un precipizio di misura, ma va presa in blocco.  “Aerial” è musicalmente fatto di pieni e vuoti, varietà di allestimento sonoro, ambiziosi obiettivi non sempre raggiunti. Talvolta un po’ “antico” ma comunque interessante: la protagonista azzarda uscite da romantica donna inglese o riesce ipnoticamente a sedurre. L’atteso rientro dopo 12 anni viene diviso in un primo disco di canzoni e in un secondo concept (derivato dal primo) su un giorno che passa, secondo il filo conduttore dello stupore infantile per la natura e la bellezza. Per capire ci si deve immergere senza pudori, oppure passare la mano. Detto anche che il cast musicale è eccellente, si segnalano l’Elvis sulla montagna di “King Of The Mountain”, la singolare ode ai numeri “∏”, la bellissima, inquieta “How To Be Invisible”, “A Coral Room”, profondamente emozionante, l’originale “Sunset” e le conclusive, ottime “Nocturn” e “Aerial”.

 

AEROSMITH   Rockin’ The Joint

La carriera recente degli Aerosmith ha visto la pubblicazione di un live (“A Little South Of Sanity”) nel 1998, l’album di studio “Just Push Play” (2001), il disco blues “Honkin’ On Bobo” (2004), un DVD dal vivo sempre l’anno scorso e adesso ancora un live, questo, registrato al Joint (Hard Rock Hotel) di Las Vegas l’11 gennaio 2002 durante il tour di “Just Push Play”. Evidentemente quella performance ha convinto in particolare la band, per deciderne la pubblicazione. Si tratta di un set concentrato, basato perlopiù su una scaletta di classici degli anni ’70, concepito per una situazione “alla Las Vegas” ma anche, onestamente, efficace e divertente da riascoltare su disco. Gli Aerosmith in effetti fanno bene a svelare spesso il loro lato live, il migliore da anni in qua: da veterani non hanno perso la passione, il tocco, quella beata sguaiatezza che ci vuole nel rock ‘n’ roll.  Se amate il rock classico, se amate gli Aerosmith storici, se vi diverte il paragone con altri veterani ancora più rinsecchiti di loro, i Rolling Stones, questo può essere un album utile. Preso per conto suo, comunque è un bel sentire elettrico, divertente e rutilante. Per qualche intenditore, nella scaletta c’è un buon equilibrio tra successi e brani non eseguiti di frequente. Non siamo tra le cose essenziali, ma c’è comunque un perché. E alcuni episodi mostrano come il mestiere nel senso migliore del termine resti un must per il difficile lavoro dell’entertainer. Da ascoltare le lunghe “Draw The Line” e “Rattlesnake Shake”, la prima semplicemente spettacolare, la seconda ammaliante, oppure la spumeggiante “Big Ten Inch Record” o la calda “Seasons Of Wither”. Tutto OK con “No More No More” e “Walk This Way”.

 

SANTANA   All That I Am

Speriamo che Carlos Santana non prenda alla lettera il titolo di questo suo ultimo album, e magari voglia solo giocarci un po’. Se Santana, onusto della sua storia di latin-rocker, fosse da ricordare solo per quello che si sente qui, sarebbe davvero troppo poco. Il fatto è che Santana, oggi, è solo e soltanto quello di “All That I Am”. La tecnica dell’insalata, dei dischi pieni di ospiti, ne ha fatto un mediatore di atmosfere musicali, condite di sapori ispanici, per un pubblico globale, transnazionale. In questo la sua invenzione del rock latino è stata sublimata in un nuovo approccio pop di grande e facile impatto. L’ultimo Santana, non quello in palla di “Supernatural”, ma quello di “Shaman” e “All That I Am”, è una compilation vivente, e neanche delle migliori. Per andare su un livello medio-mediocre di pop moderno. Ma se volete del pop latino con le palle, meglio ascoltare Shakira.  Siamo di fronte a un album molto “commerciale”, in senso buono e cattivo. Produzione di Santana con Clive Davis, spruzzata di ospiti, suoni belli per carità, ma poche cose notevoli o anche semplicemente sfiziose. Santana e la sua band aprono con “Hermes”, latinissima, molto pompata, divertente e old fashion. “I’m Feeling You” con Michelle Branch è carina ma lontana dalla famosa “The Game Of Love”. “My Man”, con Mary J.Blige e Big Boi degli OutKast, è il pezzo migliore, con ottimo tiro black-latino. Discreto e mainstream il singolo “Just Feel Better” con Steven Tyler. “I Am Somebody” (will.i.am) ha un tono carnascialesco. Buona e bluesy “Twisted” (Anthony Hamilton). Accettabile “Da Tu Amor”. Talvolta si cade nella balera, con poco pepe creativo. All’ennesimo trillo di chitarra, sopraggiunge lo sbadiglio.

 

LA CRUS  Infinite possibilità

L’autunno si addice ai La Crus. È, specie agli inizi, la stagione di una curiosa sospensione dei sentimenti e del ritmo vitale di ogni giorno. Come l’inizio di un sogno, che apre possibilità e percorsi. Il pensiero comincia a intirizzirsi, cerchiamo dolcezze e rimembranze nelle luci dei lampioni. E le canzoni di Giovanardi, Malfatti e Cremonesi ci hanno spesso riportato a questo sentimento generale. Oggi più che mai, con questo nuovo album, opera eccellente tra leggerezza pop e sogno della parola e della vita. La nostra incertezza di uomini sotto il cielo passa, è vero, anche attraverso una canzone. Questo è uno dei piccoli luoghi comuni della musica popolare: sono solo canzonette e ognuno di noi ci trova impressioni e motivi. Nel caso dei La Crus letture stratificate, oggi più naturali e spontanee. “Infinite possibilità” è un disco di pop italiano adulto, esemplare, godibile, sottilmente profondo, evocativo ed emozionante. Album vario di canzoni, accessibile in senso largo, senza ruvidezze di sorta. Con belle e suggestive storie, atmosfere e costruzioni musicali eccellenti, uso equilibrato dell’elettronica e maggior “calore” elettrico. I La Crus si confermano così interpreti e protagonisti di una ricerca moderna della nostra canzone. A oltre dieci anni dagli inizi, trovano una misura che elimina certi orpelli. E trovano alcune canzoni eccellenti, proposte da un Giovanardi che gioca con grande padronanza, apertura e leggerezza le sue sfumature vocali.

Singolare che in un periodo di crisi e buio, un album come questo suoni come una scommessa e un’offerta a tutto campo: le canzoni del CD più le immagini contenute nel DVD associato, con le rielaborazioni dei cortometraggi del Milano Film Festival (curate da Francesco Frongia) diventate dei bellissimi “videoclip possibili”. Un modo per arricchire un piatto già saporito e per sottolineare le tante sfumature espressive che animano la storia dei La Crus. “Infinite possibilità” colloca il trio in un crocevia di rimandi stilistici, tutti moderni, di riferimenti a quella che è ormai una matura ultima generazione della canzone d’autore e rock italiana. Ognuno trovi pure le colleganze, l’importante è godere della musica. A cominciare da due gioielli, le iniziali, bellissime “La prima notte di quiete” e “Infinite possibilità”: nella prima (partecipa Mario Venuti) scopriamo un ritmo urbano classico e attuale, elettrizzante (“guardando le stelle che aspettano ancora di accendersi/sollevo il fiammifero ancora più su/ed illumino il blu”); la seconda è giocata sul contrasto tra il tono sommesso e l’apertura elettrica, in una generale atmosfera crepuscolare. Si continua con l’intima, stupenda e sognante “Su in soffitta”; la composita, strutturata “Ho ucciso Thurston Moore”, il brano più interessante dell’album; “I miei ritratti”, liquida e psichedelica; “Libera la mente”, ritmata e aperta, elettronica, che si inspessisce e diventa rock, urgente; e “Mondo sii buono”, singolo electropop che cita una poesia di Andrea Zanzotto.

Abbiamo già detto della misura artistica e musicale che si sente nel disco, derivata comunque dalla bontà della materia prima. Parlando più in particolare del sound, si nota subito la bellezza e chiarezza, nel rapporto tra vocalità e parti strumentali. Dosaggio delle fonti sonore che deriva da una ricerca che i La Crus hanno sempre fatto, ma che qui si compie in un contesto più aperto e naturale, più “suonato”. Il feeling “autunnale”, la penombra descrittiva non ci lasciano a corto di calore.

 

DEPECHE MODE   Playing The Angel

Ci sarà anche una ragione perchè, a un quarto di secolo da quella nuova onda rock-punk-pop-electro, ormai consegnata agli annali e agli scaffali, certe formazioni che hanno caratterizzato quel periodo continuino a proporsi e suscitare grande curiosità. I tre Depeche Mode, Andy Fletcher, Dave Gahan, Martin Gore, sono tra questi immarcescibili reduci. Continuano a lavorare nel loro personalissimo universo espressivo, diventato da un pezzo icona della musica pop, e con questo “Playing The Angel” ci consegnano una riflessione oscura, che si avvita nella maniera del loro stile elettronico-melodico, marcia lungo gallerie buie dell’anima e del cuore, scandendo i passi con beat e colpi d’effetto. Dolore, sofferenza, peccato, travaglio sentimentale, oscurità, sono già dai titoli i temi di questa storia.  Siccome siamo pur sempre nello show-business, i DM fanno bene a insistere sui loro classici punti di forza tematici: la loro musica è teatro dell’altra metà della vita, quella delle inconfessabili perversioni/sottomissioni/passioni, ben prima delle sfilate S&M di provincia e dei servizi dei rotocalchi. Anche questo è il rock ‘n’ roll, bellezza. Solo che tutto è diventato autoreferenziale al 100%. O “ci stai dentro” e allora apprezzi e distingui, oppure entri in sintonia solo sporadicamente: ricordando che può essere un gioco da grandi. Tra le cose notevoli di questo album, le commistioni di “John The Revelator”, fra tradizione e flash industriale, la fascinosa oscura “Nothing’s Impossible”, la costruzione bella e suggestiva, da Bowie alieno, di “Damaged People”, le classiche lacerazioni passionali di “Lilian”. Il primo singolo “Precious” è un pezzo DM carino, non c’entra niente col resto.

STEVIE WONDER  A Time To Love

L’ultimo grande album di Stevie Wonder è “Hotter Than July”, anno 1980. Da allora, quello che anche il sottoscritto considera un Genio assoluto della musica popolare di sempre, ha offerto mezze prove, dischi mai completamente riusciti se non passi falsi. “A Time To Love” ha richiesto tempo e ripensamenti per essere ultimato: anche un’ultima ristesura voluta dalla casa discografica che temeva per la mancanza di “impatto commerciale”. Ma a Wonder, che impatto vuoi chiedere, oggi? La sua figura-guida è continuamente citata da tutti i protagonisti del soul e della black music da vent’anni a questa parte, che si inchinano alla sua storia. Wonder è in un Olimpo distante, le classifiche non lo potrebbero riguardare. Da lui semmai ci si attende entertainment di classe, passionalità, canzoni riuscite, groove, un pizzico di feeling e qualche zampata vecchio stile. E qui l’impatto c’è.  Da notare che “A Time To Love” si presenta davvero come un “ritorno” da celebrare: la lista di ospiti va da Prince a Paul McCartney, passando per India.Arie, En Vogue, Kirk Franklin etc. L’album è molto lungo, contiene 15 canzoni e spazia in lungo e in largo nello stile-Wonder più classico, centrando spesso il bersaglio con ballate, serenate soul, brani frizzanti e funky. C’è il Wonder romantico e vagamente zuccheroso, quello in palla del groove, quello che tira fuori la melodia infallibile e, anche, quello del luogo comune che appesantisce un disco che potrebbe durare di meno ed essere super. Ma va bene lo stesso, ascoltare “Tell Your Heart I Love You”, “My Love Is On Fire”, “Positivity”, “From The Bottom Of My Heart”, “So What The Fuss”, “Sweetest Somebody I Know”, “Please Don’t Hurt My Baby”, “Moon Blue”.

 

B.B. KING & FRIENDS  80

Cosa c’è di meglio di un disco con i “friends” per celebrare una ricorrenza speciale? Quella che è diventata una prassi nel mondo discografico dei grandi nomi e dei grandi numeri, ha toccato anche il monumento del blues B.B. King, che ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno (16 settembre scorso) con questo album di duetti e collaborazioni. King è stato il più fortunato bluesman storico, quello che di riffe o di raffe è più familiare al pubblico più distratto o meno accanito: proprio grazie ai tanti friends illustri che ha frequentato da molti anni in qua. Il sorriso, l’energia, il tocco di questo gigante della musica afroamericana si sono diramati in mille rivoli, rendendo popolare e internazionale un aspetto singolare della cultura statunitense. Nel caso di questo “80” siamo a un disco di mestiere, ruffianeria, ma anche naturale passione.  Da King e dalla sua età non ci si può attendere più di tanto, anche se “Reflections” di due anni fa è stata una buona prova. L’artista aveva già pubblicato un disco di collaborazioni, “Deuces Wild” nel 1997 (c’erano i Rolling Stones), anche questo più passerella che rivelazione. In questi casi, si cerca il livello medio dell’entertainment, approfittando della varietà di voci e di situazioni. Un album del genere è come una festa aperta a tutti, compreso il pubblico più largo. La scaletta è piena di pezzi forti, a cominciare dal cavallo di battaglia “The Thrill Is Gone” (con Eric Clapton, non male). Il groove generale, l’accompagnamento, sono brillanti, da grandi occasioni. Da ricordare la splendida “Early In The Morning” con Van Morrison, la sanguigna “Never Make Your Move To Soon” (Roger Daltrey), la brillante “Rock This House” (Elton John).

 

SHERYL CROW  Wildflower

La bella Sheryl Crow quest’anno ha occupato soprattutto le pagine delle cronache rosa, per la sua storia d’amore con Lance Armstrong culminata nell’annuncio delle nozze. E così, dopo essere stata ritratta più volte sul ciglio della strada al Tour de France, è tornata a farsi sentire come musicista e cantante. “Wildflower”, diciamolo subito, è nettamente migliore del precedente, deludente “C’mon, C’mon”. Un album pop-rock di buon livello qualitativo, che costeggia la sensibilità “americana” della tradizione, anche se non ne intercetta, come si può intuire, la profondità e la rilevanza. Ad ogni tempo le sue personalità, insomma: una volta c’era Joni Mitchell, oggi abbiamo Sheryl Crow. La produzione è della protagonista insieme ai soliti Jeff Trott (anche coautore) e John Shanks: e stavolta la ciambella è riuscita.  Lo ha ammesso la stessa Crow: per lei è stato importante liberarsi dalla preoccupazione-costrizione imposta dalle regole delle canzoni fatte apposta per la radio, all’inseguimento di un successo omologato e di corto respiro. E, dal punto di vista dei temi dei brani, Sheryl parla d’amore ma guarda anche leggermente più in profondità, tenendo sullo sfondo quei massimi sistemi e quelle inquietudini che fanno parte della vita di tutti. “Wildflower” si fa ascoltare eccome, nota lieta di un mainstream pop-rock di livello decoroso. Con la bella atmosfera, vagamente psichedelica, di “Chances Are”, il rock frizzante, tra Pretenders e Fleetwood Mac, di “Live It Up”, il bel singolo “Good Is Good”, l’apertura classica di “I Know Why”, l’intimità acustica e suggestiva della title-track, il bluesy-rock accattivante di “Lifetimes”, il crescendo di “I Don’t Wanna Know”. DVD con diversi extra.

 

RIC OCASEK  Nexterday

Ric Ocasek manca con un album solista dai tempi di “Troublizing” (1997). Ma lo storico leader dei Cars, nonché produttore super, eminenza del rock americano post-wave ormai storico, non risente del tempo passato. Come tutti gli artisti classici gli basta rispolverare uno stile che è diventato icona, fissato in un passato glorioso ma comunque ancora fresco e credibile. “Nexterday” ci parla di uno ieri-oggi-e-domani del rock come ritorno all’essenzialità della canzone e della sua esecuzione. Nel precedente album c’erano diversi coprotagonisti di rilievo, qui fa quasi tutto Ocasek, dagli strumenti alla cura. E in questo, ci riallacciamo quasi magicamente a quell’estetica della sostanza e della semplicità che fu propagata dalla new wave dei Cars e di tanti altri, in USA ed Europa. Essenzialità che se sorretta dal talento, come nel caso presente di Ocasek, produce ottimi risultati.  “Nexterday” (40 minuti, il giusto) è una sfilata di belle canzoni rock moderne. Una prova di stile da parte di un autore molto originale, che ha anche una voce inconfondibile. Nel consueto tira e molla delle influenze anni ’80, che oggi si porta molto per ricordare da dove viene la musica di tante band attuali, l’artista di culto Ric Ocasek potrebbe occupare un posto centrale. Con il suo passato ma soprattutto con questo presente: alchimia azzeccata e stilosa di elementi elettrici, melodici, giocosi, il miglior pop-rock ‘n’ roll del ventesimo secolo trasportato nel 2005. Dal diesel di “Crackpot” alla costruzione perfetta di “Bottom Dollar”, la semplice e sontuosa “Silver”, la solare e frizzante “Come On”, l’apertura killer di “I’m Thinking”, la harrisoniana “Please Don’t Let Me Down”, la spedita “It Gets Crazy”.

 

BON JOVI  Have A Nice Day

Mai deviare dalla via consueta: se si è un gruppo rock che ha fatto la propria fortuna con i chitarroni e i ritornelli a squarciagola, ad esempio, non provare a fare ciò che i Bon Jovi ci hanno offerto prima di questo album, ovvero una bruttura di disco di “riletture” mosce e malriuscite. “Have A Nice Day” è il nono album di materiale originale della band del New Jersey, e in questo senso riprende il discorso da “Bounce” uscito nel 2002, cioè un disco “medio” di rockone elettrico, ruspante e popolare. Jon Bon Jovi e i suoi possono tranquillamente viaggiare su uno standard espressivo e di genere che loro stessi (è vero) hanno contribuito a costruire da una ventina d’anni in qua. “Have A Nice Day” presenta elementi molto semplici, riff più melodie, costruzioni convenzionali ed elementari delle canzoni che comunque hanno il loro effetto.  Il sound, ovviamente, invade i più remoti anfratti dei padiglioni auricolari. Allora si tratta solo di capire quante canzoni che “funzionano” contenga l’album, se la media sia stuzzicante o perlomeno accettabile per l’appassionato. “Have A Nice Day” non aggiunge molto, ma neanche toglie, alla reputazione della band. Con l’ascolto, certe canzoni guadagnano e c’è varietà sufficiente di toni. Frizzante e ben costruita “Who Says You Can’t Go Home”. Riflessiva, ben fatta, all’insegna di un generico anelito di libertà “Bells Of Freedom”. Classico inno il singolo “Have A Nice Day”. Assortimenti elettrici, tipiche ruffianerie, toni giusti in “Last Cigarette”, “I Want To Be Loved”, “Welcome To Wherever You Are”, “Wildflower”, “Novocaine”. Si nota, in musica e testi, la voglia di allargare un po’ gli orizzonti. Edizione arricchita da un DVD con brani live.

 

IVAN SEGRETO  Fidate correnti

Ivan Segreto, artista siciliano di Sciacca trapiantato a Milano, è arrivato al secondo album con questo “Fidate correnti”. L’anno scorso il jazzista-cantautore, non ancora trentenne ma con tanta passione, gavetta e voglia di farsi sentire dalla sua, aveva stupito con l’esordio “Porta Vagnu”, guidato da una splendida title-track, sognante e personalissima, cantata in siciliano. Segreto, padrone del pianoforte ma anche di uno stile già personale, tra background afroamericano (non “swing”, per carità…) e canzone d’autore, aveva impressionato per quel suo modo “antico” di porsi, intonando le sue storie con voce “soul”, personale, offrendo quadretti di vita colorati di tonalità pastello. Per questo secondo capitolo, prodotto con la specialista Marti Jane Robertson, Ivan ha scommesso su un nuovo indirizzo, sperimentando di più con la forma canzone, dilatandola, liberandola cantando.  La corrente calda del groove, la vita e i suoi valori elementari che affiorano nei testi, talvolta naif ed elementari, che sembrano riflessioni, appunti scritti su un foglietto, animano le nuove canzoni di Ivan Segreto: nell’intento di concepire la musica come incontro, condivisione profonda, guardando noi stessi e nel cuore di chi ci ama per riuscire a stare meglio nel mondo. Condivisione che è anche grande affiatamento musicale con i due artisti che accompagnano Segreto in trio, Daniele Camarda (basso) e Pino Li Trenta (batteria). Essenzialità, flusso coinvolgente, da ascoltare con passione immediata o da centellinare col palato fino dell’intenditore. Da “Vola lontano”, bel singolo, grande melodia, al piccolo capolavoro della title-track, raro esempio di ariosità della nuova musica d’autore, e ben oltre.

 

LIGABUE  Nome e cognome

Tre anni fa, con “Fuori come va?”, Luciano Ligabue aveva lavorato sul sicuro, contando su uno standard elettrico e stilistico che poteva sopperire eventuali defaillances della composizione. Comunque su un livello discreto compessivo, con qualche canzone che sarebbe finita tra i pezzi forti dei concerti (in elettrico ed acustico). Ma in effetti il punto della resa dei conti era solo rimandato. Resa dei conti in senso buono ovviamente, ma agli artisti-simbolo come il rocker di Correggio si chiede sempre qualcosa di speciale. In questo caso una sorta di svolta, dopo un tour incredibile e un album dal vivo memorabile come “Giro d’Italia”. Ebbene, con “Nome e cognome” questa svolta c’è, non epocale ma sensibile, vitale, significativa, una ripartenza nel solco di una storia formidabile. Senza stravolgimenti ma con un pugno di nuove canzoni che conquistano.  Luciano confeziona il primo album della maturità, raccontando sentimenti che sono visti da una prospettiva corposa: quella di chi, senza tante seghe, può dire qualcosa di sensato perché ha vissuto di più. Per la prima volta, nelle sue canzoni vediamo davvero compiuta questa prospettiva, la vediamo coerente con tutto lo svolgimento dell’album. La fortuna di Ligabue, poi, è pescare una canzone come “Il giorno dei giorni” nel sacco del suo talento: spettacolare, bellissima, una delle migliori del suo repertorio. E di poter continuare con brani come “Le donne lo sanno”, veloce, squillante, emozionante, “Happy Hour”, frizzante e ironica, la dolce e riflessiva “Lettera a G.”. E poi ancora “L’amore conta”, “Giorno per giorno”, il suggello di “Sono qui per l’amore”. Sound perfetto, attuale, equilibrato. Nuova band, nuove storie. Liga è sempre lì.

 

DAVID GRAY   Life In Slow Motion

Le nuove canzoni di David Gray si fissano nel canone della migliore musica pop d’autore. Si adattano ad un sentire comune, accompagnando le nostre impressioni inconfessate: quando ci sembra di vivere al rallentatore, con una sospensione dei sentimenti che è figlia di un tempo sbagliato, di amarezza sottile e incertezza. “Life In Slow Motion”, perfetto esempio di cantautorato anglosassone di serie A, è stato manco a dirlo premiato subito con il numero 1 in classifica in Gran Bretagna. Merito di un eccellente livello della composizione. Della produzione e allestimento di Marius De Vries, curatissimi ma rispettosi della personalità dell’artista gallese (lo fanno “suonare” al meglio). Nonostante i vari, illustri punti di riferimento che possono venirci in mente, il bello è che David Gray resta comunque sé stesso, emerge e si conferma ancora una volta come un artista originale e rilevante.  Il fatto che questo album sfili praticamente senza un cedimento rappresenta per Gray una consacrazione. Il singolo “The One I Love” è una ballata con melodia che sembra venire da una zona speciale della nostra memoria, gli ultimi pensieri di chi sta morendo. “From Here You Can Almost See The Sea”, molto bella, è costruita come un meccanismo a orologeria. Amara e crepuscolare, classica “Ain’t No Love”. Acustica e solare, bellissima in chiave pop (gancio infallibile) ma con retrogusto ironico e pungente “Hospital Food”. Respiro ampio, apertura che ricorda gli U2 in “Nos Da Cariad”. Grande atmosfera in “Lately” e “Now And Always”.Un disco suggestivo, arioso, non pomposo. David Gray si siede accanto a noi come un menestrello post moderno, canta il cammino dei nostri pensieri, cattura una sensibilità diffusa.

ALEX BRITTI   Festa

 

Al primo ascolto, questo nuovo album di Alex Britti può dare un’impressione tutta centrata su un generico atteggiamento crepuscolare che si coglie nelle canzoni. Sensazione che resta valida anche in seguito, ma non esaurisce il carattere di “Festa”: certamente fa in modo che il titolo suoni come una contraddizione. Britti non compie il salto di qualità definitivo che ci si aspettava e auspicava dopo il precedente “3”, soprattutto per il carattere discontinuo del nuovo repertorio. Ma comunque si intravede qualcosa di diverso nascosto tra le pieghe di “Festa”. Un disco autoprodotto e arrangiato dal cantautore (e sopraffino chitarrista), che è “blue” nel senso della malinconia e dello struggimento sospesi ogni tanto. Un disco che contiene alcune belle canzoni, caldi toni jazzy, ceselli strumentali, ma sembra più un’insalata che un cammino organico.  Alex Britti oggi è più maturo e meno scanzonatamente pop, guarda al ricordo, alla sospensione e al contrasto del sentimento. Si confronta in alcuni episodi con Maurizio Costanzo, coautore dei testi, fa affiorare in qualche caso grandi prove strumentali. Le canzoni che ricordano di più il trademark “it.pop”, “Una” e “Polvere di marmo”, ritmate e spedite, non sono significative. Decisamente meglio “Le cose che ci uniscono”, ballata moderna, crepuscolare, con assolo super di chitarra in coda, o l’insolita, eccellente “5”, dilatata, jazzy, con groove efficace, sapore urbano con note mediterranee e la tromba di Mike Appelbaum. “Festa” è una ballatina che conquista poco a poco. “Quanto ti amo” (Costanzo) è classica in senso buono, canzone d’amore alla Britti con chitarra. Blues convincente “Un po’ con te”. Bello strumentale con aria jazz “Immagini”.

ERIC CLAPTON   Back Home

Avevamo lasciato Eric Clapton alle prese con il mentore del blues, Robert Johnson. Lo ritroviamo con il primo album di inediti dopo “Reptile” del 2001, la riunione dei Cream alla Royal Albert Hall all’attivo (“Grazie per aver aspettato tutti questi anni! Probabilmente suoneremo tutto quello che conosciamo, suoneremo il più possibile”, disse sul palco) e una terza bambina dalla moglie Melia arrivata a febbraio. Lo scenario della vita di Clapton è decisamente cambiato per questo “ritorno a casa”, aspirazione di tutti i buoni padri di famiglia alla fine di una giornata o un viaggio di lavoro: l’antitesi del viaggio metaforico iniziato con “Journeyman” nel 1989. Ritorno allo scopo di restare. “Back Home” in effetti è un viaggio nelle emozioni dell’uomo tornato alla famiglia, con una quantità di riferimenti all’amore, alla passione che si provano nella stabilità.  Potrebbe essere un disco di gran successo “adult oriented”. È costruito come un meccanismo ad orologeria del gradimento pop, su binari di enorme talento del protagonista e degli altri musicisti: un cast che comprende il coautore Simon Climie, Steve Gadd, Doyle Bramhall, Billy Preston, Steve Winwood, Pino Palladino, John Mayer, Stephen Marley. È significativo che Clapton descriva “Revolution”, scelto come singolo dai discografici, come il pezzo secondo lui più debole dell’album. A parte questo, il disco è tutta una scintilla pop-rock-blues-soul: dalla frizzante, iniziale “So Tired” alle belle cover “I’M Going Left” (S.Wonder e Syreeta), “Love Don’t Love Nobody” (Spinners), “Love Comes To Everyone” (G.Harrison), alle bellissime “Piece Of My Heart”, “One Day”, “Run Home To Me” e “Back Home”. Archetipi di un filone superclassico.

 

CRAIG DAVID   The Story Goes…

Le odierne “leggi” della fruizione popolare della musica, che passa attraverso le hit radio, programmi TV e giornali, sembrano portare fuori strada gli artisti, farli ragionare con un automatismo della convenzione pop che snatura o come minimo trasforma il loro stile originale. È quanto succede ad esempio a Craig David, giovane e talentuoso artista pop-R&B britannico, decollato con la rinascita della scena dance-garage anni fa e approdato subito a un successo stellare. Con questo terzo album, David non riesce a liberarsi dai luoghi comuni del genere, gioca su una sicurezza e mediocrità pop che lo avvicina ai Backstreet Boys, magari, ma non ne valorizza il talento. Il cantante, anche autore, racconta sentimenti e storie d’amore di una parte della generazione attuale, che passa molto tempo tra TV, negozi di abbigliamento, playstation e discoteche, con voglia di disimpegno e divertimento.  Craig David conta su una bella voce sottile, un groove e uno stile che però bisogna maneggiare con cura: parti vocali stratificate, cori e coretti nel refrain, che se scadono nella monotonia sembrano cantati col fiatone. David aveva le carte per star fuori dal mucchio delle popstar di oggi, è bravo, ma per durare deve liberarsi da certe costrizioni modaiole e puntare più alla sostanza delle canzoni. L’album contiene molti “lenti”, non sempre centrati. Da ascoltare “All The Way”, che inizia alla Marvin Gaye (Ooh baby…) e conta su groove e melodia; “Hypnotic”, R&B attuale, con vocalità spinta; “Johnny”, storia di bullismo a scuola ben raccontata; “Just Chillin’”, pezzo più funk che tiene alto il tono; “Take ‘Em Off”, lentone sexy e un po’ maranza; la sommessa, conclusiva “Let Her Go”, una bella canzone.

 

FRANZ FERDINAND   You Could Have It So Much Better

Chi l’avrebbe mai detto, che i Franz Ferdinand sarebbero diventati addirittura un fenomeno rock mondiale. O meglio, il “nuovo” gruppo rock per la stagione 2004-2005, raccogliendo premi ovunque, vendendo molto bene e facendo concerti a profusione. Come nelle migliori occasioni (recentemente con i Coldplay), la Gran Bretagna ha sfornato un fenomeno che sembra mettere d’accordo un po’ tutti, fondendo elettricità, novità, divertimento, quel pizzico di rock ‘n’ roll life che non deve mancare, tendenza pop e soldoni incassati. Se il debutto dei Franz Ferdinand aveva impressionato soprattutto per la freschezza e l’energia, anche se la qualità media dei brani non era certo eccezionale, questo seguito approfondisce tutte le caratteristiche del gruppo di Alex Kapranos, gioca, insiste sul fuoco d’artificio.  Si capisce come questo rock sia anche teatrale, una sorta di rivista di impressioni storiche con cui i FF giocano, propongono esercizi di stile. Arricchendo e colorando il loro sound, snocciolando canzoni che sembrano quadretti. La fantasia della band scozzese ricorda gli XTC (“What You Meant”) ma ci sono una marcia di velocità e pazzia in più, un groove rock ‘n’ roll più “americano”, una libertà stilistica postmoderna che aggiungono spezie al piatto. Esemplare “I’m Your Villain”, divisa tra un pulsare quasi funky e un cambio ritmo rock ‘n’ roll. Analoga, succosa sterzata, che parte da un vago bluebeat, in “You’re The Reason I’m Leaving”. Accattivante speedy pop-rock nel singolo “Do You Want To”, più strutturata, con melodia “Walk Away”, ruvidezza da garage in “Evil And A Heathen”, veloce e spumeggiante la title-track, treno in corsa funk ‘n’ roll “Outsiders”. Il gioco continua nei concerti.

 

ROLLING STONES  A Bigger Bang

Per “entrare” al meglio in un disco di inediti degli Stones, bisogna provare ad ascoltarli cercando di scordare la montagna di canzoni loro che ci sono entrate nella testa. Mettendo anche in secondo piano l’invenzione di un genere meticcio, il blues-rock ‘n’ roll (definizione di comodo, mi perdonino gli esperti), che da Jagger-Richards degli anni ’60 in poi ha scatenato una valanga nella storia della musica popolare. Bisognerebbe anche, onestamente, scordarsi di aver divorato e amato l’ultimo album dei White Stripes, che oggi sono, come lo furono gli Stones del periodo d’oro, i migliori interpreti di quel riferimento diretto alla tradizione del rock e del blues che in genere non fa invecchiare troppo la musica. Gli Stones oggi, naturalmente, si rapportano alla loro stessa tradizione.  È un gioco di rimbalzi e di scatole cinesi, nei riff, nei ritornelli, nei cori, nel groove delle canzoni di “A Bigger Bang”. Si è detto musica che non invecchia, se guarda alle basi. Nel caso di questo album si sente molto mestiere, assecondato dalla produzione dei gemelli con Don Was. Più che suonare datati, i Rolling Stones rimasticano la loro stessa classicità rimanendo a metà del guado. Con il mestiere si garantiscono un discreto livello ma non si spostano un filo da quello. Il problema è che c’è poca passione, tensione umana, nella loro musica. I brani azzeccati non mancano, ma sono episodi. È così che il rock diventa vecchio? Personalmente apprezzo “This Place Is Empty” (Richards alla voce), sincera, crepuscolare, intima, e “Laugh, I Nearly Died”, blues-soul coinvolgente. Standard OK in “Rough Justice”, “Rain Fall Down”, “Streets Of Love”, “Back Of My Hand”, “Oh No, Not You Again”, “Driving Too Fast”.

 

PAUL MCCARTNEY   Chaos And Creation In The Backyard

Ringraziamo Paul McCartney, che ci ha regalato questo gioiello di album. Che si spiega tutto o quasi con il titolo: la vita prodotto e creazione del caos, e la piccola arte della canzone che vive di alchimie spontanee dell’intelligenza. I sentimenti cantati da McCarney sono quelli elementari del quotidiano, eppure così importanti. Si potrebbe azzardare una lezioni per i ragazzini delle elementari e delle medie partendo da questi testi. È in questo che Macca è “maestro”, come tutti i grandi artisti: è uno che sa raccontare le basi della vita, del nostro rapporto con il mondo, con un respiro sincero, semplice e universale. Nonostante le sue debolezze e difetti di uomo (come tutti), l’artista riesce magicamente ad essere ancora quel ragazzo che suona la chitarra nel cortiletto di casa, nel 1962. Il “nostro” ragazzo, lo specchio di tutte le gioventù, le riflessioni e le scoperte delle nostre vite.  Produzione “naturale” di Nigel Godrich, che per Macca è stato fiero contraltare, stimolandolo, bocciandogli certe canzoni, facendogliene perfezionare altre, creando un rapporto di competizione come quello che c’era con John ai tempi dei Beatles (parola di Paul). McCartney suona quasi tutto, anche strumenti insoliti, canta, compone, crea un sound, si mette accanto a noi. E snocciola gemme fuori dalle mode, ma dentro la modernità artistica. “Fine Line” è maiuscola, corposa, spedita. “Riding To Vanity Fair”, capolavoro di modernità con un arrangiamento super, riflessione sull’amicizia. Splendida “How Kind Of You”, ballata sull’attenzione, la gentilezza. Ariosa, orchestrale “This Never Happened Before”, melodia perfetta. E poi ancora “Jenny Wren”, “Too Much Rain”, “Friends To Go”, “English Tea”.

 

ALANIS MORISSETTE  Jagged Little Pill Acoustic

Sono passati dieci anni dall’uscita di quel gioiello grezzo che rivelò il talento e il mondo di Alanis Morissette. La rockeuse canadese con “Jagged Little Pill” riprese il testimone della musica d’autore rock al femminile che aveva caratterizzato gli anni ’80, attualizzandola in chiave urgente, appassionata secondo la sensibilità elettrica tipica degli anni ’90. Con questa rilettura acustica, concepita insieme al produttore-demiurgo Glen Ballard, Alanis festeggia il decennale di un’opera sicuramente notevole. Le canzoni sfilano nell’ordine originale, anche la grafica dei titoli in copertina è la stessa, stessa la posa “doppia” della cantante sul frontespizio. In dieci anni comunque le cose sono cambiate, compresi gli accordi commerciali ora possibili per vendere un disco nelle caffetterie.  Se ci sono le canzoni va tutto bene e in effetti le canzoni restano. La struttura, l’emozione, non temono un (eccellente) cambiamento dell’arrangiamento. Il nuovo “Jagged Little Pill” (di poco più lungo) suona piuttosto come un aggiornamento generazionale. Soprattutto per le ragazze e i ragazzi che hanno vissuto la scossa originaria. E anche uno spartiacque visibile nella carriera della stessa Morissette, che in questi anni è diventata simbolo di un sentimento femminile generale anticonformista: con un peso di autorevolezza da portare, cosa che capita solo ai grandissimi. Allora, ad esempio, cambiare il testo di “Ironic” in chiave gay quando si incontra l’uomo dei sogni e poi, suo marito anziché la moglie, mostra una sintonia con il costume corrente (dichiarato anche nelle note dell’artista). Ma c’è una freschezza di fondo, una nuova emozione che appare e aggiunge un nuovo valore a queste canzoni.

TOWA TEI  Flash

Il sogno di una certa New York underground che sbarcava nel pop è arrivato al capolinea. L’ascolto di questo nuovo album solista di Towa Tei, il DJ di origine giapponese che fu anima dei Deee-Lite tra anni ’80 e ’90, suscita in effetti questa convinzione. I Deee-Lite furono la cima pop di un iceberg che apparteneva ai garage, alla house music e alla controcultura della dance nata negli anni ’80: una delle tante mutazioni della New York underground degli artisti, musicisti, pittori, performer, ballerini, cantanti, attori, registi, divorata dalla febbre malata della bellezza, della novità iconoclasta, della trasformazione dei segni culturali che arriva puntualmente, dieci anni dopo, anche sul bancone di Via Del Corso a Roma. Towa Tei, attore tra i tanti di questa scena, ha prodotto cose discrete in passato. Con “Flash”, ritorna con un suo album dopo sei anni.  L’ascolto, genericamente piacevole, di questo disco si ferma però alla superficie. L’insalatona mista di stili mostra la corda. Non è più choc e non è più chic: anche questo groove (più mentale che concretamente musicale) sembra consegnato allo scaffale dei ricordi. Il gioco delle ospitate, delle variazioni di gusto tipiche della club culture transnazionale, non spacca. Leggermente funky e melodica l’iniziale “Milky Way”, con Ryuichi Sakamoto (che sembra arruolato per luogo comune) e Yukalicious. “Sometime Samurai” con Kylie Minogue sembra una b-side qualsiasi. Risciacquatura house in “Melody” con Byron Stingily dei Ten City. Elegante “Risk Some Soul” (Luomo). Brazil-electro in “Bianco” (Arto Lindsay). Altrove abbondano giochetti e trovatine con beat e colori. Si chiude con una cover indecifrabile di “My Sharona” (mai scialona).

WALLFLOWERS  Rebel, Sweetheart

Jakob Dylan e i suoi Wallflowers sono arrivati al loro quinto album, per la prima volta prodotti da Brendan O’Brien (curatore di Pearl Jam e Bruce Springsteen). Basterebbe questa prima notizia per fare una descrizione sufficiente di questo “Rebel, Sweetheart”. Cominciando dal giovane Dylan e la sua voce, diventata familiare al pubblico americano che segue un certo rock mainstream. Continuando con i Wallflowers che hanno sempre, comunque, seguito un loro indirizzo di guitar-rock con melodie e densi richiami al passato; con O’Brien e i Pearl Jam e Bruce, che sono l’Orsa Maggiore di questo rock USA “classico” e moderno al tempo stesso. E concludendo con l’ascolto di canzoni che sono di un discreto livello medio, gradito agli appassionati, ma comunque fissano l’impressione di un supermercato del rock al quale Jakob si serve costantemente.  Il fatto è che i Wallflowers sono un esempio calzante di un modo di fare musica americano: concerti e dischi, sguardo costante ai modelli, buona perizia musicale. Una sorta di diesel che va sicuro per la sua strada. Anche se non ci entusiasma, sentiamo sfilare canzoni ben fatte formalmente, con testi discreti, begli arrangiamenti e ritornelli, un sound alla O’Brien brillante e corposo (lui ci suona anche, nei Wallflowers). Tutto bene quindi, ma ad ogni passo o quasi vediamo i faccioni di Springsteen, Zevon, Petty, Bryan Adams, Mellencamp che ci balzano davanti. Il diesel procede, ma sembra di stare nella galleria dell’Hard Rock Café, vediamo Jakob col carrello che pesca una cosa qua e una là. È il suo stile, è la sua voce, è la sua musica. Qui ancora di più, in una cartolina “Americana” che si può vedere come un’opera brillante o una borsa della spesa.

 

MISSY ELLIOTT  The Cookbook

Missy Elliott, una delle regine della musica afroamericana di oggi, torna sulla scena con il suo sesto album, all’insegna di quello che vorrebbe essere un ricco libro di ricette funky-soul-rap. Come accade in tutti i dischi di questo genere, si scorre una bella lista di produttori e ospiti: in questo senso la novità, rimarcata in modo negativo da qualche critico americano, è la presenza estremamente ridotta dello storico sodale Timbaland (impegnato solo in due brani). “The Cookbook” è da segnalare, anche per chi si avvicinasse solo ora a questa artista, come un disco di transizione: un’insalata di ritmi, groove, idee, anche poco riuscite, certo meno valida di prove come “Under Costruction” e “Miss E… So Addictive”. Come molti dischi di black music che si trovano a metà del guado, c’è in effetti un po’ troppa zavorra.  Curiosamente destano maggiore impressione, anche se non sono stellari, i pezzi in cui Missy si scioglie sul terreno soul-funky, i lenti con vocalità e melodie “convenzionali” fatti con classe e mestiere, episodi di stampo “commerciale”. Nella scaletta spicca il singolo “Lose Control” (Ciara, Fat Man Scoop) che è electro-funk potentissimo con sample di Cybotron e Hot Streak. Meglio ancora la conclusiva “Bad Man”, con le stelle dancehall Vybez Cartel e M.I.A., una bomba di groove viscerale di percussioni e vocalità. Rap-soul come va oggi, con bella misura, “Irresistible Delicious” con il vecchio leone old-school Slick Rick. Movimentata e frizzante “We Run This”, che richiama “Apache” della Sugarhill Gang. Sul versante soul-pop-funky di cui sopra, spicca il giro fantastico di “Meltdown”. Non male neanche “Teary Eyed” e “Time And Time Again”. Ma l’hip-hop è un’altra cosa.

 

MADNESS  The Dangermen Sessions Volume One

Curioso vedere i Madness che fanno come i nostri Bluebeaters, vale a dire riprendono le cover dello ska e bluebeat d’epoca, e non solo, assecondando le loro passioni di musicisti. Questo album, che è valso alla ormai “storica” formazione britannica il ritorno in studio dopo 6 anni, deriva dai concerti fatti alla fine dell’anno scorso con lo pseudonimo Dangermen. Il Dublin Castle di Camden, in quelle occasioni, riportò la band e gli estimatori accorsi agli show all’energia ed elettricità dei vecchi tempi. Così le sessions hanno visto impegnati tutti e sette i musicisti originari dei Madness, anche se il chitarrista Chris Foreman si è presto chiamato fuori. L’aria che si respira in queste canzoni è quella di un divertito e filologico (anche nelle tecniche di registrazione) ritorno alle origini: impostazione ska ma stile vintage a tutto campo, fino al R&B o al R&R.  La storia dei Madness, dallo ska-revival di fine anni ’70, è una pietra miliare del pop inglese degli ultimi 25 anni (anche i Madness hanno un musical a loro ispirato, “Our House”). Non stupisce che per questa ripartenza il gruppo abbia scelto di guardare indietro. Rivitalizzandosi con una scossa di passione e gusto musicale, e cavalcando con furbizia il repechage di brani classici a metà tra lo sconosciuto (al grande pubblico) e la potenziale riscoperta. Nel complesso un’opera valida, non prolissa, in cui ognuno può scegliere i numeri preferiti. Il sottoscritto gettona di più “I Chase The Devil Aka Ironshirt” (originariamente di Max Romeo), “You Keep Me Hanging On” (Diana Ross & The Supremes vs John Holt), “Isrealites” (Desmond Dekker), “John Jones” (Rudy Mills), “Lola” (Kinks) e “So Much Trouble In The World” (Bob Marley).

 

ALI FARKA TOURÈ & TOUMANI DIABATÈ  In The Heart Of The Moon

Non perché è diventato di moda, perché si è parlato spesso di Africa, ultimamente. Non per quell’inquieto senso di colpa degli occidentali nei confronti del terzo mondo da loro cannibalizzato, che si risolve in una ennesima affermazione di egocentrismo. Non è così che bisogna amare questo album. Piuttosto, ricordando le nostre prime emozioni di ascoltatori. Per chi ne ha sentite tante, rimettendoci con gli occhi aperti di fronte a uno di quei palcoscenici che ci regalarono bellezza spontanea, “jazz” e immediata, quando si formava la nostra capacità di discernere la musica. O, più semplicemente, tornando a giocare bambini, con sassolini fatti di ritmo e discreta narrazione, con quelle gocce di note che hanno costruito la nostra prima sensibilità musicale. L’incontro tra Ali Farka Touré, decano della chitarra del Mali, e il più giovane compatriota Toumani Diabaté, virtuoso della kora, ha prodotto un disco di spontanea creazione. Qualcosa cui ci si deve avvicinare con l’animo sgombro, viaggiando in un universo parallelo che è sì, legato ad una produzione di livello e diffusione mondiale (la World Circuit di Nick Gold), ma rappresenta l’intimità, la maestrìa dei due musicisti più grandi del Mali, che oggi raccontano la storia della musica del loro paese. Ali e Toumani, insieme, sono universali perché sono una delle tante Afriche possibili, perché ci riportano alle basi dell’espressione artistica.

“In The Heart Of The Moon” è stato registrato in presa diretta, come un dialogo tra padre e figlio. Da una parte la chitarra di Touré, dall’altra la kora, arpa africana, di Diabaté: connazionali esponenti del Nord e del Sud del Mali, virtuosi, due “musicians’ musicians”, musicisti in grado di appassionare i colleghi strumentisti di tutto il mondo come di suonare con gioia per un bambino. Accanto a loro, discretamente ad assecondare e accompagnare, ospiti come Ry Cooder, Sekou Kanté, Cachaìto Lopez. Farka Touré e Diabaté si sono messi insieme a improvvisare e interpretare: tutto è nato da un primo incontro da cui è scaturita “Kaira” e in seguito si è concretizzato questo, che è il primo album dopo oltre cinque anni con nuove registrazioni di entrambi gli artisti. “Ai Ga Bani” (strepitosa), “Kadi Kadi”, “Gomni” e “Hawa Dolo” sono di Farka Touré. “Monsieur Le Maire de Niafunké” è di Diabaté, tributo ad Ali sindaco di Niafunké. Gli altri sono tradizionali rivisitati (si ascolti la bellezza di “Kala” o “Soumbou Ya Ya”, ad esempio). Ascoltiamo questi temi strumentali che raccontano la storia recente della cultura maliana, fatta di dialogo e conflitto tra istanze e usanze: il suono della “modernità” della chitarra e quello della tradizione della kora rileggono e riportano viva ai giovani la ricca storia musicale del Mali degli anni ’50 e ’60, a cavallo dell’indipendenza. Un paese poverissimo, ma ricco di musicisti, sorrisi, voglia di raccontare la vita. Al centro questi due maestri assoluti, creatori di discrete tessiture, narrazioni ritmico-melodiche, vortici di ipnosi e cammino tranquillo, canti di festa e di riflessione.

Le session prodotte dal boss della World Circuit Nick Gold, si sono tenute sul “tetto di Bamako”, la sala delle conferenze in cima all’Hotel Mandé, che domina il corso del Niger: scenario ideale di questo incontro, ripreso da uno studio mobile in appena tre giorni. Il sound è naturale, diretto, limpido. La definizione è ottimale e si crea un magico ambiente sonoro fatto di elementi essenziali e caldi: entriamo in un mondo di vita e musica.

BRIAN ENO   Another Day On Earth

Come spiegare, oggi, un artista come Brian Eno? Sicuramente parlando di una figura completa, rinascimentale, che ha contribuito sostanzialmente a descrivere una faccia del rock e della musica contemporanea da una trentina d’anni in qua. Anche chi non sopporta certe produzioni, da musicista o curatore, di Eno, non può rimanere indifferente di fronte alla sua opera. Tra i tanti Eno che abbiamo conosciuto, quello autore e interprete di “canzoni” mancava da circa venticinque anni. “Another Day On Earth” è appunto un album di canzoni, come può farne Brian Eno. Un disco in cui si bilanciano mirabilmente suoni strumentali e vocali, si scolpisce l’essenza di un rapporto positivo tra tecnologia e passione. Ecco quindi che si spiega così la nuova musica di Eno: canzoni che non rinunciano ad essere ambienti sonori, figure dipinte da un maestro.  I quadri della galleria di “Another Day On Earth” richiamano diversi elementi del passato di musicista e produttore di Eno. In questo senso non è musica “nuova” bensì moderna: rimette e riordina sul tavolo, organizza nella forma canzone, alcuni importanti e originali dettati stilistici frequentati da Eno in tanti anni. Chi ha amato la musica ambientale, da solista, o certe produzioni di ricerca di Eno, troverà riferimenti e riagganci in questi brani. Chi vuole capire da dove arriva tanta musica di oggi può accomodarsi. Suggestivo e classico alla Eno l’incipit ideale di “This”. Suoni trattati, elettronica, ambienti, bellissime idee in “Bonebomb”, “And Then So Clear” e “Going Unconscious”. Trattamenti vocali in “Passing Over” e “Bottom Liners”. Bel singolo, ballata con violini, “How Many Worlds”. Ritmo, vocalità e melodia in “Just Another Day” e “Under”.

 ALBERTO FORTIS   Fiori sullo schermo futuro

Mai dire mai. Mai pensare di essere passati per non tornare più. Mai credere di non poter più sostenere una sfida musicale. Inizia con questo sentimento, spiegato in un’ottima ballata rock segnata da un’armonica, il nuovo album di Alberto Fortis. Un disco, questo “Fiori sullo schermo futuro”, pienamente convincente nel genere e nel solco dello stile storico dell’autore. Costruito con suoni chiari, freschi, cantato apertamente, infarcito di elettricità, melodie, ben arrangiato, ben suonato, classicamente piazzato in quell’orbita geostazionaria del rock che torna ogni tanto attuale e interessante, seguendo i corsi e ricorsi del gusto. Un disco che vale semplicemente perché ha le canzoni, la materia prima che sempre discrimina la qualità. E, se ci sono quelle, non conta poi molto parlare di immagini sonore, percorso “filmico” che può affiorare tra le note dell’album.  Conta invece sottolineare che Fortis ha registrato “Fiori sullo schermo futuro” con la sua vecchia famiglia di musicisti, in maniera ruspante e quasi sempre convincente. Un album costruito sull’emozione e sull’istinto, che ha qualche collegamento con i sentimenti che a suo tempo generarono “La grande grotta”. Fortis, tra piano, armonica, chitarra e voce, ha prodotto il disco col bassista Franco Cristaldi. Le canzoni sfilano con grande fluidità. Dall’iniziale singolo “Mai dire mai”, all’esemplare “Dentro nel fiume”, la bella e ben costruita “Avalon”, la coinvolgente, frizzante, da radio “All Right”, la ballata “Innamorata”, condita con un certo birignao, la lunga “Quieres Love”, con citazioni sparse, la riflessiva “Luna park”, l’aperta, sognante “Due parole” e così via. Accluso un DVD con curiosità, immagini, inediti.

 

THE BLACK EYED PEAS   Monkey Business

Quarto album della formazione hip-hop americana che ha sbancato con il precedente “Elephunk”: disco trainato dal singolo “Where Is The Love”, che per mesi, pur essendo un’ottima canzone black, fece la figura della saponetta sonora. I Black Eyed Peas occupano quella nicchia del mondo hip-hop e funky che ha i più consistenti contatti con il pop puro e semplice. Da loro non bisogna aspettarsi hardcore, ma divertimento e beat, anche se talvolta “consapevole”. La band si dedica stavolta a sporchi affari (monkey business) ospitando Justin Timberlake (che era in “Where Is The Love”) James Brown e Sting. La scelta degli spunti musicali (leggi sample) è ancora una volta molto paracula: si ascolti la fresca e frizzante “Don’t Lie”, ad esempio, costruita sull’aria di “The Ruler’s Back” di Slick Rick, oppure la partenza a razzo di “Pump It”, che riprende “Misirlou” di Dick Dale (chi ricorda Pulp Fiction?).  Quasi tutti i brani dell’album contengono una citazione giusta, su cui i quattro Peas possono sbizzarrirsi a dovere. Se avete quattordici anni o giù di lì, viaggiate in skateboard con i pantaloni larghi, le scarpe giuste, vi piace la breakdance, il groove di “Monkey Business” vale la pena di un giro, sicuramente. Ma la fruizione può essere larghissima, insinuarsi tra le creme abbronzanti e qualsiasi player MP3. Per una volta, buttiamoci nel party. Con la frizzante “Don’t Phunk With My Heart”, la sfacciata “My Humps”, la bella “Like That” (Q-Tip, Talib Kweli, Cee-Lo, John Legend), la carica di “Feel It”, l’atmosfera di “Gone Going” (Jack Johnson), il funk di “They Don’t Want Music” (James Brown), il groove di “Disco Club” o l’incedere di “Union” (Sting) che cita “Engishman in New York”.

 

JAMIROQUAI    Dynamite

Tornano i Jamiroquai, a quattro anni di distanza dal precedente “A Funk Odyssey”, e non sembra cambiato molto nell’orizzonte della formazione pop-funk guidata da Jason Kay. Il leader con cui si identifica il gruppo, nel suo passato recente ha percorso tutti i luoghi comuni con cui è infarcita la vita delle star: cocaina in abbondanza, donne, macchine sportive lanciate a tutta birra e patenti ritirate, liti con i paparazzi. Nello star system musicale, Kay è il contraltare funky del campione rock Lenny Kravitz: come lui ormai si affida alla maniera di uno stile personale per sbarcare il lunario (si fa per dire) e confezionare dischi nuovi. Ma, in quanto a sostanza musicale, si piazza ben sotto Kravitz se dobbiamo considerare questo “Dynamite”. Un disco che sembra fatto con il manuale Cencelli del funky-pop: un po’ di questo, un po’ di quello, spolveratina di impegno, suono pompato, groove etc.  Jason Kay ha composto le canzoni insieme al chitarrista Rob Harris e al tastierista Matt Johnson, con la produzione di Mike Spencer. Rispetto al precedente album, un passo indietro semplicemente perché non si va da nessuna parte e ci sono poche canzoni da ricordare. Il sound comunque è alla moda, e non deluderà gli appassionati di bocca buona. Il singolo iniziale, “Feels Just Like It Should”, è tirato, un po’ troppo pieno e ossessivo, ma funziona. La title-track, carina, sembra un pezzo degli Chic. “Seven Days In Sunny June” è una canzone vera e propria, in chiave pop. Preghiera contro l’odio su base funky-disco “Starchild”, ruffiana e piaciona “Talullah”, beat convincente in “Black Devil Car”. Kay prova a fare ancora il pacifista o a pungere Bush, ma il contesto è stridente e stucchevole.

 

SHAKIRA  Fijaciòn Oral Vol.1

Anche se è una “pop goddess”, una dea del pop internazionale che risponde a tutti i meccanismi (anche i più biechi) del business, Shakira rappresenta un deciso cambiamento nel modo di proporre e consumare musica a livello globale. Con il suo talento, il suo successo, una presenza scenica invidiabile, la stella colombiana va ben oltre i cliché sul ron Pampero da trincare tra sudati avventori nei peggiori bar di Caracas. È grazie a Shakira e a pochi altri che il mondo ispanico sta diventando protagonista nella musica popolare globale, trascinando attenzione su tanti artisti anche di nicchia. La decisione di tornare con questo primo (solo in spagnolo) di due album paralleli, ha subito pagato, con il record di vendite in USA per un disco ispanico. Shakira ha annunciato “Fijaciòn Oral” come la sua opera più eclettica. E in effetti c’è molta varietà.  Lo stile vocale di Shakira, così peculiare, unisce toni soffusi a pieni corposi e talvolta gutturali. È lei che dà l’impronta alle canzoni che canta (e compone) con questa voce, le trasforma. La produzione di Rick Rubin asseconda un vario calderone pop, costruisce un bel sound intorno alla protagonista. Scorrendo la scaletta, si trovano diversi brani interessanti. Dall’apertura di “En Tus Pupilas”, una bella canzone su toni di ballata, al frizzante duetto “La Tortura” con lo spagnolo Alejandro Sanz. Raffinata aria old fashion e vago sapore bossa in “Obtener Un Si”. Ottimo pop-rock “Dia Especial”, ballata con pregevoli sfumature “No”, grande melodia pop-rock in “Dia De Enero”. “Escondite Inglès”, ritmato in chiave ska-rock, potrebbe essere stato un pezzo dei No Doubt, ma è un po’ sopra le righe. DVD aggiunto con videoclip e contenuti extra.

 

WHITE STRIPES  Get Behind Me Satan

I White Stripes hanno abituato il mondo a considerare da una prospettiva diversa la musica elettrica. Come un prodotto di passione istantanea, fatta con due strumenti, chitarra e batteria, o poco più, e incisa direttamente senza infingimenti e trucchi. Naturalezza insolente, rispetto a tutti i meccanismi correnti della produzione e del consumo. Genuina espressione che ha conquistato una platea mondiale col successo del capolavoro “Elephant”. Oggi i White Stripes rappresentano il legame più credibile con la tradizione del rock ‘n’ roll. E proprio per questo sono moderni. Ascoltando “Get Behind Me Satan”, anche troppo oscuro e rozzo nel sound (perlomeno dalla copia in vinile) si ripiomba in un mondo fuori dal tempo. I pochi strumenti in gioco sono combinati con grande perizia per far risultare un insieme coerente e originale.  I White Stripes sono cambiati: si ascoltano tanto marimba, piano e corde acustiche, brani blues e country-folk, ballate di puro conio. I White Stripes non sono cambiati: tutto è ricondotto ancora al loro stile, alla loro incredibile carica, qui arricchita da invenzioni armoniche. Ci sono agganci ai Led Zeppelin, elettrici e acustici, Robert Plant, gli Stones, Hendrix… Jack White si conferma come un interprete geniale delle radici del rock e questo album conquista con ascolti ripetuti e non sfigura affatto rispetto a “Elephant”. È quasi tutto super. “As Ugly As I Seem” bellissima e calda, confina col folk-rock. “Take, Take, Take” è una sfuriata alla Led Zep. “I’m Lonely” una classica ballata country. Elettricità e atmosfera in “The Nurse”. Ottime ed esemplari anche “My Doorbell”, “Forever For Her”, “The Denial Twist”, “White Moon”, “Instinct Blues”, “Blue Orchid”.

 

SUD SOUND SYSTEM   Acqua pe sta terra

È il quinto album in studio del Sud Sound System, la formazione ragga-dancehall salentina che rappresenta uno degli esempi più belli, più dolci e appassionati della fusione culturale e stilistica che molta musica ci ha regalato negli ultimi vent’anni. Nandu Popu, Don Rico e Terron Fabio, popolarissimi nel circuito reggae internazionale, possono oggi tranquillamente viaggiare su livelli espressivi intensi, taglienti e di livello mondiale. Dimostrazione della vera “globalità” di musica e temi, quando si incontrano e brillano insieme stili e linguaggi che sembrerebbero lontani. Ma si rischia di cadere nel banale, ormai, sottilineando ancora queste prerogative. “Acqua pe sta terra” comunque è un buon album, con un sound caldo e armonioso, beat e melodie, fiumi di rime che si intrecciano, groove. Annunciato come una prova di maturità per il Sud Sound System, non delude l’attesa.  Da notare le ospitate di rilievo, grandi nomi del reggae come Luciano, Chico, Anthony Johnson e General Levy, che aggiungono spezie ad un piatto già molto saporito. Gli episodi con gli ospiti spiccano anche perche il SSS in questi casi fa scintille, aumenta le sue potenzialità: e da questo si capisce che la formazione può crescere ancora. L’iniziale “Ciao amore”, dolce nel suono con venature soul, bellissimi fiati, è l’esemplare storia di un emigrante che simboleggia tutti i migranti. Ottima, stilosa “Now Is The Time” (Luciano). Decisa e cruda “Giungla”. Arrangiamento super, caledoscopio musicale in “Strade rosse”, scoppiettante la title-track (Chico), classica e mistica “Jah Jah Is Calling” (A.Johnson). Fuochi d’artificio alla fine con “Nun te fa futtere” (G.Levy) e “Reggae Calypso”, con un Don Rico superlativo.

 

GIANLUCA GRIGNANI   Il Re del niente

Io che muoio e vivo una vita normale, che me ne accorgo cercando qualcosa di speciale, io che non esisto ma che non voglio morire, sono il Re del niente, statemi a sentire: sono le parole di un Gianluca Grignani che si sintonizza su un intimo disagio collettivo, su quel non so che che ha preso più o meno tutti ad un certo punto, cercando una propria credibile identità. Quanti ragazzi, oggi, si sentono re del niente? E dire che questa è musica pop, canzone. Ma è fatta da uno come Grignani, che è un vero artista: con un suo stile, popolare, talvolta sgangherato ma capace spesso di trovare la sintonia che conta in questo campo, quella con il tizio che sta al bancone del bar o in fila al fast food. “Il Re del niente” è una raccolta di canzoni pop-rock di grande artigianato, il prodotto medio di qualità di cui c’è bisogno.  Il modo migliore, per Grignani, di iniziare una nuova fase della carriera, che è anche vita accanto alla moglie Francesca e alla figlia Ginevra: recuperando i segni migliori del suo stile pop, raccontando emozioni, con le melodie al punto giusto. Nel suo genere, davvero un bell’album. Il livello dei brani è alto e i punti fermi sono l’iniziale “Bambina dallo spazio”, bellissima ballata che sta tra “La mia storia tra le dita” e “La fabbrica di plastica”; “Il Re del niente” appunto, leggermente elettrica, costruita semplicemente e classica alla Grignani; la splendida, conclusiva “Che ne sarà di noi” (dal film omonimo), una delle canzoni più belle del cantautore milanese. Buono l’equilibrio di sonorità acustiche ed elettriche, produzione eccellente. Da ricordare anche “Arrivi tu”, “Un giorno azzurro”, “Sotto la notte viola”, “La Terra è un’arancia”, “Una storia infinita”.

 

BILLY CORGAN  TheFutureEmbrace

Una bella carriera alle spalle, Smashing Pumpkins, recentemente Zwan, e tanta voglia di iniziarne una nuova, come solista a tutto tondo. Questo è il Billy Corgan di oggi, musicista del rock moderno, o alternativo che dir si voglia, che è già diventato storia, con un’attività pluriennale all’attivo. Corgan è un rappresentante generazionale del rock americano e un disco come questo suscita subito una certa curiosità. Ma diciamo subito che se l’artista di Chicago poteva o potrebbe aspirare ad un percorso alla Lou Reed post Velvet (parlando sempre di una certa area musicale), il risultato di questo album è contraddittorio. “TheFutureEmbrace” è un soufflé elettrico composto in buona parte da canzoni belle e di impostazione decisamente pop (diversi testi “d’amore”) che non “escono” a dovere invischiate e incastonate come sono nel muro rock che le ospita.  La voce del protagonista è quasi sempre dentro: vengono alla mente certa dark wave inglese degli anni ’80 e venature industriali e hard (queste derivate da certa musica degli Zwan) che vanno forte, al momento. I ritmi oscuri, le spesse stratificazioni, il continuo di chitarra, il diluvio di effetti che aggiungono anziché asciugare, il rock denso come petrolio, sembrano un appesantimento. Scelta deliberata e di una certa suggestione: ma l’essenza di oscure imprevedibilità sentimentali è sviata. Veloce, spaziale, bella “DIA” (con Jimmy Chamberlin dei Pumpkins). Inquieta, lenta e bowiana, spicca “Now (And Then)”. Prince incontra i Cure di “Pornography” in “Sorrows (In Blue)”. Ben costruita, quasi pop “Pretty, Pretty STAR”. Rarefatta, equilibrata, eccellente “Strayz”. Cover spaziale e intensa, con Robert Smith, “To Love Somebody” (Bee Gees).

OASIS  Don’t Believe The Truth

Prima hanno fatto e disfatto per arrivare a concepire quest’album, poi hanno mandato al diavolo la casa discografica affermando di avere tante altre canzoni da pubblicare in futuro (con un’altra azienda). Alla vigilia dell’uscita di “Don’t Believe The Truth”, gli Oasis hanno rimesso in moto il meccanismo di polemiche, attesa (concerti esauriti), tensione sul filo che ha caratterizzato tutta la loro epopea rock. A tre anni da un album egregio come “Heathen Chemistry”, continuano a lavorare in gruppo e anche questo disco è una raccolta di canzoni firmate da tutti. Le migliori, però, sono quelle di Noel Gallagher, mentre delude un po’, nel complesso, il materiale del fratello Liam. Questo album è una parata di atmosfere e citazioni, un gioco aperto con gli stili e la storia del rock britannico, e con lo stesso stile Oasis.  Non è un lavoro così bello come il precedente. Continua con una buona varietà, può far contenti i fan e consolida la vena matura degli Oasis. Dopo aurea accademia e citazionismo spinto, si decolla nel finale. Il singolo “Lyla” (Noel) non si digerisce, attapirato com’è su “Street Fighting Man” degli Stones. E così “Guess God Thinks I’m Abel” (Liam), ballata carina, che però evoca “I Wanna Be Your Man”. Questa percezione falsata è fastidiosa. Meglio la nervosa ed essenziale “The Meaning Of Soul” (Liam). Ma gli ultimi quattro gioielli alzano il tono. “Part Of The Queue” (Noel), veloce, chitarre super, pop-rock al massimo. “Keep The Dream Alive” (Bell), con melodia, tensione, echi retrò. “A Bell Will Ring” (Archer), elettrica, coinvolgente, post beatlesiana. “Let There Be Love” (Noel), bellissima ballata-suggello alla Lennon che riflette il talento briccone degli Oasis.

 

KEREN ANN   Nolita

Keren Ann Zeidel, cittadina del mondo di origine israeliana, ma tanto francese quanto, ultimamente, “americana”, è uno dei personaggi di punta di una nuova scena musicale transnazionale che può trovare esempi pregevoli (ma non paragoni stilistici) da Bjork agli Air agli Yo La Tengo. Sono coloro che in qualche maniera stanno riscrivendo il concetto della musica d’autore, fondandolo su una attenzione essenziale all’atmosfera musicale, alle coloriture, agli effetti, alla forma che si fonde con la sostanza della parola e la trasfigura. La voce di Keren Ann è spessa un filo e viaggia su distillati elementi che spaziano dalla ninnananna chic al folk geneticamente modificato. Musica quasi inafferrabile, impalpabile come un profumo. Storie che sono sketch sulle emozioni, sofisticati appunti, notturne impressioni presentate con ineffabile nonchalance.  “Nolita”, dalla zona di New York dove Keren Ann ha lavorato, è il quarto album dell’artista ed è registrato in francese ed inglese. La cantante è molto nota in Francia per la collaborazione con Benjamin Biolay (insieme hanno “rilanciato” anni fa Henri Salvador). In questo caso, dopo un album acclamato come “Not Going Anywhere” ha scelto di spaziare con diversi ingredienti musicali, sempre lasciando grande evidenza per gli archi: si intuisce un tenue collegamento con le pitture sonore di Brian Wilson e Van Dyke Parks. Tensioni drammatiche con un retrogusto di grazia, melodie sommesse, acustica, vocalità singolari, sensualità. Keren Ann è la classica artista che si ama incondizionatamente oppure si detesta. Ma il livello di “Nolita” è obiettivamente eccellente, con “L’Onde amère”, “Chelsea Burns”, “Nolita”, “La forme et le fond”, “For You And I”.

 

LORENZO JOVANOTTI CHERUBINI  Buon sangue 2005

Arrivato all’anno di grazia 2005, Lorenzo Jovanotti Cherubini ci suona nella mente come un fratello con cui, anche se siamo di generazioni diverse, bene o male siamo cresciuti. Uno che da ragazzo smarronava spesso, poi si è aperto, ha conquistato una sua personalità musicale, ha fatto cose grandissime e si è avviato all’esagerazione autoreferenziale, tracimando nel senso opposto. Non foss’altro che per un pugno di dischi, e per un tour “revue” che resterà mitico nella storia della musica italiana, si dovrebbe rispettarlo. Funky, rap, canzone, invenzione, ricerca, sapori esotici, sguardo umanitario globale, pro e contro, bene e meno bene, su e giù: Lorenzo oggi è tradizionalmente, naturalmente questo. “Buon sangue” è un album-bignami del suo stile, senza troppe sorprese. Rifugio d’artista, alla fine di un periodo non poco confuso, baciato subito dall’apertura di credito del successo.  Dovendo riagganciare un’altra generazione di ascoltatori, Lorenzo si è incamminato per la via mediana che non scontenta i conoscitori e può avvicinare i neofiti. Usando elettronica, begli arrangiamenti, i colori classici della sua tavolozza (il sound è eccellente). Raccontandosi più volte interdetto, relativista ma dopotutto realista, concludendo che tutti siamo figli dell’umanità: si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione. Lavorando bene con Michele Canova, Stefano Fontana, Planet Funk. Il singolo “(Tanto)” non convince e può sviare, prevenire. Buon versante pop in “Mi fido di te” e “La valigia”. Ritmo giusto in “Coraggio”, “Falla girare”. Ottimo groove in “Penelope” (con Edoardo Bennato). Misura brasileira, eleganza in “La voglia di libertà”. Idea crepuscolare alla Tenco “Una storia d’amore”.

 

BRUCE SPRINGSTEEN  Devils & Dust

Bruce Springsteen non avrebbe potuto far seguire allo sconvolgente “The Rising” un simile percorso elettrico. Così, anche per rispettare una regola non scritta che vuole una volta ogni decennio, da “Nebraska” in poi, un ripiegamento nella descrizione intimista e folk, ha raccolto un pugno di vecchie e nuove canzoni per questo “Devils & Dust”. Album marcatamente cantautorale nel senso del folksinger Made in USA: con Dylan convitato di pietra che troneggia, o un ologramma di Neil Young sullo sfondo, ma pur sempre un disco di Bruce. Con la sua capacità di scrivere storie, di indovinare le parole giuste per uno stato d’animo, l’immagine adatta per una vita buttata. Con la voglia di colori smorti per un sound perlopiù acustico, alternato a parti più elettriche e corpose. Comunque a buona distanza da “The Rising”, da tutti i punti di vista. La produzione è sempre di Brendan O’Brien, il Boss canta e suona con O’Brien al basso, Steve Jordan alla batteria, Soozie Tyrrell al violino, Chuck Plotkin, Dan Federici, Patti Scialfa, Nashville String Machine e così via. Dopo lo shock emozionale di “The Rising” e del tour che ne è seguito, Springsteen ha riconquistato il centro della scena l’anno scorso, lanciando l’opposizione a Bush, invocando la fine di un divario economico “che minaccia di distruggere il nostro contratto sociale e di annullare la promessa di una nazione indivisibile”. Parole sfortunate, perché Bush è stato rieletto, ma il Boss si era ancora posizionato accanto alla gente. Poi in “Devils & Dust” ha fatto sfilare quadri umani, più o meno riusciti, in cui le lotte dell’anima si sostituiscono ai sentori collettivi.  Concettualmente, Bruce torna ad essere un uomo e una chitarra, come agli inizi quando si nutriva di Dylan. “Devils & Dust” è un album di transizione, ma fatto da un artista che riserva sempre qualche gemma. La title-track, scritta all’inizio della guerra in Iraq, è l’unico legame con il Boss pubblico: ricerca di sopravvivenza in una lotta in cui si suppone Dio dalla propria parte. Imposta la chiave musicale del disco: suoni raccolti e certe armonie conferiscono all’insieme una certa tensione drammaturgica. “Reno” è tema crudo, l’incontro con una prostituta, reso in maniera essenziale ed esemplare. Come eccellente, commovente, è il racconto di “The Hitter”, storia di un pugile e della sua vita alla resa dei conti. Bella e convincente “Maria’s Bed”, che da sapori folk e country decolla in rock. Suggestiva “Silver Palomino”, storia di gioventù e dolore per la perdita della madre, archetipo americano. Preghiera di semplice e grande bellezza “Jesus Was An Only Son”. Ferma narrazione folk “Matamoros Banks”. Annesso un DVD con la parte audio dell’album (canzoni e testi, opzioni PCM Stereo e Dolby Digital 5.1 Surround) e un live intimo di una mezz’ora con cinque canzoni e spiegazioni un po’ didascaliche della musica. La regia è di Danny Clinch, su tonalità crepuscolari, asciutte e invernali: riprese effetuate nel New Jersey in una casa americana senza tempo, in una sospensione del sentimento senza tempo.  Brendan O’Brien è il produttore e confezionatore di suoni più classico della “americana” di questi ultimi anni. In questo caso ha a che fare con colori sfumati, suoni sparsi, come pure con rutilanti rocker (“All The Way Home”). Complessivamente un buon lavoro sonoro, ben strutturato ma senza invenzioni o rivelazioni particolari, sulla strada di un mainstream senza scossoni fatto apposta per un pubblico che vuole andare sul sicuro.

 

AA.VV.   Le storie di Mogol

Dopo le avventure di Lucio Battisti e Mogol, arriva un altro triplo CD con le storie di Mogol, le canzoni firmate dal grande e prolifico paroliere Giulio Rapetti da molti anni in qua. Cinquanta brani che rivelano buona parte del gusto italiano nella musica leggera, cominciando da “Al di là” di Luciano Tajoli, vincitrice al Festival di Sanremo del 1961 (prima delle vittorie di Mogol). Gusto italiano che è cambiato e si è trasformato soprattutto negli ultimi quindici anni, e naviga oggi nella tempesta di una rivoluzione del consumo che stravolge anche la promozione del talento. Le storie, piccole o meno, scritte da Mogol probabilmente consegnano una certa canzone italiana alla storia. Ma non storicizzano un modo di lavorare che ha sempre fuso “pezzi della vita” con la musica. Che ha raccontato, quando c’era da raccontare, sentimenti semplici o squassanti.  La raccolta contiene un libretto con tutti i testi delle canzoni, meno quello de “L’arcobaleno”, la canzone “suggerita” da Battisti tra sogno e visione. Vengono riproposti, con le ripuliture digitali, i suoni d’epoca delle canzoni, dagli anni ’60 in poi. Le storie di Mogol viaggiano a fasi alterne, tra impressioni fulminanti e comunicazione popolare. Ma non c’è mai l’ombra della banalità: si rivela una scuola della parola in musica che ha saputo spesso, e magistralmente, sintonizzarsi su un sentimento collettivo. Esemplari le traduzioni delle cover “A chi” (Fausto Leali), “Senza Luce” (Wess) e “Che colpa abbiamo noi” (The Rokes). Si vola tra le voci e la musica di Bongusto, Mina, Caselli, Tenco, Dorelli, Equipe 84, Patty Pravo, Bennato, Modugno, PFM, Lauzi, Battisti, Gaetano, Cocciante, Mango, Bella, Morandi, Lavezzi, Celentano.

 

ROBERT PLANT – STRANGE SENSATION   Mighty Rearranger

È divertente e tonificante, in quest’epoca di cloni, ascoltare un originale al massimo della sua forma, accompagnato da una band di musicisti in gamba. È il caso di questo ottimo nuovo album di Robert Plant con gli Strange Sensation, che suona come un ponte tra passato e presente, ma anche attraverso sapori, culture musicali, impressioni legate alla grande passione dell’artista per il Marocco, il deserto e la sensibilità dei Tuareg. “Mighty Rearranger” è una scossa, una boccata d’aria nuova, un disco suonato come pochi, cantato da un nume tutelare del rock che conserva verve e perizia, calore e comunicativa. Un disco moderno, senza etichette scomode, in cui si possono però trovare diversi agganci con l’era Led Zeppelin, positivi e concreti. Ben piazzato nella storia solista di Plant, con sapori rock, blues e di musiche del mondo. Da sentire a casa o, possibilmente, in concerto.  “Mighty Rearranger” è il nono album solista di Plant, che segue un’opera interessante, fatta perlopiù di cover, come “Dreamland” (2002). Il disco, curiosamente e gustosamente un po’ fricchettone nell’approccio generale, decolla come un vento caldo che si alza progressivamente. L’affiatamento tra Plant e la band funziona. L’iniziale “Another Tribe”, aperta tra etno e rock, è esemplificativa di tutto ciò che segue. Boogie blues veloce “Freedom Fries”, suggestiva e bella “All The Kings Horses”, rock-etno, vagamente hendrixiana “Dancing In Heaven”, molto bella, incalzante e sciamanica, con sfondo acustico “Somebody Knocking”, intensa, notturna e bluesy “Let The Four Winds Blow”, veloce rock-blues vecchio stile, frizzante, “Mighty Rearranger”. Chiusura con una bizzarra ghost track etno-dance, diversa dal resto.

 

EELS  Blinking Lights And Other Revelations

Procede quasi in parallelo al ritorno del suo affine Beck (con uno degli album dell’anno) la pubblicazione del nuovo album degli Eels di Mark Oliver Everett, altro personaggio chiave dell’America “alternativa” del songwriting di questi ultimi dieci anni. “Blinking Lights” è un’opera impegnativa, un doppio “epico” espressamente dedicato “a Dio e tutte le questioni correlate al soggetto di Dio”, una “lettera d’amore alla vita” da parte di un artista aggrappato ai suoi “ultimi brandelli di sanità”. Come premessa, niente male. In effetti il precedente, ottimo “Shootenanny!” era stato registrato quasi di getto in una pausa al lavoro di otto anni a “Blinking Lights”, che appare disco profondamente autobiografico, introspettivo, macerato ma alla ricerca costante della luce e della salvezza personale. Un’opera legata anche a tristi episodi della vita personale dell’artista, a fantasmi con cui bisogna sempre fare i conti.  Nella vita è così, gioie ed esperienze di ognuno possono trovare un riferimento in quelli di una persona problematica e difficile come Everett. Che qui si distacca dagli esercizi di stile di “Shootenanny!” per tentare il disco della vita, che sappia mostrare dolori e riscatti simultaneamente, come spesso ha fatto in precedenza. “Blinking Lights” è un album molto bello. Un lungo racconto che non stanca, fatto di una gamma di sentimenti descritti in modo essenziale, da una voce spesso oscura, immersa in quadri a tinte lunari. Tra rock ‘n’ roll, melodia, ninnananna, folk, ruvida atmosfera, ballate, humour, idee singolari. Ospiti Tom Waits, John Sebastian, Peter Buck. Nel suo angolo di un universo senza significato, Mark Oliver Everett ha radunato sparse, luminose carte di vita.

 

GORILLAZ  Demon Days

Singolare che il destino di una major (è stato detto dai suoi responsabili) dipenda dal successo di dischi come questo. E lo slittamento d’uscita di “Demon Days” al 2005, ha in effetti provocato una parte di “rosso” nelle casse della sua discografica. Perché i Gorillaz sono l’archetipo del gruppo pop del 2000. Unificano una serie di tendenze artistiche e di groove che vengono da lontano (ad esempio i Deee-Lite di 15 anni fa), le rimescolano e attualizzano. Gruppo cartoon nelle apparenze, con la voce di Damon Albarn-2D e la sostanza musicale di Noodle, Murdoc e Russell Hobbs: hip-hop, rock, funk, materiale da riporto post-tecnologico, per commentare tempi di “assenza di pensiero” governati dai dèmoni, in cui per contrappasso è il dèmone dell’azione che porterà alle soluzioni. L’album, prodotto da Albarn e dal DJ Danger Mouse, schiera molti ospiti.  I Gorillaz affiancano alle loro idee contributi di Neneh Cherry, Shaun Ryder, Roots Manuva, Ike Turner o Dennis Hopper. Gli attori sono ricondotti alla logica del complesso: elettronica, rarefazione, una certa indolenza, per un tratto l’atmosfera da videogioco portato in musica. Sembra un assemblaggio di impressioni, senza troppa organizzazione. Venderà? È un disco “avanti” o una furbata all’inglese? Tipo, vediamo l’effetto che fa. Ma l’album non è tutto così, decolla nella seconda parte. Il singolo “Feel Good Inc.” è veloce e divertente hip-pop (De La Soul). “El Mañana” vale per atmosfera e arrangiamento. Corposo, con rap gagliardo, riuscito “All Alone” (Roots Manuva, Martina Topley-Bird). Bee Gees con antenne da marziani in “DARE” (S.Ryder). Funky e dark in “Fire Coming Out...” (D.Hopper). Finale con echi Beach Boys e gospel alla Lambchop.

 

FRANCESCO DE GREGORI   Pezzi

È una realtà a pezzi, un puzzle da ricomporre, semmai ci riuscissimo, il mondo secondo Francesco De Gregori. “Pezzi” è un album che non lascia indifferenti, che dice qualcosa finalmente, nel mare dei saprei, vorrei, farei. Per chi rischia per viltà un gran rifiuto, c’è l’impatto degregoriano al 100% di “Vai in Africa, Celestino!”: rock brillante, veloce, scossa alle remore e ai pudori di un paese rancoroso dove nero e bianco sembrano persino uguali. Ma è più avanti, in questo disco asciutto, dal suono rock e spontaneo, dove spesso incombe il tempo di guerra e di morte, che l’autore fotografa la realtà e risponde alla “Io non mi sento italiano” di Gaber che pure aveva una conclusione aperta e conciliante. De Gregori non concilia: conclude “Tempo reale” dicendo “se potessi rinascere ancora preferirei non rinascere qua”, in questo paese dove “se rubi non muore nessuno e dove il crimine paga… di ricchi e di esuberi e tasse pagate dai poveri”.  Siamo di fronte a un’opera rara nella nostra deprimente musica. Un disco senza riempitivi, prodotto da Guido Guglielminetti e firmato tutto da De Gregori. “Parole a memoria”, ballata elettrica, struggente, su ricordo e sentimento, la può cantare solo un artista maturo, ma non nostalgico. E così pure è per l’amore di “Passato remoto”. Ma l’inferno avanza nella visione lugubre di “Numeri da scaricare”, un sipario di fiamme e morte si chiude su “Il panorama di Betlemme”. Non c’è più posto per marce trionfali in “Gambadilegno a Parigi”. Un chiaro di luna illumina sogni e ideali perduti nella classica “Le lacrime di Nemo”. Alla fine, ne “Il vestito del violinista”, il sole spunta dall’altra parte del muro: i falegnami che fabbricano il futuro siamo noi.

 

NEW ORDER   Wating For The Sirens’ Call

Dopo gli ultimi album di Cure e Morrissey, usciti l’anno scorso, tocca anche ai New Order battere il colpo con un nuovo lavoro. E, tra i protagonisti della vecchia guardia rock-wave britannica, ci riescono davvero meglio di tutti, regolando l’ex Smiths e battendo nettamente Robert Smith. In una generazione musicale ormai storica, la band di Bernard Sumner riesce a reinventarsi con un disco di stile e classe: il modo migliore per citarsi ancora, per lavorare di maniera. Un album, questo, molto ritmato, con tanti suoni di chitarra, tessiture, armonie, melodie. I New Order suonano un po’ diversi e forse anche per questo sembrano più freschi. Con la proverbiale sottile tensione emozionale, la lama della velocità e della bellezza, propongono la migliore incarnazione della modernità rock. Concetto di largo respiro e profondità: si è “moderni” se ciò che si propone si fonda su almeno vent’anni di storia.  “Waiting For The Sirens’ Call” è un album dove il livello medio dei brani è molto alto, difficile scegliere i migliori, dove è spesso presente un impatto “pop” raffinato, dove la vita fa capolino in un mare di incertezze. Un album molto suonato, con larghe e bellissime parti strumentali, code sensazionali. La bellissima title-track è esemplare per ritmo e tiro iniziale, linea melodica e gancio super. Molto originale l’impulso elettronico-ragga-elettrico di “I Told You So”, ipnotico, suona curiosamente orientale. Perfetto impianto pop-rock, incedere veloce, in “Jetstream”, con la voce di Ana Matronic degli Scissor Sisters, molto buona. Elettrica, selvaggia, retrò e divertente “Working Overtime”. Apertura sontuosa e vaghi sentori anni ’80 in “Morning Night And Day”. Buon singolo “Krafty”.

 

NICOLA ARIGLIANO   Colpevole

Dopo i recenti live, il nuovo “ritorno” di Nicola Arigliano a 81 anni, con una canzone per il festival di Sanremo (dove ha vinto con un plebiscito il Premio della Critica) e un nuovo album in studio con “grandi successi buoni alla prima”, è indubbiamente una notizia. Il crooner pugliese, vecchio ragazzo irresistibile accompagnato da un ottimo trio jazz, sembra emerso da una piega spazio-temporale: per uno scherzo del destino, il suo tocco musicale sembra farci digerire (come faceva una volta con la pubblicità) le tante schifezze artistoidi di cui siamo circondati. Anche la rinascita dello swing, tanto strombazzata ultimamente, appare un falso problema. Arigliano in effetti appartiene a un’epoca in cui, per cantare, bisognava saper cantare. Sapersi esprimere, entrare nella musica. Lui lo ha fatto passando per il jazz, il grande jazz, ma era e resta soprattutto un interprete della nostra canzone storica.  A Sanremo, Arigliano si è fatto accompagnare dal suo trio e da altri grandi artisti: a ricordare visibilmente con quale storia di passione una generazione di nostri ormai anziani musicisti si legò alla cultura afroamericana. “Colpevole”, canzone di maniera ma gradevole e stilosa, è proposta in due versioni, con orchestra e con il trio (Ascolese, Vannucchi e Tatti): la seconda versione è più intima ed efficace. In mezzo c’è un diluvio di groove, sfumature di una voce appannata ma affascinante, amore, elegante e naturale perizia musicale jazz. Canzoni classiche, di altri e sue, come “Buonasera signorina”, la bellissima “Così”, “Nebbia”, “Ain’t She Sweet”, “Jessica”, “Arrivederci”, i quadretti d’epoca “Maramao perché sei morto”, “Lodovico” e “Bombolo”. Dolce, sorridente, nonno Nicola.

 

POVIA   Evviva i pazzi…

Può capitare di imbattersi in una canzone che ti tocca nel profondo. È accaduto con “I bambini fanno ooh…” di Giuseppe Povia, cantautore lombardo che l’aveva presentata alle selezioni dei giovani per Sanremo. Ma Povia non ha potuto partecipare, perché quel pezzo l’aveva già proposto al pubblico del festival di Recanati due anni fa, allora vinto con un altro gioiello, “Mia sorella”, presente anch’esso in questo esordio. Povia e la sua canzone sono stati “recuperati” per accompagnare l’iniziativa umanitaria promossa a Sanremo per il Darfur, e quindi una vasta platea si è incuriosita, andando oltre la semplice mozione dei sentimenti. Non era facile scrivere una ballata (post-vaschiana) misurata sui sentimenti dei piccoli, sulla voglia di “chiedere asilo” ai bambini, per giunta non essendo ancora padre e in quei periodi “di scazzamento dai 26 ai 30 anni”. Povia c’è riuscito.  Ma un album, seppur breve come questo, è altra cosa: non si può reggere su un paio di brani. La produzione è di un volpone come Angelo Carrara. I suoni sono perlopiù elettrici, sufficientemente brillanti. La voce di Povia, bella, si piazza in una ideale linea di successione a Grignani, con una spruzzata di Ivan Graziani sui toni acuti e qualche posa tamarra: racconta storie d’amore che rimbalza tra colpe, sogni, pazzie, difetti e gioie. Così attuale e così fuori posto, come tanti ragazzi di 20-30 anni. Due soli i quadretti di umanità e sentimento, non sdolcinato: “Mia sorella” (ballata vecchio stile) appunto e “I bambini”. Album che procede a sprazzi, variazioni di influenze: sul versante più fresco troviamo “Chi ha peccato”, la bella “Ecco cosa c’è”, “Fiori”, “Il sesso e l’amore”. Un incoraggiante passo iniziale.

 

NEGRAMARO   Mentre tutto scorre

I salentini Negramaro sono arrivati al terzo album dopo tanti concerti, musica e orizzonti “british” sognati e rivisitati. Band rock-pop italiana di oggi, in un mondo di crisi collettive e commerciali, con la voglia di integrità e sincerità sempre a rischio di essere incanalata in logiche di scuderia discografica. “Mentre tutto scorre” (produzione di Corrado Rustici) conserva un legame con l’emozionalità autentica, la voglia espressiva che deve essere presente nella vita di un gruppo come questo. Il leader, autore e cantante Giuliano Sangiorgi ha talento, capacità di inserire uno stile “italiano” in un nuovo filone rock europeo che viaggia tra “emo”, melodie elettriche, ariosità pop. Certe ruvidezze alla Afterhours (per tornare da noi) sono uno sfondo lontano. Piuttosto, viene riattualizzata una scia del rock popolare italiano che parte da lontano (passando dai Timoria). Con impianto moderno, ganci pop ruffiani ma non scontati.  L’album è vario di atmosfere e suoni, da ambienti sommessi a pieni elettrici. La voce di Sangiorgi svetta spesso su storie che, nell’intenzione, puntano alla sostanza dei sentimenti. Un aspetto singolare dello stile rock italiano di oggi, che vale l’ascolto, nonostante qualche moderato risvolto derivativo. La title-track è il brano migliore, più vivace, rock e intenso, presentato nella sezione giovani dell’ultimo Sanremo. Il resto si mantiene ad un buon livello medio. Singolare la tambureggiante, distesa cover de “L’immensità” (Don Backy). Suggestive “Solo3min” e “Solo per te”. Bei brani veloci, con il tiro giusto, “Musa (stanca di essere)” e “Nuvole e lenzuola”. Curiosa, con un coro di bambini, “I miei robot”. Ballatona convenzionale ma efficace “Estate”.

 

50 CENT   The Massacre

Il nuovo album di 50 Cent è una spiegazione concreta di come ormai ogni disco di un big del rap suoni in buona parte come un regolamento di conti, figurato per carità (quando non capitino fatti più concreti…) con le schiere dei rivali. “The Massacre” procede esemplarmente sul doppio binario dell’autoaffermazione più sfacciata della propria grandezza (50 Cent È il best seller americano di oggi) a danno di tutto il cucuzzaro, e del classico compiacimento dell’idolo nero che gioca col groove, la musica e il ritmo buono per (quasi) tutte le platee. Un album lungo una Quaresima, dove si trovano in effetti ritmi e rime molto OK. Bene così per i profani o chi si ferma ad un ascolto generico, perché se si va nel dettaglio… Il rischio che 50 Cent si ammosciasse, con i miliardi guadagnati, è in parte sventato, anche se il suo teatrino gangsta ha una luce diversa.  Fra le trucide foto di copertina (sparatorie e sesso) troviamo il beat che smuove, da singolo ruffiano e maranza come “Candy Shop”, o le truculenze del bullo che si guarda le spalle in “I’m Supposed To Die Tonight”. Nonostante pesantezze inevitabili, lo show alla fine vale il prezzo del biglietto, anche perché la “musicalità” di Five Zero è sempre alta. Sicuramente meglio dell’ultimo Eminem, qui coproduttore esecutivo insieme a Dr.Dre e 50 e ospite in una frizzante “Gatman And Robbin’”. Eliminando la zavorra, diversi episodi meritano. “Piggy Bank”, groove pungente per il rivale Fat Joe, “Outta Control”, molto funk, “A Baltimore Love Thing”, ipnotica sull’eroina, “Disco Inferno”, da festa black, “Position Of Power”, orgoglio da boss, “Build You Up” con Jamie Foxx, “So Amazing”, soulish con Olivia, la bonus track “Hate It Or Love It”.

 

MOBY   Hotel

Dopo il successo globale di “Play”, Moby ha prodotto due album. Il primo, “18”, è stato in qualche modo un proseguimento delle soluzioni stilistiche e della versatilità creativa che hanno decretato il successo mondiale del musicista pop-elettronico americano. Il secondo, con lo pseudonimo Voodoo Child, ha avuto l’effetto di un trascurabile intermezzo dance, con reminiscenze house, solo per appassionati. Con “Hotel”, sembriamo arrivati al capolinea dell’inventiva. Il riferimento al vai-e-vieni delle emozioni che si può intuire in una stanza d’albergo qui mostra un elettroencefalogramma quasi piatto, all’insegna di un revival anni ’80 dichiarato, esplicito, che non salva la baracca. Le idee che Moby aveva saputo sfornare in passato si sono trasformate in un compitino pop-rock-elettronico, formalmente corretto, ma senza forza coinvolgente. “Hotel” è stato realizzato in casa e in studio, con il batterista Scott Fassetto e la vocalist Laura Dawn: canzoni tecnologiche ed un pizzico elettriche.  I punti di riferimento di questa musica possono spaziare dai Depeche Mode ai New Order (Moby ne riprende “Temptation” con una rarefatta cover) oppure in certe spazialità strumentali alla Eno-Bowie (come nelle conclusive “Pink Eye” e “35 Minutes”). Riferimenti nobili, ma è la sostanza compositiva che manca, il peso delle canzoni che non va oltre una generica sufficienza. Ci sono anche episodi interessanti, ma è tutto il complesso del disco che non decolla. Si salva il singolo “Lift Me Up”, tuffo nella maniera-Depeche che funziona. “Lie To Me” è una melodia che si apre, con gli Ultravox di Midge Ure sullo sfondo. Buona ballata “Come Down”, pop elettronico in “Slipping Away”, atmosfera in “Pork Chop”.

 

DAFT PUNK   Human After All

Avevamo lasciato i Daft Punk con il loro precedente album in studio (“Discovery”, 2001), prima dell’Euro e della rivoluzione digitale che ha cambiato radicalmente i consumi musicali. Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo tornano oggi, pionieri elettronici rivelatori di un mondo prima del passaggio da un millennio all’altro, ripetendo la loro voglia di sperimentare con suoni e beat. Il tutto, spesso, suona ancora divertente e fresco, anche se la radicalità di “Human After All” è evidente, con un approccio che appare meno conciliante e “pop” dei precedenti album. Curiosamente, i Daft Punk sono costretti oggi a “suonare” come “Post-Daft Punk”: non avendo l’energia creativa che ci vorrebbe per un ulteriore, stupefacente, salto in avanti, e non volendo accondiscendere ad una rassicurante maniera di mestiere.  Il duetto francese ha presentato questo album, registrato con tante chitarre e pochi campionamenti, come un incontro tra Kaftwertk e Black Sabbath. Sentendoci nei momenti più bui anche un po’ di Suicide, si ha l’impressione di un progetto destinato perlopiù agli appassionati di suoni elettronici hardcore, con spolverate ampie di elettricità vecchia maniera. Si pensi ad esempio a “The Prime Time Of Your Life”, marcetta pazza che accelera sempre di più, “Brainwasher”, rude e veloce film dell’orrore, o la sontuosa “Television Rules The Nation”, electro-slogan con beat irresistibile: la vecchia lezione formale dei Kraftwerk è condita di pulsioni. Il singolo “Robot Rock” si spiega con il titolo, spumeggiante ma troppo per le lunghe. Dolce, perfetta sonorizzazione d’amore “Make Love”. “Technologic” è un rap-beat schizzato, con inquietante vocina. “Emotion” è un suggello ideale.

 

MICHAEL BUBLÈ   It’s Time

Quando ascoltammo per la prima volta Michael Bublè, non avremmo mai immaginato che questo ragazzo canadese dalla bella voce e dalla faccia da schiaffi sarebbe diventato un fenomeno commerciale. Ora siamo alla fase di consolidamento della popolarità, per colui che (suo malgrado) ha guidato il revival dello swing, o comunque la riproposta in campo pop di certe atmosfere da grande orchestra che accompagna una vellutata voce maschile. Il consolidamento, curiosamente, ci fa scoprire che Bublè non è poi molto distante da un nostro Fiorello, nel momento in cui “gioca” con la sua tradizione canora, e in concerto si mette anche a fare il fantasista e l’imitatore. La voce resta sempre un’altra cosa, ovviamente. “It’s Time” è prodotto da David Foster e Humberto Gatica, si va sul sicuro.  Siamo di fronte ad un altro album di classici, fatta eccezione per la bella “Home”, firmata da Bublè e altri, che appare fuori contesto, giocata com’è su intime tonalità cantautorali. Come nell’album di esordio, le scelte non riguardano solo il grande songbook, ma anche certo rock classico (Beatles, ad esempio) e soul (Leon Russell, Stevie Wonder). Il repertorio è ben calibrato, ma alcune sono canzoni che abbiamo sentito in decine di salse. E allora forse ricordiamo con più piacere certe idee del primo album. Bublè si staglia come cantante per tutte le occasioni, dalla cenetta alla gita, trovando almeno un suo perché. “Quando, quando, quando” di Tony Renis, duetto bossa con Nelly Furtado, è simpatica e fresca nonostante tutto. “Song For You” di Russell vive della tromba strepitosa di Chris Botti. Bene “How Sweet It Is”, dolce “You And I” di Wonder. Nei due bonus il Bublé gigione gioca con i super classici.

 

ATHLETE   Tourist

Dopo un buon esordio come “Vehicles And Animals” di due anni fa, il quartetto pop-rock inglese Athlete è tornato sulla scena con questo secondo album, che ha debuttato direttamente al numero 1 della classifica britannica conquistando subito il disco di platino. A significare una grande apertura di credito per una formazione che già aveva impressionato per gusto originale e tanti riferimenti prestigiosi che si potevano trovare nelle sue canzoni. L’attuale scena inglese, dominata dal “genere Coldplay”, che può significare tutto e il suo contrario in effetti, si concentra spesso su formazioni come gli Athlete, che sanno conciliare le melodie con una certa inventiva rock. Ognuno poi è cosa a sé, e la band di Joel Pott possiede un timbro caratteristico, che passa da una certa aria “indie rock” che non guasta a certe aperture e reminiscenze (anche “americane”) che ricordano più di uno storico esempio.  “Tourist” è un album ambizioso, comunque. Perché le premesse da cui la band era partita autorizzavano a puntare in alto. Non c’è una produzione asfissiante, qualche idea interessante si trova qua e là, ma in genere non viene ripetuto quello stupore che aveva accompagnato l’ascolto di “Vehicles And Animals”. E talvolta c’è un clima di sentimento portato fuori misura che condiziona il complesso delle canzoni: il problema è che sono pochi gli episodi che spiccano davvero. “Wires”, primo singolo, è sicuramente una bella canzone, un crescendo emozionale su una bimba in terapia intensiva. Bella apertura e orchestrazione in “Tourist”. Rocketto pop con bella struttura e coralità “If I Found Out”. Bella ballata, anche se un po’ melodrammatica, “Street Map”. Colori acustici, delicati in “I Love”.

 

AEROPLANITALIANI   Sei felice?

Il ritorno degli Aeroplanitaliani, cioè Alessio Bertallot, Ricky Rinaldi e Roberto Vernetti, può essere interpretato in maniera adeguata solo da chi si ricorda l’inizio della storia, cioè “Zitti zitti” premio della critica al festival di Sanremo 1992: un’era geologica fa, nel pieno dell’esplosione delle posse e di quella scena italiana “nuova”, rock e pop, che resta ancor oggi l’ultima cosa nuova uscita nella musica di casa nostra. Per un quindicenne di oggi, come parlare di Elvis o Van Morrison. Eppure quella piccola ventata di pop originale, con 30 secondi di silenzio dentro, aveva colpito. Alessio, Roberto e Ricky sono poi cresciuti molto, sempre restando dentro la musica e restando amici. Il ritorno degli Aeroplanitaliani, propiziato da un fan-discografico, non è stata cosa difficile. Ad annunciarlo un singolo-bomba come “Canzone d’amore”, veloce e splendente cover elettropop delle Orme.  In “Sei felice?” si spazia attraverso atmosfere diverse, interpretazioni, ospiti messi in primo piano, come se gli Aeroplanitaliani avessero deciso di prendersi qualche sfizio o volessero stilare un loro mixtape ideale di cose preferite: tra programmazioni, sonorità attuali, melodie, ruvidezze chic. Oltre a “Canzone d’amore”, si rilegge “Vicious” di Lou Reed, “alla breakbeat”, “The Blower’s Daughter” di Damien Rice, un po’ scolastica, e “Maestro della voce” della PFM (con dedica a Demetrio Stratos), interessante e ben resa. La title-track è un buon pezzo di pop moderno. Da segnalare “Immagine”, ariosa, evocativa, con la voce e il piano di Ivan Segreto, “Io via”, nervosa e tagliente. Nonostante qualche caduta una prova discreta: speriamo non resti un episodio limitato al gioco di una stagione.

 

PFM + PAGANI   Piazza Del Campo

Il live che documenta il concerto dell’eccezionale ritorno della PFM con Mauro Pagani, una tantum in Piazza del Campo a Siena, il 29 agosto 2003, è finalmente uscito dopo mesi di sussurri dei protagonisti e speranze dei fan. Era stato registrato tutto, naturalmente, anche in video, tant’è che questo disco è un doppio, un CD e un DVD (ben più lungo). C’è voluto un po’ di tempo per mettersi a tavolino e scegliere le canzoni di una lunghissima serata che molti hanno definito storica. Un evento che in altri tempi avrebbe occupato ben più spazio nelle cronache. Ma oggi, si sa, la plastica soffoca tutto. Di Cioccio, Djivas, Mussida, Premoli, Pagani, con Lucio Fabbri e Roberto Gualdi, il quartetto Solis, l’ospite speciale Piero Pelù (solo nel DVD) a rappresentare la generazione rock successiva a quella della PFM, si divertirono moltissimo e hanno fatto divertire ed emozionare il pubblico di Siena.  Questo live non è solo per appassionati. Se ne consiglia l’ascolto, insieme a “Live In USA” del 1974, ai tanti ragazzi di oggi che non conoscono la storia della PFM. Il confronto tra passato, che resta nella memoria collettiva, e questo festoso presente non è per nulla impietoso. Sembra di ascoltare un ottimo spettacolo-reunion di quelle storiche band anglosassoni: carica, naturalezza, elettricità, voglia di suonare, partecipazione. In fondo era stato così anche per i quelli del Banco, con il live-concerto del ritorno, anni fa. La PFM sta preparando l’opera rock “Dracula”: si spera sia all’altezza della bellissima storia documentata in questo disco. Con esempi come “La luna nuova”, “Mr. 9 Till 5”, “Un giudice” (di De Andrè), “È festa”, “Si può fare” con Pelù più la super jam, “Photos Of Ghosts”.

 

MINA   Bula Bula

Nell’isola di Bula Bula, che simboleggia il suo ormai storico buen retiro artistico e personale, Mina ha concepito questo ennesimo album di canzoni scelte. Non uscito in autunno, ma solo perchè la Platinum Collection ha impazzato per mesi nelle classifiche. Produzione solita di Massimiliano Pani, bel gruppo di collaboratori (tra cui Roberto Vernetti, Faso delle Storie Tese) e canzoni da ascoltare con attenzione, ma anche senza tante fisime. Naturalmente non c’è assolutamente da discutere su sfumature vocali e interpretazioni. Il resto è fatto in buona parte, come tanti dischi di Mina degli ultimi anni, con il pilota automatico. Il probema principale è che si prova ancora quella sensazione che tutto si sia fermato, magari a certi arrangiamenti e soluzioni sonore un po’ datati che spesso si ascoltano nella musica recente di Mina.  Una questione di confezione, anche un poco di piattezza, come se non fossimo nel 2005 e una come Mina non potesse permettersi di osare un po’. In questo senso il lavoro alla programmazione di uno come Vernetti, artista moderno indubbiamente, rientra nella convenzione. Ma forse questa è una consapevole scelta “minosa” che non riusciamo a decifrare. Sta di fatto che l’album decolla alla fine, con sostanza “black” e minore prevedibilità. L’aria del primo singolo “Vai e vai e vai” è un po’ pop italiano (di classe) anni ’80. Meglio “Portati via”, storia di un addio. Classicheggiante, ricorda Sting “20 parole” con testo di Roversi. Ottima, retrogusto latino-soul “Dove sarai”. Sapore blues e prova vocale superlativa in “Quella briciola di più”. Quadretto frizzante, sezione fiati super in “La fretta del vestito”. Apoteosi nella ghost track funky-disco-jazzy “Fever”.

AA.VV.   Lightning In A Bottle

Questo doppio dal vivo documenta una serata unica, svoltasi al Radio City Music Hall di New York il 7 febbraio 2003. Un “Omaggio al Blues” come espressione primaria della cultura popolare americana, e non solo, del Ventesimo secolo, originatrice di molteplici indirizzi musicali. Quella serata diede il via a un anno di festeggiamenti dedicati proprio al Blues. Da essa fu tratto il film “Lightning In A Bottle”. E Martin Scorsese produsse i documentari che furono il culmine delle celebrazioni. Ascoltando questo concerto, ci si stupisce ancora una volta di come negli Stati Uniti si riesca sempre a “costruire” un evento così, che certo deve avere un profilo spettacolare e popolare, senza mai cedere un grammo di intensità musicale e qualità artistica. Due ore di musica, con una perfetta ripresa sonora, tanti artisti di ieri e di oggi, neri e bianchi, insieme, schierati lungo 27 brani.  Gli applausi del pubblico hanno sommerso soprattutto i veterani impegnati nelle performance, a ricostruire in qualche modo in una sera il cammino del blues, dall’Africa al Mississippi, alle città di Memphis e Chicago, fino al resto del mondo. Un pretesto filologico che ha lasciato subito il campo al puro talento dei tanti artisti sul palco, con un profilo autenticamente ecumenico che ha unito tutti naturalmente, senza tanti fronzoli. Svelandosi per quello che è sempre stato, il Blues rimane attuale: trasposizione e cronaca della vita in musica, fotografia delle altezze e bassezze umane, perciò forma artistica naturalmente unificante, contro tutti gli steccati culturali. Onore quindi a musicisti come Odetta, Honeyboy Edwards, Ruth Brown, Buddy Guy, Gatemouth Brown, Neville Brothers, Solomon Burke, B.B.King.

 

BILLY PAUL / BILL WITHERS   The Very Best Of

Tra le edizioni a prezzo speciale viene lanciata anche questa raccolta doppia, in condominio, con la musica di due grandi artisti soul: Billy Paul e Bill Withers. Un CD per uno con il meglio del meglio, sintetiche note di copertina che riportano i dati fondamentali dei brani e una confezione semplice del prodotto. L’accostamento tra Paul e Withers comunque funziona, la scelta del repertorio è sufficientemente esauriente e una operazione come questa può certamente interessare gli appassionati e i neofiti del soul storico. Anche perché siamo assediati da esordienti protagonisti di un revival di questa musica e di questo stile: riascoltare i classici può aiutare a farsi un’idea su certe cose nuove, costruendo una giusta prospettiva temporale. In particolare, questo “very best” dei due si incentra (anche per ragioni di diritti) soprattutto sugli anni ’70.  Lo stile raffinato, melodico e romantico di Billy Paul (esordì giovanissimo negli anni ’50) è stato legato al suono di Philadelphia. I suoi anni ruggenti sono proprio i ’70. Come interprete, dalla voce velata e inconfondibile, ha giocato con tante sfumature, immerso in arrangiamenti sontuosi. Da ricordare “Me And Mrs.Jones”, “Thanks For Saving My Life”, “People Power”, “Ebony Woman”, “Your Song”, “When Love Is New”. Bill Withers è un autore e cantante da inserire tra i giganti della black music. Con voce intensa, classica, e uno spettro espressivo che sapeva toccare le dolcezze di un Billy Paul ma si immergeva anche nel blues, nel funk o nella canzone d’autore pura e semplice. Cominciando da “Ain’t No Sunshine”, “Lean On Me”, “Use Me”, “Lovely Day”, “Just The Two Of Us”, “Who Is He (And What Is He To You)?”, “Steppin’ Right Along”.

 

RICKY FANTÈ   Rewind

Ultimamente il soul-revival si porta molto. Si pensi al talento bianco e acerbo ma già dirompente di Joss Stone, già esplosa ma da gestire bene. Dall’America, quella nera del soul più puro, arriva Ricky Fanté. Vocalist di bella presenza e ottima voce, che ricorda da una parte quella del mitico Otis Redding e dall’altra Terence Trent D’Arby. Ricky è un 25nne di Washington D.C. che, come accade talvolta, fa “gridare al miracolo” certi appassionati di black music storica. Perché qui non siamo nel campo dello R&B di oggi, qui si rivisitano i groove storici di un certo soul d’epoca, in chiave che vuole unire un ripescaggio d’atmosfera quasi filologico ad un feeling attuale e coinvolgente. Tanto che un personaggio come Isaac Hayes si è impegnato in prima persona per sponsorizzare questo esordiente.  “Rewind” esce solo quest’anno in Italia dopo la pubblicazione nella scorsa primavera negli Stati Uniti. Precedentemente all’album, era uscito un EP nel 2003. Fanté ha lavorato a fianco di Jesse Harris (collaboratore di Norah Jones) e Josh Deutsch. Con loro ha firmato tutte le canzoni del disco. La biografia del cantante, come quella di tanti suoi colleghi, è piena di passioni per i grandi del passato. Qualcuno ha detto che Fanté potrebbe sembrare persino il figlio perduto di Otis Redding, per come punta a ricreare certe atmosfere e toni vocali. In effetti, sin dall’iniziale “I Let You Go” viene alla mente il compianto Otis, su aria di ballata con ritmica di piano e sezione fiati a distesa. “Drive” ci riporta magari ad un ricordo di Sam Cooke, mentre il singolo “It Ain’t Easy” funziona davvero. Il resto procede su una singolare falsariga retrò-moderna. Tutto divertente, ma non sconvolgente.

 

JOSH ROUSE   Nashville

Josh Rouse, promessa mantenuta del nuovo songwriting americano, fa seguito ad un ottimo album come “1972” con questo “Nashville”. Da un disco intitolato con il suo anno di nascita ad uno chiamato come la città dove l’artista ha vissuto fino a non molto tempo fa, per rivelare quasi un lato diverso della Nashville che tutti conoscono, il tempio della musica country made in USA. Sullo sfondo di questo quadro ci sono sfumature di country, o qualche lontano bagliore stile Jackson Browne, ma ad uscire allo scoperto ancora una volta è tutto il talento di Rouse, che racconta sé stesso (ancora con l’ottima produzione di Brad Jones) e il suo mondo riallacciandosi ad altri lati musicali e artistici di Nashville. Con una nuova rivisitazione del genere “americana”: lettere d’amore, di rimpianto nel crepuscolo, che spesso trafiggono cuore e anima.  “Nashville” è un disco in cui Josh Rouse si è misurato in maniera più compiuta e completa con il canone del folk rock, con l’essenzialità della dimensione acustica. Avendo dalla sua un grande talento d’autore di canzoni ci ha guadagnato, perché alcuni brani rifulgono ancora di più di bellezza immediata. Talvolta si respira un’aria indolente, accompagnata a dolci atmosfere che si trovano in un terreno di mezzo ideale tra Norah Jones e il Neil Young storico. Ci lasciamo trascinare da 40 minuti scarsi di musica, come accadeva una volta. “Nashville” contiene alcuni capolavori: “Winter In The Hamptons”, bellissimo singolo, pop-rock di gran classe; la crepuscolare “Streetlights”, dalla struttura melodica perfetta; l’incredibile “My Love Has Gone”, dallo sviluppo ritmico-melodico esemplare; il gioiellino “Life”. E il resto è a livelli di eccellenza assoluta.

 

NEGRITA   L’uomo sogna di volare

Durante la loro rispettabile carriera, i Negrita ci hanno abituato ad azzeccate invenzioni elettriche e pop come a sconfortanti svarioni. Dopo la pubblicazione della raccolta di due anni fa, bene ha fatto la band di Arezzo a cercarsi nuovi orizzonti con un tour “esplorativo” in Sudamerica. Un viaggio per guardare fuori e dentro sé stessi che, come accade spesso in questi casi, ha dato nuova linfa ad un modo di raccontare e comporre che aveva bisogno di idee e spunti. Le impressioni e le esperienze raccolte in Brasile o Argentina hanno motivato i Negrita durante il lavoro a questo album, che si presenta subito come un disco interessante. La band non ha stravolto totalmente il suo sound, piuttosto ne ha cambiato l’impatto conservandone la tensione e il calore elettrico. Ci sono poche martellate rock-blues e tante sfumature nella nuova musica dei Negrita.  Lo sguardo di Pau e soci passa attraverso qualche proclama (poco velleitario), impressioni sulle culture, storie d’amore, condimenti musicali a sorpresa e una convincente naturalezza espressiva: un nuovo modo di raccontare, assimilato credibilmente. Il fil rouge pop-rock che ha animato le cose migliori dei Negrita affiora qua e là, tra nuove misure ed equilibri, per provare un nuovo decollo. Il groove di “Rotolando verso Sud” è esemplare di questa nuova direzione, che in questo caso si condisce di colori e sapori inediti. Tambureggiante, elettrica “Sale”, con rap ad effetto del brasiliano Gabriel O’ Pensador. Bilanciata tra elettricità e morbidezze la title-track. Etno-rock in “Il branco”. Il singolo ufficiale “Greta” è un pezzo “di mestiere”, bello ritmato. Rock gagliardo in “Il mio veleno”. Drigo canta nell’acustica “Tutto bene”.

 

ROBERTO KUNSTLER   Kunstler

Singolare la storia di Roberto Kunstler. Considerato da molto tempo come una figura fissa della scena cantautorale romana (ha esordito giovanissimo), ha vissuto un periodo di grande esposizione in qualità di paroliere di Sergio Cammariere, insieme al quale negli ultimi anni ha toccato grandi successi. Ma il côté di Kunstler resta quello del Folkstudio: un uomo, l’armonica e la sua chitarra, il sogno di un Dylan lontano che viene filtrato dalla contiguità con De Gregori. Epoca fissata nel tempo, di cui però l’artista sa interpretare qualche aspetto che può suscitare interesse ancora oggi. “Kunstler” è in qualche modo un atteso ritorno, e può essere motivo di curiosità per coloro che non hanno conosciuto il cantante e autore romano, ma sanno di sfuggita solo del paroliere.  Queste canzoni sono sospese tra garbo e capacità descrittiva legati a cose ascoltate almeno vent’anni fa. Il narratore sa giocare con le parole, sfoglia emozioni comuni a tanti, con talento immutato svela naturalezza senza inutili effetti. Il musicista dolcemente culla queste storie di amore e passioni di vita, ben suonate, perlopiù in acustico, e ben prodotte. Il cantante usa la sua voce nebbiosa per raccontarle. C’è qualche episodio che suona strano: una cover di “All Along The Watchtower” (“Torri di guardia”) non dichiarata, una “Mercy Street” di Peter Gabriel che si velocizza “In Viaggio”, più di un ricordo di Tenco in “Allora capirai”. Per il resto il livello è buono, con il pop-rock di “Io so” e “Si può chiamare amore”, i toni di ballata e favola di “Nuovi dei” e “Gente comune”, il folk-rock di “Resistere” e “Più le cose cambiano”. “Io farei qualsiasi cosa” è il seguito di “Tutto quello che un uomo”.

 

FEEDER   Pushing The Senses

Il mondo musicale britannico sa partire all’attacco delle platee internazionali anche con coloro che, apparentemente, appartengono alle retrovie. “Pushing The Senses”, quinto album dei Feeder del gallese Grant Nicholas, potrebbe essere considerato un disco di secondo piano, qui da noi. In Gran Bretagna invece rappresenta un atteso nuovo capitolo da inserire nel lungo corso del gran fiume pop-rock. Perché Nicholas ha già colpito ad alti livelli con il precedente “Comfort In Sound”, e ora corona una storia musicale che dura da una decina d’anni e che ha compiutamente trasformato i suoi connotati approdando ad un pop elettrico di qualità. A chi oggi potrebbe trovare collegamenti con Coldplay, Keane o Snow Patrol, basterebbe quindi ricordare che Nicholas ha iniziato ben prima.  Forse il pubblico italiano troverà più di un motivo di interesse in un album che sembra davvero una parata di singoli, secondo un consumo digitale che si orienta nella scoperta brano per brano, con successivi download. “Pushing The Senses” fa tesoro di tutti i migliori esiti del rock degli ultimi vent’anni, con la produzione di un volpone come Gil Norton. Il sound è ben costruito, compatto: asseconda e avvolge Nicholas che, come cantante, ha una certa personalità ma non svetta, preferendo contare sulle sue canzoni. Le parti melodiche spiccano, sono molto interessanti. L’elettricità, talvolta, può ricordare certi Oasis. In ogni caso un buon disco attuale. “Feeling A Moment” è aperta, resta in mente; bellissima, crepuscolare “Bitter Glass”; “Tender” è classica ed elettrica, con ottimo ritornello; “Frequency”, originale e melodica; molto elettrica e variata “Pilgrim Soul”; sfumature evocative in “Dove Grey Sands”.

 

FRANCOISE HARDY     Tant de belles choses

Fa bene, ogni tanto, andare a sentire cosa si ascolta oltralpe. Ed è da notare, ultimamente, il lusinghiero ritorno sulla scena di Francoise Hardy, con questo album che è il primo di canzoni tutte nuove da otto anni a questa parte. Per i francesi la Hardy è come, fatti i debiti distinguo, Patty Pravo per noi. Entrambe icone degli anni ’60 che non si sono fermate al periodo ruggente degli esordi. La voce delicata della Hardy è un archetipo di femminilità vocale, e anche oggi che ha passato i 60 anni suona quanto mai fascinosa. Francoise Hardy è un’artista che non ha bisogno di suoni “moderni” ad ogni costo per risultare convincente. In questo album, i toni sono più soffusi che energici, avvolgenti, essenziali, eleganti. Sembrano parole fatte, ma è proprio così. “Tant de belles choses” è un esempio di moderna chanson che non si cura delle prerogative generazionali. Intorno alla protagonista, oltre ad Alain Lubrano, ci sono altri importanti collaboratori.  Le canzoni sono state firmate, a vario titolo, da Benjamin Biolay, Pascale Daniel, Perry Blake, Thierry Stremler, Ben Christophers. Francoise Hardy ha voce in capitolo autorale quasi ovunque. Ma i contributi sono funzionali ad un insieme musicale di misure e proporzioni quasi perfette, che asseconda la voce di questa sensibile musicista. Gli ingredienti espressivi si bilanciano bene e l’album diventa un diario, un film vocale che racconta la vita e le emozioni. Dalla singolare classicità della title-track all’atmosfera gustosamente old fashioned di “Grand Hotel”, l’aria quasi adolescenziale di “Soir de gala”, l’incedere liquido di “Jardinier bénévole”, la pura bellezza di “Côté jardin, côté coeur”, la suggestiva “Un air de guitare”.

 

ANGELA McCLUSKEY    The Things We Do

Si può dire che nel mondo musicale c’è bisogno di figure come Angela McCluskey. La cantante scozzese è una personalità originale, a suo modo fresca anche se non più ragazzina, soprattutto autentica. Un’interprete di moderno pop-rock con un suo stile, assecondato in questo esordio solista da un bravo compagno d’avventura come Nathan Larson. Il mondo musicale, per sopravvivere, deve affidarsi il più possibile ad outsider come Angela. Artisti che magari non faranno grandi numeri ma che, nel loro campo d’azione, riescono a dire qualcosa e non a riciclare la solita, stanca plastica. “The Things We Do” è un classico prodotto medio per il pubblico adulto, che ama una certa profondità nella musica pop, mal sopportando l’acqua fresca. Angela McCluskey ha una voce immediatamente riconoscibile, acuta e velata. Larson (Shudder To Think) le ha confezionato intorno un mondo di passione elettrica, coinvolgente sentimento vocale.  Anche se si esprime in ambito pop-rock, Angela McCluskey mostra uno spessore artistico fuori dal comune. L’impatto della sua voce (se si ascolta nuda, come in “Sleep On It”) potrebbe essere quello di un’interprete blues-jazz, in ogni caso funziona benissimo in questo ambiente urban-pop fatto di chitarre, ritmo, begli arrangiamenti, atmosfere notturne, melodia e ritornelli efficaci. Le canzoni sono quasi tutte firmate da Larson (apprezzato autore per film e produttore), talvolta insieme alla McCluskey. Esemplare “A Thousand Drunken Dreams”, bella ballata passionale. Grande interpretazione in “Long Live I”, impeccabile costruzione in “It’s Been Done”, cambio di atmosfera in “Somebody Got Lucky”, “Perfect Girl Eleven” non esce più di testa, vivace e di carattere “Dirty Pearl”.

 

GWEN STEFANI  Love, Angel, Music. Baby

Ecco Gwen Stefàni (mi raccomando l’accento) solista. La cantante dei No Doubt, lasciata la band californiana, esordisce con un atteso disco personale. Il rock venato di ska del suo gruppo fa posto ad un sound pop moderno, che mescola con disinvoltura reminiscenze anni ’80, beat imparentati con la black music e quant’altro. Gwen ha lavorato con tanti produttori e collaboratori di grido, costruendo più un lavoro “di gruppo” che un’opera solista a tutto tondo. In dischi come questo, la produzione conta quasi quanto la sostanza musicale, perché è un “vestito” peculiare che garantisce un groove. Si capisce quindi che il tocco di personaggi come Linda Perry, Nellee Hooper, Dr.Dre, Neptunes, Dallas Austin, Jimmy Jam e Terry Lewis, Tony Kanal (anche lui un No Doubt) e Andre 3000 conti molto. Ma ci sono anche le canzoni, dopotutto: ma il livello medio non è superiore al discreto. L’insalatona made in Stefàni, piuttosto ambiziosa di spezie, ha sapori che sembrano annullarsi l’uno con l’altro.  Gwen Stefàni (voce fine, chiara) gioca spesso a far la gattina sexy, per onore di look e personaggio, ma per raggiungere gli intrighi di una Madonna, o il pepe di una Kylie Minogue, ce ne vuole. Il suo album appare come un prodotto dei tempi, della generazione veloce dei videofonini, con porzioni di rock, pop, elettronica e funk. Bene i due pezzi con Andre 3000 (OutKast): “Cool”, pop-rock alla anni ’80, e l’originale, composita nel beat “Long Way To Go”. Il singolo “What You Waiting For?” è un martellone pop insolito ma non super. Buona “Rich Girl” con la rapper Eve, secca nel groove, ispirata a “If I Were A Rich Man”. Robotica-giapponese “Harajuku Girls”. “Luxurious”, “Crash” e “Danger Zone” non male.

U2    How To Dismantle An Atomic Bomb

Non se ne può più, della grancassa che accompagna l’uscita di ogni nuovo album degli U2. La singolare vocazione messianica della band di Bono, che unisce passione rock a scaltrissime iniziative promozionali, non offre scampo. Gli U2 hanno occupato le pagine dei giornali mesi prima della pubblicazione di questo disco, da quando sparì una copia dell’album in Francia. Da allora è stato un crescendo, di cui si può tener conto in questo modo: se questo fosse il disco di un gruppo esordiente, infatti, come lo giudicheremmo? Alla fine, molto bene. Le canzoni in media sono di gran livello, con picchi di rilievo. Anche se, tornando alle anticipazioni di cui sopra, non si tratta affatto di un disco di “crudo rock ‘n’ roll”, ma di un buon disco degli U2 e basta, “classico” con elettricità, melodie e atmosfere ben dosate. Il pezzo più gagliardo e tosto è proprio il singolo “Vertigo”.  In qualche modo però, è vero il ritorno a certe origini emozionali della band (produzione curata da Steve Lillywhite), con la chitarra di The Edge in evidenza. Anche e forse perchè gli U2 di oggi non possono più fare rivoluzioni stilistiche (le ultime, “Achtung Baby” e “Zooropa”). Basta loro semplicemente affidarsi al loro cuore e al loro stomaco, alla voce e alle storie di un signor artista chiamato Bono. “Miracle Drug” è tesa, armoniosa. È un capolavoro “Sometimes You Can’t Make It On Your Own”, ballata toccante, dedicata al padre di Bono come anche la suggestiva “One Step Closer”. Grande atmosfera, velocità in “City Of Blinding Lights”. Rock-wave alla vecchia maniera in “All Because Of You”. Riflessione sull’amore in “A Man And A Woman”, melodia aperta in “Original Of The Species”, preghiera alla U2 in “Yahweh”.

 

EMINEM    Encore

Eminem o dell’estremo. Prima delle elezioni per la presidenza USA, è esploso il caso del suo rap contro Bush intitolato “Mosh”, un tostissimo ed esemplare attacco frontale presente in questo album dopo essere circolato come anticipazione. Si pensava ad un Marshall Mathers diverso dal solito, quindi, magari più “spesso” nelle argomentazioni, al momento di ascoltare “Encore”. E invece è sempre lui, purtroppo o per fortuna. Il rapper numero 1 che concede il bis, estremizza anche l’autoreferenzialità biografica che è diventata la sua forza. Nel libretto di copertina costruisce un “film” in cui, da artista sul palco, spara all’impazzata sul pubblico facendo morti e feriti. E appunto, costruisce un disco in cui si respira una marcatissima aria di teatralità. Ma la commedia, di questo si tratta, ripete le fisime di Eminem, dall’umorismo greve alle contese con gli altri rapper. La produzione di Dr.Dre come al solito asseconda il protagonista, sempre e comunque in primo piano.  La vocalità di Eminem, versatile e sciolta, è l’unica vera attrazione “musicale” di questo album. Qualche idea, come i sample di Martika o delle Heart, condisce sporadicamente il contesto. Per il resto bisogna seguire i suoi discorsi, snocciolare i suoi rap. Conoscendo il soggetto, sembra che abbia innestato il pilota automatico seguendo uno standard (un copione?) collaudato. Il singolo “Just Lose It” è divertente. L’atmosfera musicale di “Yellow Brick Road” è intensa, Eminem si difende dalle accuse di razzismo. E in “Like Toy Soldiers” rivanga una faida nel mondo del rap. Tralasciando pesanti cadute di gusto, ci si fanno due risate con “Ass Like That” e si arriva al rap della sparatoria “One Shot 2 Shot”, con i D-12.

JOHN LENNON    Acoustic

Il Lennon acustico, prosciugato e persino grezzo, ruvido, lo-fi, è raccontato da questo album. Un progetto che propone il lavoro del grande musicista con la chitarra. Perché, come spiegato dalla vedova Yoko Ono alla vigilia della pubblicazione, il materiale d’archivio con Lennon “voce e pianoforte” era stato registrato male, col piano a sovrastare la voce, e quindi praticamente inutilizzabile. Lennon voce e chitarra, quindi, alla maniera di un folksinger moderno, tra amore e vita, fondatore della meraviglia Beatles e poi ancora tra i giganti come solista. Ma anche artista consapevole, interprete di una protesta civile che è ancora attuale, in grado di maneggiare le parole come pietre incandescenti contro il potere. Come in “John Sinclair”, in cui prendeva la parte del manager degli MC5 e politico antagonista imprigionato in USA. O come in “The Luck Of The Irish”, canzone che vale come un agro commento storiografico alle eterne tribolazioni del popolo irlandese.  Storia un po’ lontana (quella degli anni ’70) e spontaneità musicale sono gli ingredienti principali di queste canzoni acustiche. Sette di esse sono ufficialmente inedite: “Well Well Well”, “God”, “My Mummy’s Dead”, “Cold Turkey”, “What You  Got”, “Dear Yoko” e “Real Love”. Non sono registrazioni allo stato dell’arte, ovviamente, ma il loro fascino di base non stride e anzi si adatta al contesto. Nel libretto le note sui brani sono scarse, ma ci sono testi e accordi per cantare e suonare tutte le canzoni: ricordando la voce e il cervello di “Working Class Hero”, “Look At Me”, “Watching The Wheels”. Per i cultori non c’è niente di nuovo sul Lennon più volte amato. Ma anche loro riconosceranno una chiave interpretativa singolare.

 

DESTINY’S CHILD   Destiny Fullfilled

Negli Stati Uniti si è creata una nuova nomenklatura dello spettacolo, dominata dalle stelle della musica nera. Personaggi esplosivi dal punto di vista artistico e sensuale, come Beyoncé Knowles, che come solista ha spopolato ovunque imponendo uno stile fresco, per buona parte originale e coinvolgente, nella linea delle storiche dive black. Ma Beyoncé è anche la leader del trio Destiny’s Child, che comprende Kelly Rowland e Michelle Williams. Tutte star della nomenklatura di cui sopra, ma la visibilità non significa che i dischi riescano per forza, e questo in effetti è il caso di “Destiny Fullfilled”, un album che non sembra totalmente compiuto, non possiede una carica generale e vive di episodi. Al confronto, la sola “Crazy In Love” di Beyoncé giganteggia nel ricordo. Siccome qui non c’è solo la primadonna, ma anche le “altre due”, il tutto sembra persino dosato per spartire minuti di vocalizzi tra le tre.  Il destino delle Destiny’s è oggi quello di costruire un intermezzo prima della ripresa delle rispettive carriere soliste, che sono state lanciate proprio dal loro passato successo. La stessa Beyoncè ha ammesso che il gruppo potrebbe essere al capolinea. Questo album ha vissuto una gestazione turbolenta, tra crisi e scarti di materiale. Senza nulla togliere al grande talento di queste cantanti, il nuovo repertorio in effetti non splende. Tra torsioni vocali e armonizzazioni tipiche del trio, super produzione, beat secchi e spruzzate hip-hop, non escono fuori idee o groove memorabili. Si segnalano due bei classici R&B come “T-Shirt” e “Is She The Reason” (con sample da Melba Moore), la melodia di “Girl”, il tiro del singolo “Lose My Breath” e la carica di “Through With Love”.

 

RACHID TAHA   Tékitoi?

Chi sei tu, chi sono io, e perché il mondo di oggi ci vuole separare, vuole deportare i nostri sentimenti mettendoci uno contro l’altro? È questa la parola d’ordine portata dal titolo dell’ultimo album di Rachid Taha, gigante della musica franco-algerina e dell’arab-rock. Taha non è solo un artista maiuscolo, tra i personaggi guida della cultura araba esportata in Francia e in Europa, ma è soprattutto un opinion leader della nuova società multiculturale, che ultimamente ha radicalizzato le sue critiche: contro le dittature e il fanatismo nel mondo islamico, l’ignoranza, le menzogne, contro le imposizioni dell’Occidente. Seguendo il suo pensiero, si inspessisce l’elettricità rock della sua musica, ancora una volta prodotta da Steve Hillage. Un combat rock arabo, più urbano che di impronta world music. Gli elementi musicali girano intorno alla veemenza del protagonista, che troneggia su arie etniche, ritmi e digressioni elettriche.  La cifra stilistica dell’album fonde elementi e strumenti tradizionali con una tecnologia alla Hillage (o alla Peter Gabriel), ma sviluppando il tutto secondo un piglio autenticamente rock, nell’attitudine e nell’esito musicale: esemplare il caso della trascinante “Nah’seb”, che concilia un super groove ad una sontuosa parte vocale. Non sempre l’approccio stilistico, senza compromessi, viene sostenuto dalla qualità compositiva, e in qualche caso si ha l’idea di uno spoken word condito di musica. “Lli Fat Mat” è corale e bellissima, con incedere di marcia. Gustosa la cover Clash “Rock El Casbah”. Bene la title-track (con Christian Olivier), il funky in crescendo di “Shuf”, l’ipnotica “Dima” (Brian Eno), la suggestiva “Winta” (Kaha Beri). Due bonus track.

ROLLING STONES  Live Licks

L’azienda Rolling Sones Inc. è tornata a farsi viva con il tour Live Licks, con il ricchissimo DVD quadruplo “Four Flicks” e infine, con questo doppio CD dal vivo. L’ennesimo prodotto live di una carriera che è inutile rievocare o ricelebrare. Una cosa che suona in parte, non potrebbe essere altrimenti, come uno scaltro posizionamento ai blocchi di partenza del mercato natalizio e in parte come una nuova offerta di cavalli di battaglia, documento di un nuovo giro mondiale di record e incassi, miscelata a rarità e prime documentazioni live. Un colpo al cerchio e uno alla botte, per non scontentare troppo i fan che hanno proprio tutto, e presentare l’ultima summa degli Stones dal vivo, unica vera dimensione in cui la band agisce. Vista dai cultori ed esperti della materia-Stones, l’operazione ha diverse falle e mancanze. Per chi vuole solo divertirsi o avvicinarsi ad un mondo di storia elettrica, può essere una discreta partenza.  Il sound di “Live Licks” è di ottima qualità per un disco dal vivo, naturale e coinvolgente. Ci sono ospitate curiose come quelle di Sheryl Crow e Solomon Burke, oppure uno standard come “The Nearness Of You” di Hoagy Carmichael nella singolare interpretazione di Keith Richards. In genere l’atmosfera è frizzante, credibilmente vivace, documento di un tour da stadi e posti più piccoli. Il primo disco è “da stadio”, cose famosissime. Nel secondo, migliore, “da club”, c’è spazio per cose più stimolanti o rare, anche se qualcuno ha già sbugiardato una “Rocks Off” accorciata (sei righe di testo: tagliate, non eseguite?…). È un bel sentire “Can’t You Hear Me Knocking”, “Monkey Man”, “Worried About You” (che falsetto), “Neighbours”, “Rock Me Baby” (di B.B. King).

 

AA.VV.   Alfie Original Soundtrack

La soundtrack del remake di “Alfie” è finora l’impegno musicale maggiore che Mick Jagger ha profuso per il cinema. Con lui Dave Stewart, altro volpone del rock britannico. La storia di un Dongiovanni impenitente, resa famosa dalla prima versione con Michael Caine, viene attualizzata dal volto di Jude Law. Jagger, alla produzione della soundtrack insieme a Stewart, ha trovato il modo di firmare un pugno di canzoni sul tema magari ispirandosi, sebbene lui smentisca, alle sue personali esperienze di donnaiolo impenitente. Per quanto possa contare la riflessione sulla vita di uno come Jagger, la sincerità di questo intento, di certo qui c’è una luce diversa rispetto alla grancassa-Stones dell’ultimo doppio live, in cui Jagger è altrettanto protagonista. Qui c’è un’aria musicale più sbarazzina, condotta su un moderno binario rock-pop-soul-blues.  “Alfie” è un’operazione destinata ad un pubblico adulto, che ama Joe Cocker o Tina Turner. Brani di Jagger e Stewart, bella produzione, elettricità, calore uniti a “ganci” di effetto in certi casi, melodie convincenti. Standard medio-alto di entertainment, ma lasciamo perdere il ricordo del capolavoro di Sonny Rollins datato 1966, inciso per il primo Alfie. Sono da notare “Old Habits Die Hard” e “Blind Leading The Blind”, offerte entrambe in due versioni. La prima è una canzone di buon livello che ricorda l’ultimo Jagger solista, la seconda è più intensa e bella nella versione acustica. Jagger svetta anche in “Let’s Make It Up”, mentre la giovanissima soul-woman Joss Stone interpreta con ottimo calore “Alfie” (l’originale di Bacharach) e il soul-rap luccicante “Wicked Time”. Ottimo, alla Steve Miller, lo strumentale con vocalizzi “Jack The Lad”.

 

PAOLO CONTE   Elegia

Teniamoci stretti il nostro Paolo Conte, che da molto tempo concilia lo status di fenomeno da esportazione con la sostanza artistica. Teniamocelo anche quando sforna un disco come “Elegia”, formalmente impeccabile ma non sempre al livello del suo meglio di songwriter. Qui ci sono tutte le suggestioni musicali ben note, dal jazz al Sudamerica. L’ambiente sonoro è raffinatissimo, affascinanti gli apporti degli strumenti, il gioco di colori offerto da classici archi e fiati. Il tutto è teatralmente ed espertamente misurato e la voce del protagonista troneggia. È un Conte post-maturo che qualche volta, però, ci fa rimpiangere quello “ruspante” e diretto del primo periodo. Infatti non si può parlare neanche di “condimento” a proposito di certe stupende parti strumentali che hanno sostanza forte. Ma comunque certi brani sono “contiani” e basta, non hanno la marcia in più. Questo dal punto di vista della canzone presa nel complesso, perché i testi sono spesso esemplari.  “Elegia” è un disco di sera, quando la nostalgia è un sentimento superfluo perché è scappata anche l’ultima luce. Elegia mesta ma per niente consolatoria (la penombra della vita è un fatto e basta, non c’è da ricamarci tanto su) che comincia e finisce con due gioielli: “Elegia” ci mostra l’uomo che dice la sua storia in mezzo a una strada brumosa mentre la musica del suo piano, e un bel violoncello, gli girano intorno; “La vecchia giacca nuova” è semplicemente bella, vagamente pazza e spiritosa. In mezzo, il buio de “La casa cinese”, l’aria jazz old fashioned, teatrale, di “Frisco”, i quadri esemplari di “Molto lontano” e “La nostalgia del Mocambo”, la pazzia d’amore di “Bamboolah”, l’esercizio di stile musicale di “India”.

 

SERGIO CAMMARIERE   Sul sentiero

Il sentiero che percorre Sergio Cammariere, è sempre fatto di passione e tocco descrittivo. Questo nuovo album è una eccellente conferma per un artista che non è propriamente un “cantante”, ma scrive musiche fantastiche (“Capocolonna”) e suona il piano con grandissimo gusto. La sua è padronanza estrema degli stili musicali, unita ad una naturalezza nel porgere che è data dall’esperienza di un grande artigiano, prima che al talento spontaneo dell’artista. Per ragioni anagrafiche, inoltre, Cammariere è l’unico musicista venuto alla ribalta negli ultimi anni (nonostante una lunga storia) che sappia creare un filo diretto, compiuto, con l’Italia autorale degli anni ’60, che spaziava da Tenco a Bruno Martino, o che in un modo o nell’altro ha avuto legami con la musica afroamericana. Lo continua a fare, con stile comunque modernissimo, anche in questo album, insieme al paroliere Kunstler, e poi Panella e Bersani. Il limite di questo disco sembra essere un retrogusto di dosaggio consapevole di atmosfere, che toglie qualcosa alla naturalezza. Ma è quasi trovare un pelo nell’uovo.  Cammariere è uno che canta per amare e “non essere al mondo indifferente”. La ricchezza di impressioni e atmosfere di “Sul sentiero” è notevole. “Libero nell’aria” ne fa un cantastorie jazz con un grande fascino “pop”, un’orchestrazione esplosiva. “Ferragosto” (testo di Bersani) è un capolavoro di misura. “Niente” proprio bella, vagamente blues, mirabilmente costruita. Elegante “L’assetto dell’airone”, brasileira con Tenco nell’aria “Viali di cristallo”. Tango colorato “Spiagge lontane”, swinghetto vecchio stile italo-americano (da Nicola Arigliano a Sergio Caputo) “Dalla parte del giusto”. Lento di classe “Oggi”.

ELISA  Pearl Days

Una giovane donna che canta i sentimenti, i fatti della vita, il suo corso, l’amore, la crescita, il tradimento e la salvezza. Immersa in atmosfere elettriche che tratteggiano un sound definito intorno alla sua voce strepitosa, guidata da un produttore-musicista scaltrissimo come Glen Ballard. È questa Elisa.2004, italiana, cittadina del mondo che si esprime in inglese, che oggi suona come una delle tante colleghe americane. Ma con un filo di sentimento che è ancora nostro e che si intravede tra le pieghe di una produzione che, dopo l’Europa, prova a rivolgersi pienamente all’America. C’è poco da fare, nel mondo del pop-rock il vestito conta, e forse Ballard ha potuto lavorare in maniera anche più facile con Elisa, costruendogli ex novo un’immagine sonora. Elisa ha fatto singole canzoni più belle, dal punto di vista melodico-musicale, ma qui tutto l’album che si struttura come un insieme.   Le canzoni di Elisa, oggi, possono rivolgersi agli adolescenti che amano l’emo rock degli Evanescence come a chi sta costruendo la sua vita e la sua giovinezza: l’amore può essere una cascata di gioia pura, l’amicizia può richiedere chiarezza, il ricordo è un elemento dinamico per chi sta crescendo in rapporto al mondo. “Together” è un inno elettrico, incalzante, sul potere e i giovani, unico brano “pubblico” del disco. Il resto sono canzoni sul cuore, sui rapporti. “Pearl Days” è la più bella, melodica, cantata splendidamente, si ricorda. Contrappunti d’atmosfere in “Joy” e “Written In Your Eyes”, composte insieme a Ballard. L’incredibile voce di Elisa fa crescere un testo semplice e una ballata bella ma furba come “The Waves”. Pop-rock classico, descrizioni a pastello e archi in “Life Goes On”. 

NANCY SINATRA   Nancy Sinatra

Da diversi anni Nancy Sinatra, figlia del grande Frank e icona pop degli anni ’60, è tornata sulla scena facendosi notare dal pubblico del rock. In questo senso la cantante è stata, come altre figure del passato, una preferita da musicisti cresciuti da ragazzini ascoltando le sue vecchie canzoni. E del resto Nancy non era un’artista pop qualsiasi, ai suoi tempi. Incarnava uno spirito di indipendenza e un carattere che portavano con sé un certo fascino. Premesse ottime per un repechage come questo, con Nancy che canta un repertorio scritto per lei da Morrissey, Jarvis Cocker, i Calexico, Steve Van Zandt o Thurston Moore dei Sonic Youth. “Nancy Sinatra” è un gustoso viaggio nell’atmosfera americana, tra clichè e modelli di stile elettrico, che può fare da colonna sonora ad una passeggiata sul Sunset Strip o ad una notte passata in un motel.   La voce della protagonista, che non è mai stata strepitosa, si incontra bene con questo interessante repertorio. Curiosamente, il tutto non profuma di operazione-revival tirata a lucido. Piuttosto, si sente un certo divertimento di fondo, una freschezza che rende piacevole l’insieme, pur tra alti e bassi. Il singolo “Let Me Kiss You”, firmato da Morrissey, è melodico, agrodolce e convincente. Bene “Burnin’ Down The Spark” (Calexico) in clima western, e “Ain’t No Easy Way”, classico rock blues con Jon Spencer. Disincanto e dolcezza nelle canzoni di Jarvis Cocker, “Don’t Let Him Waste Your Time” e “Baby’s Come Back To Me”. Ottima “Bossman”, incisa insieme alla band Reno. Aria retrò in “About A Fire”. “Two Shots Of Happy, One Shot Of Sad” (Bono, The Edge) è un quadro umano al bancone del bar (con un occhio a papà Frank per cui era stata scritta). 

JOHN FOGERTY  Deja Vu All Over Again

Lo abbiamo già visto e sentito, quel mormorìo che si trasforma in voce. Voce di dentro e dolore pubblico, fantasmi di guerra che risorgono con il pianto delle madri. È questo il tema di “Deja Vu All Over Again”, canzone che dà il titolo al nuovo album di John Fogerty, il primo dopo sette anni. Una canzone contro la guerra in Iraq, che ha fatto tornare alle cronache il nome dello storico leader dei Creedence Clearwater Revival. Fogerty, per giunta, è stato tra i partecipanti al tour anti-Bush Vote For Change. Ma il dèja vu politico si esaurisce al primo brano del disco, appunto. Dalla seconda canzone “Sugar Sugar (In My Life)” alla conclusiva “In The Garden” si fa avanti un altro ricordo, stavolta piacevole: risentiamo e rivediamo il Fogerty di sempre, il rocker americano al 100%, popolare, versatile, con il dono del beat e della melodia. Non dice nulla di nuovo ma lo dice con classe.  Si respira ovunque, in questo album, un’aria di classico rock americano, fermo nel tempo ma non anacronistico. Piuttosto è divertente, simpatico, nello stile del protagonista che ha sempre avuto un tocco speciale attraversando il rock, il blues, il country. Tutto il disco si fonda su suoni essenziali, parti strumentali fantastiche. A Fogerty bastano dieci canzoni e 34 minuti per dare ancora la scossa. Chi ha amato lui e i Creedence, non rimarrà deluso. “Sugar Sugar” è una ballata delicata e dolce da cantare sotto la luna. Funky-reggae-rock da radio in “Radar”. Veloce quadro di vita moderna “Nobody’s Here Anymore” (ospite Mark Knopfler). Tra impeto rock ‘n’ roll e arie da festa di paese bluegrass e folk, svettano la impeccabile, potente “Wicked Old Witch” e la bella, stilosa rock-blues “In The Garden”.

MARK KNOPFLER  Shangri-La

Tutti coloro che continuano a seguire il percorso musicale di Mark Knopfler non saranno delusi da questo nuovo album solista. Il musicista di Newcastle prosegue e approfondisce la vena autorale già emersa nel precedente “The Ragpicker’s Dream” con un’opera che trova molteplici agganci con la tradizione country-blues-folk, dal punto di vista musicale, ed è distesa su storie di personaggi emblematici, talvolta controversi, antieroi o gloriosi simboli, di quel Novecento che ci siamo lasciati alle spalle. Knopfler entra in punta di piedi nel nostro cuore per raccontarci queste storie, si mette accanto ai suoi protagonisti, non giudica ma mostra. Non esagera con la sua chitarra sopraffina, la usa per pennellare attorno ai suoi versi detti quasi, non cantati, con un’asciuttezza alla Johnny Cash. Questa però è ancora musica pop-rock di grande rilievo popolare. Confezionata con la passione di un artigiano.  L’album è stato registrato, quasi come un vezzo, nello storico studio Shangri-La di Malibu, dove sono passati tanti grandi. L’aria vintage che si respira qua e là nel disco è sì legata a questo luogo, ma è soprattutto l’effetto dello sguardo di Knopfler, sospeso in un limbo senza tempo, tra il sole della California degli anni ’60, le brume di Newcastle e l’America profonda della brutalità unita al sogno. Dopo il brutto incidente di moto dell’anno scorso, il musicista ha saputo riprendersi bene accanto ai soliti, ottimi, collaboratori e al produttore Chuck Ainlay. L’iniziale “5:15 AM”, stupenda, è un quadro di cronaca magistrale. Ottima “Boom, Like That”. La galleria continua con “Sucker Row”, “Back To Tupelo”, “Song For Sonny Liston”, “Stand Up Guy”, “Donegan’s Gone”, “Our Shangri-La”. 

KEB’ MO’   Peace… Back By Popular Demand

Ci sono urgenze musicali che mal si conciliano con i diktat promozionali. I fatti del mondo, come ai tempi d’oro di un certo rock, provocano voglia di cantare. Keb’ Mo’, talentuoso musicista blues, non ha aspettato per sfornare un nuovo album, a poca distanza dal precedente “Keep It Simple”. Un disco di cover, nato in prima intenzione come raccolta di canzoni di protesta (e si capisce bene quali proteste molti artisti volessero esprimere, oggi negli Stati Uniti). Ma poi diventato un inno alla pace e alla libertà. Un instant-album, cotto e mangiato, con caldissime e appassionate versioni dal repertorio storico del soul e del rock, da Dylan a Donny Hathaway, da Lennon a Lowe-Costello, Marvin Gaye, Harold Melvin-Pendergrass e così via. Avevamo bisogno dell’ennesima reinterpretazione di “For What It’s Worth” o “Imagine”? Ebbene sì. Le letture di Kevin Moore in alcuni casi sono originali e interessanti, ma sono valide soprattutto perché incarnano un’inquietudine comune oggi a milioni di persone nel mondo.   La pace, torna a grande richiesta. Titolo fantastico, certo, ma la sostanza è che ce n’è davvero bisogno. E un musicista come Keb’ Mo’, che sa operare magistralmente in mezzo al guado tra feeling bianco e nero, era forse uno dei più adatti ad un piccolo pamphlet così ecumenico e appassionato. Il sound di base è più morbido del suo solito, adagiato su calde atmosfere in prevalenza soul, o jazzy, dal sapore old fashioned. Arrangiamenti misurati, perfetti, al servizio delle canzoni. C’è anche una nuova canzone di Moore, “Talk”, un messaggio di fratellanza. In genere l’impeto “soul” accoglie e libera, valorizza senza ombre retoriche, dolcemente, perle musicali che sono nel cuore di tutti.

AA.VV   De-Lovely Music From The Motion Picture

Un disco come questo dimostra bene quanto possa essere ambivalente la lettura dell’opera di un grandissimo autore musicale. Le canzoni di Cole Porter, sommo musicista americano del Novecento, sono infatti talmente belle e rilevanti dal punto di vista artistico-storico (contribuiscono alla fondazione della musica pop moderna) che si può recuperarne lo spirito festaiolo, volatile, scintillante, sensuale e gaio, come accade in gran parte di questo album, oppure fornirne delle versioni appassionate, profonde, sfaccettate, come è capitato in tempi recenti. Materia prima plasmabile, bellezza pura che si riflette spontaneamente nell’animo dell’interprete e del pubblico, assumendo tonalità e colori sempre diversi. “De-Lovely” è il film in cui si racconta la storia di Porter (Kevin Kline) e della sua vera vita privata, lontano dagli infingimenti. L’album colonna sonora ci riporta gustosamente al mondo dell’epoca d’oro del teatro musicale (dagli anni ’20 in poi).   Curiosamente, questa colonna sonora si inserisce nel nuovo filone della riscoperta “swing”, il rimescolìo attuale dell’eterno calderone del canzoniere americano. Ma ne è in effetti distante: “De-Lovely” infatti si avvicina al revival di un sentimento musicale più che alla sua risciacquatura. Revival in senso buono, naif, romantico, nostalgico. Le voci di personaggi come Robbie Williams, Alanis Morissette, Elvis Costello, Mick Hucknall (irriconoscibile), Diana Krall, Lemar, Natalie Cole vengono trasportate in un’altra dimensione, ricreata con divertimento e filologia. La voce di Kevin Kline sembra uscir fuori da un magico player digitale a tromba come i grammofoni di una volta. E alla fine emerge il vero Porter con “You’re The Top”. 

FATBOY SLIM   Palookaville

Fatboy Slim-Norman Cook è tornato con un album nuovo: dopo quattro anni, e si sente. Ai caposcuola infatti si chiede sempre il massimo, dell’inventiva e dell’approccio. E “Palookaville” suona divertente in alcuni passi, per carità, ma anche un po’ datato, scontato. Nonostante abbia proclamato di essere diventato ancora più “musicista” suonando davvero insieme a musicisti, e recuperando anche il suo basso dei tempi degli Housemartins, qui Cook non crea nuovi approdi, non stimola. Ripete alcune furbe trovate sonore tipiche del suo stile dance, ma non aggiunge niente ad un mondo musicale che ormai il pubblico ha abbondantemente assimilato, sulle piste da ballo, spezzettato in jingle o spot, stacchi radiofonici. Anche se alcuni episodi di questo album sono validi, il contesto generale ne limita la portata complessiva. “Palookaville” è un disco di transizione, circondato da mille altri episodi di creatività snocciolati proprio dai tanti proseliti di Fatboy Slim.  La voglia era quella di riavvicinarsi all’approccio hip-hop, condito di sample e suoni live. C’è il solito tum-tum di Fatboy, un generico feeling “rock” che va bene e il tipico condimento-allestimento della casa. I piatti prelibati del menù, però, non sono tanti. Si segnala “Put It Back Together” con Damon Albarn, incedere pigro e coralità. Credibile aria rock in “Push And Shove” con Justin Robertson. Boogie frizzante e discretamente originale “Wonderful Night” (Lateef). Frenetico, brutto e inutile il singolo “Slash Dot Dash”. Cover quasi fedele, giocosa, “The Joker” di Steve Miller (con Bootsy Collins). Altalenante, bizzarra, diversa “The Journey”. Il cuoco ha approfittato troppo delle tre stelle sulla porta del ristorante. 

BRIAN WILSON   Brian Wilson presents Smile

La storia racconta che un americano di 24 anni, Brian Wilson, inventò un nuovo modo di fare canzoni pop (persino il termine pop, come viene inteso oggi) ai tempi di “Pet Sounds” dei Beach Boys. Dall’altra parte dell’Oceano c’erano altri due inventori, Lennon e McCartney. La rincorsa tra questi geni è scandita da pochi dischi, “Revolver”, “Pet Sounds” appunto, “Sgt. Pepper’s”… Ma nel 1966 Wilson fu autore, insieme a Van Dyke Parks, di un album perduto, “Smile”, inno a Dio, alla vita, al sorriso che si avvaleva di tecniche compositive che oltrepassavano le già incredibili vette artistiche di “Pet Sounds”. La follia di Wilson fece perdere per strada quel progetto. Allora iniziò la leggenda di “Smile”, recentemente coronata da lieto fine con il ritrovamento degli originali: con Parks e nuovi musicisti la rappresentazione in concerto (a Londra la prima che è già entrata nella storia) poi l’incisione ex novo dell’album con la tecnica modulare, combinando all’interno di una stessa canzone brani registrati separatamente.   Per farci sconvolgere da questo vecchio sorriso, apprezzare appieno l’incredibile, fulminante bellezza di questa musica, le idee, i ceselli, le melodie, le variazioni in essa contenute, bisognerebbe operare direttamente sul nostro DNA di ascoltatori. In pratica, dovremmo scordarci di tutto o quasi ciò che abbiamo amato, dai tardi Beatles e Morricone in poi. Ciò che ci consente, in effetti, di riconoscere immediatamente la grandezza di questo progetto davvero visionario, oltre gli schemi e singolarissimo anche per l’attualità. “Smile” è un album da avere per ricordarci il battito della vita. L’imprevedibile scarto fuori dall’equilibrio che produce quella cosa chiamata arte. 

MANIC STREET PREACHERS   Lifeblood

Il terzetto rock gallese Manic Street Preachers, complice la pubblicazione di un paio di raccolte, ha creato una sorta di spartiacque nella propria carriera. L’ultimo disco in studio, “Know Your Enemy”, usciva tre anni fa. “Lifeblood”, settimo album della carriera, si distacca sensibilmente da quel recente passato e in genere anche dal resto. Come aveva anticipato il leader Nicky Wire è l’album “più pop” dei Manics. Pop in una maniera direi quasi smaccata. Un quindicenne di oggi che sentisse per la prima volta questa musica potrebbe tranquillamente vederla in sintonia con le canzoni dei Keane, di cui questi Manics sarebbero semmai i padri. Un reduce degli anni ’80 avrebbe un sussulto scoprendo la bella voce di James Dean Bradfield intonare melodie su tessuti sonori alla Ultravox dell’era Midge Ure. Parte della produzione è stata dello storico specialista Tony Visconti. Suono brillante. Elettricità che, quando c’è, non è mai ruvida. Brumose atmosfere, malinconie, melodie spudorate.   I Manic Street Preachers, in passato storicamente sulle barricate, si rintanano nel personale. Magari pensando anche al conto in banca (del resto già ricco), considerato che certi fenomeni di oggi potrebbero aver imparato qualcosa dal loro modo di orchestrare e comporre. Svoltano a manetta incuranti delle chiacchiere. Costruiscono un disco in cui il revival di certo sound anni ’80 arriva, volontariamente o no, ad un clamoroso compimento. Il rovescio della medaglia è un  fastidioso retrogusto molle, pomposo, adatto persino a una boyband qualsiasi. Le canzoni meno compromesse da questa deriva sono “1985”, “Empty Souls”, “Glasnost”, “Always/Never”, “Cardiff Afterlife”. Auguri, cari Manics. Ne avete bisogno.

 

R.E.M.    Around The Sun

Il sole se n’è andato l’11 settembre di tre anni fa, per molti motivi. Insicurezza, inquietudine nel mondo occidentale, autentico terrore altrove, dal Caucaso al mondo arabo, a Israele-Palestina. Le divisioni sono più evidenti. Aprire il racconto di un disco con un punto sul momento storico è doveroso, se quel disco è sbandieratamente, anche ad un primo ascolto, figlio di questo tempo. Lo hanno dichiarato, i R.E.M. alla vigilia: “Around The Sun” è stato anche rimaneggiato per risultare espressione più autentica del disagio personale degli artisti che è disagio di tutti. Intorno al sole ci si gira ma non lo si vede. Questo album, contrario esatto dell’ispirato e passionale “Reveal”, è un’opera crepuscolare, malinconica. La produzione, di standard elevato, si mette al servizio della riflessione, perlopiù su tempi medi di ballata. Ma il livello generale delle canzoni non è elevato (meglio l’album precedente) e il risvolto della medaglia è lo scadimento in un rock consolatorio di maniera politically correct.   “Leaving New York” è una bella ballata malinconica in stile R.E.M. con melodia efficace. Il clima generale viene spiegato dalla successiva “Electron Blue”, urbana, intensa e cupa, con ronzii e suoni di piano. “Make It All OK” è un più classico pop-rock. “Final Straw”, manifesto dell’album, è anche convincente: come si vive in America oggi, la negazione delle opinioni contro, in un originale brano di impanto folk nello stile della band, con la voce di Stipe che svetta sulle sfumature. Chanson elettrica, teatralità in “High Speed Train”. Bene “The Ascent Of Man”. La title-song svela una ricerca di verità che rende liberi, si apre in bella atmosfera, melodia: il sole spunterà di nuovo?

 

TIROMANCINO  Illusioni parallele

Tra vent’anni, chissà, ricordando la musica italiana di questi tempi salterà subito alla mente il piccolo capolavoro dei Tiromancino “La descrizione di un attimo” (2000). Poi il gruppo è cambiato, è uscito un altro album, ma ora, con “Illusioni parallele”, Federico Zampaglione e i suoi possono ben vantarsi di aver raggiunto un nuovo equilibrio. Illusioni, sogni, descrizioni intimiste, che non rinunciano a guardare il mondo e fotografano un sentimento comune: talvolta è questa la buona musica pop. Ecco, i Tiromancino sono i migliori artefici di un nuovo pop fondato sul suggestivo allestimento sonoro, la cura della melodia, la riscoperta (come in questo caso) di suoni elettronici old fashion, un pizzico di psichedelia. Con loro non ci struggiamo l’animo, mossi da passioni assolute: piuttosto fissiamo un orizzonte possibile, guidati da una confezione non comune della canzone. Il limite di questa musica è una vaga impressione di esercizio di stile che affiora qua e là, che può portare ad un senso generale del “carino” (che non è mai bello). “Illusioni parallele” è comunque un buon disco di moderne canzoni italiane. Il primo singolo “Amore impossibile” non è molto più che gradevole, sincopata alla “Englishman In New York”. Molto meglio “L’autostrada”, bellissima, melodica canzone aperta e classica nello stile del gruppo. Oppure “Imparare dal vento”, una ballata pop ariosa con cambi di intensità orchestrale. Ottimo l’apporto di Manuel Agnelli degli Afterhours in “Esplode”, oscura, inquieta, beat elettronico con bellissimi ed efficaci toni rock. Eccellente cover di “Felicità” di Lucio Dalla, con suoni sottratti, asciugati per far “uscire” la canzone, la voce si dissolve in una bella coda.

 

PAUL WELLER   Studio 150

Per tanti inglesi Paul Weller è un personaggio molto familiare. Espressione vivente di un modo di fare musica autenticamente british, con un occhio all’elettricità storica (dagli Who ai suoi Jam) ma soprattutto alle tante sfaccettature del soul, con rock o senza. Carriera bella e lunga, storie raccontate e da raccontare, canzoni sue e di altri cantate. Per aprire un nuovo corso di questa storia, Weller ha scelto di fare, finalmente, un disco tutto di cover. “Studio 150”, dal nome dello studio di Amsterdam dove è stato registrato, è un progetto che uno come lui, da sempre abituato a rendere omaggio al repertorio altrui, voleva registrare da tanto tempo. Dall’idea di una sorta di “compilation delle preferite”, si è poi concentrato su una selezione che suonasse più organica, canzoni che lui potesse credibilmente fare proprie. Il risultato è un grande disco “di ascolto” per chi ama il bel rock e soul.   Il Weller-sound non è leccato, è sempre un po’ ruvido, viscerale, e così è anche in questo disco. Il protagonista e i musicisti sono in ottima forma e la scaletta offre non solo un quadro ampio di emozioni e atmosfere, ma anche la possibilità, appunto, di trascinare alcune famosissime composizioni in un contesto interpretativo originale e interessante. Rispettoso, ma comunque stimolante. Ad esempio “The Bottle” (Gil Scott-Heron) è frenetica e funky, mentre “Close To You” (Bacharach) si apre in una sinfonia soul vecchio stile. “Wishing On A Star” (Rose Royce) è calibratissima, un bel singolo. “Thinking Of You” (Sister Sledge) è dolcezza amorosa distillata in chiave soul-rock, ma non zuccherosa. Notevoli anche “Birds” (N. Young), “Hercules” (A. Neville), “Early Morning Rain” (G. Lightfoot).

 

BJORK   Medulla

I fan di Bjork sono corsi ad acquistare questo album, annunciato e pubblicato in poco tempo. Gli altri, quelli che conoscono solo di striscio la poetica di questa artista islandese cittadina del mondo, vanno avvertiti: “Medulla”, midollo in inglese, è un disco atipico, diverso da tutta la produzione anche più originale del nuovo “pop” sperimentale internazionale. Questo album, basato soprattutto sul suono e sull’utilizzo dell’espressione musicale primaria, quella vocale (il midollo appunto della comunicazione) potrebbe infatti essere colonna sonora di un balletto, un lavoro teatrale, un film, oppure semplicemente musica contemporanea, compiutamente colta ma non classica, ribollente di elaborazioni e spinte vitali. Semplicemente voce e concretezza elettronica, effetti, coralità: richiamo profondissimo, spontaneo quanto l’urlo di un bambino, alla nostra essenza umana. In questo senso approdo estremo della pur ricca parabola artistica di Bjork.   “Medulla” quindi è un album di svolta, anche usare il termine “musica di frontiera” suona strano. È un’opera attualissima anzi, che si distanzia dalla modernità intesa nel Novecento per cercare un nuovo approdo lontano dall’equilibrio delle convenzioni, anche quelle sperimentali. Parlarne in ambito “pop” è singolare, ma forse alla fine consonante ai nostri tempi. Bjork è infatti la reginetta del nostro villaggio culturale globale che mangia ed erutta violenza, incroci stilistici, alto e basso, espressione ancestrale e fantasia digitale: una rosa a forma di donna, pietre e corde vocali dentro un cyberspazio. Tanti collaboratori (R.Wyatt, Rahzel, Tagaq, M.Patton, Matmos, Dokaka) intorno ad una stella coraggiosa che viaggia libera nella natura.

NICOLA CONTE  Other Directions

Attenzione all’aleggiare del termine jazz, la copertina in stile, l’etichetta Blue Note accanto al profilo blu di Nicola Conte. Non siamo nel campo del revival jazzy che piace alle classifiche pop, né nel canonico territorio della musica afroamericana, interpretata da bianchi. Queste sono appunto altre direzioni, che sono perfettamente inserite nella biografia di Conte, il leader di questo progetto. La sua storia è legata più alle rielaborazioni stilistiche della club culture internazionale (da Gilles Peterson in poi) che alle convenzioni musicali o alle operazioni commerciali. Parte dalla Bari degli anni ’90, dove un pugno di artisti si trovava in sintonia con Londra e New York: Nicola Conte, colto intenditore prima che DJ, produttore e musicista, guardava agli anni ’50 e ’60 dei rare grooves americani e ai grandi italiani (Morricone, Umiliani, Piccioni). Da allora la sua storia singolare si è legata, col tempo, ad una nuova generazione di musicisti.   Dopo l’esordio solista del 2000, “Jet Sounds”, Conte arriva oggi, come capo di un ensemble di grande talento, a raccontare altri sogni. Le riscoperte jazzy tra bossa, colonne sonore e psichedelia lasciano il posto ad un nuovo, elegante stile, sospeso tra canzone (in inglese), preciso e caldo ambiente strumentale e libera espressione artistica. Questo è anche “jazz”, ebbene sì, perché le orchestrazioni dei brani, l’enorme talento dei musicisti, ci conducono a questa tradizione. È fatto in Italia con il gusto di un artista, Conte, che allestisce fantasie melodiche, scioglie assoli, groove, atmosfere e voci femminili, primo tra pari in una grande band. Basta ascoltare “Nefertiti”, “A Time For Spring”, “Kind Of Sunshine”, “The Dharma Bums”.

 

JOSS STONE   Mind, Body And Soul

La voce “nera” della giovanissima bionda inglese Joss Stone si è rivelata quasi per caso l’anno scorso, con l’esordio “The Soul Sessions”: sotto l’ala protettiva della veterana Betty Wright e di altri, la ragazza del Devon rileggeva in maniera esplosiva classici black (oltre ai White Stripes) conquistando anche il successo commerciale. Ora Joss Stone torna, ma con un disco quasi interamente firmato da lei, insieme alla Wright e soci. Non più il passato ma il presente, un repertorio nuovo da portare sul palco. La voce resta quella, il sound anche, ma diciamo che le canzoni non sono tutte buone: ci sono delle ripetizioni, delle risciacquature, che non tengono il livello. Inoltre, abbiamo qui la conferma che la voce di Joss suona classica, come se avesse 40 anni di più e fosse più vicina a Joe Cocker e Tina Turner che non ad Alicia Keys e Beyoncè. Naturalmente canta benissimo, ma è un pregio o un difetto?  La prima parte dell’album va bene, poi la tensione e il feeling si allentano. La cosa positiva comunque è che il sound soul-rock un po’ vecchia maniera, che rimane brillante, è conservato. Intorno alla giovane protagonista hanno lavorato autori e ospiti importanti: Lamont e Beau Dozier, Mike Mangini, Salaam Remi, Beth Gibbons (Portishead), Angie Stone, Nile Rodgers, ?uestlove (Roots). Purtroppo il primo singolo “You Had Me” è brutto, sembra un pezzo di Anastacia e non c’entra niente col resto. Rock-soul efficace in “Right To Be Wrong”. Mid tempo assassino nell’ottima “Jet Lag”, calore vecchio stile in “Spoiled”. Freschezza funky con sample storico (Young-Holt Unlimited) in “Don’t Cha Wanna Ride”. Ritmo e groove vocale in “Torn And Tattered”, che ci risolleva verso la fine del disco.

 

K.D. LANG   Hymns Of The 49th Parallel

Sono tempi di poca ispirazione e di poche novità rilevanti. Non è un caso che ci si rivolga al passato, in una salsa o in un’altra. A parte la dignità degli album di cover, che talvolta riservano belle sorprese, il periodo di passaggio e rivolgimenti che viviamo nella cultura popolare è anche sintomo di crisi creativa per molti. Nel caso di k.d. lang, innanzitutto interprete, raffinata ed elegante voce canadese, siamo di fronte ad una scelta che è anche un momento di passaggio della sua carriera. Questo è un album di canzoni di autori canadesi, nomi storici e del presente, progetto già registrato oltre un anno fa che vede la luce ora (complice un cambio di etichetta) dopo che l’artista aveva già proposto in concerto un certo numero di queste reinterpretazioni. È un disco di canzoni “da camera”, registrate con un trio (quasi sempre senza batteria) e archi (arrangiati da Eumir Deodato). Toni sommessi, sfumature che danno sul grigio.   Il grande Nord canadese presenta ambivalenze di calore e freddo anche e soprattutto nella musica rock d’autore. Legami con la natura, i crepuscoli e le distese, che rendono speciale l’essenza di certe canzoni, ne svelano per reazione una calda valenza sentimentale. Questa è la principale lettura dell’album. Una prospettiva singolare, e il tono generale promette un sommesso soccorso al cuore nelle serate autunnali. Ma non c’è niente di più di questa eleganza formale, che un talento come quello della lang può facilmente sfoggiare. Nella scaletta sfilano composizioni di Neil Young, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Bruce Cockburn, ma anche Jane Siberry e Ron Sexsmith: con “After The Gold Rush”, “Jericho”, “Love Is Everything” (ottima), “Bird On A Wire”, “Fallen”.

 

THE THRILLS   Let’s Bottle Bohemia

Cambio di direzione per gli irlandesi Thrills, che nel 2003 crearono un ponte magico tra la loro Irlanda (con i Beatles sullo sfondo) e la California degli storici umori Beach Boys. Per questa musicalità e freschezza, le loro canzoni ce le siamo portate appresso per un bel po’. I retrogusti melodici, le gioie e malinconie hanno cambiato pelle in questo “Let’s Bottle Bohemia”, disco in cui si sente più di una scossa e di un beat. Ma il talento di Conor Deasy e soci per la composizione, l’allestimento e l’arrangiamento, con l’aiuto di Dave Sardy e il contributo di Van Dyke Parks, Michel Colombier e Peter Buck, è rimasto intatto. Inoltre, c’è la sintesi: l’album dura 35 minuti, le canzoni sono una consistente manciata senza ripetizioni. La voce di Deasy, flebile, sembra venire da un pub chiuso a tarda ora, resta limite e caratteristica del gruppo. Le canzoni, storie, passioni, ritmi, melodie, aperture, dolci sorprese, conservano il marchio Thrills.   “Let’s Bottle Bohemia” mostra che i Thrills non sono solo degli epigoni di uno stile pop-rock storico, ma sanno anche inspessire, energizzare la loro musica. Conservano la sostanza qualitativa delle loro canzoni anche quando, come in questo caso, le svelano in un fuoco d’artificio di variazioni e arrangiamenti. Non stancano mai e dopo 35 minuti torna l’appetito. Parks regala un’orchestrazione superba alla bellissima, entusiasmante “The Irish Keep Gate-crashing”. Colombier condisce di archi sopra le righe il singolo “Whatever Happened To Corey Haim?” e la ballata super “Not For All The Love In The World”. Livello alto nella veloce “Our Wasted Lives”, nel rock quasi underground “Found My Rosebud”, elettricità e melodia di “Faded Beauty Queens”.

MARIANNE FAITHFULL   Before The Poison

Avevamo lasciato Marianne Faithfull con “Kissin Time”, album di incontri in cui la chanteuse rock aveva lavorato a fianco di Beck, Billy Corgan, Jarvis Cocker e i Blur di Damon Albarn. L’artista frequentava nomi tutto sommato di tendenza del rock odierno, con buoni risultati. “Before The Poison” è fondato sempre sulle collaborazioni, ma mette in luce il lato più intimo, viscerale, teatrale, passionale, aspro della personalità della Faithfull, anziché presentarne un aspetto tendente al “glam” come faceva il disco precedente. È soprattutto la collaborazione, strettissima, con PJ Harvey, che mostra questo carattere. Hanno contribuito ottimamente anche Nick Cave, ancora Damon Albarn e Jon Brion. Il risultato credo possa permettere a Marianne Faithfull di rinnovare con credibiltà ancora maggiore la sua storia di culto. L’atmosfera di “Before The Poison” si insinua e strega con ripetuti ascolti e alla fine è difficile decidersi per un episodio piuttosto che un altro.   Produzione ottima, con suoni essenziali, dosati tra elettricità, acustica, archi, architetture stilizzate che accompagnano la personalità e i colori vocali della protagonista. Le canzoni firmate da PJ Harvey, anche insieme alla Faithfull, fanno la parte del leone. Dall’iniziale, impressionante, lievemente elettrica “The Mystery Of Love”, all’atmosfera quasi onirica, intensissima di “No Child Of Mine”, al crescendo di “In The Factory”. Insieme a Cave, “Desperanto” è incalzante, praticamente spoken word su una marcia noisy, bellissima e interpretata “There Is A Ghost”, mentre “Crazy Love” è una ballata nella penombra. Quasi folk, Marianne cantastorie, in “Last Song” (Albarn). “City Of Quartz” (Brion) straniante ninnananna.

THE ROOTS  “The Tipping Point”

Sesto album per i Roots, super band hip-hop che suona senza sample o quasi. “The Tipping Point”, costruito su elementi come il ritmo e la voce, offre al quartetto la possibilità di identificare lo stile attraverso le sfumature. Ma d’altra parte mostra un limite di discontinuità della tensione, esiti alterni. Insieme al beat, la parola conduce, colora, costruisce atmosfere, autocoscienza, riflessione, ricerca del significato della vita urbana. Anche se non sono mancate critiche alle derive semplicistiche di alcuni rap. Di certo questo non è un disco per coloro che hanno conosciuto i Roots solo con “The Seed 2.0”, che in definitiva era un pezzo “rock”. Piuttosto, sembra il risvolto all’immersione nelle radici hip-hop degli ultimi Beastie Boys. Ma i Roots sono ormai delle star. Tutti li tirano per la giacchetta, specialmente il drummer ?uestlove. Tutti vogliono collaborare con loro. Dopo gli esperimenti sonori di “Phrenology”, “Tipping Point” è nato in jam session insieme a personaggi come Jean Grae (la rapper “scoperta” in questo disco), Martin Luther e Captain Kirk Douglas. L’album prende il nome da un libro di Malcolm Gladwell, dedicato alla crescita dei trend, che diventano movimenti grazie all’azione di piccoli gruppi di persone. Il singolo “Don’t Say Nuthin’”, electro-beat e voce, cattura presto. “I Don’t Care” ha un bellissimo tiro funky. Sample di Sly & The Family Stone in “Star”. Omaggio a Big Daddy Kane e Kool G. Rap nella veloce, incalzante “Boom!”. Più lenta, con atmosfera soul-rap “Somebody’s Gotta Do It”. Beat alla Timbaland in “Duck Down!”. Riflessione sul presente in “Why (What’s Goin On?)”. Due ghost track con una giocosa rivisitazione di “Din Daa Daa” di George Kranz.

PEARL JAM  “Live at Benaroya Hall October 22nd 2003”

Singolare e interessante la parabola dei Pearl Jam, che nella produzione live hanno una monumentale testimonianza della loro storia e del consolidamento di uno stile rock che ha fatto epoca. Non fa eccezione questo bellissimo doppio acustico (ma non solo), registrato davanti a poche migliaia di persone a Seattle nell’ambito di un benefit. Il fatto che i Pearl Jam abbiano scelto questo disco per “testare” il loro rapporto d’affari con una nuova major è secondario. Non si tratta di un documento superfluo, né per i fan né per chi non conosce a fondo la band di Eddie Vedder. L’album è registrato benissimo e ripropone fedelmente, senza montaggio, il concerto. Si respira, quasi, l’aria che c’era intorno al palco, si “vede” il rapporto che Vedder, uno dei vocalist rock più grandi di sempre, instaura con il suo pubblico. Si entra in un mondo di passioni e storie, guidati da una voce che diventa sempre più bella e da un ensemble che gira al suo massimo. Il doppio CD contiene in tutto 24 canzoni. Da notare che anche quando arriva un po’ di elettricità, in alcuni brani, il feeling semplice e diretto della performance non cambia. Vedder appare pienamente un cantastorie, riannoda compiutamente i fili con il grande passato della musica folk e rock del suo paese. Senza affatto volerlo, scatta il confronto con i giganti, e tutti i Pearl Jam ci fanno un’ottima figura. Si spazia tra la bellissima “Man Of The Hour” (dalla soundtrack “Big Fish”) nella sua prima esecuzione all’inedita e malinconica “Fatal”. Vedder “diventa” Cash in “25 Minutes To Go”, emoziona in “Crazy Mary”, “Masters Of War” (Dylan). Reinterpretata “I Believe In Miracles” (Ramones). Gioielli “Off She Goes”, “Dead Man”, “Black”.

THE CURE   The Cure

È stato uno dei ritorni più attesi dell’anno, questo nuovo Cure. Ma si dovrebbe dire ormai che si tratta di un album di Robert Smith: personaggio e artista tra i più originali degli ultimi 25 anni di rock, capace di imporre uno stile sonoro e poetico che ha sceneggiato passioni crepuscolari di qualche generazione. Smith ha presentato questo disco come totalmente rappresentativo dello stile-Cure, e in effetti è così. La produzione dello specialista di nu metal Ross Robinson non ha snaturato o appesantito il suono della band, ma ha anzi spinto i musicisti a suonare in studio tutti insieme, in maniera più spontanea. Le canzoni di “The Cure” piaceranno al fan medio, e il loro livello è certamente discreto, anche se non c’è assolutamente nulla di nuovo sotto la Luna. È un bignami dei Cure e di Smith decisamente riuscito, con storie di lacerazione amorosa, rifiuto e chiusura, ma anche innamoramento. La vena dei Cure è ancora dark, ma non in modo esclusivo. Il primo singolo “The End Of The World” è ottimo, con atmosfere e melodia ben dosati. Va benissimo anche “Before Three”, con aperture di chitarra, canto modulato e un sentimento di sospeso rimpianto, forse nostalgia di una felicità che appartiene al passato. Elettrica, incalzante ed esplosiva “Us Or Them”, presa di posizione radicale e volendo anche “politica”. Il ritmo di “alt.end” ricorda “Let’s Go To Bed”, mentre “(I Don’t Know What’s Going) On”, con una splendida apertura di chitarra, è una perfetta canzoncina di “Cure pop”, essenziale. Spiraglio e nuovo inizio nella veloce, classica “Taking Off”. “The Promise” è una suite made in Smith, promessa non mantenuta, menzogna e attesa. Quasi acustica e persino sognante “Going Nowhere”.

 THE PRODIGY    Always Outnumbered, Never Outgunned

Liam Howlett, artefice unico di questo nuovo album dei re della techno-dance Prodigy, si dà arie da pistolero circondato dai nemici del giusto groove. Ma il beat dei Prodigy non viene mai sopraffatto nella sfida all’ultimo decibel. Lavoro tutto di studio e computer, questo album vede un protagonista che gioca con una sigla, un marchio di fabbrica, che in passato (anni ’90) ha fruttato soldi a palate riuscendo a sdoganare una dura estetica dance underground sulle onde di classifiche e radio. Howlett, come 3D degli ultimi Massive Attack, gestisce credibilità e idee in un mondo che, dal precedente “The Fat Of The Land”, è cambiato molte volte. Richiamandosi alla radice hip-hop più genuina, che ormai è “classica” per tutti, dalla Manica ai Beastie Boys. Elettronica e beat dominano, mentre le voci sono utilizzate come campioni, suono vocale, a condire e colorire la struttura. Liam Howlett ha proclamato che questo è un album sexy. Quel sexy un po’ malato che va a braccetto con le ruvidezze sonore, il rock-electroclash-punk sfilacciato, i grassi, allargati, pompati ritmi rubati dal funk. Un sexy alla Prodigy, che ripete (con talento, per carità) la provocazione di una volta trasformandola in soundtrack da sfilata di Cavalli. Rock ‘n’ roll del 2000, atmosfera maledetta e super beat in “Hot Ride” con Juliette Lewis, che supera il rischio del grottesco. Bellissimo funk elettronico, con suonerie di telefono, in “Wake Up Call” (Kool Keith). Ipnotico, psichedelico, tra musica iraniana e old skool “Medusa’s Path”. Electro hip-hop originale in “Girls”, trascinante “Get Up Get Off” (Twista), sample di “Thriller” truccato in “The Way It Is”. Liam (Gallagher) nella marcia rock-techno “Shoot Down”.

INTERPOL    Antics

È difficile farsi piacere un disco di rock, ultimamente. Intendo visceralmente, con la partecipazione adatta a musica che, al meglio dei suoi esiti, ha espresso la sintesi delle passioni urbane, l’innovazione del linguaggio, la modernità e il suo continuo superamento e aggiornamento. Ebbene, questo secondo album dei newyorchesi Interpol è uno dei pochi, validi, esempi di questo aggiornamento elettrico. Non rivelatore, impressionante come il debutto “Turn On The Bright Lights” ma credibile, pulsante, prodotto che rappresenta una validissima attualità espressiva. Un disco lungo il giusto (41 minuti) come deve essere, che non ovunque mantiene un livello di idee e invenzioni alto, ma piace proprio per questa discontinuità, per la possibilità di impadronirsi delle sue storie con il tempo, gli ascolti, la gradualità. La voce di Paul Banks, il sound fantastico degli Interpol, sono un nuovo modello del rock. Fuoriescono dalla penombra, scandiscono secche linee, pennellate elettriche. Costruiscono canzoni con un singolare valore intrinseco, l’illustrazione asciutta delle emozioni. E poco importa riascoltare ancora echi di Television o Joy Division. Gli Interpol sono una cosa seria, seriamente fanno i loro giochetti (antics) da clown, colorano con impressioni old fashioned le ambivalenze del cuore. I primi brani sono fortissimi. “Next Exit”, con organo iniziale, sembra un pezzo anni ’60, ma è corposo, melodico. “Evil” va in crescendo tra basso e chitarra. “Narc”, un capolavoro, ipnotizza quasi. “Take You On A Cruise” è un’avventura nello spazio di una canzone. “Not Even Jail” è incalzante, composita, dark. “C’Mere” una marcetta wave, quasi. “A Time To Be So Small” una ballata alla Interpol.

 

BADLY DRAWN BOY   One Plus One Is One

A 33 anni, Damon Gough (alias Badly Drawn Boy) passa felicemente dallo status di rivelazione, osservato speciale del nuovo songwriting inglese, a certezza: personaggio dallo stile ormai definito che può cominciare ad allargare gli orizzonti della sua popolarità proprio nel momento in cui, con questo terzo album “One Plus One Is One”, la sua poetica diventa più raccolta, intima, semplice, la sua musica si adagia dolce e pigra in un clima di ottimismo e fiducia. Per Gough, l’età della matura giovinezza è anche quella della completezza delle sensazioni come uomo e padre: passaggio da un sentimento problematico alla voglia di vedere il lato bello delle cose. Il suo esordio “The Hour Of Bewilderbeast” è ancora un fresco, splendente ricordo. Ma questo album, ostinatamente fuori da schemi e grancasse, può raggiungere ancora più in profondità. Gough è uno che ha bisogno di un ambiente raccolto per produrre il meglio. Semplicità, rilassatezza, voglia di guardare all’essenziale della vita. Voglia di starsene in provincia, a Stockport, abbozzando insieme all’amico Andy Votel quadri con pochi colori musicali, in quella penombra del passaggio, da una sensazione all’altra, da una stagione all’altra, che produce le riflessioni più vere sulla nostra esistenza. Rock da camera, cantautorato di impostazione perlopiù acustica, sospeso nel tempo di uno stile “inglese” che rimanda ai toni di Nick Drake come a certe escursioni più dolci dei Pink Floyd d’antan. La forza di questa musica è la sua essenzialità. Fascino privato che ognuno cerca tra le pieghe del suo cuore, entrando in sintonia con gli outsider come Gough, assolutamente antimoderni, lontanissimi da ogni tendenza, classicamente attenti all’emozione primaria che tanti menestrelli hanno cantato. Sarebbe interessante paragonare Badly Drawn Boy al Max Gazzè di oggi, nel modo semplice e diretto di fare musica (ancorchè il sound sia ben distante). “One Plus One Is One” è il classico disco da tenere sul comodino, pronto per ogni sollievo urgente, per ogni gentile richiesta di calore musicale: teneramente, dolcemente, appassionatamente lo-fi. La voce del protagonista è accompagnata da strumenti contati, talvolta da un coro di ragazzini, applausi sparsi. Flauto e pianoforte caratterizzano certi passaggi. Non tutto riesce al meglio, ma sono anche le imperfezioni, le bizzarrie non immediatamente comprensibili, a dare fascino a queste canzoni. Ed è bello immergersi in questo piccolo viaggio, farsi conquistare a poco a poco. Ognuno troverà i suoi episodi preferiti. Da ricordare senz’altro la delicatezza di “This Is That New Song”, bellissima e struggente canzone d’amore senza tempo. Il mirabile stile musicale coffe-table, quasi jazzy, di “Another Devil Dies”. La dolcissima “Four Leaf Clover”, ballata leggermente mossa che è una bellissima dichiarazione di ottimismo e fiducia nel futuro, con finale di piano e chitarra. La title-track è ariosa e melodica. Sognante e retrò “Easy Love”. Corale e bizzarra “Year Of The Rat”. Sghembo e suggestivo strumentale “Stockport”. Dolce, fascinosa, strutturata e corale “Holy Grail”. Disinvolta e rock “Summertime In Wintertime”, lezioncina sulla pazienza e l’aspettativa. Questo album suona, nel complesso, come un disco di una volta, di quelli con un capo e una coda. Non per fare scintille su tutta la gamma sonora, piuttosto per riportare un clima generale di passione, sonorità perlopiù acustiche riportate nella loro essenza. Siamo anche noi in studio con Damon e Andy.

JESSE MALIN   The Heat

La favola del rock ‘n’ roll ha eletto da un paio d’anni tra i suoi personaggi favoriti il newyorchese Jesse Malin, ex punk con la band D Generation diventato cantautore elettrico come solista, e soprattutto rivelazione con il primo album personale “The Fine Art Of Self Destruction”, prodotto dal mitico Ryan Adams. Tra i cantori della realtà urbana, che nell’iconografia tradizionale si muovono vestiti di pelle tra pozzanghere e taxi gialli sfreccianti, Malin è l’ultimo di una serie iniziata almeno 40 anni fa. La sua voce, talvolta, ricorda Bruce Springsteen, che del resto è un suo pubblico estimatore. Le sue storie sono originali e bellissime, segnate dalla capacità di giocare con le parole e le situazioni in un flash. “The Heat” è un disco eccellente, per intenditori di rock dal punto di vista musicale, ma anche e soprattutto rilevante per i testi delle canzoni, da decifrare, distillare nell’anima e nel cuore. Con tanta passione, elettricità e melodia dentro. Stavolta autoprodotto, e ottimamente. Da Neil Young al Boss a Paul Westerberg, la Storia incombe ma non pesa sulle spalle di Malin, che passa un altro difficile esame. Heat, calore, è il titolo giusto. Ospitate di Ryan Adams, Pete Yorn e Jody Porter. Jesse Malin è uno capace di sedertisi accanto in un bar e spiegarti con poche parole perché ti sei innamorato quella volta, perché quel giorno ti sei sentito morire. Ma sa raccontare anche i sentimenti del dopo 11 settembre. Insomma, è uno di quelli che rendono meno amaro scoprire il rovescio della medaglia. Canzoni una più bella dell’altra. Si procede tra ritmo e riflessione, scosse, carezze e stilettate. Melodie pop-rock, sapori retrò, suggestive ballad, confessioni crepuscolari.

 

TRICARICO  “Frescobaldo nel recinto”

In televisione c’è la morte, la guardiamo in faccia. Ogni giorno il mondo ci toglie qualcosa, un pezzetto di ingenuità ai bambini, ci toglie un sorriso, la capacità di indignarci perché siamo rimasti un po’ puri, dentro. Eppure nel mondo viviamo, e con esso facciamo i conti. Vorremmo stropicciarci gli occhi di fronte alla semplicità, al sogno che abbiamo scordato, accantonandolo insieme ad una lontana età di bellezza. Vorremmo scatenarci cercando la felicità, la vita. Ecco: di getto, le canzoni pop di Tricarico ti fanno pensare anche queste cose. Ancora una volta combinano la melodia, l’immediatezza, l’incedere da filastrocca, con sentimenti profondi, visti da uno sguardo personale, cantati da una voce strana e spigolosa. “Frescobaldo nel recinto” è il secondo album di Francesco Tricarico, dopo l’omonimo esordio-capolavoro. Molto suonato, confezionato con Paolo Germani, Patrick Benifei, Fabio Merigo. Tanto funky (talvolta ricorda il vecchio Battisti), pop-rock, spruzzate soul. Oggi più che mai, Tricarico lo puoi ascoltare su due livelli. Quello del coinvolgimento musicale e quello, viscerale, dell’inatteso groppo alla gola. L’artista si conferma come l’unico, vero cantore di un’Italia postmoderna senza padri e senza madri e alla disperata ricerca di essi, di amore e sincerità. Mai conciliante, crudele persino, racconta uomini e formiche che si ribellano improvvisamente, costruendo un nuovo, formidabile porto franco della fantasia. Ma di tutto, alla fine, restano canzoni pop. Di un nuovo pop d’autore senza paragoni. Senza i super-singoli del primo album, ma con un ottimo incedere medio. Cominciando da “Cavallino”, canzone che decolla col tempo. E poi, ad ognuno i suoi sogni/incubi.

 

BRIAN WILSON    Gettin’ In Over My Head

Nel cinquantennale del rock, album come questo ci ricordano quanto sia leggera e allo stesso modo pesante l’eredità della grandezza. E quanto sia lecito giocarci senza darle troppa importanza. La grandezza è quella di Brian Wilson, insieme a Paul McCartney unico tra i viventi “inventori” della musica pop che ancora oggi ascoltiamo, genio tormentato dei Beach Boys sempre nelle cronache. Con questo disco di nuove canzoni e con la nuova registrazione dell’album perduto “Smile”. “Gettin’ In Over My Head” arriva a 6 anni dal precedente “Imagination” e continua la riappropriazione delle armonie e delle melodie che hanno incantato generazioni di musicisti e ascoltatori. L’artista, con un suono brillante, frastagliato ma non oppressivo rivisita un’innocenza perduta tante volte che si è perso il conto, rifà sé stesso in maniera plateale e dolce. Wilson gioca con la sua storia e il suo marchio musicale con la leggerezza che questo gioco merita. Ma il paragone con la storia è pesante, perché le sue canzoni di oggi non sono certo stellari. Si notano le ospitate di Elton John, nella bella, revivalistica e sottilmente emozionante “How Could We Still Be Dancin’”; di Eric Clapton in “City Blues”, bluesone solo in parte, con variazioni e scantonate e un clima non risolto; di McCartney in “A Friend Like You”, pezzo su una vecchia amicizia che suona sdolcinato, ma è kitsch in dose misurata e divertente. “Soul Searchin’” è una canzone già esistente con la voce del fratello scomparso Carl, bella, quasi doo-wop. La title-song è una ballata bellissima, canone in sé. Strepitoso r ‘n’ r californiano old fashion in “Desert Drive”. In mezzo a troppi filler, il tono si risolleva con la perfetta “Fairy Tale”.

 

EVERLAST   White Trash Beautiful

Erik Schrody, alias Everlast, è uno degli artisti americani bianchi tradizionalmente più legati all’estetica dell’hip-hop nero. Se Eminem è il re bianco del rap, Everlast, che nell’hip-hop ci sguazzava quando era il leader degli House Of Pain, è stato l’originale ideatore di un sound blues/hip-hop urbano, acclamata novità della seconda metà degli anni ’90. Anche Everlast ha vissuto qualche vicissitudine contrattuale che lo ha tenuto lontano dalla scena. Ora “White Trash Beautiful” ripropone la bellissima e originale voce di Schrody in un contesto spesso più “pop”, con diverse digressioni country-folk. L’aria generale è quella del tipico cantastorie americano che procede fuori dal binario della rispettabilità, orgogliosamente legato alla strada e alle sue storie. Essendo Everlast il proprietario di questo particolare stile blues-folk-hip-hop, suonano curiose certe aperture, coloriture melodiche che condiscono l’album di un impatto maggiormente popolare. Una formula che regge abbastanza, ma non troppo a lungo se le canzoni non sono tutte di ottimo livello. E questo, in effetti, non si verifica. Il cantante produce l’album insieme a Dante Ross. Suoni pieni, con bella definizione degli strumenti. La chitarra e il beat dialogano spesso, la voce si spiega su canto e rime, tra scratch e sample. “Blinded By The Sun” è una ballatona rock urban folk con sample e coro. La title-track si apre tra beat e chitarra. Ben cantata e piena “Angel”, con parte musicale evocativa. Bella, malinconica ma non rassegnata, con citazione di Hank Williams “This Kind Of Lonely”. Tesa e pienamente black “Soul Music”. Insolente e corale, ritmata “God Wanna”. Un pizzico di hard nella melodia rock blues di “Pain”.

 

WILCO   A Ghost Is Born

In un mondo in cui latitano le sicurezze, un certo rock è lo specchio fedele dei tempi: senza un centro di gravità, si avvita sulla classicità togliendole la polvere di dosso, carezza i sapori dell’immarcescibile country-folk-american rock con la carta vetrata. Si piega all’estro dei musicisti che lo suonano e cantano. Procede scantonando e forse ce lo troveremo nella Storia. È il rock dei Wilco, compiutamente postmoderno, tra Yo La Tengo, Radiohead e Grandaddy. Con i mattoni degli strumenti classici, della melodia, la voce spessa un filo e “malata” di Jeff Tweedy, ma anche decadenti effetti musicali che opacizzano il quadro, improvvise ventate di imprevedibilità che diventano quasi obbligatorie per poter dire qualcosa di diverso. “A Ghost Is Born”, che segna dieci anni di storia dei Wilco, ricorda un album rock d’altri tempi solo per il concetto generale, con brani aperti e poco convenzionali. Importante il lavoro di Jim O’Rourke, produttore e artefice del segno musicale della band. Rispetto all’acclamato “Yankee Hotel Foxtrot” qui c’è un suono più naturale e diretto, riflesso di musicisti “umani in un mondo artificiale”. Anche se la ricerca dell’asciuttezza e dello stile “documentario” delle registrazioni, come istanza programmatica, desta qualche dubbio. Filo conduttore delle storie è il nostro “fantasma” di individui alla ricerca di identità in una realtà complessa. Archiviati episodi come la lunghissima “Less Than You Think” con rumore elettrico per gran parte dei suoi 15 minuti, o la monumentale, libera, acida e incalzante “Spiders”, svettano l’elettrica “At Least That’s What You Said”, la bellissima, dai toni sfumati “Handshake Drugs”, l’energica, sostenuta “I’m A Wheel”.

 

ANGELIQUE KIDJO    Oyaya!

La bella stagione porta anche qualche segnalazione sui buoni dischi da portare in vacanza. Come questo album dell’artista africana Angelique Kidjo, da anni figura di rilievo mondiale e cosmopolita. “Oyaya!” (in lingua yoruba significa “gioia”) è la terza parte di una trilogia dedicata alla diaspora della cultura musicale africana. Dopo aver rivisitato la black music americana e le atmosfere brasiliane, Angelique ha viaggiato nei Caraibi, componendo insieme al marito Jean Hebrail canzoni ispirate a stili come calypso, merengue, salsa e ska. Un lavoro concettuale che presuppone una programmazione a tavolino, forse rischiosa per un esito spontaneo e credibile dell’opera, che però è riuscita brillantemente. Questa è musica che può accontentare i palati degli appassionati, ma può anche conquistare gli estemporanei ballerini di tante rotonde sul mare. In fondo, è il traguardo che per definizione ha sempre cercato: quello della festa, della gioiosa celebrazione della vitalità. Dal punto di vista strettamente musicale, dell’esecuzione, degli arrangiamenti e del sound, siamo presso lo stato dell’arte della musica etno-world in genere. L’atmosfera è sempre brillante, Angelique Kidjo ha una presenza vocale strepitosa e i musicisti che l’accompagnano, tutti super, allestiscono una sarabanda di ritmi e colori. Forse sono meno interessanti i toni salsa, genere che ultimamente ha un po’ stufato inflazionando l’ascolto. Il singolo “Congoleo” è un bel calypso cantato in fon. “Oulala”, frenetico merengue, resta nella memoria e nelle gambe. Colorito il duetto con Henry Salvador sulla mazurca “Le Monde Comme un Bebè”. Apoteosi nella kompa haitiana “Dje Dje L’Aye”, con Jacob Desvarieux dei Kassav.

 

BEASTIE BOYS   To The 5 Boroughs

Impegno politico, anti-Bush e anticonformista, e incazzatura. Questi sono i Beastie Boys di oggi e di ieri. Paladini del rap bianco prima di Eminem e del nuovo rock crossover negli anni ’80, tornano a cinque anni da un piccolo capolavoro come “Hello Nasty” con questo album-proclama, rivolto direttamente ai cittadini delle cinque unità urbane di cui è composta la loro New York City. Un disco in cui l’essenzialità dei tre musicisti è al massimo (molti pezzi di due-tre minuti), come per riaffermare la parentela concettuale tra un certo hip-hop e il punk dei bei tempi. E costruire una nuova, stilosa canzone di protesta, unico folk urbano possibile nel 2004 delle torri cadute. La sequela dei brani ficcanti, con molta musica programmata e non suonata, retti solo o quasi dalle rime che rimandano alla vecchia scuola, alla lunga può avvitarsi su sé stessa. Limite e caratteristica del disco, che diverte a appassiona (da seguire i testi), ma stufa quando spinge troppo sull’orgoglio autoreferenziale. “An Open Letter To NYC” è il capolavoro dell’album: inno corale, emozionante, teso, appassionato e misurato, l’altra faccia della New York degli special TV, quella che accoglie tutti, non respinge nessuno, ed è ancora in pista dopo l’11 settembre. Sarabanda old school nel singolo “Ch-Check It Out”. Si parla di storia, del gruppo e degli USA, in “Right Right Now Now”. Beat tagliente nel manifesto anti-Bush (che flette i muscoli da militare) in “It Takes Time To Build”. Sample storico (da Rapper’s Delight) nella scoppiettante “Triple Trouble”. Sound ricco e funky in “All Life Styles”. “The Brouhaha” è una prova di bravura e fantasia. Frenetica e asfissiante stilettata contro la destra “We Got The”.

 

RAIZ   Wop

Quante volte ci siamo buttati giù ascoltando la nostra musica popolare. E quante volte lo abbiamo fatto anche a sproposito, spinti dal pessimismo. Ma se ci sono artisti come Raiz si può guardare con fiducia al presente, sognando persino che musica come questa possa oltrepassare più volte i confini. Ebbene sì, come e forse più che con gli Almamegretta, di cui è stato frontman e voce carismatica, Raiz suona autenticamente cosmopolita con questo suo esordio solista. Il “wop” del titolo è la storpiatura di “guappo”, storico dispregiativo di americani e inglesi per indicare l’italiano: l’anima migrante mediterranea, appunto, che Raiz oggi incarna al meglio. Anima e arte popolare che si riscattano e giganteggiano. Nuovo pop senza confini, all’insegna del beat etno, della passionalità che unisce elettronica, groove e melodia (con Polcari, Vernetti, Pagani). Cantato dalla voce antica e velata di Raiz, strepitosa e di gran fascino. “Wop” si apre con un singolo acchiappa-ascolto come “Scegli me”, nobile cavalcata pop mediterranea. Ma la sostanza e i vertici artistici vengono dopo, quasi in crescendo, descrivendo amori che oltrepassano le frontiere, sofferenza, abbandono, invocazioni contro la guerra, speranza nel riscatto, rapporto con la natura, voglia di libertà stilistica. In italiano, napoletano e inglese, Raiz sa essere stiloso e sentimentale, enfatico e spiritoso, un occhio a Sergio Bruni e uno a Peter Gabriel. L’impianto sonoro è fantastico e vario, su tutti i toni del meticciato: arabo, mediterraneo, napoletano, reggae-dub, jazzy, etnobeat e anche rock-soul retrò: “Dare”, “Nun me vuò cchiù”, “Ancora, ancora, ancora”, “Tu che non ci sei”, “C’era una volta”, “Ilah shadday”, “W.O.P.”.

LOS LOBOS    The Ride

Non è vero che i Los Lobos sono uno dei tanti gruppi di Los Angeles, come recitava il titolo di una loro famosa raccolta. Senza i Los Lobos e la loro storia più che trentennale, infatti, mancherebbe un importante tassello alla musica Americana: quella che parte dal rock per attraversare il blues, il soul, il country, il folk e, nel caso di questa band, le prominenti tonalità latine che stanno prendendo piede da due decenni in qua nella musica popolare. “The Ride”, primo album autoprodotto dal gruppo, è una festa di incontri con altri musicisti e insieme una prova di gusto, talento e versatilità per i Los Lobos. In qualche modo un disco anomalo, ma di grande effetto: comunque non la classica operazione commerciale che mette in primo piano collaborazioni o duetti. Con canzoni vecchie e nuove, sonorità piene e corpose, un groove naturale, è molto vario nelle atmosfere. Azzeccato, se pensiamo di ascoltarlo viaggiando. L’escamotage del “viaggio” musicale (quello, lunghissimo, dei Los Lobos) non è certo originale, ma funziona perché il risultato è valido, un prodotto medio di classe che non deluderà gli appassionati. La prima metà dell’album non conosce cedimenti, poi si va a fasi alterne. Melodica ed elettrica “La Venganza de Los Pelados” con il gruppo rock messicano Café Tacuba. Bene “Rita” (Mitchell Froom). Maiuscola, blues, soul e rock, la classica “Is There All There Is?” (Little Willie G.). Caldissimo soul-rock in crescendo con “Wicked Rain/Across 110th Street” (Bobby Womack). Scoppiettante sarabanda “Kitate” (Tom Waits, Martha Gonzales). Fascinosa “Matter Of Time” (Elvis Costello). Feeling e classe in “Someday” (Mavis Staples). Bella conclusione rock-blues con “Chains Of Love”.

LENNY KRAVITZ    Baptism

Settimo album in quindici anni di carriera. Popolarità stellare come rocker e come casanova. Stile musicale che ha procurato collaborazioni di rilievo con i nuovi re del rock ‘n’ soul N.E.R.D. o con il rapper numero uno Jay-Z. Persino un film, parzialmente autobiografico, in progetto. Lenny Kravitz è uno dei re dell’estate, non solo per l’appeal commerciale a colpo sicuro della sua musica o i suoi concerti, ma soprattutto perché incarna una delle personalità pop più riuscite del momento. Questo “Baptism”, presentato come una sorta di ritorno alle origini dirompenti di “Let Love Rule”, un nuovo battesimo musicale e, perché no, anche spirituale, si presta perfettamente alla bisogna. Snocciola i toni del Kravitz-style, crossover pop-rock bianco e nero, un James Brown da garage, in modo convincente. Ripete, anche se con dosi e variazioni elettriche diverse, il risultato del precedente “Lenny”: prodotto alto di gamma per un pubblico larghissimo. Flash e scosse, tabloid e sudore. “Baptism” riesce meglio nei brani più movimentati e più “neri”. Kravitz ha ottimamente composto, cantato, prodotto, arrangiato, e suonato gran parte degli strumenti, con l’aiuto di pochi altri musicisti (da notare il sax di David Sanborn). Un gattone che gioca a fare il “pastore del rock ‘n’  roll”, strizzando l’occhio alla biondina in prima fila. “Lady” ricorda i N.E.R.D. che citano Kravitz (!), apertura black ed energia old fashion. “California” è un rock veloce, fresco, corposo. Funk grasso e insinuante, marpione e sexy in “Sistamamalover”. Black & white paraculo alla R.H.C.P. nel singolo “Where Are We Runnin’?”. “Storm” è ottimo funk-rock con Jay-Z. Bella, lenta, elettrica quanto basta “The Other Side”.

ALANIS MORISSETTE    So-Called Chaos

Dopo un album di transizione come “Under Rug Swept”, Alanis Morissette riparte con “So-Called Chaos”, un disco la cui uscita è stata rimandata più volte ma che finalmente riporta la rockeuse canadese nei binari delle migliori cose espresse in passato. “Chaos” è un album più energico e vitale del precedente, complessivamente suona fresco e convincente. Ci sono canzoni da notare e il sound è bello e brillante. Forse è davvero il risultato di quel “nuovo senso di tranquillità” che l’autrice ha raccontato parlando del periodo di gestazione del disco. Produzione che si è svolta in maniera naturale, senza stress, come ai tempi di “Jagged Little Pill”, l’album-capolavoro che la rivelò nel 1995. L’elaborazione dei sentimenti, della propria coscienza di persona e di donna, sembra arrivata ad un punto di equilibrio. E anche aver affidato ad altri l’onere maggiore della produzione ha avuto il suo effetto. Si sente un’aria diversa fin dall’apertura di “Eight Easy Steps”, energica, quasi frenetica, veloce, dal sapore alt-rock, per una singolare lezione di vita. “Doth I Protest Too Much” è una sorta di affermazione di fiducia in sé stessi attraverso il contrasto, sostenuta ballata elettrica con bel ritornello. La title-track è musicalmente interessante, confina con l’hard tra vuoti e pieni, l’esplosione elettrica accompagna il ritornello, affermazione di libertà e rispetto. “This Grudge” (questo rancore), signora canzone cantata benissimo, emozionante, spiega una grande descrizione di sentimenti. Il primo singolo “Everything” fonda su una eccellente costruzione pop-rock la ricerca di completezza di Alanis, personalità-collettore di vittorie, sentimenti e contraddizioni del post-femminismo.

MAROON 5    Songs About Jane

Ecco il nuovo successo a scoppio ritardato che viene dall’America (Los Angeles). Dalle ceneri della band indipendente Kara’s Flowers, nacque anni fa il gruppo pop-funk-rock Maroon 5. Nel 2002 uscì questo che finora è l’unico album del quintetto di Adam Levine, un cantante dalla voce bella e caratteristica che dà l’impronta a tutto il sound della band. Ma il successo è arrivato solo in seguito, grazie a tanti concerti e successivo passaparola dei fan, ma soprattutto all’esplosione del singolo “Harder To Breathe”. “Songs About Jane” è stato pubblicato ufficialmente anche in Italia quest’anno. I Maroon 5 potrebbero sembrare un gruppo rock, anche se l’effetto complessivo della loro musica è decisamente boogie-pop. Riciclano infatti l’onda lunga di quel groove crossover passato dalle parti dei Red Hot Chili Peppers, lo spolverano con una certa freschezza e originalità e scodellano tutto con talento e disinvoltura. La produzione di Matt Wallace garantisce le alchimie che ci vogliono per suonare “giusti”. Levine e i suoi cantano storie d’amore buone per la MTV generation, ma sanno il fatto loro con la musica, in cui ritroviamo a cascata impressioni di Sting, Stevie Wonder, Robbie Williams, New Radicals, Spin Doctors o Jamiroquai. “Harder To Breathe” è una perfetta e accattivante sintesi di questo stile pop. Retrogusto rock & soul d’epoca e “inglese” in “This Love”. Convincente e aperta “She Will Be Loved”. “Tangled” è un funkettino rock indolente, con ritornello infallibile e assolo OK. Meccanismo pop-rock perfetto in “Must Get Out”. Tra soul ed elegante orchestralità pop “Sunday Morning”. Notturna, originale, quasi swing-boogie “Secret”. Bella, cantata perfettamente “Sweetest Goodbye”.

 

SNOW PATROL    Final Straw

In fondo basta poco, una quarantina di minuti di canzoni elettriche, per farci riscoprire con un pizzico di emozione l’eterna favola di ragazzi che si incontrano e decidono di suonare insieme in una rock ‘n’ roll band. Qui la variante del copione, ben conosciuta dal pubblico britannico, ha visto due irlandesi, Gary Lightbody e Mark McClelland, iniziare in Scozia l’avventura degli Snow Patrol negli anni ’90. Oggi siamo arrivati ad uno splendido terzo capitolo di questa storia. “Final Straw” è un album compiutamente pop, che risulta dalla fusione di un moderno approccio rock tipicamente britannico (ad esempio, Coldplay) con influenze e sentori che appartengono alla migliore musica alternativa americana degli ultimi 15 anni. Senza un attimo di cedimento, la melodia è presente anche quando l’atmosfera si fa più elettrica. E arriva un piccolo miracolo, raro di questi tempi: i soliti mattoni di base si intrecciano a formare qualcosa di nuovo, vitale, naturale, coinvolgente. La produzione di Garrett Lee è impeccabile, arricchisce di colori senza snaturare. L’impressione è che “Final Straw” segni la maturità degli Snow Patrol insieme ad una loro credibile apertura che potrebbe conquistare un pubblico vasto, in Europa e persino in America. Comunque, il piacere di tuffarsi in queste canzoni, con storie di contrasti e forti emozioni, è grande. Quando si punta sull’elettricità con “Wow” oppure l’ottimo riff del singolo “Spitting Games”. Ma soprattutto quando si varia su armonie vocali (“Somewhere A Clock Is Ticking”), melodie quasi classiche (“How To Be Dead”) strutture complete e aperte (“Run”), crescendo di intensità (“Ways & Means”), e costruzioni affascinanti e preziose (“Grazed Knees”).

FRANCESCO RENGA    Camere con vista

Nella vita si cresce e quando le vicende personali influenzano in qualche modo la musica, di solito ci sono buone novità. È il caso di questo terzo album di Francesco Renga, il migliore della sua carriera solista, risolto compiutamente in favore di un moderno stile pop-rock melodico. Genere difficile da frequentare in maniera accettabile se non si ha una voce super come quella di Francesco, ma anche se non si hanno le canzoni. Di queste, in “Camere con vista”, per fortuna ce ne sono di buone. Singolare il fatto che questo album sia il prodotto di forti emozioni personali nella vita di Renga (nuovo amore, una figlia) e che comunque conservi i contrasti, le malinconie e le contraddizioni di un uomo. Si sente che le costruzioni musicali sono tutta un’altra cosa rispetto alle prove precedenti. Lo stile sonoro è omogeneo, accattivante, all’insegna di una melodia pop elettrica che quasi sempre riesce a cogliere nel segno. Renga, come autore di testi, non ha ancora raggiunto il massimo: potrà crescere nella descrizione dei sentimenti e nella cura dell’espressione. Il resto, composto e prodotto con l’aiuto di Luca Chiaravalli e Umberto Iervolino, va brillantemente. Le canzoni sfilano come un diario, visioni che rimandano continuamente alla sensibilità e alla vita del cantante che si racconta attraverso di esse, e guadagna anche sul lato del gioco e dell’ironia. Ottimo il primo singolo “Ci sarai”, una bomba ad orologeria pop. Ariosa bellezza in “Comete”, storia sbarazzina nella veloce “Come piace a me”, ottima costruzione in “Non ti passa più”, divertente e frizzante “Meravigliosa (la Luna)”, melodia perfetta in “Un’ora in più”, buon pop-rock in “Fino a ieri”. Ghost track “Per sempre”.

MORRISSEY    You Are The Quarry

Il ritorno sulla scena discografica di Morrissey, con il primo album dopo sette anni, ha movimentato la scena musicale britannica. A significare che Moz resta ancora l’ultimo leader prodotto dal rock inglese, un personaggio capace, con gli Smiths negli anni ’80, di caricarsi sulle spalle e rappresentare le inquietudini e le rivendicazioni emotive e psicologiche di un’intera generazione. Da solista, onestamente, Morrissey non ha mai eguagliato le vette musicali raggiunte con Marr e gli altri. Ma in tempi poveri di grandi trascinatori, il suo ritorno è apparso come una manna. Sono fioccati gli articoli, le interviste e il musicista è stato chiamato a intervenire un po’ su tutto come opionion leader, nonché come direttore artistico di turno del prestigioso festival londinese Meltdown. “You Are The Quarry” è un disco musicalmente ricco di atmosfere, brillante. E alcune storie valgono, come ai bei tempi, la pena di una lettura partecipe. Detto questo, non siamo di fronte ad un capolavoro. Non emergono canzoni epocali, c’è solo un buon livello medio soprattutto nei contenuti musicali. L’album è condotto spesso su tempi medi, in cui Morrissey è l’interprete-protagonista che gioca sulle sfumature. La produzione di Jerry Finn è felice e rende bene l’ambiente sonoro. Morrissey gioca di taglio e fioretto sull’America in, “America Is Not The World”, una sua classica ballata rock. Orgogliosa autoaffermazione nella veloce, esplosiva “Irish Blood, English Heart”. Bella e struggente storia “Come Back To Camden”. Melodia in “I’m Not Sorry”. Poesia urbana nella vivace “First Of The Gang To Die”. Confessione d’amore in “I Like You”. Ironico manifesto della rockstar in “You Know I Could’t Last”.

PRINCE    Musicology

Tutti vorremmo avere un maestro di musicologia come Prince, venticinque anni di carriera che non pesano affatto. Con questo disco e con il tour omonimo che riassume una storia formidabile, l’artista ha voluto fare il punto, mostrare ai ragazzi e ai giovani musicisti quanto sia importante fare bene questo mestiere, coniugando talento e naturalezza. Parlando persino di guerra, schierandosi contro i potenti. La facilità musicale, l’essenzialità, la varietà di atmosfere e la disinvoltura di Prince dimostrano la perfetta riuscita di questo intento. Prince non si autocelebra, non “fa” Prince, ma “è” ancora Prince. Con capolavori assoluti del funk e del black rock alle spalle, gli basta continuare a spaziare con colori, melodie e ritmi. Così “Musicology” non è una manierata operazione nostalgia. È un disco attuale, credibile, da consigliare a chi ama i N.E.R.D. di oggi perché suona come un ottimo (non voluto) contraltare a “Fly Or Die”. Da avere per chi conosce il genio di Minneapolis dai primi passi perché ne mostra ancora una vena vivissima. “Musicology” apre le danze riallacciandosi al feeling storico di James Brown. Atmosfera orchestrale, fantasia in “A Million Days”. Funk grasso, giochi vocali, toni molto neri e variazioni ritmiche in “Life ‘O’ The Party”. “Call My Name” è una torch song princiana super. Armonie vocali strepitose nel pop-rock “Cinnamon Girl”. Insinuante, rilassata, quasi jazzy “What Do U Want Me 2 Do?”. Magica souplesse sexy in “On The Couch”. Funky notturno riflessivo, classico “Dear Mr. Man”. Dolce chiusura “Reflection”. Prova di bravura del tuttofare Prince con altri musicisti. Le chiacchiere sul Prince tornato a una major stanno a zero. La sostanza è “Musicology”.

 

VASCO ROSSI   Buoni o cattivi

Forse c’è davvero una ragione profonda, nel fatto che Vasco Rossi abbia scelto di rivolgere la sua attenzione “agli ultimi, ai diseredati”, come faceva Fabrizio De Andrè, quando ha presentato questo album presso una struttura del Gruppo Abele di Don Ciotti. Valore simbolico, per collocare le nuove canzoni in un contesto preciso, o mossa mediatica per posizionarsi idealmente nel filone più nobile della canzone italiana? Quando c’è di mezzo Vasco, però, il calcolo non sembra credibile. Lui è il solo che può dirti “hai mai dei guai per quello che sei”, suscitando una cascata di ricordi, dolori e conquiste di vita. Diciamo allora che la verità sta nel mezzo. Vasco non ha fatto certo un album come “Le nuvole” o “Anime salve”, per carità. Ma il suo linguaggio spezzato, pieno di sospensioni, può ancora una volta testimoniare l’unica sintonia possibile con chi ha avuto una brutta giornata, con chi esclama “sono talmente disperato che spero che il cielo tramonti”. Non c’è altro da aggiungere: insieme a Vasco cerchiamo di capire gli altri, guardiamo a chi ha dei problemi perché anche noi, sotto sotto… “Buoni o cattivi” è un ottimo album di Vasco Rossi, meglio di certi degli ultimi anni. Corazzata di autori e suonatori, produzione giusta, livello vaschiano alto, elettricità e atmosfere, nessuna caduta. Emozioni che escono all’improvviso. La title-track è un inno immediatamente familiare. “Hai mai” è quasi un manifesto rock per chi non si vuole arrendere. Forte e veloce “Cosa vuoi da me”, ballata esemplare “E…”, divertente, strepitosa alla Stones “Rock ‘n’ roll show”, bellissimo tema-canzone “Un senso” (dal film “Non ti muovere”), classica e corposa “Non basta niente”, convincente “Come stai”.

 

PATTI SMITH    Trampin’

Il tempo che è passato, facendo scorrere in un oceano le innovazioni e le scosse della generazione rock guidata da Patti Smith, è stato impietoso. Si era tornati a parlare di questa grande artista con la raccolta doppia “Land”, due anni fa. Ma il riascolto di quelle rime e di quei riff incendiari e passionali ora sbiadisce, perché l’attualità ci porta ad un nuovo disco che definire irrisolto o infelice è un eufemismo. “Trampin’” è il nono album di una carriera inizialmente esemplare, negli anni ’70, che in seguito ha vissuto di “ritorni” e fasi alterne. Negli anni ’90 Patti Smith si è esibita regolarmente in concerto, pubblicando qualche disco. Ora è tornata, cambiando etichetta, insieme alla sua band di quest’ultima fase (ci sono Lenny Kaye e Jay Dee Daugherty): improvvisamente però, complice una vena che evidentemente non c’è più, il paragone con un passato in cui anche gli svarioni erano gloriosi, il tutto si affloscia stancamente. Le storie di Patti Smith, impolverate, non sembrano più granchè. Il brivido di un talento febbrile e visionario non c’è più. Nei momenti peggiori, “Trampin’” è un “trash” di Patti Smith, nel senso dell’imitazione malriuscita di un modello. L’iniziale “Jubilee” promette almeno uno standard smithiano, suono rotondo che quasi ricorda “Gloria”, voce chiara, incedere marciante e assolo di chitarra. “Mother Rose”, melodia sbiadita che sembra un pezzo di Madonna, ci piomba però nel tunnel. Si salvano “Stride Of The Mind”, filante cavalcata, oppure la lunga, classica, arringante “Gandhi”, “My Blakean Year”, “Trampin’”. Pesante e senza costrutto “Radio Baghdad”, zuccherosa e insopportabile “Peaceable Kingdom”. Ci stupiamo ancora, di fronte ad brutto sogno.

 

DIANA KRALL    The Girl In The Other Room

La vita è cambiata anche per Diana Krall, elegante pianista e interprete jazz diventata negli anni scorsi fenomeno popolare mondiale. La bella artista canadese ha incontrato l’uomo della sua vita, Elvis Costello: musicista che lei stimava moltissimo e che ha finito per amare in tutti i sensi. Diana ed Elvis (o Declan? suo vero nome) si sono sposati lo scorso dicembre. Lui prima le aveva dedicato l’album “North”. Lei, con questo “The Girl In The Other Room”, dopo anni passati come interprete di lusso, si è finalmente cimentata nella composizione. Naturalmente insieme ad Elvis. Il risultato è un disco che mostra esplicitamente quali siano le passioni musicali di Diana Krall. Capiamo molto del suo mondo sia ascoltando e apprezzando i brani originali composti da lei insieme al marito, che le cover scelte in questa occasione. Su tutto il sound della protagonista e del piccolo ensemble di draghi del jazz che la accompagna, prodotto dalla Krall con Tommy Lipuma: essenziale, sensuale, dosato, caldo e rilassato, colirito e drammatico. In complesso, una buona prova che mostra crescita e apertura, maturità. Le canzoni “costelliane” sono quasi inconfondibili: la title-track, bella e rarefatta, gioca su colori e immagini; malinconica e blues “Abandoned Masquerade”; quasi uno spiritual “Narrow Daylight”. Diana ed Elvis hanno in comune l’amore per Joni Mitchell: ecco quindi la splendida cover di “Black Crow”, interpretata con groove, e la “mitchelliana”, conclusiva “Departure Bay” firmata in coppia. Bello il blues “Stop This World” (Mose Allison), sensuale e funky “Temptation” (Tom Waits), misurata e stilosa “Almost Blue” (Costello), riuscitissima “Love Me Like A Man” (successo di Bonnie Raitt).

 

CYPRESS HILL    Till Death Do Us Part

Non c’è stanchezza solo nel rock. Anche nell’hip-hop si può finire in un vicolo cieco. Ad esempio, la carica “rivoluzionaria” e originale della musica di Muggs, Sen Dog e B Real, cioè i Cypress Hill di Los Angeles, non è più cosi viva (si fa per dire) da diverso tempo. Con gli ultimi due album, la band aveva provato ad inspessire il suo sound flirtando con il nu-metal. Risultato accettabile in “Skull & Bones”, meno in “Stoned Raiders”. Quelle scelte erano sembrate un escamotage per tener botta, nel mondo dell’hip-hop che rinnova protagonisti a valanga. Se certi esponenti della black music sono i più credibili innovatori del pop e persino del rock, non significa che tutto vada bene. Lo conferma questo ultimo Cypress Hill, un disco con cui la band ha proclamato un ritorno alle origini del divertimento, ma che in effetti si stacca raramente da quelli che sono divenuti luoghi comuni fastidiosi e triti della musica che viene dai ghetti. L’iniziale “Another Body Drops”, ad esempio, rimastica l’ennesimo teatro amaro della strada, con tanto di colpi accoppiati al beat. Qui e là la lugubre solfa viene ripetuta, con sempre minore effetto. I Cypress Hill conoscono il fatto loro, per carità, ma è il contesto generale che sembra reggere poco. Meglio quando si spazia e si varia. Latina, gustosa e più movimentata “Latin Thugs” con Tego Calderon, ragga e convincente “Ganja Bus” con Damian Marley, bene “Busted In The Hood” che cita i Beastie Boys, enfatica e drammatica “Last Laugh” con Prodigy e Twin. Sufficiente la title-track. “What’s Your Number?” (con Tim Armstrong dei Rancid) trasforma “The Guns Of Brixton” dei Clash in una storia di rimorchio in discoteca. Tema stridente per una buona idea.

 

KEB’ MO’    Keep It Simple

Ultimamente si riparla di blues e della figura di Robert Johnson. Un po’ perché Eric Clapton ha dedicato un album intero allo storico pioniere degli anni ’30, ma anche per questo ritorno di Keb’ Mo’, alias Kevin Moore, artista di 52 anni che a Johnson è stato paragonato per la somiglianza fisica (su cui lui stesso gioca) e che ha persino interpretato Johnson come attore. Ma lo stile di Keb’ Mo’, che esordì come solista una decina di anni fa con l’ottimo album omonimo, è molto ricco: aggiunge al blues un’aria country, soul e melodica, dolce e folk. Nelle sue nuove canzoni troviamo tutto al posto giusto: ritmo compassato e preciso, una bella voce di narratore con storie di gioie e problemi quotidiani, il senso dell’umorismo e dell’assurdo dell’esistenza, belle e calde armonie suonate a meraviglia, groove convincente e melodie che conquistano il cuore. Insieme a musicisti di gran nome come Greg Phillinganes e Nathan East e ospiti come Robben Ford e Robert Cray. Con questo album, Moore mostra facilmente quali siano i vari contorni storici da cui prende spunto la musica di Norah Jones, ben più venduta: il lungo fiume della tradizione americana che vive e si rinnova. “Keep It Simple” è un piccolo capolavoro di naturalezza e vita musicale, un disco che ti può illuminare una sera buia, quando le cose vanno un po’ così e hai il blues che ti assedia. La storia spiritosa di “France” e il quadretto di “House In California” suonano come universali evasioni dal quotidiano. Ariosa e ottimista “Let Your Light Shine”, indolente, ironica e bellissima “Prosperity Blues”, dolcissimo omaggio a B.B.King in “Riley B.King”. Notevoli anche le atmosfere di “One Friend”, “Walk Back In” e “Proving You Wrong”.

 

GEORGE MICHAEL    Amazing

George Michael oggi vale più come opinion leader, come artista di esperienza che schiera apertamente in campo la sua coscienza e la sua vita di gay, o le sue opinioni politiche pacifiste. Come divo che decide di ritirarsi sul Web dopo questo album, preferendo devolvere in beneficenza i ricavati delle future pubblicazioni online. Come persona testimone di un percorso nel music business e nella vita. Come tutto questo, è meglio del musicista che ha composto, inciso e prodotto le canzoni di “Patience”, un album irrisolto, talvolta dispersivo, per lunghi tratti senza nerbo e sostanza, fatto musicalmente parlando senza rischiare, seguendo una maniera pop-soul-funky alla George Michael. I brani sono lunghi e curiosamente manifestano un nuovo easy listening anestetizzato nella costruzione generale. Mentre, altra singolarità, i testi sono spesso costruiti su storie e drammi scomodi, in cui l’omosessualità viene citata naturalmente, elemento attraverso cui passa una vita di gioie ma anche di tensioni e delusioni. Il grande limite di questo album non è nella estrema autoreferenzialità di tutto il contesto (certi passi dei testi sono comunque insopportabili), piuttosto nella mancanza di solidi punti di riferimento musicali, che dà all’ascolto una fastidiosa sensazione di leggerezza e volatilità. Alla lunga, subentra la noia. I brani che convincono subito sono, guarda un po’, due pezzi già pubblicati: “Shoot The Dog”, canzone “politica” costruita come una ritmata e insinuante invettiva pop citando “Love Action” degli Human League, e “Freek! 04”, funk sporco, provocatorio e convincente. Il singolo “Amazing” è una bella bomba ad orologeria. Groove e movimento in “Cars And Trains” e “Flawless”.

 

MAX GAZZÈ   Un giorno

Dopo un album capolavoro come “Ognuno fa quello che gli pare?” e anni di concerti, Max Gazzè torna con un disco nuovo e ancora una volta diverso. E non è un caso che “Un giorno”, quinto album del musicista, venga presentato come un lavoro che viene da lontano, da dieci anni di eccellenti, ispirate e bellissime esperienze musicali. Gazzè e la sua band per un’opera diretta, spontanea, che suona spesso “rock” a tutto tondo, in cui si sente la gioia e il divertimento di lavorare con strumenti e apparecchiature vintage ma anche, soprattutto, il gioco della libertà naturale di un Talento libero da convenzioni. “Un giorno” è figlio di questa storia, di Max e del suo gruppo: scrittura, produzione e vita mescolate. Il risultato è di impatto, eccitante, moderno e semplice. Solo e soltanto canzoni elettriche, che dal vivo, si può giurarlo, provocheranno scintille. “La nostra vita nuova”, il primo singolo, è uno dei piccoli capolavori di questa Italia del 2000: evocativa, equilibrata, giocata su un giro di basso che sembra classico tanto è bello, e su una melodia aperta che sceneggia un improvviso, sconvolgente cambiamento del quotidiano (“Questa volta non avrò paura di poter sbagliare ancora”). “Tutti salvi”, musicalmente originale, vive di continue variazioni su un testo che capovolge il cinismo corrente della paura. “Pallida”, in coppia con Daniele Silvestri, è un perfetto divertissement: creativa e fantasiosa, intrecci vocali e tiro pazzesco, con groove e beat su fondo ruvido. La ricchezza zampilla anche in “La mente dell’uomo”, la sarcastica e quasi punk “I forzati dell’immagine”, la rilassata, pigramente “inglese” “Allenamenti”, la bella “Di sfuggita”, pop-rock classico alla Gazzè.

 

N.E.R.D.    Fly Or Die

La versatilità è il paradigma della modernità musicale. Ingrediente scaturito sempre e comunque dal Genio fin dagli anni ’60, ma che di questi tempi diventa parola d’ordine, elemento essenziale dell’espressione artistica. Se non si è curiosi, se non si gioca a tutto campo, se non ci si libera anche dagli ultimi luoghi comuni non si sta “dentro” il beat, il groove, l’aria nuova che può indirizzare il prossimo svolgersi della musica popolare. Pharrell Williams e Chad Hugo, che da soli sono il prodigioso team produttivo-musicale Neptunes, e con il rapper Sheldon Haley formano i N.E.R.D., con questo formidabile album promettono di accompagnarci fino all’estate. Nel segno di una nuova, ormai definitiva apertura del rock storico. Non dell’ultimo esempio di crossover, badate bene, ma di un primo nuovo mattone che può cambiare ancora i connotati del pop. Con questo capolavoro, i N.E.R.D. fissano nel presente l’eredità di Prince, Red Hot Chili Peppers, Lenny Kravitz, fino agli Stones, Hall & Oates o Todd Rundgren, trasferendo nel campo della musica elettrica tutte le genialità, le fantasie e le creazioni originali patrimonio della moderna musica nera. Il dado è tratto: 50 anni dopo i “non bianchi” si riprendono la musica popolare, dal rap (OutKast) al rock. “Fly Or Die” è un album in progressione con un capo e una coda, dal sound strepitoso, definito e non ammassato: scosse, ritmo, gusto retrò, scatti, rap, soul, zuccherini musicali alla Quincy Jones, cori, aperture orchestrali, rock-funk urbano, idee, arrangiamenti, melodie, variazioni ed eleganti fantasie: “Fly Or Die”, “Jump”, “She Wants To Move”, “Wonderful Place”, “Drill Seargent”, “Maybe”, “The Way She Dances”, “Chariot Of Fire”.

THE VINES   Winning Days

Gli australiani Vines, guidati da un autore non banale come Craig Nicholls, sono il simbolo del nuovo rock ‘n’ roll che non rischia sul piano della credibilità, questi ragazzi infatti vengono davvero dalla cantina, ma gioca le sue carte sulla naturalezza e sull’impatto della musica, sia esso selvaggio che più strutturato. Da loro, quindi, non bisogna aspettarsi eccessive rivelazioni, solo una scossa assestata bene e la propagazione di quella classica energia vitale che viene tramandata dagli anni ’50 in poi. Il secondo album “Winning Days” ha il pregio, grandissimo, di scorrere con agevolezza e disinvoltura senza stancare. Merito della durata non eccessiva (38 minuti) e della varietà di atmosfere e colori. Decisamente però, si sente meno immediatezza e spontaneità, anche da garage, rispetto al fulminante esordio. Le morbidezze, spesso solari dolcezze, prevalgono sulle ruvidezze elettriche, tanto da pensare che certe scelte derivino da una inconsapevole risposta al successo americano. Il sound è buono, rende bene e non presenta trucchi apparenti. L’album si apre e si chiude con l’elettricità: “Ride”, singolo nervoso e disinvolto, e la rauca, gagliarda “Fuck The World”. In mezzo, un po’ di tutto. “Autumn Shade II”, ballata acustica, melodica e corale. La bellissima, delicata title-track, non scontata con atmosfere alla Beach Boys. Le mazzate di “Animal Machine”, il pop-rock di “Rainfall” e “Sun Child”, gli echi psyc e retrò di “TV Pro” e “Amnesia”, l’aria tra brit e surf di “She’s Got Something To Say”. Forse il limite di questo disco è che, magari, ti ricorda tante cose senza lasciarti un’impressione definita. Ma alla fine resta valido, sopra una media che altrove è scoraggiante.

LOU REED   “Animal Serenade”

A 62 anni suonati, Lou Reed torna a proporre un album dal vivo. Questo “Animal Serenade” rappresenta un ennesimo aggiornamento della sensibilità scenica di uno dei più grandi narratori del rock ‘n’ roll. Il doppio è stato registrato nel giugno 2003 al Wiltern Theatre di Los Angeles e documenta lo spettacolo che ha fatto tappa anche in Italia la scorsa estate. Come ha sottolineato lo stesso Reed, un punto d’arrivo degli ultimi due anni di lavoro, la lettura, o rilettura, della sua storia nella piena maturità. Singolare poi il fatto che sia uscito da poco il disco con la registrazione di uno show francese, al Bataclan nel 1972, con John Cale e Nico. Reed è tutto questo: presente che si confronta con il passato e si aggiorna; ma anche stringente, lacerante attualità poetica che appartiene agli ultimi anni (“Ecstasy”, “The Raven”). Così il suggestivo, intenso e sconvolgente per alcuni tratti, concerto dell’anno scorso è stato immortalato su disco. Tutti i toni e le sottolineature musicali sono vivi e presenti: il dialogo voce-chitarra, le atmosfere create da Mike Rathke e Fernando Saunders, gli ottimi arrangiamenti che distillano le emozioni nell’aria, ma anche l’humour e la nonchalance di Reed di fronte al suo pubblico, il suo “dire”, “recitare” certe storie, gli apporti fondamentali del violoncello di Jane Scarpantoni e della delicata e melodiosa voce di Anthony. Nella scaletta c’è un po’ tutto, dai Velvet a oggi. Il primo disco (prima parte) è però più interessante, giocato sulle sfumature, pieni-vuoti, essenziale rock da camera (“Vanishing Act”, “The Bed”, “Venus In Furs”). La seconda parte si inspessisce, aggiunge ritmi, corposità, contrasti. Una scelta per fan e non solo.

ERIC CLAPTON   “Me And Mr. Johnson”

Oggi Eric Clapton è un uomo felice, appagato come può esserlo uno come lui, con una biografia tra le più tormentate del rock. Una giovane compagna e due figlie piccole, tante cose da fare, soprattutto con la sua chitarra dal vivo, e la voglia di chiudere con certi dolori del passato, che gli fa decidere di non proporre più dal vivo “Tears In Heaven” e “My Father’s Eyes”. Clapton oggi torna ancora al blues, alla fonte primaria di quel fiume che diventò in seguito oceano: rileggendo le canzoni di Robert Johnson, l’iniziatore del blues moderno morto a soli 27 anni nel 1938, avvelenato da un marito geloso, la prima delle figure leggendarie della moderna musica popolare. Johnson come profeta del blues, che ha trasferito nella modernità gli eterni conflitti tra le passioni e le dannazioni dell’uomo. Johnson come iniziatore di gran parte della musica elettrica del 20mo secolo. E Clapton, discepolo tra i più accreditati di questo lontano maestro, che per la prima volta può confrontarsi completamente con queste canzoni dedicando loro un’intera opera, dopo averle già frequentate sporadicamente in passato. “Me And Mr. Johnson” arriva dieci anni dopo “From The Cradle”, il capolavoro di classici blues di Clapton. Non ripete quei vertici, ma offre comunque motivi di interesse. Insieme al protagonista la sua band di stelle. Il sound è pieno ma non leccato. Nelle esecuzioni non c’è enfasi ma neanche distacco, la chitarra di Clapton racconta e canta anch’essa. Non si poteva chiedere un disco di riletture “maledette” o radicali. Ma in questi tempi di ignoranza, la divulgazione può essere affidata anche a un simile atto di rispetto, che arriva nella piena maturità di un grande artista bianco.

MINA   “The Platinum collection”

Viene applicata anche a Mina la formula della “Platinum collection” che ha già fruttato ottime vendite con i Nomadi. Andando sul bellissimo sito Web di Mina Mazzini si perde il conto delle antologie pubblicate negli anni, e oggi anche i collezionisti hanno raccolto tutto o quasi. Ma operazioni come questa, 3 Cd a prezzo speciale, remaster digitale, libretto con note esaurienti e foto, sono soprattutto destinate al pubblico che “smuove” il mercato e compra i dischi. Non disdegnando i maniaci, che qui possono trovare tre brani per la prima volta su compact disc: “Caro” (1868), retro del 45 giri “Vorrei che fosse amore”; “Dai dai domani” (1969), retro del 45 giri “Non credere”; e “La musica è finita” (1968), che apparve in un album fuori commercio dell’editoriale Corriere della Sera, con 12 brani votati dai lettori. La collezione di Mina comprende 53 canzoni, spaziando dalla fine anni ’60, periodo in cui inizia la carriera “indipendente” dell’artista, che allora fondò la sua etichetta PDU, all’anno scorso. Per quanto è possibile, si illustrano davvero (anche con scelte insolite e pregiate) le diverse facce e sfumature dello stile di Mina, da quella drammatica a quella giocosa, attraversando periodi che simboleggiano anche le diverse fasi della musica leggera italiana: ascoltando i dischi di Mina negli anni, infatti, abbiamo sempre capito dove si trovasse lo stato dell’arte della nostra canzone, l’eccellenza o le sfumature di grana meno fine del sound italiano. Il primo disco raccoglie molte “corazzate” storiche, compresi i tre inediti digitali. Il secondo è dedicato al periodo di mezzo (1976-1989) con diverse curiosità. Il terzo propone una Mina più discontinua, comunque rilevante.

PACIFICO   “Musica leggera”

Il successo di Pacifico è un evento raro per la nostra musica d’autore. Stima e affetto del pubblico che si sono allargati in questi ultimi anni a macchia d’olio, cioè lentamente ma inesorabilmente, hanno fatto di Gino De Crescenzo “il” nuovo fenomeno da seguire da vicino. Un artista così profondamente italiano da saper giocare bene con i sentimenti e le melodie nel solco di una finissima tradizione, eppure figlio del suo tempo nella costruzione del suono, nell’allestimento e sceneggiatura dell’emozione (certe cose ricordano un David Gray). Originale e delicato nell’approccio, Pacifico è personaggio che conta sull’understatement, sul pudore. Come si dice, è uno che entra in punta di piedi nel cuore dell’ascoltatore. Questo è il suo pregio e il suo limite (nel senso che circoscrive il gusto di chi lo apprezza). Se si rivolgesse al raffinato pubblico francese Pacifico sarebbe già una star, per come gioca con i mattoni della forma canzone. Ma la sua gentile escalation è comunque notevole qui in Italia. Le parole cantate da Pacifico si rivelano all’improvviso, sorprendendoti dietro l’angolo di un sentimento quotidiano. In questo secondo album, forse troppo morbido, senza l’impatto rivelatorio dell’esordio, piuttosto scavano un solco lento di narrazione. Per raccontare il blues di tutte le ore e il suo contrappasso di stupore. Struggente la danza di “Un solo tempo”, profondo e bellissimo il lento incedere di “Ricomincia ogni giorno”. Musicalità perfetta in “Solo un sogno”, originale “A poche ore” con Fossati. Poesia in “Una luce”. Piena e colorita “King Kong” (di cui c’è anche una versione “teatrale”), giocosa e ariosa “Un solo tempo”. Melodia, intimità e vita in “Per non rimanere”.

 

NORAH JONES   “Feels Like Home”

L’ascolto del singolo “Sunrise” aveva confermato che Norah Jones è “jazz” quanto possono esserlo i musicisti della Band da lei adorati, o qualunque altro campione della musica country-folk. Il secondo album “Feels Like Home” mostra il vero volto musicale di questa giovane artista che ha fatto innamorare il mondo con l’ottimo esordio “Come Away With Me”. Norah Jones, fulcro e tramite creativo di un perfetto ensemble di musicisti, diventa qui la nuova voce pop che ha più legami con la classica canzone d’autore folk-rock, da certe impressioni alla Carole King e Joni Mitchell, con uno sguardo alla prima Rickie Lee Jones, ad un fascinoso feeling che può ricordare la West Coast. “Feels Like Home” non è immediato e “nuovo” come il primo album, ma riesce ad affascinare con gli ascolti. Per i più giovani, scoprirlo potrebbe invitare ad uno sguardo alle radici. La produzione di Arif Mardin ha assecondato e misurato le atmosfere in modo eccellente. Tra suoni di Wurlitzer, armonie vocali, soffuse dolcezze, frizzanti elettricità, fumosi toni bluesy, scopriamo che Norah tocca il jazz solo alla fine con “The Prettiest Thing”, composta come uno standard ma suonata in chiave folk-rock, e la splendida “Don’t Miss You At All” per voce e piano su musica di Ellington. “In The Morning”, atmosferica e bluesy, sembra rievocare Stephen Stills. Intrigante “What Am I To You?” con Helm e Hudson della Band. “Those Sweet Words” è un’incantevole farfalla di sentimento. Bei colori in “Toes”, country veloce in “Creepin’ In” con Dolly Parton, bella la cover di Townes Van Zandt “Be Here To Love Me”, vagamente bluesy “Above Ground”. “The Long Way Home” di Tom Waits e Kathleen Brennan, è suonata in chiave country.

 FRANZ FERDINAND   “Franz Ferdinand”

La band scozzese Franz Ferdinand ha colpito subito con i singoli: la frenetica vitalità di “Take Me Out”, marcetta rock con coro infallibile che riporta agli anni ’70, e la cavalcata elettrica di “Darts Of Pleasure”. L’album di esordio del gruppo è un disco svelto e frizzante, di quasi 40 minuti. Come i principi del rock underground derivativo, cioè gli Strokes, i quattro ragazzi di Glasgow propongono una infernale centrifuga di riferimenti al passato. Guardando a certo glam rock, ma anche alle atmosfere malate e febbrili di certo rock neo-funky nato quasi 25 anni fa con la new wave. Il tutto però condito con il pregio di un brio giocoso e diretto, e un bel gusto per la coralità melodica. Il rock dei Franz Ferdinand è profondamente pop, sembra proprio costruito per far festa: nuova incarnazione della party music buona per il pub, i club e i teatri, con testi che spesso sfilano come filastrocca, cambi di passo, un fortissimo e tagliente impatto ritmico-elettrico e una semplicità di base, nella costruzione complessiva delle canzoni, che indubbiamente lasciano il segno. Preso come insieme, questo debutto non lascia indifferenti. Ma, onestamente, neanche fa gridare a chissà quali miracoli. Non perché i Franz Ferdinand non siano originali, lo sono nonostante tutta l’insalata di appigli e citazioni involontarie che presentano, ma forse l’ingenuità e la spontaneità della loro musica sono più adatte, per ora, alla dimensione del concerto. Infatti, il discreto livello medio delle loro canzoni non rivela vertici memorabili. Da notare il crescendo di “Matinee”, la lunare “Auf Acshe”, il rock ‘n’ roll di “Cheating On You”, le tessiture di “This Fire”, la matura intensità sonora di “40 ft”.

 

GIANNA NANNINI   “Perle”

C’è modo e modo di “rileggere” il proprio repertorio. C’è chi lo fa, a corto di idee o voglioso di spremere ancora qualche successo passato, tentando soluzioni che franano sotto o sopra le righe, e chi invece prova a sperimentare qualcosa di diverso, misurando emozioni, ambienti sonori e colori. Per giocare, nel senso puro del termine francese e inglese, che significa anche suonare. Gianna Nannini ha scelto questa seconda strada, confezionando nuove, affascinanti e bellissime versioni di sue canzoni di repertorio, scelte non banalmente tra le “perle”. Lavorando su dosati contrappunti tra voce, pianoforte, archi, cori ed elettronica, con il tedesco Christian Lohr. Talora proponendo gli arrangiamenti essenziali già usati in concerto. Scegliendo genialmente una cover come “Amandoti” (CCCP), tango intrigante tra archi e fisarmonica. O conquistando un nuovo, credibile significato a ricordi datati (“Latin Lover”, “I maschi”). La voce è in primo piano, dolce o allusiva, con tutte le sue crude sfumature, talvolta recuperata dalle incisioni originali, e assume un tono confidenziale sui generis, tra sospiri, acuti e coloriture. Curiosamente, Gianna sembra essersi avvicinata a certe atmosfere targate Ferretti-Maroccolo (si senta “Contaminata”) per il modo di porgere le parole e il canto e avvolgerlo con atmosfere sospese fra tradizione e modernità sonora. “Notti senza cuore”, molto bella ed esemplare, guadagna nella nuova versione. Autentico respiro internazionale in “Profumo”, con arrangiamento bellissimo, canto perfetto, elementi musicali che danzano e illuminano l’essenza emozionale della canzone. Notturna, semplice e melodica “Una luce”. Notevole esplosione corale in “Amore cannibale”.

 

IAM   “Revoir un printemps”

In Italia capita di poter lanciare i dischi francesi più notevoli usciti l’anno precedente. Nel 2003 è accaduto con lo splendido ultimo album degli Zebda, e adesso parliamo con grande piacere di quella che forse è la formazione hip-hop più forte di Francia, gli IAM di Marsiglia. Il quarto album di Shurik’n, Akhenaton, Freeman, Imhotep, Kheops e Kephren, “Revoir un Printemps”, è stato uno dei fenomeni della scorsa stagione oltralpe. Ritorno sulla scena in grandissimo stile a sei anni dal capolavoro “L’Ecole du micro d’argent”. In 80 minuti di musica (per i DJ, stampa in triplo vinile) c’è ben poco da scartare. La produzione, curata dalla band insieme a Bruno Coulais, svela una cascata di raffinatezze sonore che rafforzano l’impatto dei brani. Il sound, incredibile, attraversa tutte le sfaccettature della musica urbana. L’ascolto è entusiasmante e coinvolgente ai massimi livelli. Dal punto di vista strettamente musicale, gli IAM riescono a creare un muro del suono perfetto che fonde apporti armonici, melodici al beat e alle irruenti parti vocali: da notare le belle code strumentali di alcuni brani. E poi il diluvio di rime, immagini, quadri umani e sociali che coprono una vasta gamma di emozioni, dall’orgoglio, alla liberazione, la lotta politica e la “pietas” urbana. Sfilano “Nous”, superlativa in chiave ghetto-soul, l’incredibile, pirotecnico singolo “Noble Art”, con Method Man e Redman, risvolti soul e rock con echi anni ’70 in “Bienvenue” (con Beyoncé), il rap-funky irresistibile di “Pause”, i manifesti “Fruits de la rage” e “21/04”, la perfetta orchestrazione di “Aussi loin que l’horizon”, la sontuosa “Stratégie d’un pion”, la tagliente “Lâches”, l’esemplare “Second souffle”.

 

VOODOO CHILD   “Baby Monkey”

Moby ha usato il vecchio pseudonimo Voodoo Child per pubblicare questo album-divertissement all’insegna della dance technologica, non troppo “avanti” ma neanche troppo datata (se si può usare questo termine parlando di beat, techno e house). L’idea gli è venuta scatenandosi in discoteca a Glasgow nel dicembre 2002, durante l’aftershow party per l’ultimo concerto del tour europeo di “18”. I DJ suonavano una dance “dura, genuina e sexy”, come quella che lo stesso Moby confezionava prima di diventare un divo globale della sonorizzazione electro-pop-chic. Ovviamente si tratta di strumentali con suoni smaccatamente sintetici che hanno la prevalenza, nello stile del musicista americano. Insieme ad un certo gusto melodico che condisce le cavalcate a tutto beat, talvolta spingendosi in kitschissimi territori ai limiti del muzak con ritmo. I pezzi “entrano” uno nell’altro, come nelle compilation di genere: per gli amanti della dance con lo stereo a palla in macchina, un must. “Baby Monkey” è un disco gioiosamente divertito, una vacanza di testa per Moby, che ha poi ripreso il lavoro al suo prossimo album “pop”. Ma se questo clima giocoso ne rivela un pregio, dal punto di vista di vista strettamente musicale l’album rischia di scontentare qualche appassionato: non ci sono infatti, e deliberatamente, ricerche e raffinati esperimenti, ma l’insieme alla lunga può servire solo come tessuto connettivo in discoteca, in assenza di picchi trascinanti. Non c’è neanche una decisa immersione nel beat maranza (tanto caro agli italiani). Piuttosto, diverse reminiscenze house anni ’80-90. Insomma, siamo a metà del guado. Svettano su tutto “Strings” e “Gone”, che ci ripiombano ai tempi dei primi rave.

 

DANIELE SILVESTRI   “Livre transito”

La voglia di cantare e suonare, a Daniele Silvestri non è mai mancata. Quindi era lecito aspettarsi da lui un album dal vivo, in una fase della carriera di questo singolare, inventivo cantautore rock che ha già archiviato la pubblicazione di un’antologia e il cambio di etichetta discografica, nonché la definitiva consacrazione popolare che attraversa tutti i tipi di pubblico, grazie al mega-hit “Salirò”. Ma in effetti questo “Livre transito”, doppio lunghissimo CD (74 più 74 minuti), non è il solito disco dal vivo. È stato deliberatamente concepito come una ripresa naturale dell’ultimo tour, senza sovraincisioni e correzioni in studio. Un documento quindi, che Silvestri ha presentato soprattutto come un omaggio alla sua band e al produttore Enzo Miceli, e al pubblico che lo segue da anni, prima che alle sue canzoni. In questo caso le canzoni, alcune delle quali comunque proposte con grande inventiva e intensità, sono il collante di un evento e come tali le ascoltiamo. Il pubblico si sente molto, canta, l’atmosfera generale è quella della festa, della scioltezza naturale a anche un po’ sgangherata che anima certi concerti e non altri. Se vogliamo, una scioltezza positivamente “romana”. Silvestri si sente spesso mentre parla con il pubblico. E siccome c’è un diluvio di musica e parole si procede un po’ a fasi alterne: in effetti bisogna essere dei fan fedelissimi di Silvestri per immergersi senza ritegno in questo mare. La tensione e la freschezza dell’ascolto talvolta calano, ed è un peccato. Il singolo guida “Kunta Kinte” (in studio) è ai livelli di “Salirò”, pop-funky sensazionale per musica e parole pungenti e lievi. Il debito ora è stato saldato, si può aprire un’altra fase.

 

GANG OF FOUR   “A Brief History Of The Twentieth Century”

Viene ristampata oggi, dopo 14 anni, questa raccolta singola dei Gang Of Four, il gruppo inglese post-punk che avrebbe smosso molte acque prima dell’esplosione del crossover rock-funk. Il quartetto di Leeds in Europa, e i Talking Heads negli Stati Uniti per altri versi, utilizzarono stilemi funky che potevano apparentemente suonare fuori posto in un ceppo punk-wave. Nel caso della banda dei quattro, nome che era tutto un programma per chi seguiva le cronache del comunismo cinese, lo stile secco e tagliente del beat e delle parti di chitarra sorreggeva testi politicizzati ma non banalmente sloganistici. Anzi, venati di un’agra vena descrittiva tutta inglese. Nella musica dei Gang Of Four possiamo trovare certe premesse per il rock che sarebbe stato dei Red Hot Chili Peppers, dei Rage Against The Machine (per l’impegno) o di qualcosa degli odierni Rapture, per la febbrile attitudine al ritmo. Ma forse questa musica è romanticamente rimasta più fuori dal tempo di quanto non sembri o di quanto non dica l’albero genealogico del rock moderno. Ricorderemo sempre il canto di Jon King e la chitarra di Andy Gill come l’impeto di un inedito e formidabile donchisciottismo rock, lotta autenticamente sotterranea, underground, ma purtroppo perdente, contro un mondo di convenzioni e illusioni, nella cultura, nella comunicazione e nella musica. I Gang Of Four sarebbero tornati negli anni ’90 con alcuni dischi, ma le cose migliori, dirompenti, sono raccolte in questo album: selezioni da “Entertainment!” (1979), “Yellow” (1980), “Solid Gold” (1981), “Songs Of The Free” (1982) e “Hard” (1983) e pezzi live. Buone note di copertina corredate da uno splendido e appassionato saggio di Greil Marcus.

 

COURTNEY LOVE   “America’s Sweetheart”

Sarà anche vero che Courtney Love è “la donna che tutti amano odiare”, nel rock americano, ma è davvero difficile venire a patti con una personalità come la sua. Difficile non pensare al suo ruolo di vedova professionista di Kurt Cobain, che ha perfezionato se possibile un satanico cliché inaugurato da Yoko Ono-Lennon. Difficile non pensare che la sua collocazione borderline sia in realtà uno scaltro ping-pong tra tutte le convenzioni della trasgressione, che stanno prendendo oscenamente piede nella cultura pop del 2000. Se Courtney può diventare un moderno modello di ruolo, ci viene da pensare per assurdo che oggi il vero anticonformismo sia apprezzare Madre Teresa. Queste considerazioni non risultano affatto secondarie per valutare il primo, vero album solista della rockeuse, dal momento che il suo personaggio è talmente ingombrante da tracimare e sputtanarsi platealmente in ogni nota di “America’s Sweetheart” (titolo perfetto, del resto). La fidanzata-pecora nera d’America non rinnega nulla, e anzi sbandiera la sua storia, racconta il suo mondo in ogni esplicita traccia dell’album, aggiornando il tran-tran sesso-droga-rock ‘n’ roll, diventato per moltissimi un noioso cartellino da timbrare. Ma per lei era l’unica strada, a questo punto, e si rivela perlopiù credibile, urlando un trans-punk tagliente e corposo, che non disdegna melodie piazzate strategicamente. L’appeal pop è garantito dall’apporto di Linda Perry. “Sunset Strip”, una intensa confessione, è il brano più rappresentativo di questa credibilità. Ottima “Almost Golden”, sfacciato il singolo “Mono” come “I’ll Do Anything”, fortissima “Hello”, ballate ad effetto “Hold On To Me”, “Uncool” e “Never Gonna Be The Same”.

 

FIORELLA MANNOIA   “Concerti”

Per qualche tempo è sembrato che questo doppio album dal vivo, la cui uscita è stata rimandata fino a quest’anno, sembrasse quasi un ripiego per i fan di Fiorella Mannoia che invece attendevano con impazienza il nuovo progetto “brasiliano” dell’artista romana. Queste collaborazioni con i grandi della musica tropicale le ascolteremo più in là, a quanto pare, ma “Concerti” non è affatto una novità trascurabile. È vero che non è il primo live di Fiorella (dopo “Certe piccole voci”), ma rappresenta forse il coronamento di una carriera spesa con frutto sul palcoscenico. Non si poteva non trarre un album da un tour teatrale di così grande successo, seguito nel 2003 alle esperienze in quartetto con Pino Daniele, Francesco De Gregori e Ron. E sicuramente c’è più sostanza in questo live che in quello. “Concerti” è un disco vario, interpretato con voglia e partecipazione dalla protagonista, affiancata da una band perfetta, nel solco di una canzone italiana “adulta”, di classe, con riferimenti negli anni ’60 dei recital delle grandi dive. Fiorella Mannoia usa bene le sue tipiche carte vocali, di coloritura e partecipe illustrazione più che di stentorea, squillante interpretazione. Si avvale di una scelta di repertorio felice, una carrellata gustosa e colorata che costituisce il punto di forza di questo live. A parte gli autori ben frequentati come sempre, Ivano Fossati, Paolo Conte, Piero Fabrizi, Enrico Ruggeri, Francesco De Gregori, l’interprete si è messa in gioco con “Clandestino” di Manu Chao o “Is This Love” di Bob Marley, “Metti in circolo il tuo amore” di Ligabue, “Quizàs, quizàs quizàs” di Osvaldo Farrés, “Señor” dei Paris Combo o “Sulo pe’ parlà” e “Senza ‘e te” di Pino Daniele.

 

ZERO 7   “When It Falls”

Ottima seconda prova dei talentuosi Zero 7, dopo un debutto esaltante come “Simple Things”. Il duetto inglese di electronica-soul formato da Sam Hardaker e Henry Binns conferma le doti che hanno fatto innamorare un corposo pubblico in Europa e America. “When It Falls” è un disco che riporta ai fasti del nuovo soul jazzy inglese degli anni ’90, con in più la consapevolezza “electronica” che qui significa solamente organizzazione musicale e condimento al servizio di un feeling generale caldissimo e coinvolgente. Insieme al duetto, vocalist bravissimi come Mozez, Sia Furler, Sophie Barker e l’esordiente danese Tina Dico. Gli Zero 7 dimostrano che i confini della “bella canzone” non esistono. Ci si può mettere dentro, discretamente e con gusto, tanta passione e libertà creativa. E alla fine, tutte queste gemme prese nel loro complesso suonano imprevedibilmente come classiche, davvero senza tempo. È questo il nuovo pop del 2000? Sicuramente è una strada stimolante, quella creata da Binns e Hardaker, che ha persino riferimenti diretti al cantautorato americano anni ‘70 (ad esempio in “Home” o “The Space Between”), in una combinazione misuratissima di elementi acustici ed elettronici. L’unica controindicazione è una indigestione provocata dai ripetuti ascolti, che alla fine potrebbe far risultare il tutto stucchevole. “When In Falls” può essere infatti, indifferentemente il CD più suonato del salotto o della camera da letto. Il livello dei brani (un paio sono strumentali), quasi sempre lenti e sensuali, è altissimo. “Home” è un singolo perfetto. Atmosfera super in “Somersault”, soul elegante in “Over Our Heads”, dolcissima “In Time”, caldissima “Warm Sound”, sensuale “Passing By”. 

 

RYAN ADAMS   “Love Is Hell pt.2”

Di sicuro c’è una cosa. Ryan Adams non lascia assolutamente indifferenti. Nello spazio di pochi mesi ha pubblicato tre album uno più bello dell’altro, dall’elettrico, divertente e trascinante “lloR N kcoR” ai due “mini” “Love Is Hell”. Questo secondo capitolo dell’Adams di oggi più introspettivo e lunare, ma poco piegato alle convenzioni che si chiedono ad un artista “rock”, snocciola episodi di ottimo livello: nell’ascolto si va in crescendo di qualità. Questo dimostra che Ryan Adams è un talento che va lasciato a briglia sciolta. Il doppio progetto “Love Is Hell” non è quel disco fantasma che è stato bocciato dalla Lost Highway perché assolutamente fuori e contro ogni schema, l’album oscuro e maledetto che l’artista aveva definito “il lavoro della mia vita”. Ma è in ogni caso un’opera notevole, ricca di suggestioni e di molti richiami al cantautorato rock del passato, sia americano di coté country che inglese vagamente wave. Su tutto c’è il gusto sopraffino di Adams, rarissimo autore che si aggira tra allucinazioni, dolori, situazioni paradossali, quadretti umani singolari, amori sempre in bilico. E li canta con la sua indolente e personalissima voce di ex-countryman alternativo ora diventato semplicemente il Prince bianco del moderno rock ‘n’ roll. Considerando che “Love Is Hell pt.2” sarebbe poco più di un EP, ci sono abbastanza gemme da meritargli un ottimo giudizio. Le ballate “Please Do Not Let Me Go” e “Thank You Louise”, la melodia notturna di “City Rain, City Streets”, l’atmosfera di “I See Monsters” e “Hotel Chelsea Nights”, la splendida, quasi classica “English Girls Approximately” (Marianne Faithfull ai cori), l’oltraggiosa, sontuosa, saturata “Fuck The Universe”.

 

STEREOLAB   “Margerine Eclipse”

Sono passati pochi anni dall’ultimo album completo degli Stereolab, “Sound Dust”, ma ci sembrano molti di più. Non solo per la morte assurda, in un incidente, della polistrumentista Mary Hansen, che ha rischiato di far fermare per sempre il gruppo di Laetitia Sadier e Tim Gane. Ma anche perché siamo arrivati alle estreme conseguenze di quanto già si intuiva ai tempi del pur valido “Sound Dust”. Per chi ha già delineato, in anticipo sui tempi, la musica pop più futuribile degli anni ’90 e ha già mostrato di saper evitare la maniera, sebbene continuando sul suo stile, c’era un unico riparo sicuro: il rifugio nella canzone, come costruzione originale, poco scontata, come piccola gemma fuggevole che deve contenere qualche idea, una melodia convincente, un feeling coinvolgente. “Margerine Eclipse” è un disco che procede a singhiozzo, in questo senso, proponendo cose scontate e altre interessanti. Ma non sa e non può eliminare il sospetto che gli Stereolab abbiano imboccato la parabola discendente, dal punto di vista creativo: la nemesi peggiore per chi ha saputo incarnare uno dei più freschi, indipendenti e fantasiosi indirizzi innovativi del pop e del rock degli ultimi 15 anni. E a poco vale, comunque, affermare che lo stile-Stereolab resta unico: da Maradona e Totti ci si attendono sempre magìe. Spesso queste canzoni contengono due-tre quadri/ambienti musicali, come se il gruppo volesse stiracchiare e adattare al suo mondo tutte le convenzioni. Questa effervescenza, tra suggestioni, ritmi, elettricità, misura, sogno, dolcezza e funk, mette in luce “Need To Be”, “Cosmic Country Noir”, “Margerine Rock”, “Margerine Melodie” (Daft Punk “alla Stereolab”), “Bop Scotch” e “Dear Marge”.

 

COLONNA SONORA ORIGINALE   “Iniziali: BCGLF”

Questa è la colonna sonora dello spettacolo-incontro fruttuoso di due grandi artisti italiani della nuova cultura nata negli anni ’80, Giovanni Lindo Ferretti e Giorgio Barberio Corsetti. “Iniziali: BCGLF” è stato presentato al Romaeuropa Festival e ha continuato le repliche fino a questo febbraio. L’augurio è quello di poter immergersi in tutto lo spettacolo diretto da Corsetti su un libero “diario” umano di Ferretti (attore, tramite di vite) e con tanti altri protagonisti: le musiche di Gianni Maroccolo, l’azione di un cast multietnico di attori e ballerini. Ma bastano e avanzano anche la parola e il suono per far sorgere immediate suggestioni. Epifania di un mondo che guarda senza compromissioni alle radici: storiche, culturali, biologiche. Ed è nel procedere di parola e musicalità, che tocca concretezze elettroniche, virate elettriche, muri ambientali, ritmi tribali e melodie distese, che questo nostro grandissimo artista riassume, si direbbe, la lunga serie di leggende narrate dai CCCP, ai CSI fino ai PGR, storie edite e inedite. “La vita è una gran cosa. Mi basta aprire gli occhi su un mattino di sole. E poi tutto, io lo rifarei”. Ferretti scandisce cronaca dura, inaspettata e lunare ilarità che sorge dal quotidiano di un universo umano analogo a quello di Bjork, nel rapporto diretto con la natura e le emozioni primarie. Ma c’è anche un misticismo laico di fondo che non può che essere peculiarmente italiano: di quell’Italia antica di pane e fame, paura e gioia, iraggiungibile riscatto di milioni di figli di un dio minore. Italia dolorosa che trova un ponte con le pene dell’Africa. L’uomo è figlio dei neri elementi. La sua natura si scontra con l’oscena finzione imposta.

 

MODENA CITY RAMBLERS    “Viva la Vida, Muera la Muerte!”

A differenza di “Radio Rebelde”, in questo ultimo album i Modena City Ramblers sembra abbiano evitato certe scontatezze e semplificazioni sloganistiche che potevano togliere impatto alla loro musica. La produzione di Max Casacci ha ben compattato un sound piuttosto frizzante e caldo come filo conduttore, con piccole, buone idee, anche se ritmi e sapori possono cambiare secondo le canzoni. E ovviamente, quando si vanno a trovare riferimenti ideali nelle comunità di Chiapas e Guatemala, si guarda all’America Latina per poi parare al tinello di casa nostra: si ascolti ad esempio un pezzo gustoso, divertente e trascinante come “El Presidente”, dal ritmo secco, su un presidente (chissà chi?) che vorrebbe essere tutto, persino operaio e comunista, per essere amato da tutti. Ma in genere, le canzoni di questo album sembrano riuscite, costruendo un buon compendio della musica attuale dei Modena City Ramblers: evoluzione di un combat-folk originale che ritrova melodie e riuscite orchestrazioni, variazioni di stile, insieme a testi e storie che raccontano con sufficiente credibilità e vena l’odissea di tante anime in cerca di riscatto. Sullo sfondo un amore per la vita, una dolce passione che porta a cercare bellezza nella dignità e nel rispetto. L’album decolla, in senso letterale, arrivati a “Mira Niño”, corposa e bella, con apertura sontuosa, cantata in spagnolo. Si prosegue con la malinconica storia di “Ebano”, la bella melodia di “Stelle sul mare”, la splendida “Lontano”, rielaborazione di un brano registrato in Sudafrica con i Landscape Prayers, il folk acustico di “Al Fiòmm”, l’incalzante e intensa cover di “Il testamento di Tito” di De Andrè, il suggello di “La fola ed la sira”.

  

JOSS STONE   “The Soul Sessions”

Arriva in Italia, stampato ufficialmente nel nostro paese, il debutto della sedicenne cantante soul-blues inglese Joss Stone dello scorso settembre. Un disco già venerato dai due lati dell’Atlantico e che è essenzialmente, a parte l’esordio di una nuova incredibile artista, una prova d’amore nei confronti del soul e del blues, in special modo quelli della scena di Miami. Infatti insieme a Joss hanno lavorato artisti-mito come Betty Wright (“madrina” e consigliera), Timmy Thomas, Little Beaver e Benny Latimore, riportando alla luce un feeling storico della musica afroamericana. “The Soul Sessions”, raccolta di gemme, è un album-vintage, per come è stato registrato (live in pochi giorni) e per come suona. In questo senso la voce di un nuovo talento come Joss Stone, che già fa stropicciare gli occhi (inglese, 16 anni che canta quasi come una veterana!), diventa il vertice di una piramide di bellezza e passione musicale. Soprattutto la scelta del repertorio (brani di Aretha Franklin, Timmy Thomas, Isley Bros, John Sebastian, Carla Thomas, Sugar Billy…) è fantastica, lancia Joss nel firmamento della musica mondiale e dimostra che un talento come il suo deve essere utilizzato come si deve (alla faccia delle Britney e Christina). Tutte le corde del soul, del blues e del gospel sono toccate. La maiuscola session band è essenziale e calda. L’ottimo singolo “Fell In Love With A Boy” (dei White Stripes!) è inciso con i Roots, Angie Stone e la Wright. Passionale e confidenziale “Victim Of A Foolish Heart”, frizzante “Super Duper Love”, commovente “For The Love Of You”, bellissime “Some Kind Of Wonderful” e “All The King’s Horses”, maiuscole “I’ve Fallen In Love With You” e “I Had A Dream”.

 

KELIS   “Tasty”

Tra le voci femminili della musica nera, Kelis Rogers è un caso sui generis. Dotata di talento ma anche di grande avvenenza, la stella nata a Harlem, dopo un esordio incendiario ha spaziato su atmosfere e feeling diversi. Il suo album precedente “Wanderland”, sembrava un po’ irrisolto proprio sulla scorta di questa eccessiva disinvoltura, ma questo ottimo “Tasty” ristabilisce bene le coordinate entro le quali può muoversi il talento di Kelis, sempre nel campo di un generico feeling nero, sia esso soul raffinato che funky, R&B o rap. Stavolta i Neptunes, di cui la cantante è in qualche modo la creatura, producono solo cinque brani lasciando spazio ad altri demiurghi di classe e bravura altrettanto valide. Il livello medio dell’album è altissimo, se paragonato alle schifezze pop che ci circondano: “Tasty” è un eccellente prodotto di genere, che può conquistare anche i non assatanati di black music. Gustoso appunto, come la promessa mantenuta del titolo: tra queste canzoni possono fiorire diversi potenziali successi. Quanto al sound, ricordando che bisogna seguire le tendenze più attuali si sente la “secchezza” e l’essenzialità dei groove che sembrano essere il nuovo verbo della musica nera, come al solito predicato all’avanguardia da Missy Elliott. I Neptunes curano il singolo “Milkshake”, minimale ma non super, il perfetto pop-funk di “Flashback”, la scattante, originale “Protect My Heart”, la colorata, alla Stevie Wonder, “Rolling Through The Hood”. Andre 3000 degli OutKast duetta nella geniale “Millionaire”, pazzia minimal funk elettronica. Soul elegante e funky raffinato con Raphael Saadiq in “Glow” e “Attention”. Funk elettronico e sensuale nel duetto con Nas, “In Public”.

 

ALICIA KEYS   “The Diary Of Alicia Keys”

Due anni fa, recensendo il suo ottimo debutto “Songs In A Minor”, scrivevo che se Alicia Keys avesse saputo sciogliersi di più, sarebbe stata grandissima. Ebbene, con questo secondo album, la 23nne artista soul di New York è sulla buona strada per diventare una superstar storica. “The Diary Of Alicia Keys” inizia in modo interlocutorio. Tra atmosfere un po’ drammatiche e beat hip-hop, si ha l’impressione che la protagonista si orienti verso un corposo feeling black mettendo in secondo piano l’eleganza nu-soul, con un occhio più a Mary J. Blige che ad Aretha. Ma questa impressione muta prestissimo e alla fine si conferma la rivelazione un talento eccellente e versatile. Stavolta Alicia spazia eccome, insieme al cast di ottimi artisti che la circonda. Colpisce a livello epidermico, sul puro piacere emozionale, e a livello mentale, svelando molteplici strati di raffinatezze sonore. Eppure resta semplice l’approccio al dialogo voce-strumento, senza nessuna esagerazione. “Diary” è un disco completo, con parti vocali e melodiche letteralmente affascinanti. Nel suo genere, bellissimo. Decolla con una sequenza shock di canzoni: l’hip-hop/soul insinuante di “If I Was Your Woman/Walk On By”, il singolo-capolavoro che ricorda gli anni ’70 “You Don’t Know My Name”, la classica, perfetta, cantata da dea “If I Ain’t Got You”, le armonie e la costruzione senza tempo di “Diary” (con i Tony! Toni! Toné!) e il fantastico contrappunto funky elettrico della sensualissima “Dragon Days”. A questo punto potremmo pure fermarci, ma troviamo anche qualche eco Bacharach nel puro soul di “Wake Up”, l’originalità di “So Simple”, la magia di “Slow Down” e la chiusura quasi soul-jazz di “Nobody Not Really”.

AL GREEN   “I Can’t Stop”

Se passate da Memphis, potete visitare la chiesa Full Gospel Tabernacle, dove ad officiare e cantare, insieme ad una piccola band, c’è il reverendo Al Green. Colui che fu la dirompente rivelazione del soul della prima metà dei ’70, imponendo uno stile originale e caldissimo, è un uomo di chiesa (american style) da molti anni. Il suo mito nacque nei Royal Studios di Memphis, insieme al produttore Willie Mitchell, artefice di incisioni che hanno fatto epoca. Tempo fa i due, Al e “Poppa” Willie, sono tornati insieme per provare a ricreare l’alchimia che produsse “Let’s Stay Together” o “I’m Still In Love With You”. Green si è staccato dai sermoni per riapprodare al Soul con l’anziano Mitchell, che ha trovato la forza di giocare ancora il suo talento di demiurgo in questo “I Can’t Stop”. In studio con loro alcuni vecchi compagni di avventure, per costruire atmosfere pulite, gioiose, passionali, meravigliosamente demodé: sospese nel tempo di un amore eternamente raccontato e glorificato. Ma anche, talvolta, con un sottofondo spirituale: pensiamo che Green potrebbe rivolgersi a Dio come alla sua donna e questa ambivalenza rende più tenero l’insieme. Tranne alcune nuances zuccherose e trascurabili, l’insieme alla lunga regge brillantemente. La voce di Green si immerge nel groove, accarezza, punge, colora. Mitchell allestisce un contorno compatto, vintage, di classe. Esemplari le bellissime “Million To One”, greeniana classica, semplice e ingenua, e il blues a tutto tondo “My Problem Is You”. “I Can’t Stop”, aperta e gioiosa, come “I’d Still Choose You”, la ballad “Rainin’ In My Heart”, la delicata “Not Tonight”, l’impetuosa “I’ve Been Thinkin’ Bout You”. Al e Poppa, replicate please.

NELLY FURTADO   “Folklore”

Pensavamo che le eredi di Madonna fossero Britney o Christina, e invece Nelly Furtado sembra avere le carte in regola per creare alchimie pop che si trovano sempre più a lato, o di sbiego, rispetto alla tendenza che vige mediamente, e per questo sono più interessanti. Senza scordare lo staff artistico che circonda la cantante e costruisce insieme a lei la musica: questa sa di insalata al ristorante etnico, postmoderno viaggio di sapori un tanto al chilo, per chi si compra la rivista giusta del medio saper vivere culturale. In questo senso si adatta ai tempi, che si piegano volentieri sulla fresca verve di Nelly, sul suo look da bellissima giovane madre. Che oggi non si inventa certo niente, come faceva invece una volta Paul Simon, ma sa incarnare un sentimento emergente di intrattenimento. E lo fa con l’autoreferenzialità che oggi sembra pervadere il mondo del pop, mettendo sé stessa al centro di quasi tutte le sue storie. E questo talvolta, se si guarda anche ai testi, può stufare. Ma tornando all’insieme musicale, il risultato è positivo grazie a dosaggi e arrangiamenti calibrati e scaltrissimi. Magari “Folklore” non produrrà i successi radiofonici del debutto “Whoa, Nelly!”, ma si fa davvero ascoltare con piacere. Ospiti come Kronos Quartet, nella bella, folky e ritmata “One-Trick Pony”, e Caetano Veloso, nella fascinosa “Island Of Wonder”, aggiungono spezie alla minestra. La voce di Nelly, bella e originale, riesce anche ad evocare qualche storico paragone (“Childhood Dreams”). Funziona il singolo “Powerless”, vagamente tribale. Veloce e nervosa “Explode”, incalzante “Fresh Off The Boat”, bel motivo “Build You Up”, bluesy e calda “Picture Perfect”, essenziale “Saturdays”.

 LIGABUE   “Giro d’Italia”

Non abbiamo fatto in tempo ad assimilarlo con l’ascolto, che questo nuovo doppio dal vivo di Ligabue saliva al primo posto della classifica. Merito del duro lavoro che ha insediato Luciano tra i best seller da comprare a scatola (quasi) chiusa, facendo di lui un contro-eroe nazionale, in un certo senso successore (ma non erede) di Vasco. Uno da trattare sempre con indulgenza e affetto perché, per sua fortuna, ancora tiene botta in campo creativo. Si pensi ad esempio a questo album, che potrebbe essere un live dei tanti pubblicati a ridosso del Natale. In realtà è la documentazione di uno degli esperimenti più stimolanti e riusciti della storia della musica italiana d’autore eseguita dal vivo. Trasfigurazione e riarrangiamento, in chiave semiacustica e contesto teatrale, del repertorio (scelto, anche inusuale) del primo rocker di casa nostra. Festa di colori, sfumature ed emozioni nell’ultimo tour di Ligabue, svoltosi tra palasport e appunto teatri battendo tutti i record, evento che molti fan ricordano quasi con le lacrime agli occhi. Con la band di Liga, a cesellare note e atmosfere c’erano Mauro Pagani e Stefano Facchielli (D.Rad degli Almamegretta). Quindi, basta solo riscoprire quale sostanza di vita ci sia in canzoni come “Piccola stella senza cielo” o “Sogni di rock ‘n’ roll” in queste versioni, per giustificare un tuffo in questa musica. Il doppio è buono, un solo album col super-meglio sarebbe stato epocale. Da citare la bellissima “Tutte le strade portano a te”, “Il giorno di dolore che uno ha” (ciao Stefano…), “Angelo della nebbia”, “Questa è la mia vita”, “Una vita da mediano” o “Tu che conosci il cielo”. Edizione limitata con un terzo CD, musica e parti recitate.

BLINK-182   “Blink-182”

Forse i Blink-182 hanno pensato che sarebbe ora di non essere ricordati a oltranza come “quelli col pisello di fuori” (come nel loro videoclip più famoso). E, arrivati al quinto album, hanno confezionato un disco che rispetta la loro grinta pop-punk ma apre più di uno spiraglio a nuovi sviluppi musicali. Parlare di “maturità” sarebbe forse fuori luogo. È sempre difficile definire come maturo il pop-punk del trio californiano, che si fonda sull’insolenza, comunque deve essere poco conciliante, anche se in passato è stato costruito per divertire e sbeffeggiare. Semmai c’è la voglia di fare qualcosa di diverso, di condire il sound di basso-chitarra-batteria con soluzioni musicali meno dirette e semplicistiche. “Blink-182” si fa quindi ascoltare, scoprire e riscoprire proprio perché è un disco ricco e aperto. In ogni canzone si sente, oltre alla classica energia e voglia di spaccare della band, la voluta cura delle sfumature. Il tono in genere è meno scanzonato, più attento all’intensità degli esiti musicali. L’album si conclude con “I’m Lost Without You”, pezzo lungo addirittura più di 6 minuti, una ballata rock di nostalgia impensabile per i Blink dell’altroieri. E se l’iniziale “Feeling This” (singolo di lancio) è nel canone della band, per orecchiabilità ed elettricità, in mezzo c’è molta buona carne al fuoco. Per esempio, “I Miss You” offre una melodia bella e quasi classica insieme a beat inedito, e “Violence” si svolge su intelligenti contrappunti per una storia profonda. In genere, parti vocali curate. Notevoli l’impeccabile “Always”, “All Of This”, apertura wave con Robert Smith dei Cure e lo stacco elettrico di “Here’s Your Letter”. Belle “Down” e “The Fallen Interlude”.

MISSY ELLIOTT   “This Is Not A Test!”

Missy Elliott inizia il nuovo anno forte di ben cinque candidature ai Grammy Awards, e dell’uscita recentissima di questo quinto album, giusto a un anno di distanza dall’acclamato “Under Construction”. La leader riconosciuta della nuova musica nera americana, sempre in coppia produttiva con Timbaland, ha comunque trovato il modo di meravigliare ancora chi ama il suo stile. “This Is Not A Test!” non raggiunge le vette e i livelli musicali dei precedenti album dell’artista, ma rappresenta quella che potrebbe essere una svolta per buona parte dell’hip-hop. È infatti un disco scarno, secco, crudo, che per buona parte riduce il suo impatto al dualismo voce-percussioni (che sono beat di ogni tipo e colore): una sorta di punk hip-hop, nell’approccio complessivo, come una sberla in faccia. I brani ridotti all’osso sono l’essenza tribale della musica urbana di oggi. Missy e Timbaland sembrano dirci che la giungla metropolitana oggi può avere solo questo suono, semplice come un tam tam di sesso, rabbia e orgoglio di autoaffermazione. Basterebbero infatti il battito e la parola, scandita e musicata con il groove metrico, per definire questo micro/macrocosmo. Tutto questo è la forza e il limite di “This Is Not A Test”, un album che può essere amato in blocco, oppure faticosamente (ma alla fine godibilmente) assimilato. Comunque, qualcosa che non lascia affatto indifferenti. Esemplare il singolo “Pass That Dutch”, insieme a “Pump It Up” (con Nelly), “Keep It Movin” (Elephant Man), “Don’t Be Cruel” (Monica e Beenie Man). Il soul esce in “Toyz”, “I’m Not Perfect” e “It’s Real”. “Dats What I’m Talking About” (R.Kelly) è sporchissima e princiana. “Is This Our Last Time” (Fabulous) un gioiello.

 FRANCESCO DE GREGORI   “Mix”

Un nuovo doppio album di Francesco De Gregori, con 70 più 74 minuti di musica, 31 canzoni in tutto. Stando solo a questa informazione, ci sarebbe da gridare al miracolo e correre al negozio per soddisfare la propria fame di cose nuove. Ma ovviamente non è così. Il “Mix” è appunto un’insalata di cose già sentite (la stragrande maggioranza), registrate dal vivo, inediti sparsi, repechage di studio. Una cosa a metà tra l’antologia e la raccolta di cose live, che però arriva in ordine cronologico dopo un ennesimo disco dal vivo (“Fuoco amico”) e con l’ultimo in studio “Amore nel pomeriggio” usciti entrambi nel 2001 (tralasciamo l’album con Giovanna Marini). De Gregori ha annunciato entro la fine del 2004 un altro album di inediti, ma in effetti un’operazione come “Mix” sembra soprattutto l’ennesimo sguardo a ritroso della carriera di uno dei grandi del nostro rock d’autore. “Ti leggo nel pensiero” è la versione della canzone che De Gregori scrisse per Ron. “A chi” è la cover, abbastanza simpatica e blues, dello standard che fu di Fausto Leali (e Timi Yuro). “Come il giorno” è la versione italiana di “I Shall Be Released” di Bob Dylan, come “Non dirle che non è così” (“If You See Her Say Hello”, era su “Blood On The Tracks”). Nella parte dal vivo ci sono diverse canzoni storiche, che fa effetto sentire reinterpretate in chiave degregoriana attuale, ma anche brani del repertorio più recente. Inoltre, si può riscoprire “La donna cannone” in una versione originale e leggermente diversa. Penso che un disco simile valga soprattutto per l’interesse che può suscitare nei più giovani: e allora l’assenza totale di note dettagliate (le foto, belle, ci sono) sembra quasi un crimine d’incuria.

WYCLEF JEAN   “The Preacher’s Son”

A 31 anni, Wyclef Jean resta ancora, tra alti e bassi, un osservato speciale del panorama black. L’ex Fugees, come produttore, ha lavorato con Tom Jones, per un album non fortunato e un po’ irrisolto, e ha messo in cantiere insieme ad altri il nuovo disco di Patti Labelle. Ma soprattutto è tornato sulla scena da protagonista con questo nuovo album personale, inciso per la J Records di Clive Davis, dopo un disco infelice come “Masquerade”. Nelle premesse, si trattava di risollevarsi oppure di sprofondare del tutto nella mediocrità, nelle seconde file della black music. Invece la ricetta-Davis, che prevede anche un corposo apporto di ospiti, sembra aver funzionato ancora una volta, insieme al rinfrescato talento di Wyclef per la composizione e la confezione delle canzoni. Così “The Preacher’s Son” (dedicato al padre scomparso, il reverendo Gesner) riesce quasi sempre a cogliere il segno, generalmente in un ambito soprattutto pop, sebbene sia strutturato secondo i dettami ritmici e musicali del reggae (tanto), del soul e dell’hip-hop. Lo stile di Wyclef incontra bene quello degli ospiti e il connubio riesce quasi sempre, a differenza di occasioni precedenti. Ma soprattutto sono le parti melodiche che funzionano, avvitandosi in una corrente dolce, ispirata, passionale che trascina senza fatiche fino alle fine dell’album. Buona, trascinante “Party To Damascus” con Missy Elliott, come “Celebrate” (Patti Labelle). Vertice black con “Baby Daddy” (Redman). Ammiccante “I Am Your Doctor”, leggerezza in “Take Me As I Am”, quasi mistica “Rebel Music” (Prodigy), aria di Marley in “Who Gave The Order” (Buju Banton). Il risvolto più morbido e ruffiano è in “Class Reunion” (Monica) e “Baby”.

JAY-Z   “The Black Album”

L’uomo in nero di Brooklyn, Jay-Z, si congeda con questo best seller annunciato. Un disco autocelebrativo all’ennesima potenza, pubblicato insieme all’autobiografia del rapper che da adesso in poi continuerà sì a fare musica, ma solo come demiurgo della Roc-A-Fella Records e autore. Almeno fino ad un prossimo, non escludibile, ricchissimo “grande ritorno”. L’epopea di Jay-Z, alias Shawn Carter, è stata tra le più luminose dell’hip-hop: al suo concerto del Madison Square Garden per la presentazione di questo disco d’addio si sono riuniti gli Stati generali del rap, a rendere omaggio ad uno dei pochissimi artisti che hanno davvero costruito il mito della nuova musica nera di questi anni. Personaggio in grado di coniugare rilevanza musicale e popolarità, testimonial privilegiato di una cultura urbana (alta o bassa non importa) che ha ormai conquistato i giovani, e non solo, di tutto il mondo. Se tutti si ricordano di Eminem (che tra l’altro qui rende omaggio producendo un brano) perché è bianco, sono le stelle nere come Jay-Z che hanno delineato i contorni di un nuovo entertainment. “The Black Album” è un ottimo disco di genere, sequenza assassina di beat e rime validi singolarmente, ma anche disco a tema, quello dell’addio di un campione della musica nera, che appare come il bilancio di una carriera. Citazioni dal rock duro al soul anni ’70, arricchiscono l’impalcatura sulla quale Carter rappa da maestro. Sfilata di producer e collaboratori. Si inizia con “December 4th” (giorno della nascita di Jay-Z) e il decollo è fatto. Orchestrazione perfetta nella sexy “Change Clothes”, fortissimi “What More Can I Say”, “99 Problems”, “Threat”, “Moment Of Clarity”, “Allure”, “My 1st Song”.